Intervista di Tomàs Astelarra a Sarela Paz, antropologa boliviana, le cui analisi sui processi economici e politici in corso aiutano la comprensione della Bolivia ai tempi di Morales.

Scarica in pdf: Sarela_paz_Bolivia_nuova_geometria_del_potere

Sarela Tipnis

  1. – L’autostrada del TIPNIS, nonostante le motivazioni del governo siano incentrate sullo sviluppo della regione e l’unione tra le regioni dell’Altipiano e dell’Amazzonia, coincide in maniera sospetta con i progetti d’integrazione multinazionale espressi nell’Iniziativa d’Integrazione Regionale Sudamericana (IIRSA)

SP – Credo che per poter inquadrare i piani di sviluppo del governo dobbiamo identificare alcuni elementi che collocano la Bolivia nel contesto delle sue relazioni regionali. Uno di questi è la presenza di Petrobras in Bolivia e il ruolo che ricopre nella politica energetica della regione. Più che vedere il programma di Evo Morales come parte dell’IIRSA, la lettura dovrebbe essere: in che modo la politica energetica del governo di Evo Morales si dimostra come una proposta subordinata alla politica energetica del Brasile. La Bolivia rifornisce di energia una grande città come Sao Paulo, perciò le decisioni in materia di energia prese in Bolivia impattano direttamente sull’industria paulista. Il Subandino boliviano (cordigliera orientale delle Ande) ha un potenziale significativo di energia fossile per accedere al quale sono necessarie infrastrutture. E’ qui che si combinano le due variabili: Infrastruttura e produzione di energia fossile.

A Petrobras interessa controllare l’accesso all’energia fossile del Subandino boliviano e questo si collega ai progetti IIRSA, perché si tratta di costruire infrastrutture per mettere in comunicazione regioni come l’Acre o la Rondonia al Pacifico: per farlo, si deve attraversare il Subandino boliviano. L’idea perciò è: cosa potrebbe esserci di meglio che attraversare il Subandino con progetti infrastrutturali che, a loro volta, consentano l’accesso alle riserve di energia fossile presenti nella zona;  Evo Morales ha assegnato una concessione petrolifera nella regione del TIPNIS, nel Subandino, a Petrobras negli anni 2007-2008 e perché questa concessione diventi una realtà si debbono costruire le infrastrutture. Il Brasile ha orientato la bussola delle sue iniziative in Sudamerica sull’idroelettrico, le miniere, gli idrocarburi, la soia. L’IIRSA è parte di questi progetti e la disputa per l’autostrada del TIPNIS ha a che vedere con questi progetti.

Un’aspetto riguarda la costruzione di infrastrutture per lo sfruttamento delle risorse naturali, un’altro la soluzione delle necessità dell’industria estrattiva, e un’altro ancora  l’espansione della soia in agricoltura. L’IIRSA concerne tutti questi aspetti. Nel caso della soia, l’espandersi delle coltivazioni nello stato di Rondonia, che confina con la Bolivia, rende più che evidente che è la soia ad aver necessità di un’infrastruttura che attraversi il Subandino boliviano per arrivare al Pacifico, dato che uno dei maggiori acquirenti della soia sudamericana è la Cina. Le cifre dimostrano come la nostra regione fornisca l’80% della commercializzazione mondiale del legume, con diversi apporti a seconda dei paesi. Il Brasile è il primo esportatore in percentuale, l’Argentina il secondo, il terzo è il Paraguay, il quarto l’Uruguay e quinto la Bolivia. Essere il fanalino di coda non significa non essere in linea, ma in ogni caso, la produzione di soia in Bolivia non coinvolge il TIPNIS; la produzione è concentrata nel nord integrato del Dipartimento di Santa Cruz. In questo senso, il conflitto dell’autostrada che attraversa il TIPNIS è in relazione sia ai progetti di costruzione di infrastrutture per la circolazione di merci verso il Pacifico che all’accesso a zone ricche di riserve di energia fossile.

In tutto questo c’è un argomento che è diventato marginale, anche se, a mio modo di vedere, merita di essere analizzato. In Amazzonia ci sono ancora zone relativamente poco impattate, luoghi con foreste in ottimo stato di conservazione. Non sto parlando di foreste vergini, ma di foreste comunque ben conservate, il che denota la presenza di popolazione in una cornice di attività produttive che sono riuscite a stabilire un equilibrio con gli ecosistemi amazzonici, spesso contribuendo alla loro biodiversità come dimostrano varie indagini etno-botaniche. Il TIPNIS è una di queste regioni, visto che nel Subandino e nella zona pedemontana le foreste sono ben conservate, essendo state utilizzate per vari secoli dai popoli che abitano questo territorio. In questo senso, si può dire che siano enclavi in cui si è rifugiata la popolazione indigena, ma che alla luce delle dinamiche di sviluppo della regione, sono ora sottoposte a grandi pressioni per venire controllate da un punto di vista territoriale dalle stesse dinamiche produttive che avvengono nel mondo globale. Le stesse cose le vediamo accadere sul fiume Purus (alla frontiera tra Perù e Brasile), dove è cresciuto in Perù lo sviluppo di strade che permettano l’afflusso di commercianti di legname e cercatori d’oro; con l’aggravante che nella regione del Purus si erano rifugiati popoli amazzonici non contattati

D – Cambiano i soci? Rompiamo con gli Stati Uniti ma la nuova alleanza è con il Brasile e la Cina.

SP – Si, nel capitalismo del XXI secolo si stanno cambiando i soci, o forse dovremmo dire: il capitalismo del secolo XXI stà sviluppandosi con nuovi attori, e la Cina è un attore molto importante nel suo sviluppo. Ed è qui che troviamo il tallone d’achille del governo di Evo Morales. Il presidente Evo pensa che siamo anti-imperialisti perché non seguiamo il cammino che gli Stati Uniti tracciano per noi; cioè, c’è una associazione naturale tra Impero e Stati Uniti, sono la stessa cosa, almeno in America Latina. Senza negare il ruolo che hanno avuto gli Usa in America Latina, ai fini di un’analisi non possiamo accettare questa relazione come naturale. Il capitalismo è un fatto mondiale e si appoggia a quegli attori che danno impulso al suo sviluppo; il capitale non è sposato con uno specifico attore sociale, al contrario, si trasforma e cambia spazio sociale e territoriale, finanche continentale. Certo, questo è una sfida ai nostri contesti interpretativi, ci sfida a comprendere le nuove situazioni del capitalismo globale. Il capitalismo all’interno della società non è statico, ci sta trasformando da secoli e oggi la Cina è un paese che ha abbracciato e instaurato nuove dinamiche di capitalismo nel mondo, perciò siamo soci del nuovo capitalismo nel mondo. E’ qui che vedo il grave limite della politica condotta dal governo di Evo Morales, perché identifica l’impero a partire dagli attori tradizionali e non a partire da come si muove e si riadatta il capitale nel mondo. Le nuove dinamiche della geopolitica mondiale mostrano adattamenti nelle relazioni del capitalismo globale, i paesi asiatici emergenti hanno ruoli molto diversi dal passato. È qui dove il Brasile ha grandi ambizioni di rimontare la posizione che ha come economia sviluppata. Il Brasile ha progetti di crescita e sviluppo che implicano nuovi decolli per il capitalismo nella nostra regione sudamericana e il rimescolamento geopolitico, con la Cina in testa, è un gioco politico che le permette di fare lo sgambetto al Brasile per andare a occupare posizioni mai occupate in passato.  Di sicuro, le dinamiche di sviluppo del capitalismo nella regione sudamericana vanno letti identificando i ruoli che hanno in tutto ciò il Brasile e la Cina .

D.-Tornando al soggetto del Tipnis, al di là del panorama internazionale, c’è anche un problema di avanzamento della frontiera agricola da parte dei cocaleros del Chapare. Questo è un problema locale.

  1. – La produzione di foglia di coca nella regione del TIPNIS ha un circuito molto specifico, che è quello del narcotraffico: il mercato degli stupefacenti che da sbocco alla pasta base e alla cocaina. Quello che succede nella regione del TIPNIS non è applicabile ad altre regioni in cui si produce foglia di coca. Negli yungas di La Paz (zona umida che si estende dal nord est al sud della Bolivia ndt) o in alcune zone del Chapare si produce foglia di coca ma questa produzione non ha un circuito diretto al narcotraffico. Per questo dettaglio, che è importante, l’occupazione della parte sud del TIPNIS (Poligono 7) da parte dei produttori di foglia di coca acquisisce una dinamica di espansione della frontiera agricola legata alle dinamiche del mercato degli stupefacenti, una dinamica che è esterna alla Bolivia. Pertanto, l’ampliamento della frontiera agricola non risponde soltanto a dinamiche locali (alle necessità dei produttori di foglia di coca) quanto alla domanda dei mercati degli stupefacenti. E qui c’è una variabile molto importante da menzionare: il Brasile è diventato il secondo paese al mondo per consumo di cocaina, secondo i dati dell’Onu, e la Bolivia è un paese che produce la materia prima, perciò c’è un forte incentivo esterno a produrre più foglia di coca, ancor di più se, come nel caso boliviano, si condivide una lunga frontiera con il Brasile. Entrambe le situazioni, secondo consumatore di cocaina al mondo e una frontiera che copre il 60%  della frontiera boliviana, costituiscono forti incentivi per l’allargamento della frontiera agricola che include la produzione di foglia di coca. Nonostante tutto ciò, la Bolivia non gestisce cartelli, è in relazione con essi, certamente, ma il fatto di non gestire cartelli le da un ruolo specifico nei confronti del mercato globale degli stupefacenti. Considerandola dal punto di vista dell’economia politica, la Bolivia è un fornitore di materia prima nel settore, materia prima trasformata o semi trasformata. Un buon esempio è quando nel 2012 si scoprì una grande fabbrica vicina al fiume Isiboro, nella comunità di Santa Rosa; questa fabbrica era gestita dai cartelli colombiani ma la direzione era fuori dalla Bolivia. Il narcotraffico opera con cartelli che sono come multinazionali del commercio; a loro rimane il maggior guadagno e i produttori di foglia di coca guadagnano, si, ma non quanto loro. Dato che l’occupazione della zona sud del TIPNIS è una storia legata alla produzione della foglia di coca e alla colonizzazione veicolata da una strada costruita negli anni ’60, è difficile da parte delle comunità indigene pensare che una strada non si trasformi in colonizzazione, occupazione delle foreste e trasformazione di quest’ultimi in aree agricole per la coltivazione della foglia di coca.  Per loro, se in generale non si può affermare che strada sia uguale a colonizzazione o occupazione delle foreste, nell’esperienza specifica delle comunità indigene del TIPNIS, la strada è proprio colonizzazione, occupazione delle foreste e produzione di foglia di coca. Questa forte preoccupazione degli abitanti indigeni non è stata presa in considerazione né affrontata con serietà al momento di proporre la nuova strada da parte del governo di Evo Morales.

D.- C’è in corso anche un processo di presa di potere economico da parte dei coltivatori di coca che stanno iniziando a tessere alleanze con il settore agrindustriale di Santa Cruz. Quando ero nel Chapare molti mi dicevano che alcuni cocaleros hanno comprato piantagioni di soia nell’est del paese.

SP – Non ho dati che confermino che gli agricoltori del Chapare stiano partecipando alla produzione di soia nel nord integrato del distretto di Santa Cruz, però posso pensare, ragionare su alcune variabili. La dinamica della colonizzazione è molto ampia in Bolivia e arriva dallo Stato del 52, coinvolge soprattutto gli yungas o le regioni boschive della cordigliera orientale delle Ande; quelli che partecipano alla produzione della soia, soprattutto nel nord integrato, sono una combinazione di agrindustriali e interculturali (appartenenti al sindacato CSCIOB ndt), gli ultimi contadini che abbiano colonizzato le Ande boliviane. In questo senso, i coloni (oggi gli interculturali) non producono solo foglia di coca, ma anche riso, frutta tropicale, prodotti alternativi come il palmito, uniscono all’agricoltura la caccia, o entrano in società con agro-idustriali per produrre la soia. In altre parole, sono economie complesse legate al mercato interno o a volte a quello estero come nel caso della soia o del banano da esportazione. La categoria che riunisce questi attori non è ‘produttore di foglia di coca’ bensì ‘colono’ (ripeto, oggi si dice interculturale secondo la Costituzione) ed è possibile che coloni del distretto di Ivirgarzama (Chapare) stiano cercando di partecipare alla coltivazione di soia nel nord integrato, dato che da un punto di vista territoriale è vicino ed è possibile che molti di loro abbiano parenti che sono coinvolti nella produzione di soia, soprattutto in località come Quattro Cañadas, Mineros, anche San Julián, che fanno parte del nord integrato. Fondamentalmente, quello che sta venendo alla luce è che i coloni hanno un’economia dinamica, complessa e con indici di benessere che permette loro di investire in vari settori. Quello per cui invece i dati li ho, è che in queste zone di colonizzazione sta cominciando a evidenziarsi una dinamica di concentrazione delle terre.

I vecchi coloni acquisiscono maggiori vantaggi nella distribuzione delle terre perché normalmente controllano i sindacati che raggruppano vecchi coloni e coloni recenti  e questo sta producendo differenze economiche significative che molto spesso sono attenuate dalla politica sindacale. Le Federazioni del Tropico di Cochabamba (origine politico-sindacale del presidente Evo Morales) appartengono a questo settore, furono coloni del passato e sono gli interculturali di oggi, con un’enfasi particolare sulla produzione di foglia di coca. Tutti loro, gli interculturali, fanno parte di un corpo organico che è presente nei diagrammi del potere del governo di Evo Morales.

D.- Esiste, come nel caso dei commercianti aymara (popolazione indigena ndt) di La Paz, della Uyustus o della Eloy Salmon (aziende boliviane d’informatica e elettrodomestici ndt), un tipo di accumulazione silenziosa che poi all’improvviso emerge con grandi commerci di informatica o di elettrodomestici con la Cina o il Brasile?

SP.- Una forma di guadagno che è parte dei processi capitalisti in Bolivia ma che non segue il modello. Gli aymara della Uyustus o della Eloy Salmon, non fanno parte di aziende importatrici tradizionali che fanno affari con capitale commerciale vincolato alla banca, sono commercianti che muovono capitale e imprimono logiche di profitto secondo un sistema commerciale andino. La città di La Paz nel primo periodo della colonia era già caratterizzata da prosperi commercianti di foglia di coca che potevano rifornire i mercati andini non solo nell’Alto Perù (antico nome della Bolivia, ndt). Questi sedimenti dell’esperienza commerciale sono stati attualizzati e si sono combinati con forme di capitalismo in quanto aprono processi di più ampia circolazione per le merci sia in Bolivia che al di fuori. Il Programma di Indagini Strategiche in Bolivia (Pieb) ha sovvenzionato inchieste su questo argomento e le conclusioni cui sono arrivate puntano allo sviluppo di una prospettiva di capitalismo inserita in una logica commerciale andina. La parte più interessante delle indagini svolte dal Pieb è che la Cina è uno dei grandi riferimenti dei commercianti aymara della città di La Paz e che inoltre la Cina è riuscita ad adattarsi a  una logica commerciale che è propria degli aymara. Un’analisi più approfondita su questo soggetto ci porterebbe a pensare che lo sviluppo del capitalismo in Bolivia ai giorni nostri stia producendo fatti soggettivi in settori che non erano tradizionalmente alleati del capitale. Se è così, siamo di fronte a una condizione sociologica nuova in Bolivia, perché gli studi sociali boliviani hanno segnalato sistematicamente che i cambiamenti prodotti dalle varie versioni del capitalismo dalla formazione della repubblica, non sono riuscite a creare le condizioni soggettive per questi cambiamenti, così, in Bolivia, essendo legati a dinamiche del capitalismo mondiale con le miniere, una percentuale molto alta della popolazione non aderiva né condivideva gli orizzonti di vita vincolati alla modernità che il capitalismo porta con se. Questo succedeva soprattutto nel caso delle popolazioni indigene. Lo spostamento di settori aymara verso la logica mercantile a carattere capitalista presuppone una trasformazione della soggettività etnica e può star consolidando condizioni soggettive di modernità in Bolivia. Secondo me, è uno dei cambiamenti sociali più importanti di tutto questo che chiamiamo “Processo di cambiamento”.

Vediamo emergere settori sociali che tradizionalmente costituivano mano d’opera per il capitale. Stanno consolidando reti nel mercato interno e distribuendo merce cinese sia in Bolivia che all’estero. Per esempio, la città di Cojiba, alla frontiera con il Brasile, è un punto di ingresso per la circolazione delle merci verso il centro dell’Amazzonia (Cobija-Rio Branco-Boca du Acre). Una cosa di questo genere sta dinamizzando e trasformando l’economia e la società boliviana. La democratizzazione di una società, soprattutto per quanto riguarda i suoi fattori di consumo, è anche una componente dell’ agenda capitalista. Questo non significa rivoluzione né tantomeno socialismo, ma un nuovo impulso capitalista in cui cambiano gli attori sociali. Potremmo dire, per ipotesi: settori non tradizionali in Bolivia albergano logiche capitaliste, fornendo al comportamento universale del capitalismo l’orientamento locale che permette di creare le migliori condizioni per il dispiegamento generalizzato del capitalismo in Bolivia. Rileggendo i testi della rivoluzione industriale, scopriamo che il grande risultato del capitalismo fu produrre maggiori valori d’uso di minor valore, il che significava necessariamente ampliare, massificare il consumo all’interno della società. Per questa ragione, quando il capitalismo si sviluppa in una società, la classe media cresce e si trasforma nel settore dinamico per la vita nelle grandi città. I cinesi stanno aprendo un momento nuovo mettendo sul mercato prodotti come i cellulari a tutti i prezzi e lasciando che siano acquistati in qualsiasi parte del mondo da attori diversi. L’idea è che tutti possano consumare. Quelli che non possono pagare troppo, avranno un cellulare di tecnologia inferiore e meno caro e quelli che vogliono un cellulare di alta tecnologia e se lo possono permettere, avranno la loro nicchia di mercato. Dal punto di vista del guadagno, non è difficile trovare soluzioni al problema.

Se esiste una dinamica economica che sta trasformando l’economia e la società boliviana, è logico che ciò si rifletta nella politica. Quelli della Uyustus, che hanno poco a che fare con i produttori di foglia di coca del TIPNIS o di soia del nord integrato o con i produttori di quinoa dell’altopiano centrale boliviano o con i cooperativisti minatori -che hanno ottenuto grandi vantaggi per il settore con la legge per le miniere e la metallurgia approvata recentemente in Bolivia- sono oggi corteggiati dal governo del MAS e il maggior punto in comune tra tutti, anche se non tutti hanno lo stesso peso nella struttura del potere, è che tutti stanno lottando perché il capitalismo possa svilupparsi in Bolivia.

D.- In questo processo, c’è un cambiamento di alleanze nel MAS, per esempio si passa da settori indigeni tradizionali come la Conamaq (Consiglio nazionale dei villaggi e dei territori del Qollasuyu) o la Cidob (Confederazione indigena dell’Est boliviano) agli imprenditori di Santa Cruz.

SP.- Evo a Santa Cruz passa dal confronto alla seduzione. Gli imprenditori dell’est boliviano non hanno eliminato le strutture di potere, continuano ad attivare gli stessi canali di potere che furono costruiti nei secoli nello Stato Boliviano, ma quello che potrebbe star succedendo è che i nuovi processi di sviluppo del capitalismo in Bolivia non sono più gestiti da loro, non sono più la classe predestinata a instaurare la modernità in Bolivia. Improvvisamente, nonostante abbia visioni molto tradizionali dell’economia e della società, il capitalismo ha cessato di far riferimento unicamente a loro, si sta spostando verso settori che stanno dimostrando più impegno e più intraprendenza per gli interessi economici di un capitalismo del XXI secolo. Il capitale, come fatto economico propriamente detto, per svilupparsi non bada alle classificazioni sociali, anche se le ideologie razziste formano parte della sua narrativa di dominazione. Perciò, credo che quello che caratterizza il capitalismo del XXI secolo è che settori che tradizionalmente erano emarginati dal capitalismo, oggi possono diventare suoi alleati. I neri dello  Zinbabwe o gli aymaras della Uyustos a La Paz stanno producendo reti commerciali che le elite tradizionali non hanno mai prodotto. E’ in questa linea di ragionamento che dobbiamo comprendere le lotte politiche della Bolivia, in cui settori diversi socialmente stanno lottando per gestire le istituzioni dello Stato ma, e qui forse l’eccezionalità del MAS, si sono sviluppate coalizioni, diagrammi di potere, in cui gli imprenditori dell’Est boliviano (che sono più degli imprenditori di Santa Cruz) stanno patteggiando la loro posizione nel circolo del potere e il MAS fa loro spazio per produrre questa amalgama. Settori tradizionali e settori nuovi stanno producendo nuove geometrie di potere in Bolivia, il che ci dice che c’è una ricomposizione organica delle classi che tradizionalmente occupavano lo Stato boliviano. Gli imprenditori dell’Est boliviano non sono stati sloggiati dal potere, quello che stanno facendo è condividere il potere con settori che non facevano parte delle strade del potere dello Stato Boliviano. Più che un ampliamento, si tratta di posizioni di forza. La rottura del Patto di Unità[3] (tra i movimenti indigeni e contadini) dobbiamo leggerlo in questa logica di coalizioni che sono definite da rapporti di forza. Il MAS arriva al potere in coalizione con il movimento popolare, non con le oligarchie. Ma lo stesso Patto di Unità da coalizione contadino-indigena, si trasforma in un’arena politica che si va definendo in base a relazioni di forza. La mia opinione è che gli indigeni delle terre basse non abbiano curato una strategia di potere in relazione allo Stato come hanno fatto i settori agricoli della CSUTCB, le Bartolinas (appartenenti al sindacato “Bartolina Sisa” ndt) o gli Interculturali. A questo dobbiamo sommare le dinamiche economiche di cui abbiamo parlato nel corso dell’intervista, dinamiche che soprattutto sono state stimolate da settori contadini originari delle Ande; la gestione dei mercati locali e dei mercati globali sono variabili che gli indigeni della CIDOB non conoscono, anche se possono essere immersi in esse. Se diamo per scontato che il Patto di Unità fosse una coalizione, allora dovremmo anche pensare che diversi portatori d’interesse nella politica si siano messi in gioco, siano entrati in relazione, abbiano lottato per il proprio interesse. In altre parole, ci sono state relazioni di forza che si sono dimostrate a favore dei settori contadini, molti di questi vincolati a processi commerciali globali.

La rottura della coalizione che aveva come asse portante l’indigeno contadino in Bolivia, ha permesso o ha aperto spazi affinché il MAS, come partito al governo, stringesse un patto con il settore imprenditoriale dell’Est boliviano e venisse a prodursi un paradigma di potere diverso da quello tradizionalmente gestito dalle istituzioni statali in Bolivia ma diverso dall’immagine di coalizione popolare con la quale il MAS è arrivato al potere.

traduzione a cura di camminar domandando

E’ consentita la riproduzione e la diffusione dell’opera integralmente o in parte, purchè non a scopi commerciali, citando l’autore e a condizione che venga mantenuta la stessa licenza creative commons

 

 

Annunci