di Raúl Zibechi

12 agosto 2019

Ai primi di luglio, il governo di Martin Vizcarra ha concesso una licenza di costruzione per la miniera di rame Tía María, a favore della Southern Copper Corporation del Gruppo México. All’inizio di agosto, lo stesso governo ha dovuto fare retromarcia e sospendere la licenza, “in attesa che si concludano i ricorsi che chiedono una revisione, presentati dalle autorità e dai gruppi sociali di Arequipa”, come dichiara il Consiglio Minerario del ministero.
Che cosa è successo per provocare un cambiamento così drastico? La popolazione della regione di Arequipa si è sollevata contro la società mineraria e il governo. Era in corso uno sciopero generale di cinque giorni con l’epicentro nella provincia di Islay, dove si trova la miniera, ma con forti ripercussioni nella città di Arequipa.
Lo sciopero a tempo indeterminato è iniziato verso la metà agosto nella Valle del Tambo, una regione situata tra il deserto costiero e la catena montuosa andina, dove si trova il distretto di Cocachacra, cuore della resistenza antimineraria. Lo sciopero generale cittadino di cinque giorni è stato deciso dai sindacati della Federazione Dipartimentale dei Lavoratori di Arequipa (FDTA) insieme alle associazioni civili che hanno iniziato la protesta lo scorso lunedì 5 agosto.
La paralisi della miniera è uno dei più grandi trionfi della lotta popolare contro le miniere. Il conflitto dura da otto anni, ma si è aggravato il 3 agosto quando il governo ha deciso di mobilitare le forze armate nella regione.
La regione è in conflitto dal 2011, quando la società che nel 2003 aveva iniziato a gestire la miniera ha presentato la sua valutazione di impatto ambientale. Ci sono stati scioperi, marce e blocchi stradali con un bilancio di sette morti. Nel 2009 c’è stata una consultazione di quartiere, promossa dalle autorità distrettuali della provincia di Islay e supervisionata dall’associazione civile Transparencia, con il risultato che il 95% degli elettori si è opposto al progetto.
José De Echave, un ricercatore di CooperAcción, dice in una recente intervista che uno sciopero iniziato localmente a Islay si era esteso ad Arequipa, la seconda città del paese con poco più di un milione di abitanti. Con il passare dei giorni, il conflitto si è esteso ad altre città, come Moquegua, e stava per allargarsi a tutta la macroregione meridionale, quando il governo ha deciso di congelare il progetto.
De Echave sostiene che il quadro normativo attuale per l’estrazione mineraria “è stato costruito e progettato come parte degli aggiustamenti settoriali degli anni ’90, sponsorizzati dalla Banca Mondiale”, che andavano a beneficio delle imprese e che “hanno progressivamente ridotto i diritti economici, sociali, ambientali e culturali delle popolazioni che si trovano nell’area di diretta influenza delle attività minerarie, e questo spiega il crescente conflitto sociale”. Per tale motivo, “il Perù è diventato uno dei paesi a maggior intensità di conflitti sociali legati all’attività mineraria a livello mondiale”. (https://bit.ly/2MPr1Gx).
Il problema di fondo è che il Perù è un paese minerario sin dalla conquista e dalla colonia; non ha sviluppato una sua industria, ma ha un importante settore agricolo che viene colpito dalle operazioni minerarie. La nuova mega-miniera a cielo aperto, ottenuta solo con la militarizzazione dei territori da parte del regime di Fujimori all’inizio degli anni ’90, è un aggiornamento del colonialismo.
Con gli stati di eccezione, vanno naturalmente di pari passo l’occupazione imprenditorial-politico-militare dei territori concessi alle compagnie minerarie e una sostenuta resistenza delle comunità indigene e contadine.
La violenza non è eccezionale ma intrinseca al modello, come sottolinea Gilberto López y Rivas quando lo definisce “accumulazione militarizzata per espropriazione” (“Capitalismo necropolítico y ley garrote, in La Jornada, 9 agosto 2019). È una politica di morte, perché è l’unico modo in cui il capitale può continuare ad accumulare nella sua fase di decadenza globale, che lo zapatismo ha definito la “quarta guerra mondiale”.
Ciò che è veramente importante è che, nonostante il brutale dispiegamento di armi e violenza da parte del sistema, si ottengono vittorie importanti come quelle di Conga e Tía María in Perù, Río Blanco e Kimsacocha in Ecuador, e alcune altre in Cile, Colombia e Argentina.
Sono trionfi della lotta diretta, vittorie che non si ottengono digitando “mi piace” sullo schermo del cellulare o firmando petizioni sui media, ma mettendo in gioco il corpo, rischiando la vita, come è sempre stato fatto.
Si tratta di piccole vittorie che non vengono prese in considerazione dai ricercatori che stanno in alto, ma che stanno aprendo brecce nella dominazione e creando le condizioni per la fuga dei potenti.

Fonte: “Arde Perú. En medio de protestas suspenden minera Tía María”, pubblicato nel sito desInformémos il 12 agosto 2019.

Traduzione a cura di Camminardomandando