Dopo quasi quattordici anni, il governo di Evo Morales è crollato in poco meno di un mese, a causa di massicce accuse di frode e di perpe­tua­zione del potere. Un tempo leader contadino, questa volta Morales non è riuscito a ricorrere, di fronte all’ascesa di una destra razzista e opportunista, al sostegno delle organizzazioni popolari boliviane, indebolite da anni di cooptazione e repressione per mano delle istituzioni. Fra i tentativi di restaurazione e l’offensiva golpista, il popolo boliviano si prepara, ancora una volta, a resistere.

articolo di Raúl Zibechi

Brecha, 15 novembre 2019
“Signor Presidente, dal profondo del nostro cuore e con grande rammarico ti diciamo: dove ti sei perso? Perché non vivi secondo i precetti ancestrali che dicono che dobbiamo rispettare il muyu (il cerchio), cioè che dobbiamo governare una sola volta? Perché hai prostituito la nostra Pachamama? Perché hai mandato ad appiccare il fuoco in Chiquitanía? Perché hai maltrattato i nostri fratelli indigeni a Chaparina e a Tariquía?”. Così dice il Manifesto della Nazione QharaQhara, presentato da un settore del movimento indigeno che giovedì 7 novembre si è associato alle proteste contro la frode elettorale in Bolivia.
Il Manifesto è una delle prese di posizione più dure contro Evo Morales, forse perché proviene dalle viscere della forza che l’ha portato al potere: “Rispetta le nostre culture, non continuare a seminare odio tra i fratelli della campagna e quelli della città, smettila di dividere la gente, hai già violato la loro libertà di decisione. Smettila di mandare indigeni come carne da cannone per sostenere gli interessi tuoi e di quelli che ti circondano, che non sono più i nostri interessi; smettila di mandare delinquenti a maltrattare la nostra gente; lascia che viviamo secondo la nostra legge; smettila di parlare in nome degli indigeni, tu che ormai hai perso la tua identità” (Fides, 7/9/2019).
Il contrasto tra quanto sta accadendo ora e quanto accaduto nell’ottobre 2003, durante la prima guerra del gas, è notevole. In quell’occasione, tutti i movimenti sociali avevano affrontato il governo di Gonzalo Sánchez de Lozada, pagando un prezzo di oltre 60 morti e centinaia di feriti e mutilati. Nonostante la brutale repressione – l’esercito aveva mitragliato i manifestanti dagli elicotteri – la popolazione era riuscita a mettere in ginocchio il governo, che aveva dovuto dimettersi.
Ma in questa occasione, dopo tre settimane di proteste e di denunce di brogli nelle elezioni del 20 ottobre, in cui Morales si era proclamato rieletto, c’era molta rabbia nei confronti del governo tra gran parte dei leader politici e nelle basi delle organizzazioni sociali, come la Centrale Operaia Boliviana, la Federazione dei Lavoratori delle miniere e varie organizzazioni indigene, che nel pomeriggio di domenica 10 ottobre hanno manifestato chiedendo le dimissioni del presidente. Ecco perché quel giorno l’ala destra più estrema ha potuto entrare nel palazzo del governo senza problemi, e nessuno è uscito subito in strada per difendere Morales quando l’esercito gli ha suggerito di dimettersi.
In questi quasi 14 anni di governo ci sono state azioni del Movimento per il Socialismo (MAS – il partito di governo) che i movimenti sociali non hanno dimenticato. Fra il 2002 e il 2006 si era costituito il Patto di Unità fra le principali organizzazioni contadine e indigene a sostegno del governo di Morales: la Confederazione Sindacale Unica dei Lavoratori Contadini della Bolivia, il Consiglio Nazionale di Ayllus e Markas del Qullasuyu (Conamaq), la Confederazione dei Popoli Indigeni dell’Oriente Boliviano (Cidob), la Confederazione Nazionale delle Donne Contadine Indigene Originarie della Bolivia “Bartolina Sisa” e le Giunte Vicinali di El Alto. Alla fine del 2011, la Cidob e il Conamaq hanno deciso di abbandonare il Patto di Unità, ritenendo che “il potere esecutivo ha trascurato la partecipazione delle organizzazioni indigene, privilegiando le organizzazioni vicine al Mas”, e osservando che questo colpiva “in maniera diretta i nostri territori, le nostre culture e le nostre risorse naturali”.
Nel giugno del 2012, la Cidob ha denunciato “l’ingerenza del governo con l’unico scopo di manipolare, dividere e influenzare le istanze organizzative e rappresentative dei popoli indigeni della Bolivia” (Cidob, 7/6/2012). Un gruppo di dissidenti della Confederazione, appoggiato dal governo, ha ricusato le autorità e ha convocato una “commissione allargata” per eleggere nuove autorità.
Nel dicembre del 2013, alcuni dissidenti del Conamaq “imparentati col Mas” hanno occupato i locali dell’organizzazione e hanno picchiato ed espulso quelli che erano lì, avvalendosi dell’appoggio della polizia, che è rimasta a guardia della sede e ha impedito alle autorità legittime di riprenderne possesso (Servindi, 11/12/2013). Il successivo comunicato della Conamaq dichiarava che l’attacco era stato effettuato per “approvare tutte le politiche contrarie al movimento indigeno originario e al popolo boliviano, senza che nessuno potesse dire nulla”.

Salto nel vuoto
Mercoledì 13 novembre si è verificata una situazione inedita, una svolta importante quanto le dimissioni di Morales tre giorni prima. Jeanine Áñez è stata consacrata presidente in un parlamento senza quorum, dal momento che i deputati del Mas, la maggioranza assoluta, non avevano potuto entrare nell’edificio, così come la senatrice del Mas Adriana Salvatierra. Presidente del senato, Salvatierra aveva rinunciato pubblicamente a questa carica, ma non alla sua poltrona, nello stesso giorno in cui l’avevano fatto Evo Morales e il vice-presidente Álvaro García Linera. Aveva tentato di entrare nel palazzo del parlamento, ma la forza pubblica aveva impedito l’ingresso sia a lei che ai deputati del suo gruppo politico.
Áñez, dal canto suo, era vice-presidente del senato, ed ha potuto accedere alla presidenza della Repubblica perché tutti gli altri che avevano diritto di successione, appartenenti al Mas, avevano rinunciato; anche questo rientrava nel quadro della politica del governo che intendeva denunciare un colpo di Stato. L’attuale presidente appartiene dell’alleanza di opposizione Unità Democratica ed è schierata senza riserve dalla parte delle élites razziste di Santa Cruz. In questo modo, tre giorni dopo le dimissioni di Evo si è consumato un vero e proprio colpo di Stato, anche se in realtà entrambe le parti hanno concorso a determinare tale situazione.
La cronologia di questa svolta inizia con le elezioni del 20 ottobre, ma soprattutto con l’interruzione del conteggio dei voti e la sua ripresa, 24 ore dopo, con dati che contraddicevano quelli diffusi fino al giorno precedente. Una situazione che ha suscitato sospetti, riproponendo una dinamica fraudolenta, che è troppo evidente e consueta nella nostra America Latina per poter essere ignorata. A quel punto è iniziata una protesta che è andata lentamente crescendo fino a venerdì 8 novembre, portata avanti in gran parte dai comitati civici, appartenenti a settori della classe media residenti per lo più nelle grandi città dell’Est del paese.
A quanto sembra, il governo di Morales ha sottovalutato la dimensione delle proteste, dal momento che aveva mantenuto un’alleanza con il Comitato Civico di Santa Cruz, dopo aver debellato il suo tentativo di secessione nel 2008. Le cose sembravano mantenersi in un canale favorevole al Mas, che intratteneva buone relazioni con l’organizzazione degli Stati Americani (in particolare con il suo segretario generale, Luis Almagro), al punto che il candidato dell’opposizione Carlos Mesa ha rifiutato l’audit concordato fra quell’organizzazione e il governo.
La situazione è cambiata bruscamente venerdì 8 novembre, quando è dilagata una sollevazione della polizia iniziata a Santa Cruz e La Paz. Sulle reti sociali sono circolate versioni che sostenevano che i poliziotti erano stati “comprati” a suon di denaro da un’impresa con sede a Santa Cruz. Quello che è certo è che l’ammutinamento dei poliziotti ha rappresentato una svolta di cui sarà necessario indagare l’origine e le circostanze. Il governo non poteva contare sulla polizia, ma non poteva nemmeno inviare le forze armate contro i manifestanti, il che avrebbe creato una situazione insostenibile tra le sue stesse basi. E peggio ancora, non poteva nemmeno contare su forti organizzazioni di base che lo difendessero, perché queste ultime erano state epurate, e molti dei loro dirigenti erano stati messi da parte e condannati, alcuni all’ostracismo, altri al carcere. A questo punto, il presidente e il vice-presidente hanno deciso di rischiare. Venuta la domenica, hanno tentato una mossa che consisteva nel lasciare La Paz, piena di barricate e di proteste, con l’intenzione di fare ritorno in condizioni migliori.
La destra ha continuato ad agire, probabilmente, e come avviene di solito in questi casi, con il sostegno dell’ambasciata degli Stati Uniti. Un personaggio sinistro, l’uomo d’affari Luis Fernando Camacho, di Santa Cruz, ha preso il controllo della situazione. Con un discorso radicale e ultra-cattolico, dal chiaro contenuto razzista e coloniale, Camacho si è attribuito il ruolo di rappresentante delle classi medie bianche della regione orientale e delle élites dei proprietari terrieri della zona più ricca del paese. Ha convocato un consiglio per non riconoscere i risultati delle elezioni e con il suo discorso incendiario ha travalicato sia gli aderenti ai ‘comitati civici’ di Santa Cruz, che convivevano senza grossi problemi col Mas, sia Mesa, che in pochi giorni è stato soppiantato come referente dell’opposizione. Si tratta di un ultra-opportunista che dopo il rogo di whipala compiuto dai suoi ha dovuto chiedere perdono, dando prova dello scarso margine di manovra che hanno i più conservatori nella Bolivia attuale.

La guerra e le donne
Se l’oligarchia di Santa Cruz ha manifestato il proprio estremismo per mano di Camacho, l’area istituzionale non è stata da meno. Il ministro della presidenza della Bolivia, Juan Ramón Quintana, non molti giorni prima del crollo del governo ha dichiarato a Sputnik:“la Bolivia diventerà un grande campo di battaglia, un Vietnam moderno” (30/10/2019).
Quintana, una delle più alte cariche del governo di Evo, ha mostrato il suo distacco dalla realtà dicendo: “Qui c’è un accumularsi politico dei movimenti sociali che sono pronti a combattere”. Ed ha proposto una strategia che avrebbe dovuto consistere in “una battaglia campale contro la virulenza menzognera dei media”, che a suo avviso sono parte di “una guerra dalle dimensioni molto complesse, sconosciute, che ci chiederà di affinare molto il pensiero, la strategia di autodifesa”.
Le donne sono state il settore che con maggior chiarezza e trasparenza si è impegnato a disarmare i meccanismi di guerra. A La Paz, il collettivo Mujeres Creando ha convocato un Parlamento delle Donne (a cui ha partecipato un piccolo gruppo di uomini), dove hanno cercato di costruire “voci collettive” che sfidassero la polarizzazione in corso. In quei momenti, nella città di El Alto migliaia di giovani gridavano: “Ora sì, guerra civile”, sventolando la whipala.
Molte donne hanno manifestato una duplice indignazione, contro la frode di Morales e contro la destra razzista. In generale, ha prevalso una difesa dei progressi realizzati nell’ultima quindicina di anni, non tutti attribuibili al Mas, ma piuttosto al fatto che aveva guadagnato terreno il vigore creativo dei movimenti, che le autorità non avevano mai potuto ignorare.
La sociologa e storica Silvia Rivera Cusicanqui ha sottolineato in un suo intervento: “Io non credo nelle due ipotesi che sono state elaborate. Il trionfalismo di chi afferma che con la caduta di Evo abbiamo recuperato la democrazia mi sembra un eccesso, un’analisi che si sta smorzando (…). La seconda ipotesi sbagliata, che mi sembra sommamente pericolosa, è quella del colpo di Stato, che vuole semplicemente legittimare nella sua interezza, ben impacchettato e avvolto nel cellophane, tutto il governo di Evo Morales nei suoi momenti di maggior degrado. Legittimare tutto questo degrado con l’idea del colpo di Stato è criminale, per cui bisogna pensare a come ha avuto inizio questo degrado” (Desinformémonos, 13/11/2019).
Sulla stessa linea, la portavoce di Mujeres Creando, María Galindo, ha scritto nella sua rubrica su Página Siete: “Si avverte per le strade un sentimento di abbandono e di perdita di fronte alla partenza di Evo Morale per il Messico. La gente mi chiama alla radio e scoppia a piangere senza riuscire a parlare, il senso di debolezza e di abbandono cancella dalla memoria, per la magia del dolore, le violenze e le arbitrarietà del caudillo, e la gente lo rimpiange come padre protettore e benefattore” (13/11/2019).

Un futuro incerto
Fallito il piano del duetto Morales-García Linera di tornare come “pacificatori”, si apre la scatola delle sorprese. L’iniziativa è presa dall’estrema destra razzista e fascista, che dispone di enormi risorse materiali e mediatiche per prendere il potere, anche se non ha la legittimità per mantenerlo.
La memoria lunga (un concetto di Rivera Cusicanqui) ci insegna che le élites razziste possono rimanere al potere con il ferro e con il fuoco per molto tempo, anche se non hanno il sostegno sociale, perché hanno i mezzi per farlo. Tuttavia la memoria breve, che completa la precedente, segnala qualcosa di diverso in Bolivia, almeno dal 2000: la forza di coloro che stanno in basso impedisce ai regimi razzisti e patriarcali di godere di stabilità e durata. Infatti le donne e i popoli originari non vengono più lasciati da parte, come dimostrano in questi giorni le strade di Santiago e di Quito, testimoni di un’alleanza di nuovo genere (di fatto e nei fatti), rispecchiata dalla bandiera mapuche inalberata da mani bianche e dalle donne che in Ecuador hanno aperto una crepa nel furore del combattimento.
La via d’uscita dalla terribile situazione in Bolivia possono essere le elezioni generali che il governo usurpato da Áñez deve indire immediatamente. Come osserva la sociologa Raquel Gutiérrez Aguilar, l’alternativa è “elezioni generali o guerra civile”. Se parleranno le urne, è molto probabile che il prossimo presidente sia Carlos Mesa, ma è altrettanto probabile che il Mas mantenga un numero importante di seggi e continui ad essere, forse, il partito più votato.
Più presto che tardi, l’alleanza di diversità che un giorno era rappresentata dal Mas tornerà al Palacio Quemado [il Palazzo del Governo, chiamato così con riferimento a un incendio che l’aveva investito nel 1875 – ndt], perché si tratta della maggioranza sociale e culturale del paese andino. Sarebbe auspicabile che non fosse la ripetizione, necessariamente degradata, del Mas attuale, perché il passare del tempo finisce con l’imputridire le acque stagnanti. Perché ciò non avvenga, deve maturare una nuova cultura politica nei dirigenti e nei quadri dei movimenti e delle organizzazioni. Una cultura capace di attingere alle tradizioni andine di rotazione delle cariche e di complementarità fra i generi, le età, e ora anche le visioni del mondo. Una cultura che si lasci penetrare dal rifiuto radicale opposto al patriarcato dalle femministe, che stanno decostruendo caudillismi e organizzazioni gerarchiche.
La Bolivia, come poche regioni della nostra America, può offrirci i contributi di entrambi questi settori. Senza di essi, sarà impossibile costruire, comunitariamente, un tessuto di emancipazione che sia in grado di superare le oppressioni che ci investono.

Fonte: “Evo perdió a Evo”, in Brecha, 15/11/2019
Traduzione a cura di Camminardomandando