Enrique Dussel
1 agosto 2018

Essendosi realizzato il mio pronostico del 2012 riguardante Morena e il PRD (vedere il mio articolo su La Jornada: “Finalmente! Due concezioni della politica”), dove pronosticavo la futura scomparsa del PRD, continuerò la riflessione iniziata sei anni or sono, oggi più attuale che mai.
Partendo da W. Benjamin desidero affrontare il poco conosciuto tema del messianismo che l’inquietante filosofo tedesco affrontò con ostinazione, a partire dal dialogo che condusse nel corso della sua vita con G. Scholem, tanto incompreso da altri membri della Scuola di Francoforte (e dalla sinistra in generale, specialmente da quella marxista ortodossa, anche ai nostri giorni in Messico).
Il tema della leadership ha costituito una questione pericolosa per la sinistra tradizionale, data la possibilità di cadere in un populismo di destra (come il nazismo che Benjamin tanto criticò e patì, un certo bonapartismo) o in un carismaticismo (superficialmente trattato da Weber). E ancor meno considerato sotto l’etichetta del messianismo (minimizzato come un’opinione teologica superficiale), definito da altri come un messianismo tropicale. Tuttavia, controcorrente e Benjamin permettendo, desidero trattare questo tema di grande spessore politico nel contesto di questo momento cruciale del Messico del 2018.
Si tratta di meditare su attori politici situati su tre livelli che si condizionano reciprocamente. In primo luogo, il popolo stesso come totalità, che è l’attore politico collettivo, istanza ultima della sovranità, che si esprime nella partecipazione pubblica (istituzionale o spontanea). In secondo luogo, un settore o gruppo di questo popolo (che G. Agamben, a partire da Paolo di Tarso, ricorda come il “resto” [Ndt: Allusione al “resto di Israele”, che sopravvivrà alla catastrofe finale. Cfr. Giorgio Agamben, Il tempo che resta. Un commento alla Lettera ai Romani, Bollati Boringhieri, Torino 2000]), che lotta contro venti e maree nella buona e nella cattiva sorte a favore di detto popolo. In terzo luogo, una persona (o molto poche) che si fa carico nella propria corporeità della sofferenza del popolo oppresso (che nella tradizione semita di W. Benjamin era chiamato il servo sofferente, tema trattato nel mio lavoro El humanismo semita, apéndice), denominata dal filosofo tedesco come il meshiakh (in ebraico: l’unto dal popolo). Nelle 18 tesi formulate nella sua opera Sul concetto di storia, Benjamin parla ripetutamente del messianismo nella prospettiva teorica marxista e del materialismo storico (Tesi 1), che sarà quella adottata nel presente contributo.
Michael Löwy, il noto filosofo ebreo trotskista e ateo, ci dice: La redenzione messianica e rivoluzionaria è una missione che le generazioni passate ci hanno assegnato. Non c’è un Messia inviato dal cielo: noi stessi siamo i Messia (in Aviso del incendio, FCE, México, 2002, p. 50); pensiamo “al posto che hanno avuto nell’immaginario rivoluzionario degli ultimi 30 anni le figure di José Martí, Emiliano Zapata, Augusto Sandino, Farabundo Martí, e più recentemente Ernesto Che Guevara […]”.
In definitiva il messia è una persona che per il popolo incarna, grazie alla sua fedeltà, al suo impegno, alla sua onestà, al suo coraggio, alla sua prudenza pratico-sapienziale, i valori che non si riscontrano nei leader corrotti della società dominante. Per questo la sua figura diventa sempre più significativa, fino al punto che il popolo lo scopre come una soluzione possibile per i propri mali. Così il popolo lo consacra in funzione del servizio al popolo stesso (funzione messianica che riceve dall’attore collettivo: il popolo). Il messia è una luce nelle tenebre che il popolo accende, e una volta accesa incendia il popolo stesso, esigendo che si faccia carico della propria storia. È una dialettica fra il popolo e il leader. Non vi tradirò! Adempirò il mandato! dice al popolo il consacrato dal popolo. Sa qual è l’ultima istanza della sovranità.
Ho affrontato più estesamente il tema in un libro pubblicato da La Jornada Ediciones (Carta a los indignados, México, 2011, pp. 27-85), testo al quale rinvio chi desidera approfondire l’argomento.
Per questi motivi il primo di luglio 2018 (data delle elezioni in Messico) ha costituito un evento messianico (come secondo avvenimento liberatore, rispetto al primo avvenimento liberatore esposto da A. Badiou), però, come dice la saggezza popolare: Non ci si deve addormentare sugli allori! Ora è il tempo della partecipazione attiva di tutto il popolo e dei militanti più responsabili che si svegliarono dal sonno, sebbene disprezzata da alcuni situati nell’estrema sinistra, che parlano di una giornata elettorale vuota e priva di significato. Ma non è così, qui la forma (un’elezione) ha un contenuto (è una trasformazione politica reale).
La funzione messianica ora non ha più bisogno della legittimità ottenuta grazie al voto, ora è necessaria la praxis partecipativa di tutto il popolo, ognuno nella sua trincea. La funzione messianica ha bisogno della correzione quotidiana di una critica fraterna e responsabile. Ormai non è più il tempo di applaudire, ma di agire moltiplicando la leadership a tutti i livelli.

Fonte: “Walter Benjamin y el mesianismo”, in La Jornada, 1 agosto 2018.

Traduzione a cura di Camminardomandando