testo e foto di Valentina Valle Baroz

1 novembre 2018

Lo scorso 13 ottobre migliaia di honduregni hanno lasciato a piedi San Pedro Sula, diretti verso gli Stati Uniti. La stampa internazionale, le organizzazioni per i diritti umani, le Nazioni Unite e i governi di tutto il mondo hanno improvvisamente guardato verso l’Honduras, ma continuano a non vederlo. Gli honduregni da decenni allertano la comunità internazionale sulla situazione disastrosa che esiste nel paese (omicidi, femminicidi, sequestri di persona, estorsioni, espropriazioni di terra e neo-estrattivismo). L’esodo di migranti è solo l’ultimo di una serie di azioni di protesta che mirano a cambiare il corso delle politiche neoliberali del presidente imposto Juan Orlando Hernández.
Il seguente testo è parte di una serie di tre articoli che cercano di inquadrare questo esodo nel contesto a cui appartiene, visto che i migranti non hanno solo bisogno di solidarietà e sostegno, ma anche di rispetto e dignità per le loro lotte passate, presenti e future.

Parte III.
Dal “Fuera JOH” all’esodo migrante.

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In queste elezioni honduregne non esiste secondo turno. La disputa elettorale sarà risolta oggi. Oltre al prossimo presidente della nazione, si eleggeranno anche 128 deputati (92 dei quali aspirano alla rielezione) e le autorità locali. Queste elezioni vedono come arbitro formale il cosiddetto Tribunale Supremo Elettorale (TSE), organismo che qualifica formalmente le elezioni e che è incline all’attuale presidente Juan Orlando Hernández (JOH), che è riuscito a ricandidarsi in aperta violazione della costituzione del paese, che vieta la rielezione del presidente. La Corte Suprema, nel suo pronunciamento di maggio 2015 in merito alla questione, ha infatti lasciato aperta questa possibilità, e un giudice ha in seguito conferito a JOH la legittimità per aspirare per la seconda volta alla presidenza del paese centroamericano.

Così iniziava il primo bollettino informativo scritto da un collettivo di media indipendenti che il 26 novembre del 2017 decisero di monitorare la campagna elettorale honduregna, la stessa che alla fine ha visto la rielezione di Juan Orlando Hernández, con una delle frodi elettorali più spettacolari dal colpo di Stato del 2009. Infatti, le migliaia di honduregni che in seguito alla proclamazione dei risultati sono scesi in strada per protestare, in dozzine di città del paese, parlavano proprio di questo, di un nuovo colpo di Stato.

La giornata elettorale era stata più breve del previsto, senza la normale ora di proroga che normalmente concede il TSE, e alle quattro del pomeriggio i seggi erano già chiusi. La più grande preoccupazione degli honduregni, che fino a quel momento era stata poter raggiungere incolumi le urne, si trasformò nell’avere ancora delle urne da raggiungere.

Durante tutto il giorno, e in tutto il paese, chi era riuscito a raggiungere i seggi segnalò continue irregolarità. La Radio Guachipilín, del dipartimento di La Paz, riferì che nella zona lenca stavano offrendo denaro e borse di viveri in cambio di voti per il Partito Nazionale, quello di JOH. Roxana Vázquez Corrales, della penisola di Zacate Grande, raccontava di persone che, giunte al seggio, si scoprirono iscritte nel registro dei defunti, ragion per cui non poterono esercitare il loro diritto di voto. E di altre che, consultando invece il registro degli elettori, vi trovarono il nome di familiari e amici, questi sì, passati a miglior vita. César Geovanny Bernárdez, membro dell’Organizzazione Fraterna Negra di Honduras (OFRANEH), denunciò che nell’area di Santa Fe Garífuna le urne scomparivano e riapparivano aperte. Nella città di La Ceiba, diversi attivisti del Partito Nazionale furono arrestati perché in possesso di verbali di chiusura di seggi, con tanto di risultati elettorali, parecchie ore prima della chiusura del processo di voto. Nonostante tutto questo, nonostante le tante irregolarità, la chiusura anticipata, la compravendita di voti, fino all’ultimo momento il popolo honduregno si rifiutò di credere che JOH potesse risultare vincitore, perché questo avrebbe significato che non solo la loro opinione ma anche tutte le loro speranze di cambiamento non contavano assolutamente nulla, non avevano alcun tipo di influenza o potere. In realtà, fu ciò che accadde: JOH fu dichiarato vincitore e la reazione continua ad essere sotto gli occhi di tutti.

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“Non risolveranno il problema uccidendoci e tirandoci lacrimogeni”, aveva detto l’ex presidente Manuel Zelaya quando cominciarono i tumulti subito dopo la proclamazione dei risultati elettorali. E infatti il problema non lo risolsero, però i gas, i detenuti e anche i morti, quelli ci furono.

Il Comitato dei Familiari dei Detenuti Desaparecidos in Honduras (COFADEH), nel suo secondo rapporto sulle violazioni dei diritti umani durante le “proteste antifrode”, riferisce che le grandi manifestazioni pubbliche esplosero già dal 30 di novembre, quando si registrarono 56 mobilitazioni in 15 dei 18 dipartimenti del paese. Il 1° dicembre, il Governo della Repubblica, riunito nel Consiglio dei Segretari di Stato, approvò il Decreto No. 084/2017, che sancì la sospensione delle garanzie personali stabilite dalla Costituzione della Repubblica[1]. Come conseguenza di questo decreto, denuncia COFADEH, tra il 26 novembre e il 31 dicembre 2017, 30 persone furono giustiziate (13 giovani, due bambini e una bambina, una giovane donna, una donna adulta e 12 uomini adulti), 232 ferite, 1085 detenute e 72 furono vittima di trattamenti inumani. Nel rapporto si denunciano anche 126 manifestazioni represse con violenza, 179 crimini commessi dalle forze di polizia, 15 perquisizioni e 12 attacchi alla stampa, così come l’uso eccessivo della forza per disperdere i manifestanti.

Come spiega Edy Tábora, avvocato difensore dell’unico testimone dell’omicidio di Berta Cáceres che è ancora in vita,

l’arbitrarietà con cui agiscono le forze di polizia dell’Honduras è dovuta alla formulazione, dopo il colpo di Stato del 2009, di molte leggi e riforme al codice penale finalizzate a creare una “corporazione della sicurezza pubblica” che, insieme al potere giudiziario e al Pubblico Ministero, possa generare statistiche che giustificano l’incarcerazione di persone indigenti e la criminalizzazione del movimento sociale. In questo senso va la creazione dei nuovi corpi di polizia, come la polizia militare, che ora conta 10 mila effettivi, oltre a nuovi gruppi misti e programmi come quello dei Guardiani della Patria, che in sostanza cerca di cooptare bambini per indottrinarli in questioni militari. L’aspetto più assurdo di questa militarizzazione è che tutto ciò deve essere pagato, e questa spesa non esce dalle tasse sulle imprese, ma dalle imposte sui consumi dei cittadini.

Tábora denuncia che “nel paese abbiamo cinque tassazioni, una tassa sulle vendite che è passata dal 12 al 15 per cento, una tassa speciale sulla sicurezza chiamata ‘tassa di sicurezza’, le tasse sulle rimesse inviate dagli honduregni che vivono negli Stati Uniti o da chiunque voglia mandare denaro in Honduras, un codice tributario e un controllo fiscale che gravano sull’intera popolazione”.

In altre parole, gli stessi honduregni stanno pagando per la propria persecuzione, repressione e morte. E in questa fine di ottobre 2018, adesso che tutti i mezzi di comunicazione ci sbattono in faccia il volto dei 7 mila tra uomini, donne, ragazzi e ragazze, bambini e anziani, che da San Pedro Sula camminano verso Stati Uniti, possiamo finalmente affermare a voce ancor più alta che l’ondata di protesta che ha fatto seguito alla rielezione fraudolenta di Juan Orlando Hernández e che in breve si è trasformata nel movimento nazionale “Fuera JOH”, è stata, al di fuori del paese, ampiamente sottovalutata.

Gli Stati Uniti e l’Unione Europea, sempre così solerti nell’esportare democrazia a destra e a sinistra, di fronte alla richiesta del popolo honduregno di sostenere la loro giusta causa, si sono limitati, i primi a un tiepido invito a “risolvere la situazione in modo pacifico”, emesso dalla portavoce del Dipartimento di Stato Heather Nauert; e la seconda, a una ponziopilatica dichiarazione di non ingerenza negli affari interni, proclamata da Marisa Matías, capo della missione europea di monitoraggio delle elezioni in Honduras. L’Organizzazione degli Stati Americani (OAS), da parte sua, visto che il partito vincitore inspiegabilmente rifiutava la sua proposta di indire nuove elezioni, è rimasta in silenzio, per approvare infine il risultato elettorale con un comunicato emesso a fine gennaio 2018.

Gennaio è stato infatti il mese in cui è nato il “grande dialogo nazionale”, al quale sono stati invitati tutti i leader di tutti i partiti politici honduregni e al quale, nonostante le denunce e le accuse del passato, alla fine tutti hanno partecipato. Ora il “grande dialogo” è stato trasferito in un paio di splendidi siti web del governo dell’Honduras, mentre gli abitanti del paese lo stanno abbandonando in modo massiccio. La strategia internazionale per consentire a un presidente alleato del capitale di confermare la sua posizione e mantenersi favorevole alle politiche di estrattivismo ed espropriazione si è rivelata un boomerang, soprattutto per gli Stati Uniti.

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In un articolo del New York Times, che se non fosse tragico sarebbe sommamente divertente, Michael D. Shear e Julie Hirschfeld Davis spiegano come Trump ha trasformato le politiche di migratorie degli Stati Uniti, insistendo su ciò che chiamano la sua “ossessione viscerale per un tema che ha definito la sua campagna elettorale e chiaramente influenzato il primo anno della sua presidenza”.

Gli autori sottolineano che questo presidente “è entrato in carica con un ordine del giorno fatto di obiettivi simbolici che non erano stati minimamente pianificati, ma derivavano da interazioni personali cariche di emotività e dall’istintivo basarsi sulle idee nativiste dei maschi statunitensi bianchi della classe operaia”. Le promesse della campagna elettorale di Trump, è bene ricordarlo, includevano non solo che il Messico avrebbe pagato la costruzione di un muro di confine, ma anche la creazione di una “forza di espulsione” che avrebbe vietato l’ingresso nel territorio statunitense ai musulmani e che prevedeva la deportazione di milioni di immigrati.

In realtà le promesse elettorali sono rimaste tali, ma Trump, come si segnala nell’articolo del New York Times, l’anno scorso ha comunque voluto dare un messaggio forte, che non lasciasse dubbi sul cammino intrapreso: con un ordine esecutivo, impose un divieto mondiale sui viaggi verso gli Stati Uniti da paesi che la Casa Blanca considera infestati dal terrorismo. Come ricordano i giornalisti, solo l’annuncio di questa misura generò un totale stato di caos nei principali aeroporti degli Stati Uniti, che sfociò in centinaia di arresti,una confusione diffusa e manifestazioni di massa. L’ordine fu poi ritirato, ma Trump riuscì comunque a utilizzare il “divieto di viaggio” per ridurre il numero di rifugiati, che nel 2017 scesa a 50 mila, meno della metà di quello stabilito da Obama. Nel 2018, poi, i numeri dell’accoglienza statunitense sono ulteriormente scesi a 45 mila, la cifra più bassa dal 1986.

La seconda azione ad effetto del Presidente, è stata poi l’avvio della politica di separazione dei genitori dai figli al momento dell’arresto di una famiglia di immigrati irregolari.
A queste due iniziative, punta di diamante della nuova politica migratoria made in USA, si sommano altre azioni e proposte, come per esempio: l’eliminazione della pratica nota come “catch and release” (arresto e rilascio) e l’ordine di un processo di deportazione accelerato per tutti i detenuti irregolari; l’attivazione a livello nazionale della sezione 287(g) della legge sull’immigrazione, che consente di conferire agli agenti delle polizie locali i poteri di ufficiali dell’immigrazione; l’ampliamento dei motivi di inammissibilità negli Stati Uniti, che trasformano in “inammissibile” chiunque non sia entrato regolarmente nel paese o abbia un visto scaduto; e la conversione in crimine del sostegno che i cittadini statunitensi decidessero di fornire a un immigrato irregolare.

Secondo dati dell’Osservatorio Consolare e Migratorio dell’Honduras (CONMIGHO), da gennaio 2015 a ottobre 2018, sono stati deportati più di 250 mila migranti honduregni, soprattutto dagli Stati Uniti e dal Messico. Secondo CONMIGHO, nei primi sei mesi del 2018 sarebbero 32.110 le persone deportate, pari al 36,6 per cento in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Ed è in Messico che è stato effettuato il maggior numero di operazioni anti-immigrazione: il rapporto sui flussi migratori in America Centrale, America del Nord e Caraibi dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) conferma che, nella prima metà del 2018, Costa Rica, Guatemala e Honduras hanno registrato un aumento rispetto al primo trimestre del 2017 del numero dei loro cittadini che hanno presentato richiesta d’asilo alle autorità messicane per l’immigrazione. In particolare, nel caso di guatemaltechi e honduregni, si riscontra un significativo incremento del 67 per cento per i primi e dell’82,3 per cento per i secondi.
Per di più, fedele alla sua politica anti-immigrazione, nel maggio 2018 l’amministrazione Trump ha annullato la Status di Protezione Temporale (TPS, secondo la sigla in inglese) per più di 56 mila honduregni che avranno tempo fino a gennaio 2020 per regolarizzare il loro soggiorno o lasciare il paese. Il TPS era entrato in vigore nel 1999, quando la distruzione causata dall’uragano Mitch fece sì che a 86 mila honduregni in fuga dal disastro fosse concessa la protezione temporanea. La cancellazione del TPS per i cittadini dell’Honduras si aggiunge alla stessa misura già applicata ai rifugiati di El Salvador, Haiti e Nicaragua. In totale, oltre 300 mila migranti che hanno vissuto per anni negli Stati Uniti saranno costretti a tornare nei loro paesi.

Le principali cause della migrazione verso il nord continuano a essere la dipendenza economica e la subordinazione politica agli Stati Uniti, anche se gli elevati livelli di violenza spiccano come una delle cause di forza maggiore che obbligano individui e intere famiglie a intraprendere il pericoloso viaggio verso la richiesta d’asilo. Secondo un rapporto dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (ACNUR) pubblicato nel febbraio del 2017, i rifugiati e i richiedenti asilo provenienti dal Triangolo Nord del Centroamerica (TNC) avevano già raggiunto le 164 mila unità alla fine del 2016 e, sebbene le cause di questi “significativi flussi” di persone dal TNC siano state varie, tuttavia lo stesso ACNUR riteneva di poterle qualificare come rifugiati.

La migrazione dall’Honduras ha perso la sua dimensione di “sogno americano” ed è diventata una questione “di vita o di morte”. La violenza aumenta ogni anno, incoraggiata dall’industria del crimine che coinvolge sia le bande locali che i cartelli messicani. Il rapporto 2016/2017 di Amnesty International riferisce che “la violenza diffusa in tutto il paese ha costretto molte persone a fuggire, soprattutto donne, bambini, giovani e membri della comunità LGBTI. Le persone che, a giudizio delle bande criminali (chiamate maras) non erano sufficientemente sottomesse alla loro autorità, o che erano testimoni di delitti, subivano costantemente molestie, aggressioni ed estorsioni; i giovani, in particolare, erano costretti a unirsi alle bande”.

Le condizioni di vita in Honduras, come in tutta la regione centroamericana, hanno raggiunto un livello insopportabile di precarietà. Al mix di violenza, impunità e corruzione, che da decenni sono strutturali nel paese, si aggiungono ora, da un lato, l’insulto constante di Trump e, dall’altro, il senso di frustrazione e di impotenza per non aver potuto impedire la rielezione presidenziale illegittima di JOH.

Chi considera l’esodo migratorio di questa fine di ottobre 2018 come una carovana di disperati in corsa verso il “sogno americano”, sta nuovamente mancando il bersaglio. Forse dietro a questa massa di persone in movimento non c’è un piano politico definito, ma non sono dei morti di fame come li dipinge la stampa. Prima di decidersi a compiere il gesto estremo di lasciare tutto il poco che possedevano e intraprendere, a piedi, il cammino verso gli Stati Uniti, con bambini, anziani e donne incinte, questa gente ha combattuto nel suo paese, con i mezzi a sua disposizione, nel tentativo di difendere la sua integrità fisica, la sua dignità morale e la possibilità di esercitare quelli che mezzo mondo va proclamando come diritti umani fondamentali.

L’esodo migratorio non viene dal nulla, non è una manipolazione esterna né è il risultato di un effetto valanga. Questo esodo ha un passato, un presente e un futuro politico, è una sfida aperta alle leggi, alle istituzioni e anche alla società civile, quella società civile che si scaglia contro tutto ma, alla fine dei conti, le regole non le infrange. Questo esodo è anarchia, ma di quella buona.

[1]     Gazzetta numero 34.506, dell’1 dicembre 2017.