futuro

La biologia sintetica include una serie di nuove biotecnologie per la costruzione artificiale di sequenze genetiche, per l’alterazione del metabolismo di microrganismi per far loro produrre sostanze come principi attivi far­maceutici o cosmetici e anche per la co­struzione di organismi viventi completamente sintetici, che la Convenzione delle Nazioni Unite sulla Diversità Biologica (CDB o CBD: Convention on Biological Diversity) chiama Organismi Sinteticamente Modificati (OSM). Tutto ciò comporta nuovi impatti ambientali, sulla salute e socio-economici.

Quando la CDB darà vita alla sua Conferenza globale (COP 13) dal 4 al 17 dicembre a Cancún, con delegati di 194 paesi, avrà sul tavolo una serie di temi di grandissima rilevanza, alcuni assai controversi e molti che richiedono un’attenzione urgente (http://tinyurl.com/zl976jn). Un punto in cui si riscontrano tutte queste condizioni è la biologia sintetica e, al suo interno, i cosiddetti gene drives: nuove forme di ingegneria genetica per la manipolazione di specie selvatiche, che potrebbero eliminare o compromettere seriamente intere popolazioni, con impatti transfrontalieri e imprevedibili sugli ecosistemi (http://tinyurl.com/zkz86hg).
Monsanto, DuPont e molte altre transnazionali attive nei settori dell’agricoltura, dei prodotti farmaceutici e dell’energia manifestano un grande interesse e investono molto in questo campo. Nel caso di Monsanto, i proprietari del brevetto della tecnologia di base (CRISPR-Cas9) le hanno fatto firmare che non la utilizzerà per sviluppare gene drives, a causa dell’alto rischio che implicano (http://tinyurl.com/gnao5vq).
La biologia sintetica include una serie di nuove biotecnologie per la costruzione artificiale di sequenze genetiche, per l’alterazione del metabolismo di microrganismi per far loro produrre sostanze come principi attivi far­maceutici o cosmetici e anche per la co­struzione di organismi viventi completamente sintetici, che la Convenzione delle Nazioni Unite sulla Diversità Biologica (CDB o CBD: Convention on Biological Diversity) chiama Organismi Sinteticamente Modificati (OSM). Tutto ciò comporta nuovi impatti ambientali, sulla salute e socio-economici, dal momento che la maggior parte delle sostanze che si cerca di sostituire con la biologia sintetica (come vaniglia, zafferano, vetiver, patchouli, olio di cocco, stevia, artemisina) viene prodotta da comunità contadine e indigene in paesi del Sud del mondo. L’industria della biologia sintetica minaccia le loro piccole fonti di guadagno che permettono loro di sopravvivere e di continuare a prendersi cura della biodiversità della campagna e delle foreste. L’industria presenta come naturali le sue sostanze, che sono secrete da microrganismi manipolati, alimentati in vasche con zuccheri transgenici e obbligati a lavorare in condizioni di semi-schiavitù. I consumatori non hanno idea di che cosa si tratti, ma le industrie, etichettando i loro prodotti come naturali, ottengono un prezzo più alto e incidentalmente entrano in competizione, non con le versioni sintetiche a buon mercato di profumi e aromi, ma con quelle veramente naturali prodotte dai contadini.
La CDB include il Protocollo di Cartagena sulla Biosicurezza (che regolamenta i movimenti transfrontalieri di transgenici) e il Protocollo di Nagoya sull’accesso alle risorse genetiche e sulla ripartizione dei benefici derivanti dal loro utilizzo. Entrambi i protocolli devono rivedere le loro norme, perché la biologia sintetica mette in campo impatti e questioni non previste. Ad esempio il fatto che con la biologia sintetica si possano riprodurre sequenze di piante e di altri organismi, scaricando la loro informazione genetica da Internet senza passare per nessuna autorizzazione all’accesso. Inoltre la Convenzione al completo deve pronunciarsi sugli impatti socio-economici e su come continuare a prendere in considerazione la biologia sintetica, includendo la patata bollente dei gene drives, ad alto rischio e intenzionalmente progettati per avere un effetto transfrontaliero e globale.
I gene drives costruiti con l’ingegneria genetica sono talmente nuovi che non esistevano quando la CDB ha organizzato la sua precedente Conferenza nel 2012. Si tratta di un modo per aggirare le leggi dell’ereditarietà delle specie che si riproducono per incrocio sessuale, siano piante, insetti, animali o esseri umani. Normalmente, ogni progenitore trasmette il 50% dell’informazione genetica alla sua discendenza. Con i gene drives, l’obiettivo è che il gene transgenico passi al 100% della progenie e si distribuisca molto più rapidamente in tutta la popolazione.
L’idea di garantire che tutta l’eredità di un organismo mantenga un’alterazione genetica esi­steva già in precedenza, ma soltanto con CRISPR-Cas9 ha potuto diventare realtà. Si ha conoscenza di pochi esperimenti effettuati in laboratorio con zanzare, mosche e topi da due équipes di ricercatori statunitensi. Kevin Esvelt, uno degli scienziati che hanno creato i gene drives, ha avvertito ripetutamente che non devono essere liberati nell’ambiente, perché il loro impatto intenzionale o accidentale può essere catastrofico. Non esistono apparecchiature né protocolli adeguati, neanche per la ricerca, dal momento che qualsiasi liberazione accidentale, come dice un altro dei suoi inventori, potrebbe avviare una reazione mutagenica a catena.
La tecnologia CRISPR-Cas9 è come un GPS con un paio di forbici. Il GPS è progettato per trovare una sequenza genetica e le forbici (Cas9) per tagliarla. Ma queste forbici rimangono attive nell’organismo, per cui quando si verifica un incrocio, tagliano l’informazione dell’altro progenitore e la sostituiscono con quella manipolata. Se la progettazione è finalizzata ad eliminare i geni che determinano il sesso femminile (questo è l’intento della maggior parte degli esperimenti che si conoscono), rimarrebbero solo maschi e la specie potrebbe estinguersi. Ciò non tiene conto della complessità dinamica della natura e delle specie, e può essere che la cosa non funzioni come prevedono gli operatori. Ma causerà senza dubbio, come minimo, gravi problemi di disfunzioni genetiche nelle popolazioni in questione. Si può lasciare una tecnologia così potente nelle mani di Monsanto e affini? Chi può prendere la decisione di eliminare un’intera specie (o di tentare di farlo)? La questione è così grave da essere stata inclusa nell’agenda della Convenzione sulle Armi Biologiche. Ora spetta alla CDB assumere il principio di precauzione che è presente nella sua costituzione ed evitare che si possa dare il via a questa tecnologia. Per maggiori informazioni su questo e su altri temi che saranno affrontati durante la COP 13 si può vedere http://www.etcgroup.org.

Silvia Ribeiro è direttrice per l’America Latina del Gruppo ETC
Fonte: http://www.jornada.unam.mx/2016/11/26/opinion/023a1eco

Traduzione a cura di camminardomandando

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