13 novembre 2017

Quelli che vengono impropriamente definiti come ‘paradisi fiscali’ funzionano come ‘case di tolleranza’ del capitalismo. In quei luoghi si fanno gli affari sporchi, che non possono essere confessati pubblicamente ma che sono indispensabili per il funzionamento del sistema. Come le ‘case chiuse’ nella società tradizionale.

Nella misura in cui si accumulano le denunce e le liste dei personaggi e delle imprese che hanno dei conti in quei luoghi, ci rendiamo conto del ruolo centrale e non solo marginale che svolgono nell’economia mondiale. «Non si tratta di ‘isole’ in senso economico, ma di una rete sistemica di territori che sfuggono alle giurisdizioni nazionali e permettono che l’insieme dei grandi flussi finanziari mondiali sfuggano ai loro obblighi fiscali, nascondendo l’origine delle risorse o mascherando la loro destinazione» (Ladislau Dowbor, A era do capital improdutivo, Ed. Autonomia Literaria, São Paulo, 2017, pag 83).

Tutti i grandi gruppi finanziari mondiali, e in generale i più grandi gruppi economici, hanno oggi filiali o anche la sede centrale in paradisi fiscali. Questa extraterritorialità (offshore) copre praticamente tutte le attività economiche dei giganti dell’impresa, costituendo un’ampia camera di compensazione a livello mondiale, dove i diversi flussi finanziari entrano nella zona del segreto, dell’imposta ad aliquota zero o qualcosa di simile, e di libertà rispetto a qualsiasi effettivo controllo.

Nei paradisi fiscali, le risorse sono riconvertite ad usi diversi, trasferite ad altre imprese con nomi e nazionalità differenti, lavate e rese formalmente pulite. Non tutto avviene in segreto, ma, con la frammentazione del flusso finanziario, l’insieme del sistema rende il tutto non trasparente.

Ci sono iniziative per un relativo controllo di questo mostruoso flusso di risorse, ma il sistema finanziario è globale, mentre le leggi sono nazionali e non c’è un sistema di governo mondiale. Inoltre si può guadagnare di più operando con prodotti finanziari e, soprattutto, senza pagare imposte, il che è un ottimo affare.

«Il sistema offshore si è sviluppato con metastasi in tutto il pianeta, ed è sorto un poderoso esercito di avvocati, commercialisti e banchieri per far funzionare il sistema… In realtà, il sistema raramente aggiunge valore. Al contrario, ridistribuisce la ricchezza verso l’alto e i rischi verso il basso, creando nello stesso tempo una nuova incubatrice globale per il crimine» (Shaxon, Nicholas, Treasured Islands: Uncovering the Damage of Offshore Banking and Tax Havens, St. Martin’s Press, New York 2011).

«La questione delle imposte è centrale. I profitti sono offshore per sfuggire ai tributi là dove i profitti sono generati, ma i costi, il pagamento di interessi e i relativi tributi sono offshore rispetto ai paradisi fiscali».

La maggior parte delle attività è legale. Non è illegale avere un conto nelle Isole Cayman. «La grande corruzione genera la propria legalità, che passa per l’appropriazione della politica, un processo che Shaxson chiama “la cattura dello Stato” (Dowbor, p. 86).

Si tratta di una corruzione sistemica. La corruzione coinvolge esperti che abusano del bene comune, in segreto e nell’impunità, pregiudicando le regole e i sistemi che promuovono l’interesse pubblico, in segreto e nell’impunità, e intaccando la nostra fiducia nelle regole e nei sistemi esistenti, facendo crescere la povertà e la disuguaglianza.

«La legge delle imprese e delle società anonime è basata sull’idea che l’anonimato della proprietà e il diritto ad essere trattate come persone giuridiche, che possono dichiarare la propria sede legale dove vogliono e indipendentemente dal luogo effettivo delle loro attività, avrebbero come contrappeso la trasparenza dei conti» (Dowbor, p. 86). Le tangenti inquinano e corrompono i governi, e i paradisi fiscali corrompono il sistema finanziario globale. È stato creato un sistema che rende impraticabile qualsiasi controllo legale e penale della criminalità bancaria. Le imprese costituiscono un sistema giudiziario parallelo che permette loro anche di perseguire gli Stati a partire dal proprio apparato giuridico.

Il settimanale The Economist calcola che nei paradisi fiscali si trovino 20 mila miliardi di dollari, localizzando le principali piazze finanziarie che dirigono queste risorse nello Stato del Delaware (Usa) e a Londra. Le isole servono dunque come luogo legale e di protezione in termini di giurisdizione, fiscalità e informazione, ma la gestione è realizzata dalle grandi banche. Si tratta di un gigantesco drenaggio che permette che i cicli finanziari restino al riparo dalle informazioni.

Testo originale pubblicato online da Alai – América Latina en movimiento

https://www.alainet.org/es/articulo/189199

traduzione a cura di Camminardomandando