progressisti

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di Massimo Modonesi e Maristella Svampa[1]

Pensare il post-progressismo in America Latina è divenuta un’urgenza e un imperativo alla luce dell’accelerazione sorprendente della fine del ciclo (dei governi “progressisti”, ndt) che è in atto dal 2015. Così, mentre alcuni governi progressisti vivono gli ultimi anni del loro mandato senza che i loro leader abbiano la possibilità di venire rieletti alla presidenza (come in Ecuador e Bolivia),[2] altri sono già stati repentinamente sostituiti da forze di destra (elettoralmente, come in Argentina, o con altri mezzi legali però illegittimi, come in Brasile); o si misurano –in situazione di minoranza parlamentare- con una implosione sociale ed economica, come nel caso del Venezuela.

Malgrado l’urgenza della congiuntura, è importante evitare la trappola dicotomica che presenta in forma riduttiva l’orizzonte dell’esistente e del possibile, fra la continuità del progressismo attuale e la restaurazione neoliberista –come realtà o minaccia-; una trappola che nasconde un ricatto orientato a propiziare un artificioso serrare le fila dietro i leader e i partiti del progressismo.

In realtà, a contropelo di queste rappresentazioni infra-sistemiche e conservatrici, è necessario riconoscere e (ri)collocare attori e movimenti sociali e politici, le loro lotte e le loro aspirazioni e pratiche emancipatrici. Lungi da ogni ottimismo ingenuo o propagandistico, vorremmo riprendere e rendere visibile il filo rosso della loro presenza attiva nel recente processo storico latinoamericano come chiave per pensare il post-progressismo al di là delle brevi cadenze elettoralistiche della politica partitica e delle alternanze di governo.

  1. Irruzione e svolta dei movimenti sociali

Per iniziare, ricordiamo che l’inizio del ciclo, fra la metà degli anni 90 e l’anno 2000, ebbe come protagonisti una serie di movimenti e di lotte antineoliberiste. Infatti, l’origine del cosiddetto cambiamento di epoca[3] fu il conflitto sociale, tumultuoso e “plebeo”[4] e non la politica istituzionale e neppure la tradizionale “presa del palazzo”, come sembrò farci credere a posteriori la narrazione progressista. I risultati elettorali che consentirono la formazione di una serie di governi progressisti furono la conseguenza e non la causa del cambiamento del rapporto di forze.

Dalla metà degli anni 90, le resistenze sociali si coagularono in una serie di poderosi movimenti anti-neoliberisti, di composizione interna sociale e ideologica diversificata, con o senza organizzazioni di tipo sindacale o partitico, con o senza leadership carismatiche, capaci di incalzare i governi neoliberisti e talora di sconfiggerli. Di conseguenza, seppur con le loro scelte difensive, le loro forme diversificate e le loro pratiche contraddittorie, in America Latina furono i movimenti popolari che aprirono orizzonti nuovi dai quali pensare la politica e le relazioni sociali, inserendo nuovi temi nell’agenda politica: dalle proteste di fronte alla spoliazione dei diritti più elementari e dalla contestazione delle forme rappresentative vigenti, fino alla proposta di costruzione dell’autonomia come progetto politico, l’esigenza di decentramento e socializzazione del potere (politico e economico) e la re-significazione dei beni naturali.

E’ pero necessario mettere in evidenza due questioni. Da un lato, l’ampliamento della piattaforma tematica e rappresentativa dei movimenti sociali nei rapporti con la società si espresse anche con una pluralità organizzativa e tematica vista poche volte, cosa che disegnò un campo multi-organizzativo e con riferimenti ideologici estremamente eterogeneo e complesso nelle sue possibilità di articolazione. Dall’altro, nel corso di 15 anni, i movimenti sociali vennero configurando uno spazio a geometria variabile nelle loro relazioni con i governi progressisti, nel quale si iscrissero e coniugarono in modo diverso tre dimensioni fondamentali che attraversarono le lotte sociali durante il cambio di epoca: l’irruzione popolare, le richieste di autonomia e la difesa della terra e del territorio.

E’ certo che l’irruzione del popolare nello spazio pubblico andò al di là della soglia della sola resistenza e della subalternità degli anni precedenti e tornò a porre sul tavolo la modalità storica abituale alla quale ricorrono collettivamente gli esclusi per porre le loro richieste, cosa che può essere definita come la “politica della strada”, l’”esplosione delle moltitudini”,[5] modalità nella quale convergono l’idea di politicità dei poveri con quella della ribellione e dell’antagonismo. Altra dimensione importante dell’azione collettiva, rivestita di novità, è stata la richiesta di autonomia che avrebbe caratterizzato sia i piccoli collettivi culturali fino ai grandi insiemi territoriali o organizzazioni di massa. L’autonomia, in termini generali, emerse non solo come un asse organizzativo, ma anche come una prospettiva strategica che si collega sia alla pratica dell’“autodeterminazione” (dotarsi di proprie leggi) sia a un orizzonte emancipativo.[6] Nelle sue versioni estreme questa prospettiva sfidò il pensiero di sinistra più legato alle visioni classiche sul potere. Contemporaneamente la narrativa autonomista nutrì in modo considerevole un nuovo ethos militante,[7] ponendo come imperativo la sburocratizzazione, l’orizzontalismo e la democratizzazione delle organizzazioni, alimentando una sfiducia radicale nei riguardi delle strutture partitiche e sindacali, come anche di tutte le istanze organizzative superiori. Da ultimo, un’altra delle dimensioni costitutive dei movimenti sociali latinoamericani è stata la territorialità. In termini generali, sia nei movimenti urbani che in quelli rurali, la costruzione di una territorialità diversa, opposta a quella dominante, venne emergendo come punto di partenza ineludibile nel processo delle resistenze collettive e, progressivamente, come scommessa ragionata per la ridefinizione e creazione di nuove relazioni sociali.

Si verificò così un chiaro scostamento del paradigma socialista rivoluzionario che era stato l’asse attorno al quale si erano articolate le lotte degli anni 60 e 70, in favore dell’emergere di un non-paradigma, un orizzonte emancipatore più diffuso, dove prosperarono filoni di carattere destituente e di rifiuto di ogni relazione con l’apparato dello Stato.

Ma, ben presto, si è assistito al declino delle richieste e pratiche di autonomia e alla trasformazione della prospettiva popolare in populista, l’affermazione del trasformismo e del cesarismo –decisionista e carismatico- come dispositivi disarticolanti dei movimenti dal basso. In mezzo alla contestazione epocale del neoliberismo, una serie di progetti progressisti seppero controllare e monopolizzare il popolare, attraverso una politica orientata concretamente e discorsivamente verso il sociale, sottolineando la sua origine “dal basso” mentre contemporaneamente verticalizzavano le relazioni con i movimenti sociali, nel contesto concreto di una accentuata profonda mutazione della configurazione delle classi popolari.

Inoltre, la domanda di autonomia mostrò la sua fragilità di fronte alla forte richiesta dello Stato e gran parte venne inclusa o istituzionalizzata nel modello –avente profondo radicamento nelle nostre terre latinoamericane- della partecipazione controllata. Non pochi autonomisti radicali diventarono accesi populisti –con o senza il ricorso a Laclau[8] per legittimarsi mediante “significanti vuoti”, o a Gramsci per giustificare pratiche egemonizzanti- e assunsero la difesa e promozione esasperata del leader e, soprattutto, degli schemi binari di interpretazione che includevano alcune linee di conflitti e contraddizioni, però ne lasciavano fuori o escludevano molte altre, assicurando il monopolio della legittima rappresentatività popolare nelle mani ferme dell’esecutivo.

L’egemonismo sostituì come tendenza l’autonomismo come pratica strutturante del politico. Secondo una logica strettamente pragmatica si passò all’annessione e fagocitazione di ogni istanza indipendente, alla riduzione del pluralismo secondo una logica centralizzatrice che confluiva concretizzandosi nelle istanze partitiche e governative e si plasmava alla fine nella figura del leadercarismatico. Il ricorso al leaderismo risolse in apparenza il problema della rappresentanza (delegata) e della partecipazione (controllata) delle masse.

Per la stessa ragione, non furono né il carattere dal basso delle lotte né la tanto declamata richiesta di autonomia le caratteristiche agglutinanti nei movimenti di contestazione, pertanto è chiaro che questi soffrirono forti rovesci politici nel quadro del consolidamento dell’egemonia progressista. Sussunto il popolare, dissolto l’autonomismo, il tratto più persistente, sebbene non agglutinante, della contestazione sociale fu la territorialità che si trasferì sul terreno della lotta al neo-estrattivismo, sul quale torneremo nell’ultima parte.

  1. Le derive del progressismo realmente esistente

Nella “bussola” delle lotte di organizzazioni e movimenti sociali chiaramente antineoliberisti, vennero emergendo i governi progressisti, i quali sembravano aprire la possibilità di concretizzare alcune richieste di cambiamento e promuovere una diversa relazione fra Economia e Politica, fra Movimenti sociali e Stato e, in alcuni casi, fra Società e Ambiente naturale. Non pochi autori scrissero ottimisticamente sul “post-neoliberismo”,[9] “la svolta a sinistra”, o parlarono anche di una “nuova sinistra latinoamericana”. Quella che primeggiò per designare questi nuovi governi fu la denominazione generica di “progressismo” –che tradizionalmente evoca una tradizione di progresso e di socialdemocrazia-, abbracciando così differenti correnti ideologiche e prospettive politiche, da quella di ispirazione più istituzionalista, passando per lo “sviluppiamo” più classico, fino a esperienze politiche più radicali, di aspetto nazional-popolare o che finirono per dichiararsi socialiste.[10]

Il progressismo latinoamericano comportava una agenda con aspetti similari, come la contestazione del neoliberismo, una politica economica con alcuni tratti eterodossi, l’intervento statale come fattore di regolazione economica e sociale, la preoccupazione o priorità per la giustizia sociale, la lotta contro la povertà e una vocazione regionale e latinoamericanista. Anche quando i governi dei vari paesi avevano caratteri specifici e concreti differenti, molto legati alle loro specifiche tradizioni e traiettorie politiche, esistevano fin dall’origine e vennero affiorando nel tempo forti elementi comuni che combinavano elementi populisti, cesaristi e trasformisti. Il ritorno dell’aspetto populista (di alta intensità) si sarebbe evidenziato nella costruzione di un determinato tipo di egemonia, attraverso l’opposizione e, allo stesso tempo, l’assorbimento e la negazione di elementi propri di altre matrici contestatarie –la narrazione indigeno-campesina, diverse sinistre classiche o tradizionali, le nuove sinistre autonomiste, le quali avevano avuto un ruolo importante agli inizi del cambio d’epoca.[11] Per quanto riguarda gli aspetti trasformisti, questi si caratterizzarono per l’incorporazione/assimilazione di organizzazioni e di intellettuali dei gruppi subalterni all’apparato statale e governativo. Con modalità diverse, l’elemento trasversale consiste nel fatto che queste tendenze hanno riaffermato un processo controllato dall’alto, dove la modifica del sistema di dominazione non si traduce in un cambiamento nella composizione del blocco dominante.[12]

In questo quadro venne operandosi una riduzione del vincolo politico nel quale, come afferma Schavelzon (2016),[13]leader o condottieri appaiono come coloro che “dettero” cose al popolo, nel mentre che i gruppi politici ufficialisti e i funzionari vedono se stessi come “soldati”.

Questi fenomeni sono varianti di quella che Gramsci chiamava rivoluzione passiva, caratterizzata e attraversata da fenomeni di cesarismo progressivo e trasformismo, orientati a promuovere una modernizzazione conservatrice e, allo stesso tempo, a smobilitare e subalternizzare gli attori che erano stati protagonisti del ciclo di lotta precedente, incorporando parte delle loro richieste e assimilando parte dei loro gruppi dirigenti.[14]

Nel quadro di questa caratterizzazione generale si possono individuare tre ordini di limite dei progressismi realmente esistenti che mettono in discussione la loro caratterizzazione come governi “post-neoliberisti” o di sinistra.

In primo luogo, il carattere post-neoliberista e di sinistra è contestabile nella misura in cui i progressismi latinoamericani accettarono il processo di globalizzazione asimmetrica e con quello le limitazioni proprie delle regole del gioco; cosa che finì per costituire delle palle al piede a qualunque politica di ridistribuzione della ricchezza e a qualunque intenzione di cambiamento della matrice produttiva. Indubbiamente, la costruzione di egemonia fu associata alla crescita dell’economia e alla riduzione della povertà. Per esempio, un documento della CEPAL (Commissione Economica per l’America Latina, ndt) relativo all’ultima decade dava conto della diminuzione generale della povertà (dal 44% al 31,4%), come anche del calo della povertà estrema (dal 19,4% al 12.3%).[15]

Fra le ragioni del successo di tali governi si era soliti citare non solo l’aumento dei salari, ma anche l’espansione di una politica di bonos[16] o di piani sociali (programmi di “trasferimento condizionato”), che apparivano chiaramente come eredi degli anni 90 (per il loro carattere assistenziale e compensatorio), cercavano di differenziarsi dall’approccio mirato tipico dell’epoca neoliberista. Tuttavia, con la fine del ciclo progressista, diversi studi mostrano che la riduzione della povertà non si tradusse nella diminuzione delle disuguaglianze. Così, contrariamente a quanto si veniva affermando che l’America Latina era l’unica regione del mondo dove la disuguaglianza era diminuita, queste ricerche -basate sulle dichiarazioni fiscali degli strati più ricchi della popolazione- mostrano che la regione ha conosciuto una maggior concentrazione della ricchezza.[17] A questo si deve aggiungere che i diversi progressismi realizzarono solo timide riforme del sistema tributario, quando non furono inesistenti, approfittando del Consenso delle commodity[18] (in un contesto di ottenimento di reddito straordinario), però senza gravare con imposte gli interessi dei settori di maggior potere. Per ultima cosa, al di là del processo di nazionalizzazioni (la cui portata dovrebbe venire analizzata in ciascun caso specifico), si devono evidenziare le alleanze economiche dei progressismi con le grandi corporationtransnazionali (agro business, industria, settori estrattivi).

Il secondo limite che mette in discussione il carattere post-neoliberista e di sinistra dei progressismi è di indole eco-territoriale e riveste un carattere sistemico, infatti rende conto che essi accentuarono la matrice produttivista propria della modernità egemonica, al di là delle narrazioni eco-comunitarie dichiarate inizialmente dai governi della Bolivia e dell’Ecuador, o delle dichiarazioni critiche dello chavismo sulla natura redditualista ed estrattivista della società venezuelana. A sua volta, l’espansione dell’estrattivismo illustra la relazione esistente fra modelli di (mal)sviluppo, problema ambientale e regressione della democrazia (manipolazione della Convenzione 169 dell’OIT,[19] ostacolo alle consultazioni pubbliche, scenari di criminalizzazione e peggioramento dei diritti fino a repressioni aperte).

Il terzo limite è di indole politico-istituzionale ed evidenzia la concentrazione del potere politico, l’utilizzazione clientelare dell’apparato dello Stato, lo strangolamento del pluralismo e l’intolleranza verso le dissidenze. Normalmente, sono i movimenti sociali e le sinistre le vittime abituali della chiusura degli spazi politici e dei processi di disciplinamento sociale e violazione dei diritti umani. Una volta addomesticate le forme di organizzazione sociale, l’ampliamento della logica egemonica si estese, con i modi concilianti e interclassisti propri dei vecchi modelli populisti progressisti, mediante l’incorporazione degli interessi delle classi dominanti conquistando l’adesione attiva o passiva di una parte di esse –senza che smettessero di giocare, attraverso la polarizzazione politico-ideologica, in favore delle opposizioni di destra- in vista di un vantaggio sul piano elettorale che puntualmente si verificò. Nella maggioranza dei casi, questa pratica politica egemonica, priva di un progetto emancipatore, si rivelò efficace nel medio periodo di una decade. E’ significativo come in questo lasso di tempo, al margine o al di sopra dei vari mandati costituzionali, eccettuato parzialmente il Potere Comunale in Venezuela, restasse intatta la trama statale e partitocratica propria del (neo)liberismo.

III.      Lotte sociali e orizzonti emancipatori

A parte le sue discutibili realizzazioni in chiave post-neoliberista, della persistenza e approfondimento della matrice primario-esportatrice, e ancor più, della crescita delle disuguaglianze in un contesto di riduzione della povertà, questi governi contribuirono a disattivare quelle tendenze emancipatrici che si stavano sperimentando nei movimenti anti-neoliberisti. Disattivazione che solo parzialmente può essere attribuita alla tendenza naturale al riflusso dei cicli di lotta, e all’apertura di canali istituzionali per promuovere richieste e il loro soddisfacimento, come sono soliti fare governanti e difensori del progressismo.

Oltre al deterioramento degli indici economici e, in vari casi, del non riconoscimento della crisi economica (Argentina, Venezuela), in questo contesto di spoliticizzazione e smobilitazione delle classi subalterne, non sorprende che la fine del ciclo del progressismo avvenga grazie alla destra e non per un “traboccamento” verso sinistra.

Allo stesso tempo, la ristrutturazione del potere in chiave egemonica generò altre resistenze e reazioni dal basso, che non devono essere sottostimate perché, pur nella loro insufficienza, esse sono portatrici di per sé di elementi antisistemici e costituiscono le riserve strategiche del movimento sociale latinoamericano. L’egemonia progressista latinoamericana è stata ben presto incrinata dalla critica all’estrattivismo, che è venuta arricchendo le grammatiche della lotta, incluso il coinvolgimento del discorso più classico del “potere popolare”. Così, a partire da organizzazioni campesine e indigene (i “campesindios” di Armando Bartra),[20] movimenti urbani territoriali, nuovi movimenti socio-ambientali e infine collettivi culturali e assembleari di ogni tipo, si è venuta costruendo una nuova grammatica politica contestataria che mira alla costruzione di una narrativa emancipatrice alla luce di nuovi “concetti-orizzonte”: fra questi Beni Comuni, Ben Vivere, Comunalità, Post-estrattivismo, Etica della cura, Democratizzazione radicale.

In alcuni paesi, la sinistra sociale e sindacale ha cominciato a gettare ponti con questa sinistra campesindia ed eco-territoriale, riprendendone problematiche e concetti; in altri paesi questa connessione appare in modo minore nella misura in cui la sinistra classista appare maggiormente dominata da una visione più operaista e produttivistica. Ma il dialogo è talmente inevitabile che non poche sinistre classiste oggi cominciano ad ampliare la propria piattaforma tematica, includendo concetti che provengono da questi altri linguaggi e, viceversa, la politicizzazione delle lotte socio ambientali, le porta a cercare e incontrare chiavi di lettura che riconducono alle migliori tradizioni e pratiche politiche delle sinistre del XX secolo.

Da un altro lato, l’apparente debolezza delle lotte socioambientaliste risiede non tanto nella loro supposta marginalità (l’estrattivismo in America Latina amplia sempre più le proprie frontiere), ma nel suo carattere rurale e legato a piccole località e pertanto al suo incapsulamento su scala locale e regionale così come nella sua disconnessione con le grandi lotte sindacali e –in minor misura- con le lotte sociali urbane, nel quadro di società maggioritariamente urbane.

D’altra parte il paradigma del “potere popolare” promosso da certi movimenti sindacali e organizzazioni urbane (fabbriche recuperate, movimenti socio-territoriali urbani, forme di economia sociale popolare, fra gli altri) nonostante le contraddizioni (la tensione/subordinazione con le leadership populiste; o la sua apparizione nel quadro della crisi sistemica, come nel caso del Venezuela), ci allerta sulla persistenza e potenzialità di forme di lotta antisistemiche nate e alimentate da settori popolari urbani.

In ogni caso, tutto indica che nel nuovo ciclo politico queste due linee di accumulazione storica oggi disgiunte (lotte socio-ambientaliste, lotte urbane e sindacali) la cui traiettoria e spessore differiscono a seconda dei paesi e delle esperienze, potrebbero stabilire, in termini di strategia di azione e di resistenza alla restaurazione conservatrice e di superamento del progressismo, un maggior dialogo per quanto riguarda la concezione del cambiamento civilizzatorio e dei concetti-orizzonte.

Su un altro piano, si deve aggiungere che nella gioventù latinoamericana, malgrado le inerzie spoliticizzanti legate al consumismo, si stanno osservando segnali di combattività. In parte perché è apparsa sullo scenario politico una generazione che non si è politicizzata con le lotte anti-neoliberiste che costituirono la condizione di possibilità dei governi progressisti ma la cui politicizzazione in chiave di opposizione passò necessariamente attraverso la sfida all’ordine progressista già istallato rilevandone i limiti. Nello stesso tempo, col non essere radicalmente antisistemiche, le politiche pubbliche progressiste mantennero intatti quanto meno due flagelli che attraversano e creano tensioni nel mondo giovanile: la competitività e la precarizzazione. In modo che studenti, disoccupati, sottoimpiegati, lavoratori precari e flessibilizzati vivono un’esperienza comune in termini classisti e furono e sono relativamente estranei alla pax sociale progressista. In effetti, nel corso di questi anni non hanno disdegnato di manifestare il loro dissenso velatamente e, in alcune occasioni, apertamente attraverso una serie di pratiche e strumenti (proteste per la richiesta della gratuità dell’educazione, come in Cile, protesta contro l’aumento delle tariffe dei servizi pubblici, sostegno a lotte territoriali e lotte sindacali, fra le altre).

I conflitti lavorativi che scossero più di un governo progressista si nutrirono della densità organizzativa propria della forma sindacato ma anche della spinta dal basso, dall’interno e dall’esterno- fornita dall’attivismo delle frange giovanili. Oltre al loro contributo al conflitto, in ampi strati della gioventù latinoamericana si coltivano e promuovono valori associativi, antipatriarcali e libertari contrapposti al conservatorismo social-liberalista proprio del progressismo latinoamericano.

L’accumulazione di forze e la capacità di articolazione politica di queste esperienze è, da tutti i punti di vista, insufficiente per proiettarle come alternativa operativa sul terreno delle dispute politico-statuali, monopolizzato da interessi poderosi e forme consolidate. Tuttavia queste lotte contengono pratiche collettive e trasfondi morali e ideologici che aprono orizzonti emancipatori esterni al perimetro delimitato dall’opposizione progressismo-neoliberismo. Nel medesimo tempo, a livello societale,[21] il loro rafforzamento e consolidamento antagonista, come contropoteri conferiscono loro un valore inestimabile giacché, nella durata media dei cambiamenti epocali, di fronte all’evidente sfumare dell’illusione post-neoliberista e sotto la minaccia restauratrice, è indispensabile orientarci dal basso, a contropelo di ogni tentazione conservatrice, e ciò partendo dal filo rosso della capacità di resistenza e dalla aspirazione emancipatrice delle lotte in corso.

Per concludere, in mezzo al pluralismo irriducibile e alla convulsione movimentista, in questi anni è apparso qualcosa di più di semplici barlumi pratici e teorici nella ricerca di percorsi emancipatori. Ed è certo, al di là dell’involuzione populista dei governi progressisti e ancor più della fine del ciclo a cui oggi assistiamo con preoccupazione, queste scommesse emancipatrici, queste diverse linee di accumulazione di lotte, continuano a costituire parte del patrimonio su cui fanno affidamento le classi subalterne della regione.

Traduzione a cura di camminardomandando

E’ consentita la riproduzione e la diffusione dell’opera integralmente o in parte, purchè non a scopi commerciali, citando l’autore e la traduzione a condizione che venga mantenuta la stessa licenza creative commons

[1] M. Modonesi è storico e sociologo, Professore alla UNAM, in Messico; M. Svampa è sociologa e giornalista, ricercatrice al Conicet, in Argentina.

[2] NdT : Morales in Bolivia è stato sconfitto nel referendum indetto per consentire un suo terzo mandato mentre Correa ha dichiarato di rinunciare alla rielezione dopo le proteste popolari di fronte alla presentazione della modifica costituzionale necessaria a consentirgli di ripresentarsi.

[3] NdT : Molti analisti si chiesero enfaticamente: “Epoca di cambiamenti o cambio di epoca?” e si risposero “E’ cambio di epoca”. Così ad es. l’opinionista Alicia Bárcena, Segretaria Esecutiva della CEPAL (13/11/08): “No hay que equivocarse, ésta no es una época de cambios sino un cambio de época.” E l’espressione divenne di uso frequente.

[4] Gli autori usano il termine plebeyo, frequente nel linguaggio della sociologia latinoamericana, che fa riferimento al livello inferiore della piramide sociale. In seguito useremo come traduzione il termine popolare, più generico, tenendo presente questa precisazione.

[5] M. López Maya ( 2005), «La protesta popular venezolana: mirando al siglo XX desde el siglo XXI», in CENDES, Venezuela Visión plural, vol. II, bid&co.editor, Cendes-UCV, pp.517-535.

[6] M. Modonesi (2010), Subalternidad, antagonismo, autonomía. Marxismos y subjetivación política, Prometeo-CLACSO, Buenos Aires.

[7] Vedasi M. Svampa (2008), Cambio de época. Movimientos sociales y poder politico. Buenos Aires, Siglo XXI y ( 2010) Movimientos sociales, matrices socio-políticas y nuevos contextos en América Latina”, in OneWorld Perspectives, Workings Papers 01/2010, Universitat Kassel.

[8] Ndt: importante filosofo e politologo argentino teorico del populismo.

[9] NdT: Una critica articolata e documentata di questo processo è contenuta nel libro di Pablo Dávalos, Democrazia Disciplinare, www.mutusliber.it

[10] Ci riferiamo, ovviamente, al Cile, con i governi di Patricio Lagos e Michelle Bachelet; Brasile, di Lula Da Silva e Dilma Roussef; Uruguay, di Tabaré Vázquez e Pepe Mújica; l’Argentina di Néstor e Cristina Fernández de Kirchner; l’Ecuador di Rafael Correa; la Bolivia di Evo Morales e il Venezuela di Hugo Chávez e recentemente, di Nicolás Maduro; Nicaragua con le presidenze di Daniel Ortega e i governi del FMLN in Salvador, in particolare quello di Sánchez Cerén.

[11] M. Svampa (2016), Debates Latinoamericanos. Indianismo, desarrollo, dependencia y populismo. Buenos Aires, Edhasa.

[12] Per una concettualizzazione più generale, sebbene applicata al caso del Cile, vedere F.Gaudichaud (2014) “Progresismo transformista”, neoliberalismo maduro y resistencias sociales emergentes” http://www.rebelion.org/ noticia.php?id=184776.

[13] Vedere S. Schalvelzon (2016), “El Estado neoliberal terminó gobernando el progresismo”, entrevista de Alejandro Zegada, 12/05/2016, http://anarquiacoronada.blogspot.com.ar/2016/05/el-estado-neoliberal-termino gobernando. html

[14] Vedere di M. Modonesi (2016), “Subalternización y revolución pasiva” in El principio antagonista. Marxismo y acción política, Itaca-UNAM, México y de M. Svampa (2013),” Populismo de clases medias y revolución pasiva”, en Ideas de Izquierda, disponible in https://issuu.com/ideasdeizquierda/docs/ideas_de_izquierda_02__2013

[15] CEPAL (2012), El Estado frente a la autonomía de las mujeres”, ONU, disponibile in http://www.observatoriojusticiaygenero.gob.do/documentos/PDF/publicaciones/Lib_el_estado_frente_%20autonomia_%20Mujeres.pdf

[16] NdT: sussidi economici erogati a vario titolo.

[17] Vedere il numero speciale di Nueva sociedad, soprattutto l’articolo dell’economista Pierre Salama, “¿Se redujo la desigualdad en América Latina? Notas sobre una ilusión”, 2015; disponible in http://nuso.org/articulo/se-redujo-la-desigualdad-en-america-latina/ . Per una discussione sulle modalità della misura e sulla sua metodologia vedere M. Medeiros, P.H.G. Ferreira de Sousa e F. Avila de Castro, “Estabilidade da desigualdade de renda no Brasil, 2006-2012. Estimativa como dados do imposto de renda e pesquisas domiciliares”, Ciencia &Saude Coletiva 20 (4): 971-986.

[18] NdT: Il «Consenso delle Commodities» sottolinea l’ingresso dell’America Latina in un nuovo ordine economico e politico-ideologico sostenuto dal boom dei prezzi internazionali delle materie prime e i beni di consumo richiesti in maniera crescente dai paesi centrali e dalle potenze emergenti. Questo ordine sta consolidando un modello di sviluppo neo-estrattivista che genera vantaggi comparativi, visibili nella crescita economica mentre genera nuove asimmetrie e conflitti sociali, economici, ambientali e politico-culturali. Questa conflittualità segna l’apertura di un nuovo ciclo di lotte incentrate sulla difesa del territorio e dell’ambiente, come la discussione sui modelli di sviluppo e le frontiere stesse della democrazia», http://nuso.org/articulo/consenso-de-los-commodities-y-lenguajes-de-valoracion-en-america-latina. Ndt: Per commodity si intendono le materie prime quali petrolio, metalli etc.

[19] NdT: Importante Convenzione dell’Ufficio Internazionale del Lavoro, organo delle Nazioni Unite, relativa ai diritti dei popoli indigeni.

[20] Bartra.

[21] NdT Nel linguaggio sociologico questo nuovo termine si riferisce ai diversi aspetti della vita sociale degli individui in ciò che essi costituiscono una società organizzata.

 

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