Sylvia Marcos

 

Continueremo a dimostrarlo, che la facciamo (la nostra autonomia) fra uomini e donne.
(Eloisa, giovane maestra dell’escuelita)

«C’è bisogno di uomini e di donne per vincere questa lotta»1

Rispondo qui all’invito degli zapa­ti­sti e delle zapatiste «… a riflettere su come si combatte la repressione quotidiana, la repressione della cultura e delle sue manifestazioni, specialmente la repressione delle donne e dei popoli nativi, la repressione dei corpi, il machismo e l’omofobia (…) per riflettere a livello teorico su quelle che sono le pratiche quotidiane e la resistenza al capitalismo (…) per pensare a come si sostengono le forme di lotta e di resistenza, il Cuir,2 i femminismi, la rottura dei binarismi».

«Concordiamo – dicono inoltre i compagni – che io ti dico il mio pensiero e tu mi dici il tuo». Perché «il pensiero che non lotta fa soltanto rumore, e la lotta che non pensa ripete i suoi errori e non si rialza dopo le cadute…».
«Sperando di ricreare il mondo e di dare impulso alla lotta». Adesso, con la dialettica a-temporale del Prima.
Mi pongo qui dal punto di vista della mia ‘conoscenza in situazione’, come teorica femmini­sta. Si tratta di riflettere teoricamente su quelle che sono le pratiche quotidiane di genere e sulla resistenza al capitalismo con la sua aggressiva foga finanziaria e speculativa. «Resistenza», ci spiegava un professore/maestro durante l’escuelita, «non è solo tener duro. Resistenza è costruire».
Il capitalismo, nella fase in cui ha assunto la forma di sistema neoliberista, attacca con furore villaggi e comunità, incentiva l’accaparramento di terre, l’espulsione di indigeni e contadini e l’esproprio dei loro territori, favorisce i grandi capitali per la realizzazione di mega-progetti che producono distruzione di villaggi, comunità, culture ed ecosistemi. Sta squarciando la terra, perforando i mari, contaminando l’aria e distruggendo tutto nella natura. La logica del capitale è radere al suolo ogni cosa intorno a sé.

Spodestare e smantellare il capitalismo – anche – dall’interno
Bisogna resistere al capitalismo a partire dalle sue premesse e dai suoi principi più profondi, cioè da quei principi che generalmente sfuggono al nostro sguardo critico perché fanno strettamente parte del modo in cui molti e molte di noi pensiamo il mondo e viviamo la vita.
Propongo di smontarlo dal di dentro e di analizzare quegli strumenti con cui costruisce se stesso, con cui modella il suo sistema di rapina e di morte a partire dalla sua struttura duale e binaria che sostiene tutto l’apparato di distruzione e depredazione. Giorgio Agamben delinea nella formazione del pensiero filosofico occidentale cristiano una genealogia della nascita e dello sviluppo storico di queste polarità escludenti.3

«Come pensiamo il mondo?»
Come l’idra del mito greco, l’idra capitalista riproduce ogni testa che le viene tagliata. Mi sembra che una delle sue teste sia il pensiero duale, binario, che sostiene il suo apparato di rapina. Questo pensiero duale o dicotomico – molto diverso dalla dualità fluida del pensiero mesoamericano – divide il mondo fra ‘buoni’ e ‘cattivi’, fra ciò che ha un valore e ciò che è uno scarto, fra il pensiero ‘corretto’ e il pensiero ‘falso’. Di conseguenza, organizza gerarchie che sono adeguate al suo funzionamento ottimale. Queste gerarchie diventano sempre più negative, gerarchie di ciò che è scartabile, come ad esempio quelle che si stabiliscono fra le popolazioni considerate ‘in esubero’, che oggi sono dolorosamente presenti nei notiziari e che subiscono condizioni di sterminio.
La visione mesoamericana delle dualità fondamentali, come il giorno e la notte, il cielo e la terra, la morte e la vita, la donna e l’uomo, la luce e la tenebra, non si pone invece in termini di esclusione, ma di complementarità.4

«… la lotta non è un lampo congiunturale che illumina tutto e poi scompare, e tutto finisce lì. È una luce che si alimenta tutti i giorni e a tutte le ore. Una luce che non pretende di essere unica e onnipotente. Una luce che ha l’obiettivo di unirsi ad altre, (…) per illuminare la strada. E non perderci».5
Per scoprire la mia strada, rifletto sulle pratiche zapatiste di resistenza e di ribellione. Penso a come stanno ri-creando un mondo nuovo, cioè un nuovo qui ed ora. Ricordo il rumore della loro marcia silenziosa, il 21 dicembre 2012. Dal 1994, ma oggi più di prima, questo rumore silenzioso è quello del pensiero critico in elaborazione. Il maestro Joel, nella sessione dell’escuelita dell’agosto 2013, ci diceva:
«Gli invasori volevano cancellare il modo di vivere che avevano trovato… Ma segretamente, nella clandestinità, la nostra gente ha continuato a trasmettere la saggezza e il sapere degli antenati».

Dal canto suo, la filosofa femminista María Lugones afferma:
«… La logica categoriale dicotomica e gerarchica è centrale per il pensiero capitalistico neoliberista moderno e coloniale a proposito di razza, genere e sessualità».6 Questa gerarchizzazione dicotomica caratterizza il pensiero capitalistico. In virtù della struttura di coppie dicotomiche, il soggetto è sempre un soggetto individuale, e in quanto soggetto astratto è formalmente equiparabile in questa logica capitalistica.7
Viene equiparato formalmente nella misura in cui il metro di equiparazione – l’uno, l’unità – è identico in quanto ad attributi, lineamenti e obblighi. Si tratta di uno stampo politico organizzato intorno alla ‘società di individui’.
L’alternativa alla gerarchizzazione dell’intera vita si trova nel pensiero che emerge dalla gente. Ci invitano a camminare appaiati (caminar parejo).8 È la loro metafora preferita per esprimere il loro modo di essere secondo una modalità collettiva e paritaria. Che «camminiamo appaiati, uomini e donne», che camminiamo alla pari. Così, nelle proposte che emergono dalle pratiche zapatiste, esiste una gestione diversa delle differenze, nella quale si vive e si è in coppia, si agisce in modalità collettiva. È un essere attraversati e formati come essere singolare che tuttavia si trova inserito nell’essere collettivo: le Giunte di Buon Governo, la comunità, il municipio, la zona, la regione, con tutte le ambiguità e i dilemmi che questa quotidianità del collettivo porta con sé. Lo constatiamo nei discorsi delle comandanti Myriam, Dalia, Rosalinda, e in quelli delle giovani Selena e Lisbeth.
Il subcomandante Moisés ci spiegava quanta fatica richiedono la resistenza e la ribellione nell’autonomia zapatista. Ha raccontato dettagliatamente molti esempi di contrasti interni e di differenze di opinione, e ha parlato di come si risolvono, si correggono e si tengono a freno all’interno di quel collettivo di pensiero e azione che è lo zapatismo.
Si percepisce che tutta questa pluralità le e li fa essere quello che sono, e che nello stesso tempo la loro singolarità è molteplice, relazionale e inter-soggettiva. Le formulazioni duplici e dicotomiche si muovono ed esplodono. Si rovesciano, si ri-aggiustano, convergono e si mettono in discussione, si raddrizzano e si ricostituiscono. Emerge così un miscuglio difficilmente disincastrabile di persone. «Quando si vuol parlare di una rivoluzione, vanno insieme, è cosa di tutti, uomini e donne»,9 ci disse una compagna di Oventic. E per illustrare musicalmente questa pluralità, ascoltiamo le parole dell’EZLN: «E se la colonna sonora… ha un ritmo di polka-balada-corrido-ranchera-cumbia-rock-ska-metal-reggae-trova-punk-hip-hop-rap-e-chi-più-ne-ha-più-ne-metta… è perché questa casa avrà tutti i colori e tutti i suoni…10
Invece del dualismo di categorie che si escludono a vicenda, si avverte nello zapatismo un’ispirazione fondamentale ed espressioni vissute in pratiche modellate dalla dualità di poli opposti e complementari fluidi, con un movimento oscillatorio che permette di essere/stare, in mobilità, «… perché non è una lotta di donne né una lotta di uomini… è la lotta di tutto quello che stiamo facendo».11
«Tutto è in coppia», afferma una compagna indigena per spiegare la connessione dell’intero cosmo in ciò che osserva intorno a sé.
Potremmo parlare di dualità di dualità.12
I riferimenti del subcomandante Marcos al Gatto-Cane13 esprimono in maniera chiara una metafora/immagine che, oltre ad essere divertente e attuale, è facilmente comprensibile. Si è gatto e cane ad un tempo, in momenti diversi e in condizioni di reversibilità, e mai in maniera immobile. Si miagola e si abbaia, e i suoni apparentemente diversi si scambiano, e questo non sembra scompaginare la trama del racconto, ma esprime a fondo i suoi contenuti. Il cane e il gatto si uniscono e, nella loro radicale differenza, si completano a vicenda!
Al contrario, con la logica capitalistica oppositiva che contrappone categorie opposte che si escludono a vicenda, un polo, ad esempio l’uomo, annulla il polo opposto che è la donna. Nel pensiero capitalistico ci sono molti poli opposti, ma sempre uno preme sull’altro, lo distrugge o lo annulla. I ricchi distruggono i poveri, i forti i deboli, i potenti quelli che stanno in basso.
È tutta un’altra logica quella che si è manifestata nei racconti a volte faceti, ma sempre rivelatori, del subcomandante Moisés. Ci ha spiegato il fatto di «amarsi gli uni gli altri… ma non per motivi di religione», ha sottolineato. Ci ha fatto vedere che questo sentimento è la forza ed è ciò che ispira l’essere ‘in collettivo’, ciò che induce a sopportare, amare, correggere, perdonare, farsi coraggio, reinventarsi a vicenda… per aiutarsi a portare il peso delle inevitabili bassezze della condizione umana, per continuare insieme a costruire un mondo possibile e migliore.
«È una sorta di ricostruzione dell’umanità quello che si vuole, è ciò che stiamo cercando di cambiare…», afferma un estratto del discorso collettivo pronunciato a Oventic dalle donne a proposito dell’esercizio della «Legge Rivoluzionaria delle Donne».14 Con questa logica, così opposta alla logica capitalistica, si unisce e si separa nello stesso tempo, e si rende possibile anche un convivere in equilibrio e proporzionalità. In questa prospettiva si colloca il pensiero degli antichi maya e di quelli di oggi.
Luis Villoro, nel suo «Etica del bene comune», sostiene – a differenza di Kant – che ogni etica è condizionata dalla moralità della comunità a cui l’individuo appartiene, e si può sviluppare solo in questo ambito. Villoro esprime così, in termini filosofici, la proposta zapatista profonda radicata nel collettivo. Nella sua ultima partecipazione all’attività del CIDECI, affermò commosso: «L’utopia è già qui, la si vive nello zapatismo».15 E Sergio Rodríguez afferma: «Il pensiero critico deve sempre partire da un’impostazione etica…».

Per camminare insieme, compagni e compagne
Nel pensiero capitalistico, tutto è unicità e gerarchia. Questo pensiero si basa su equazioni duplici, di cui una nega l’altra.
Quando i compagni, nelle loro comunità, sostengono con le loro soluzioni pratiche a livello di educazione, sanità e giustizia i «fratelli indigeni», come chiamano gli avversari del progetto zapatista (legati oppure no ai partiti politici), esprimono un altro tipo di logica, di pensiero o di teoria. Coniugano gli opposti, li uniscono e li separano, in momenti diversi, con un moto oscillante. Questa è la logica implicita nel modo di fare zapatista.
Questo modo di fare non cerca di sterminare il nemico ma lo assorbe, se lo ‘mangia’ in maniera figurata. Per questo la sua risposta è spesso monumentale (come la serie di riti e cerimonie di massa di fronte all’assassinio del maestro Galeano e alla distruzione della clinica e della scuola del caracol di La Realidad). Non ricorre allo sterminio degli assassini/avversari. Al contrario, offre una risposta ‘pacifica’ nella ricerca di azioni di auto-difesa.
Così quell’antico seme, che viene dal Prima, germoglia e fiorisce in proposte e azioni politiche che non cessano di sorprendere il mondo intero. Questa base, questo suolo, questo terreno così zapatista viene alla luce nella lotta concreta e nel modo di trasformare la violenza nel suo contrario.
(In termini filosofici potremmo parlare di un esempio della «lotta contro i binarismi» e dell’incarnazione di un supporto teorico nella dualità mobile che coniuga i poli opposti e li trasforma in complementari. Sono azioni congiunte di questo pensiero di dualità mobile di poli opposti e complementari).

Alcune pratiche storiche che hanno ispirato proposte teoriche fra gli zapatisti

L’amore del compagno zapatista Elias Contreras per qualcuno, «la Maddalena», che, come egli dice, «non era né uomo né donna»,16 sostiene e dimostra modi di essere mutevoli rispetto alle categorie di genere senza negarle, ma abbracciandole entrambe simultaneamente. Non era né uomo né donna, dunque era le due cose ad un tempo? Questa proposta di pensiero, come giustamente chiamava la sua teoria quel compagno zapatista, consisterebbe, come diceva il defunto subcomandante insurgen­te Marcos (che credo sia seduto qui accanto a me), nell’«esporre le basi fondamentali di una teoria così diversa che è pratica».17 La convocazione rivolta a compagni/e, altri/e, alcuni/e, nei comunicati e nei documenti, esprime oggi tutto ciò.
A sostegno dell’argomento si possono portare riferimenti, questa volta di altri tempi, come il lavoro di rilettura di documenti coloniali sull’antico Messico, realizzato dal compagno Oscar Gonzáles.18 In queste fonti di prima mano della storia del Messico, il compagno Oscar scopre una categoria di esseri umani chiamati collettivamente «gli uomini vestiti da donna». È come ripercorrere il tempo contromano, a rovescio, è come riavvolgere il nastro. Questo è uno degli apporti dello zapatismo alla teoria del genere.
E queste proposte si affiancano a quelle di altri popoli nativi. Una poetessa zapoteca, Irma Pineda, dice con rammarico a proposito di coloro che non sono né uomini né donne: «Oggi li chiamano gay, transessuali, travestiti, prima erano semplicemente Muxe». E in quanto Muxe appartenevano a una forma culturale di vita ampiamente rispettata, amata e apprezzata all’interno della società zapoteca. Sappiamo che le mamme si rallegravano quando nasceva loro un figlio Muxe, che sarebbe stato con loro per molto tempo e le avrebbe sostenute in mille modi.19 Non solo l’uguaglianza né esclusivamente la differenza, ma entrambe simultaneamente. Il dispositivo percettivo mesoamericano, come l’ho chiamato in altre occasioni, è congiunzione di molteplici dualità20 e si sta rivelando ai nostri occhi nelle forme contemporanee di espressione e di pratiche quotidiane di auto-governo. «Uno più uno non fa due, uno più uno fa uno», ci diceva, durante una riunione, una saggia indigena. Con questa formulazione così semplice riusciva a svelarci profondità filosofiche peculiari.

E le compagne zapatiste, come vivono il loro pensiero?

Un’insegnante dell’escuelita, nell’agosto del 2013, ci diceva, pensierosa: «Si sente il peso di essere Consigliera Autonoma per­ché non c’è un manuale o un libro». E aggiungeva, con un tono fra il timido e l’audace: «Dobbiamo pensare, proporre, decidere… tutto in autonomia».
Sembrava molto soddisfatta quando ribadiva: «Ci tocca inventare tutto!».
Un’altra maestra, Marisol, ci lasciava intravedere il cammino complicato, difficile, ma sostenuto dalla comunità, che doveva percorrere per convertire i suoi pensieri in azioni e pratiche concrete, nella costruzione del governo in autonomia.
Non dobbiamo pensare di sostenerle introducendo il concetto di empowerment – una richiesta ricorrente, che fa parte della pratica di certi femminismi. Il termine empowerment, tanto amato dalle femministe che lottano per la partecipazione delle donne all’interno dell’attuale sistema capitalistico partitico di governo, e da quelle che cercano di spartire con gli uomini il potere politico nei sistemi dominanti, è insufficiente a rispecchiare l’autorità, la capacità, l’inclusione, il potere che questa compagna Consigliera autonoma esprime. Questa donna sta costruendo ciò che si potrebbe chiamare la governabilità autonoma qui ed ora; sta inventando una forma di governo che possa soddisfare le esigenze collettive e le aspettative di auto-governo.
Neppure possiamo pensare di sostenerle consigliando loro di esigere le cosiddette «quote rosa». Le zapatiste esercitano il potere di decidere e creare le norme interne del loro governo autonomo, che non è un governo di soli uomini, né un governo di sole donne, ma di entrambi insieme. la ‘società di individui’ non esercita nessuna attrattiva nello zapatismo. Il pensiero ribelle zapatista è una produzione teorica autonoma non centralizzata, cioè che non ha bisogno di un’accettazione da parte del regime dominante e generalizzato per fondare la propria validità.

E le teorie femministe che cosa dicono?
La teoria femminista, come oggi la si costruisce e la si studia, non è adeguata ai fini di una comprensione della proposta zapatista. Quest’ultima può apparire come un femminismo dell’uguaglianza e anche come un femminismo della differenza: in realtà è entrambe le cose nello stesso tempo, in maniera fluida e mobile. Non è né l’uno né l’altro, come il Gatto-Cane non è né gatto né cane, ma entrambi in una temporalità in movimento. Vengono cancellate le possibilità interpretative di appartenenze fisse e immobili, e si procede a incorporare fluidamente gli opposti.
Da varie prospettive, che vanno dal femminismo dell’uguaglianza a un femminismo della differenza, è stata fatta un’analisi su come vivono gli zapatisti e quali sono le loro richieste a livello pratico. E si percepisce, senza ombra di dubbio, che la loro proposta va al di là delle analisi erudite che troviamo nelle biblioteche delle università specializzate in studi di genere e delle donne.
Luis Villoro afferma che il discorso dell’uguaglianza ha prodotto paradossalmente l’approfondirsi della disuguaglianza, e aggiunge che questo paradosso è una delle caratteristiche più problematiche dello Stato monoculturale moderno. Questo autore ci invita a considerare la ragione come una pluralità inesauribile di culture.21

L’autonomia zapatista è un contesto politico e sociale che determina un altro tipo di significati a proposito di «uguaglianza».

La realtà non ci sta nella teoria…
Ogni teorizzazione non può rendere conto del pensiero critico femminista zapatista, della sua teoria, se mi permettono di chiamarla così. (Ringrazio per aver potuto, nel corso del seminario, partecipare a questo tavolo con le compagne zapatiste, comandanti e giovani, alle quali ho chiesto il permesso di dare alle loro pratiche il nome di ‘femminismo critico’). La loro posizione è inclusiva e collettiva e nello stesso tempo singolare, e quindi ‘altra’.

Differenze dei femminismi dell’uguaglianza e della differenza rispetto alle pratiche e al pensiero critico zapatista

Tornando ora alle esperienze del primo corso dell’escuelita, riconosciamo innanzitutto i progressi nell’attuazione della Legge rivoluzionaria delle donne. Inserita nella realtà collettiva zapatista, questa legge non può essere letta alla luce di nessuna prospettiva femminista convenzionale, né teorica né pratica. Potremmo offrire la seguente testimonianza: all’escuelita dell’agosto 2013, presso il CIDECI, i corsi del mattino erano tenuti da sei insegnanti, tre uomini e tre donne. I Votanes, i ‘custodi’ che accompagnavano gli alunni, erano anch’essi uomini e donne in ugual numero e con incarichi uguali. Inoltre erano quattro i comandanti incaricati dell’acco­glienza ed erano quattro anche le donne-comandante (Miriam, Susana, Yolan­da, Hortensia) che chiusero formalmente la Cátedra Tata Juan Chavez del Congresso Nazionale Indigeno a nome della Comandancia dell’EZLN.
Facendo riferimento a quanto detto sopra, vediamo che alcune pratiche delle zapatiste potrebbero essere interpretate nei termini del femminismo dell’uguaglianza. A prima vista, sembra che ci sia una convergenza con le richieste dei femminismi strettamente egualitari. Come interpretare però il loro concetto di uguaglianza quando affermano: «Siamo uguali perché siamo differenti»?22
In realtà, la proposta apparentemente egualitaria delle zapatiste possiede un livello profondo dove è irriducibile al femminismo dell’uguaglianza. Non si basa infatti sulla nozione di soggetto individuale come fa il femminismo dell’uguaglianza. Al contrario, le zapatiste vivono il loro essere nel quadro della nozione di soggetto collettivo. Questa collettività o collettivismo23 configura una richiesta molto particolare di uguaglianza. Unendo questo al «Siamo uguali perché siamo differenti», si può individuare un fondamento filosofico tanto diverso da proporre e costruire uguaglianze dotate di differenze nelle pratiche quotidiane e politiche, senza che ciò comporti un’identità di soggetti individuali racchiusi in se stessi. Questa prospettiva fa nascere uguaglianza dalle differenze e non malgrado le differenze. Il «Siamo uguali perché siamo differenti» li e le rende ‘uguali’, non inferiori né superiori. L’essere uguali ‘perché si è diversi’ li e le distingue dall’essere uguali ‘sebbene si sia diversi’ di alcune proposte dei femminismi della differenza. Per questo motivo, le aspirazioni ‘egualitarie’ zapatiste devono essere comprese in un modo profondamente diverso. Si ha l’impressione che parlino della ricerca della proporzionalità al di là della ristrettezza aritmetica e numerica di alcune proposte femministe di uguaglianza nello Stato monoculturale moderno.
Le richieste delle zapatiste, inserite come sono in un tutto che le attraversa, sono alimentate dal desiderio di ‘essere in proporzione’ – ‘alla pari’ – ‘in modo paritario’ (parejo), uomini e donne.24 Questa ricerca è stata espressa in termini di ‘equilibrio’,25 un concetto molto amato e molto fondamentale nel contesto mesoamericano per esprimere l’armonia all’interno delle collettività e fra le collettività e la natura. Così si dirà ad esempio: «L’equilibrio fra uomini e donne è quello che per le femministe è l’equità di genere».26
Al di là di queste considerazioni sulle differenze tra le richieste delle zapatiste e quelle del femminismo della differenza e dell’uguaglianza,27 bisogna cogliere i concetti impliciti di che cosa significa essere donna ed essere uomo in relazione. Per le zapatiste e le persone che appartengono ai mondi mesoamericani, il proprio essere non è incapsulato. L’altro – uomo, donna, figlio, madre, nonna – non è isolato, ‘al di fuori’ del proprio essere. La collettività fa parte del proprio essere. L’io è vissuto come attraversato da questo collettivo comunitario.
Come dice Luis Villoro, il discorso dell’uguaglianza ha prodotto paradossalmente l’approfondimento della disuguaglianza. Questa è una delle caratteristiche più problematiche dello Stato monocu­turale moderno.

L’ambiente naturale come parte di sé
Anche la realtà esterna, i monti, le piante, e soprattutto il mais, sono parte del proprio essere. Gli esseri umani sono «uomini e donne di mais». Le pannocchie, nei murales del territorio zapatista, sono formate da chicchi che sono facce con il passamontagna. Spesso, nei ricami, si trova un volto zapatista in ogni pannocchia di mais. Questo è quanto ci dicono con i ricami, i tessuti, i dipinti, che esprimono attraverso un’azione corporea il pensiero filosofico su cui si basano. La modalità cosmica del loro vivere (la loro cosmovivencia)28 esprime queste fusioni con simboli e metafore che sono forme peculiari di espressione dei significati profondi di una filosofia incarnata. In una invocazione all’acqua, alla sua dimensione e ai suoi poteri sacri,29 vivono la fusione del loro essere con l’ambiente circostante che noi chiamiamo natura. Per questo, la terra e l’acqua devono essere rispettate come parte del proprio essere e come esseri sacri. Il 3 maggio 2015 ci hanno invitato a partecipare a un rito che attualizza la parentela profonda fra loro e l’acqua.
Ancora una volta, come il 21 dicembre 2012, lo zapatismo ha utilizzato nel testo della sua convocazione un riferimento simbolico tipico dei popoli originari, questa volta per indicare il modo in cui iniziare il nostro semillero. Ci ha invitati a procedere all’indietro in un cammino che ci porta all’oggi. Un Prima che è anche l’Adesso,30 nel suo movimento circolare e a spirale per congiungere gli opposti. Ci hanno chiamati a riavvolgere il nastro per rimettere in azione il nostro essere oggi.
«Volevano toglierci la nostra cultura… Non hanno potuto strappare le nostre radici», aveva detto il maestro Joel all’escuelita. Qui non sono gli alberi che impediscono di vedere la foresta, si tratta di un «qui» in cui bisogna ispezionare le radici.
I riti propiziatori rivolti all’acqua svelano i loro significati comunitari. Si cammina, si prega, si visitano laghi, corsi d’acqua, cascate e anche stagni con un impegno e un’accuratezza cerimoniale che ci lasciano intravedere che cosa l’acqua significa e incarna: è loro stessi, e non esiste se non attraverso loro stessi. (La scienza dice che il corpo umano è fatto per il 70% di acqua). Per loro, né la natura né l’acqua sono ‘fuori’ – come è per noi. Nel nostro mondo, nelle nostre città, il capitalismo vorace la intuba e così se ne impadronisce, la trasforma in merce per l’accumulazione, per poi sporcarla e in tal modo distruggerla, farne un rifiuto.
Per gli zapatisti invece la relazione con l’acqua è uno scambio reciproco con la terra da cui scaturisce, con le sorgenti, con le grotte. È un dare e ricevere in una catena di reciprocità che si retro-alimenta, in una complementarità e un sostenersi vicendevole. È un tutto che è inerente all’io stesso. Si tratta di vissuti e di percezioni culturali e filosofiche molto difficili da comprendere dal di fuori. È un qualcosa che fa parte di ciò che permette una coesione comunitaria quasi inafferrabile, immediata e duratura.

Considerazioni finali
«Ciò che è diverso è la dimostrazione che non tutto è perduto, che c’è ancora molto da vedere e sentire, che ci sono ancora altri mondi da scoprire…».31 Gli zapatisti sono parte di questo tutto. Quando chiedono «uguaglianza» a livello di compiti, diritti e responsabilità, non possiamo interpretare questa esigenza dal punto di vista del nostro essere racchiuso in se stesso e individuale. Ciò che gli zapatisti vivono e chiedono non può essere concepito nei termini delle rivendicazioni del femminismo cittadino, sia dell’uguaglianza che della differenza.
Il modo in cui si articolano queste identità simultaneamente singolari e collettive verso l’interno e verso l’esterno sta per essere elaborato in parole e concetti e per manifestarsi pienamente. Teorizzare è vivere, e a partire da quei vissuti, guardarsi e riflettere. Così ci hanno detto all’escuelita e più di recente al semillero.
Il vecchio Antonio diceva che c’erano persone capaci di vedere realtà che ancora non esistevano… per cui non esistevano nemmeno le parole per indicare queste realtà, e allora dovevano lavorare con le parole già esistenti e adattarle in un modo strano, in parte canto e in parte profezia, … poesia.

A volte guardare avanti
è anche guardare indietro
non c’è solo la strada diritta
ma anche le svolte che facciamo
ci portano da qui
a là,
dove gli antenati e le antenate
ci dicevano
È un andare e venire
senza rifiutare quello che ci dissero
imparando da loro
come vederci e pensarci oggi
Tutto è appaiato (en par)
disse una donna della sierra
E così è,
Bisogna scoprire ciò che già è in noi,
Bisogna riprendere quello che già abbiamo
Bisogna cercare quello che già siamo
Non bisogna cercare solo nei libri
nei pensieri che vengono da fuori
bisogna cercare dentro
in quello che diciamo
in quello che pensiamo
camminare appaiati (parejo)
già era così con le nostre antenate
che l’uomo e la donna sono due
ma sono soltanto uno
uno più uno non fa due
uno più uno fa uno
e un’altra donna qui, Ortensia,
ha detto: siamo uguali perché siamo differenti
fare la lotta e
la rottura dei binarismi
al capitalismo piacciono così
perché il cane non è solo cane
ma anche gatto
e fra tutti e due, sono uno
il cane-gatto unisce tutto
E così siamo
E questo riguarda il genere
O come noi pensiamo che siamo
Uomo donna uomo
Che siamo due e siamo uno
Simultaneamente
E questa è solo una lotta
Perché si sdoppiano in molte
Gli impieghi degli opposti fluidi
Di una verso l’altro
Non era né uomo né donna
Ed era entrambi insieme
È andare al di là della teoria
Gay, cuir, transessuale
Poiché non si sta fermi nell’uno o nell’altro polo
Se non momentaneamente
Come si rivela il genere
In queste immagini della tarda post-classicità
Che si chiamano androgine ma sono molto di più
Di quello che ci dicono i narratori

«Abbiamo raggiunto molte cose, in che modo le distruggerà il Capitalismo? Non potrà».
«Siamo ricche, perché abbiamo conquistato la nostra libertà, è quello che ci permette di essere qui, di fronte a voi».
«La nostra idea è cambiare la società. Non vogliamo quella di oggi». «Vogliamo che uomini e donne si prendano per mano per costruire l’autonomia».

E per continuare, noialtre, a lottare al loro fianco per vincere il capitalismo dal suo interno.
Sylvia Marcos

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