la miniera Xstrata Tintaya, in Perù

di Eduardo Gudynas

Nel contesto delle ricorrenti polemiche intorno al progetto minerario TÍa Maria, incastonato nel sud del Perù, un gruppo di personalità ha sottoscritto un “Accordo per lo Sviluppo”. In questo testo sostengono una industria mineraria che qualificano come “moderna” e finalizzata allo “sviluppo”, condividendo una serie di raccomandazioni rivolte allo Stato, all’impresa e alle comunità locali, alle quali chiedono di abbandonare i “discorsi polarizzanti”.[1]
Tía María è un enorme progetto di estrazione mineraria di rame dell’impresa Southern Peru Copper Corporation (Società del Rame del Sud del Perù, N.d.T.), localizzato nel dipartimento di Arequipa, che ha sollevato ogni tipo di polemica da una decina di anni a questa parte.[2] Verranno lavorate centomila tonnellate al giorno, la maggior parte delle quali risulteranno essere materiale di scarto, dato che la concentrazione di rame è stimata intorno allo 0,38%. L’obiettivo è estrarre 650 milioni di tonnellate di minerale contenente ossido di rame Lo sfruttamento minerario comprometterà inoltre risorse idriche essenziali per gli agricoltori della zona. La resistenza locale esiste almeno dal 2009; gli studi di impatto ambientale sono stati molto contestati e ci sono stati picchi di resistenza molto dura, comprese importanti mobilitazioni e scontri che hanno fatto contare almeno sette morti.
Il politologo Martín Tanaka, uno dei firmatari dell’“Accordo”, lo ha difeso via twitter a fronte di una dura critica di Mirta Vásquez, una quotata avvocata che assiste i rappresentanti locali contro le imprese estrattive.[3] Vásquez ha messo in evidenza come alcune idee presenti nell’Accordo fossero “assurde”, ma Tanaka ha risposto che condivideva lo “spirito” della dichiarazione.
L’uso di quella parola, “spirito”, in quel contesto, mi ha ricordato immediatamente Max Weber e il suo classico “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”, pubblicato nel 1905. In quell’ opera, il sociologo tedesco descriveva il profondo cambiamento culturale avvenuto con la perdita della trascendenza che anteriormente si cercava nella religione, e la sua sostituzione con una moralità impersonale e individualista. Il perseguimento del successo economico e del guadagno di sempre più denaro si era tramutato in un fine in sé, che era stato accettato socialmente. È questo lo “spirito” al quale Weber si riferisce, e che attribuisce al “capitalismo”, anche se l’uso che fa di questa parola corrisponderebbe meglio a quello che noi oggi chiameremmo cultura o modernizzazione.
Richiamandoci a questa prospettiva, quale sarebbe lo “spirito” dell’Accordo per lo Sviluppo focalizzato su Tía Maria? Per rispondere, cominciamo col precisare che quell’idea di “spirito” non ha un significato religioso o metafisico, ma serve a comprendere i valori (l’etica) e ciò che si intende per giusto e sbagliato nella società (la morale). Oggi ci troviamo di fronte ad un estrattivismo minerario e petrolifero che ha alla sua base un’etica e una morale secondo le quali la valorizzazione economica rimpiazza altri valori, e perciò non importa e non interessa se si “uccidono” o “amputano” gli apus (parola quechua che indica sia le montagne che gli spiriti delle montagne che proteggono i popoli delle Ande, N.d.T.), dal momento che sono stati spogliati di ogni trascendenza. L’obiettivo è raggiungere il successo economico e ottenere la maggior rendita economica possibile. Ciò non viene nascosto, anzi, gode ora di legittimità morale; è moralmente corretto guadagnare denaro in qualsiasi modo. Per di più, la morale ha iniziato ad agire in senso inverso, dato che sarebbe “immorale” non approfittare delle ricchezze minerarie e petrolifere del paese, come dicono gli impresari, i governi e buona parte del mondo accademico.
Secondo il mio punto di vista, l’”Accordo per lo Sviluppo” – per quanto riguarda il progetto Tía Maria – è imbevuto di questo spirito della cultura capitalista o moderna, anche se con alcune particolarità contemporanee e creole. Hanno aderito all’Accordo circa cinquanta persone, e sicuramente ci sono diversità fra loro, però tutte si sono trovate d’accordo su almeno due questioni basilari: promuovere l’impresa mineraria e non percepire che ciò che propongono è impossibile. Per dirlo più precisamente: il punto di partenza dell’Accordo è costituito da obiettivi incompatibili tra loro.
È come se coloro che lo hanno firmato non avessero analizzato rigorosamente ciò che vi era scritto. Tali incongruenze sono dissimulate dall’appello costante allo “sviluppo”; e in esso riappare un altro aspetto dello “spirito” del documento: invocare una diffusa idea di sviluppo come giustificazione di una morale per la quale alcuni hanno benefici mentre si danneggiano gli altri e l’ambiente.
Mi spiego: l’Accordo parte dal presupposto che è possibile un’attività mineraria, cioè un estrattivismo, che soddisfi quattro condizioni: rispettare gli standard globali, proteggere l’ambiente, dare impulso allo sviluppo nazionale e portare benefici alla popolazione locale. Esisterebbe un’attività mineraria, che i firmatari chiamano “moderna”, che dovrebbe realizzare contemporaneamente tutti e quattro gli obiettivi.
Bisogna evidenziare con estrema chiarezza e col massimo vigore che ciò è impossibile. Non si possono soddisfare tutte queste condizioni insieme. Non solo, alcune di esse neanche esistono nei termini in cui sono formulate nell’Accordo.
Per valutare se sia possibile realizzare i quattro obiettivi, cominciamo con uno di essi. Mettiamo il caso che un’impresa come Tía María promuova realmente lo sviluppo nazionale, lasciando in sospeso che cosa i firmatari dell’Accordo intendano dire con concetti come “dare impulso” e “sviluppo”. Ora, se si realizza quella miniera, immediatamente si disattende un altro obiettivo dell’Accordo, quello che riguarda la protezione ambientale. È evidente che un mega progetto come Tía María comporta alterazioni ecologiche di tale portata che non è possibile assicurare che lì ci sia “protezione” della natura. A causa delle sue dimensioni e della sua attività, tale progetto provoca un grave impatto ambientale, e le opzioni di risanamento e di ripristino sono limitate.
La vera questione è se tali amputazioni ecologiche verranno accettate o meno a fronte di un presunto beneficio economico (inteso come guadagno di denaro per l’esportazione di materie prime). È una falsità affermare che si realizzeranno contemporaneamente un vantaggio economico e la protezione della natura. Se c’è protezione della natura non si avrà un beneficio economico inteso in quei termini, e se si cerca il profitto sarà necessario perforare, scavare ed estrarre il minerale, con tutto il conseguente impatto ecologico.
Qualcosa di simile succede con l’obiettivo degli “standard globali” che l’Accordo propone, dal momento che non esistono criteri internazionali prestabiliti, per esempio, per far fronte agli impatti dell’attività mineraria. In realtà, i paesi competono per abbassare i controlli ambientali allo scopo di attrarre investitori, e questo era il velato proposito dei difensori del “pacchetto ambientale” (non sfugge a nessuno che alcuni dei firmatari appoggiavano quel tipo di “sconti” ecologici). Se per “standard globali” i firmatari dell’Accordo si riferiscono ad alcune regole operative che si seguono, per esempio, nell’Unione Europea, o che sono promosse dalle Nazioni Unite, già si sa che la precedente valutazione ambientale ha ricevuto da parte degli osservatori dell’UNOPS (United Nations Office for Project Services, l’Ufficio delle Nazioni Unite per i Servizi ai Progetti, N.d.T.) 138 rilievi, e la più recente soffre di altri gravi problemi, come è stato rivelato dalla stampa. Ci troviamo così di fronte ad un altro obiettivo violato (4).[4] Il governo Vizcarra ha recentemente concesso l’autorizzazione ambientale all’impresa nonostante tutti questi limiti e nonostante la resistenza dei cittadini.
Le attività estrattive cosiddette di terza generazione, che corrispondono ad attività quali le grandi miniere a cielo aperto o lo sfruttamento petrolifero nelle foreste tropicali, per l’impatto e la resistenza che generano, sono combattute dalle comunità locali sia in Perù che in tutti gli altri paesi del continente. In tutte le comunità ci sono gruppi che considerano dannose tali attività. Questo fa sì che si violi un altro degli obiettivi dei firmatari dell’Accordo, quello che fa riferimento al “beneficio” per le comunità locali. L’imposizione di quelle installazioni, spesso per mezzo delle forze di polizia o attraverso la criminalizzazione (dei dimostranti – ndt) mostra chiaramente la facilità con cui si mettono da parte obiettivi di quel genere.
Per tutto ciò, la cosa più sorprendente che riguarda il testo di questo Accordo non sta tanto nel fatto che ripropone il mito di un’attività mineraria moderna che si vuole migliore e più vantaggiosa, bensì nel fatto che i suoi firmatari neanche si rendono conto che la loro proposta è in se stessa contraddittoria, e pertanto impossibile; se si soddisfano uno o due obiettivi, se ne stanno immediatamente violando altri. L’ Accordo ha un vizio fin dalla nascita: è carente di coerenza interna. I riferimenti agli standard globali o alla protezione ambientale si riducono a retorica giustificatoria.
Dal momento che c’è una cecità radicale nel percepire ciò, l’Accordo fa curiosi giri intorno a raccomandazioni quali l’incentivazione di programmi di sviluppo agricolo, sanitario ed educativo, o come la creazione di un fondo di sviluppo. In linea con le classiche forme di difesa dell’estrattivismo, l’Accordo si conclude spudoratamente chiedendo alle comunità locali di abbandonare i “discorsi polarizzanti” e di accogliere l’attività mineraria come “un’opportunità di sviluppo”. Bisognerebbe vedere se, quando i membri di una comunità locale rivendicheranno la protezione dell’ambiente, uno degli obiettivi dei firmatari dell’Accordo, saranno sostenuti da Lima come paladini della giustizia ecologica o saranno piuttosto stigmatizzati come soggetti imprigionati in discorsi polarizzanti che impediscono lo sviluppo.
Per questo concludo che l’Accordo ha uno spirito, sì. E seguendo l’ispirazione di Max Weber di più di un secolo fa, mi chiedo se non ci troviamo di fronte a qualcosa del tipo “L’etica della rendita e lo spirito dell’estrattivismo”.
Se al contrario l’obiettivo di coloro che han firmato l’ “Accordo per lo Sviluppo” è, come dicono, “evitare un confronto con possibili spiacevoli conseguenze”, dovrebbero iniziare col considerare che, forse, la prima riga del loro documento avrebbe dovuto essere un appello per fermare tutto questo processo.

Fonte: “La ética rentista y el espíritu del extractivismo”, pubblicato da Rebelión con l’autorizzazione dell’autore (licenza Creative Commons).

Traduzione a cura di camminardomandando

 

[1] Acuerdo por el Desarrollo – a propósito del proyecto Tía María (Accordo per lo Sviluppo – a proposito del progetto  Tía María), El Comerio.

[2] M. del Castillo y colaboradores, Aportes técnicos que cuestionan la viabilidad del proyecto minero Tía María en Islay – Arequipa (Contributi tecnici che contestano la sostenibilità del progetto minerario TÍa Maria a Islay – Arequipa), Red Muqui y Cooper Acción, Lima, 2015.

Pinto Herrera, H., Proyecto minero Tía María: razones de la protesta (Progetto minerario TÍa Maria: ragioni della protesta), Investigaciones Sociales, UNMSM, 20 (36), pp. 199-213.

[3] M. Vázquez, ¿Acuerdo por el Desarrollo de Tía María? (Accordo per lo Sviluppo di TÍa Maria?), Noticias Ser, Perú.

[4] J. Paucar Albino, Tía María y las observaciones que Southern Copper tiene pendientes (TÍa Maria e le osservazioni che Southern Copper ha in sospeso) , La Mula, Lima, 18 luglio 2019.