Parole di Gustavo Esteva al Seminario zapatista Il pensiero critico di fronte all’Idra capitalista. Oventic e San Cristobal de Las Casas – Chiapas (Mx), 3-9 maggio 2015
Versione riveduta dall’autore, giugno 2015.

oventic

Per tentar di capire quello sta accadendo, può essere utile voltarsi indietro e guardare come nacquero le teste dell’idra che vogliamo tagliare. Alcune chiavi del futuro possono avere le loro radici nel passato. «L’archeologia, non la futurologia, è l’unica via per accedere al presente» (Agamben in La Repubblica, 27/05/2015).

Assalto al cielo

Negli anni Quaranta, il Partito comunista messicano stipulò il patto operaio-impren­ditoriale, e le grandi Centrali dei lavoratori cominciarono a svolgere la propria funzione come strumenti di controllo. Costruire l’Unione Generale degli Operai e Contadini del Messico –  nientedimeno! – fu una forma di risposta. Lo fu anche il Movimiento Revolucionario del Magisterio (Movimento rivoluzionario degli insegnanti), guidato da Othón Salazar che sicuramente frequentò ad Ayotzinapa il 2° anno di scuola normale.[1] Il decennio successivo si concluse con lo sciopero che paralizzò il paese nella settimana santa del 1959; con Vallejo incarcerato; con 9mila ferrovieri licenziati; con l’ingresso di Fidel a L’Avana… Tutto questo ebbe un forte impatto sulla mia generazione, ma fu soprattutto lo spirito degli anni Sessanta ad essere decisivo per la nostra formazione politica.

Nel 1962, a Port Huron, giovani statunitensi scrissero l’agenda per tutta una generazione. Si misero in marcia… ma non sapevano bene dove andare. Erano il ribelle senza causa incarnato da James Dean… Quando gli chiesero contro cosa si stesse ribellando in The Wild One, Marlon Brando ringhiò seccamente: «Cosa succede qui?». Non lo sapevano. Ma i Beatles ave­vano ascolto ancor prima di nascere.

Furono gli anni del sogno di Martin Luther King: non si trattava di sorbire la droga del gradualismo; era invece il momento di rendere subito reali tutte le promesse. Leader politici fra loro assai diversi simboleggiavano il cambiamento: Krusciov e Giovanni XXIII, Fidel e Nasser… Autori inattesi aprivano nuove strade. Apparvero i manoscritti del 1844…

Nel 1960 solo il 10% dei nordamericani aveva la televisione; dieci anni dopo, solo il 10% ne era privo. McLuhan spiegò come si stesse formando in tal modo una tribù mondiale che abitava un villaggio globale.

Fu il momento di Atlantic City, Betty Friedan, il decollo del movimento femminista.

Negli Stati Uniti nacquero un milione di ‘comuni’ e prese forza il Movimento di Ritorno alla Terra.

La lista è interminabile. È esistito realmente uno spirito degli anni Sessanta, in tensione fra una corrente individualistica e un’altra solidaristica e comunitaria. «Tutto venne messo in discussione: la famiglia, il lavoro, l’istruzione, il successo, la saggezza, la pazzia, l’educazione dei bambini, l’amore, la scienza, la tecnologia, il progresso, la ricchezza…» (Sbert, 2009, p. 23). «Improvvisamente, tutta la gioventù del mondo era unita e trovava un linguaggio comune per rispondere a tutte le domande. Era necessario cambiare tutto» (G. Dehesa, citato in Sbert, 2009, p. 24). «All’improvviso si vedeva tutto quello che una società aveva di intollerabile, assieme alle possibilità di un’altra realtà sociale» (Deleuze e Guattari, citato in Sbert, 2009, p. 24).

Vi fu una profonda rivoluzione di tutte le problematiche umane. Per una gran parte della popolazione del mondo, il Medio Evo ebbe fine negli anni Sessanta. In quel clima, con quella visione, in quelle condizioni, si desiderò tutto. The sky is the limit («il cielo è il limite»), Assault to hea­ven («assalto al paradiso») divennero espressioni correnti. La prima oggi viene tradotta con «Tutto è possibile». Questo era ciò che significava e che pensavamo dicendolo. La seconda esprimeva un’intenzione  precisa: assaltare il cielo, prenderlo nelle mani. Era stato possibile camminare sulla luna. Come non sarebbe stato possibile assaltare il cielo politico e sociale? E non fu casuale che venisse usata la stessa frase forgiata da Marx, in una lettera a un amico, per parlare della Comune di Parigi, dove per la prima volta si vide il popolo cacciare i governanti e dare l’assalto al cielo.

Quegli ‘anni dorati’, dal 1960 al 1973, furono il vertice di un periodo di prosperità senza precedenti. Traballante, per i suoi stessi eccessi, il capitale aveva fatto concessioni. Era riuscito ad uscire dalla ‘grande depressione’ con la Grande Guerra, ma il suo recupero fu possibile solo grazie al New Deal (Nuovo Corso). I sindacati divennero forza reale della politica pubblica, fecero aumentare anno dopo anno i salari reali e nacque lo ‘Stato del benessere’ (Welfare State). Ricette keynesiane generarono la domanda che il capitale era incapace di creare. La guerra, la morte di cento milioni di persone, assicurò il successo del pacchetto… e così si ebbero i ‘30 anni gloriosi’, con miglioramenti nelle condizioni della gente, un’espansione capitalistica spettacolare e mobilitazioni dei lavoratori che andavano dalla cucina alle scuole e alle fabbriche, con ‘comuni’, picchettaggi e guerre di guerriglia. Sembrava proprio che la rivoluzione stesse arrivando.

«Una eccitazione carica di speranza percorreva il mondo. Sembrava di essere alla vigilia del parto della nuova società. Sembrava che il delirio tecnologico della civiltà occidentale fosse andato incontro alla sua nemesi. La triste alternativa fra un mondo occidentale democratico che aveva venduto l’anima al capitalismo e una sfera sovietica che aveva venduto l’anima alla burocrazia sembrava che arrivasse finalmente ad essere una reliquia del passato. E la nuova alternativa era una società dotata di una democrazia diretta… piena di anima. Sotto la luce splendente di questa grande visione, confluiva una sola ondata potentissima e inarrestabile, l’emanci­pazione» (Sbert, 2009, p. 32).

Nel maggio di Parigi, nel ‘68, stava confluendo tutto questo. Si mescolavano socialisti utopici con anarchici, freudo-marxisti e surrealisti. I nomi dei gruppi danno l’idea del momento: il «Comitato d’Azione Freud – Che Guevara», il «Comitato Rivoluzionario di Agitazione Transessuale»… I loro slogan erano chiari: «Tutto il potere all’immaginazione»; «È il sogno che è reale». Per i situazionisti, le rivoluzioni che si avvicinavano sarebbero state momenti di festa, «perché festoso è il tono stesso della vita che annunciano». Sartre sottolineava: i giovani «non desiderano  un futuro come il nostro, noi che abbiamo dimostrato di essere codardi, avviliti dall’obbedienza, vittime di un sistema chiuso». Morin vedeva «l’estasi della storia», Touraine «il primo movimento sociale antitecnocratico», Malraux «la risposta a una crisi di civiltà»… (Sbert, 2009, p. 29).

I giovani contaminarono gli adulti. A Parigi ci fu lo sciopero generale più partecipato e prolungato della storia.

Una nuova era sembrava essere alle soglie. L’agenda dei giovani di Port Huron sarebbe divenuta realtà:

«Cercare alternative autentiche a ciò che abbiamo, e in tal modo fare esperienze sociali di auto-governo. Dare un senso alla vita… Senza individualismo egoistico… Rimpiazzeremo il potere basato sul possesso, il privilegio o le circostanze col potere e la relazione basati sull’amore, la riflessione, la ragione e la creatività… Il lavoro deve avere come incentivo qualcosa di più importante del denaro o della sopravvivenza. Deve essere educativo, non abbrutente; creativo, non meccanico; auto-diretto, non manipolato; deve stimolare l’indipendenza, il rispetto degli altri, un senso di dignità e la disponibilità ad accettare le responsabilità sociali».

Bello, nevvero? In questo clima vivevamo, a questo credevamo… però venimmo sconfitti.

De Gaulle minacciò di portare i carri armati a Parigi e il movimento ebbe termine. In Messico ci fu il 2 di ottobre. La primavera di Praga venne cancellata dai carri armati. Le guardie rosse in Cina fecero quello che fecero. Martin Luther King e Robert Kennedy furono assassinati. A Woodstock, «la nuova società abortì, drogata e felice»…

In Messico, l’«apertura democratica» di Luis Echeverría, la sua lettura del ‘68, aveva tre componenti: inventare l’opposizione politica, dare denaro alle università e offrire opportunità agli universitari. Vari leader del ‘68 passarono dalle carceri a posti di governo. Altri concen­trarono il loro impegno sul nuovo partito che avrebbe catturato l’anima della sinistra e altri ancora si misero a studiare o a insegnare.

Ho richiamato tutto ciò, durante il nostro seminario, per cercare di scoprire che cosa possiamo imparare da questa esperienza. Vi è una lunga serie di spiegazioni per la nostra sconfitta. Il food power che modificò contro di noi il modello mondiale di produzione di alimenti; la separazione del dollaro dall’oro; l’embargo petrolifero; gli interventi della Banca Centrale statunitense; l’individualismo di molti giovani rivoluzionari… Tutto questo ha pesato. Era parte della guerra che la famosa Commissione Trilaterale andava tessendo segretamente, la fusione del grande capitale con il grande governo. Ma il fattore decisivo può essere stato il fatto che si ritenne possibile che il cambiamento venisse realizzato attraverso le strutture di governo. Si voleva cambiarle, trasformarle in qualcos’altro, ma nello stesso tempo si voleva utilizzarle per la grande trasformazione che si cercava di realizzare. Su questo terreno, che non è quello della gente, subimmo la grande sconfitta. Alcuni di noi impararono la lezione. Non c’era nulla da sperare dai governi, dall’alto. Il cambiamento non può venire da lì. Continua a sorprenderci che alcuni continuino a guardare in quella direzione.

Tuttavia eravamo confusi. Tardammo a renderci conto della sconfitta e ancor più a capirne le ragioni. Eravamo affetti da cecità di ogni genere,[2] nascoste sotto l’etichetta della «globalizzazione neoliberista»… A poco a poco vennero smantellati i progressi sociali e si tornò alla situazione che c’era prima del New Deal… e della crisi del 1929. Vennero riallocati i mezzi di produzione, il capitale fu de-territorializzato, crebbe la concorrenza fra lavoratori, vennero smantellati il potere sindacale e lo ‘Stato del benessere’, e si organizzò la spoliazione massiccia delle terre.

Il massacro di Ludlow, nell’aprile del 1914, in Colorado, quando minatori in sciopero vennero assassinati, è emblematico della situazione dei lavoratori di cent’anni or sono: solo il 5% di loro era sindacalizzato. Fu ciò che il New Deal volle correggere. Ormai siamo tornati lì. Solo il 6,6% dei lavoratori del settore privato degli Stati Uniti è attualmente iscritto a un sindacato. Si era arrivati a una cifra cinque volte maggiore. Il declino del settore è considerato oggi come una realtà irreversibile.

Sono stati cancellati i progressi di un secolo in materia di disuguaglianza economica e di accumulazione della ricchezza, quelli che avevano creato l’illusione che la società capitalistica avrebbe potuto essere ugualitaria e che tutta la gente avrebbe potuto appartenere alla classe media.

Aldous Huxley nel 1958 pronosticò quanto sarebbe accaduto:

«Grazie a metodi sempre più efficaci di manipolazione mentale, la natura delle demo­crazie verrà cambiata. Permarranno le vecchie forme pittoresche: le elezioni, i parla­menti, le supreme corti e tutto il resto. Però la realtà sottostante sarà una nuova forma di totali­tarismo non violento» (Huxley, citato in Krieger, 2014).

Indovinò solo in parte. Questo totalitarismo ricorre oggi a forme terribili di violenza in una guerra aperta contro la gente, oltre a smantellare lo Stato di diritto. Benjamin ci aveva preavvisati parlando dello stato di eccezione, la forma in cui hanno sempre vissuto gli oppressi. Agamben (2007) ci mostra ora come ciò sia diventato la regola.

Non so quanti della mia generazione si sentirono orfani dopo il collasso dell’Unione Sovietica o l’apertura della Cina. Non fu il caso mio, perché da tempo questi paesi  avevano cessato di essere i miei punti di riferimento, però condividevo la perplessità di quasi tutti. Andai a vivere a otto chilometri da dove era nata la mia nonna zapoteca, in un villaggio nello Stato di Oaxaca. Lì ruminavo il mio sconcerto… e mi aggrappavo ai miei, ai popoli che mi fecero nascere.

Il primo gennaio del 1994 mi trovavo lì. Si è affermato con ragione che la sollevazione fu il risveglio per tutti i movimenti antisistemici. Per me fu una rottura decisiva, la fine di un’era e l’inizio di un’altra. Vi erano cose evidenti da fare. Uscire nelle strade, ad es., per dire loro che dal giorno 3 non erano soli. A marzo, afferrai la mano di non so chi in un cerchio di pace nella cattedrale di San Cristóbal. Andava bene. Erano gesti anonimi. Ma ciò che importa sottolineare è che la sollevazione zapatista cambiò la vita a me e a molte persone della mia generazione. Rappresentò un’altra possibilità politica, la rinascita della speranza, un nuovo cammino di azione trasformatrice, l’iniziativa politica più radicale e più importante del mondo. Non era una nuova definizione dogmatica, come quelle della tradizione che per tanti anni continuò a sostenere che «non c’è altra strada se non la nostra», nonostante le costanti sconfitte. Era un’apertura a un modo nuovo di fare politica, che non pretendeva di imporre a tutti una verità, una scuola di pensiero e di azione, un comando unico, ma era una continua fonte di ispirazione, continuamente spingeva all’incon­tro con altri e altre, e indicava la possibilità di collegarsi con quelli che, come noi, non ne potevano più di questa società insopportabile ed erano decisi a costruire un altro mondo.

Cercavamo di capire quello che succedeva, perché appariva sempre più evidente che era cambiata la condizione del capitale. Negli anni Sessanta, Paul Baran e Paul Sweezy erano stati fari intellettuali molto importanti per la mia generazione. Alcuni di noi tornarono a dar loro un’occhiata.

Ora dicevano che la dinamica neoliberista creò una forma di stasi prolungata, stabile e permanente, che mise nell’angolo il capitale. Venne rotta la tregua sociale: la creazione di nuovi posti di lavoro si arrestò a partire dall’anno 2000. Secondo Sweezy, la finanziarizzazione del processo di accumulazione del capitale costituiva lo sforzo disperato di sfuggire alla stagnazione economica. La finanziarizzazione agiva come una droga o uno stimolante, come avviene per alcuni atleti. Consente di vincere una battaglia… ma porta a perdere la guerra.

«Noialtri – scrissero Magdoff e Sweezy nel 1987 – diventammo adulti negli anni ’30, per cui la nostra formazione ebbe luogo all’interno delle realtà dell’economia e della politica capitalista. Per noi, la stagnazione economica, nella sua forma più atroce e penetrante, comprese le sue ramificazioni di vasta portata in tutti gli aspetti della vita sociale, fu un’esperienza personale sconvolgente. Sappiamo che cos’è e che cosa significa; non abbiamo bisogno di definizioni né di spiegazioni».

Questi due autori deploravano che le nuove generazioni ignorassero l’idea stessa di stagnazione e non trovassero il modo per collegare la propria esperienza a quanto stava accadendo. È una riflessione che getta una buona luce sulle circostanze attuali. La tendenza alla stagnazione sta alla radice di ogni società capitalistica matura. E la finanziarizzazione è un rimedio salvifico tanto disperato quanto pericoloso.

Nel 1997, Sweezy sottolineò che la questione cruciale della sovra-accumu­lazione attuale deve essere esaminata alla luce dell’inevitabile interrelazione fra la monopolizzazione globale, la stagnazione e la finanziarizzazione del processo di accumulazione. Non è una crisi, che ha sempre una soluzione ed è transitoria, ma è uno stato di cose permanente, con conseguenze catastrofiche per la vita della natura e della società, senza vie di uscita nel suo proprio contesto.

Gli anni della prosperità, ora lo si vede con chiarezza, sono stati un’anomalia, un periodo di follia nel quale il padre ha sperperato ciecamente il patrimonio familiare. Tutti ora ne soffrono le conseguenze. Dato che ora il capitale non può più investire nella produzione, l’idra attuale si lascia andare senza riserve a una febbre distruttiva. La stagnazione genera sovra-accumula­zione e finanziarizzazione: negli Stati Uniti il settore finanziario, assicurativo e im­mobiliare, che negli anni Ottanta rappre­sentava il 35% della produzione di beni, in anni recenti ha raggiunto il 65%. I danni alla Madre Terra mettono a rischio la sopravvivenza della specie umana. La distruzione del tessuto sociale e politico è ancora più grave. Ogni settimana scompare una lingua. Scompaiono culture intere. Forme antichissime di esistenza sociale, che erano riuscite a resistere a tutti gli attacchi e nutrivano la convivenza umana, sono grave­mente minacciate. La cosa più grave è la frammentazione individualistica che esaspera la violenza e limita le possibilità di organizzare risposte collettive al disastro.

L’impeto distruttore è a volte cieco, folle, del tutto irrazionale, puro furore avido. Però altre volte è frutto di un calcolo patologico, che pensa a ciò che è avvenuto in passato, quando grandi distruzioni favorirono la rinascita capitalista. Si è tornati a sognare l’incubo della guerra in termini da togliere il respiro.

La frammentazione contrappone sempre più le persone appartenenti a uno stesso gruppo: ragazzi contro ragazzi, lavoratori contro lavoratori, comunità contro comunità. Ci stiamo avvicinando alla sindrome jugoslava, al di là della guerra civile in cui ci troviamo, dal momento che amici e vicini che erano vissuti assieme per secoli cominciano ad ammazzarsi gli uni gli altri. Nell’aprile 2015 a Oaxaca per poco non si scatenò una rissa spaventosa. Lavoratori semischiavi delle mafie del trasporto urbano presero dei tubi metallici per scontrarsi con lavoratori semischiavi delle mafie del mercato centrale. Accade fra loro, nelle famiglie, fra vicini, fra comunità…

L’espropriazione generale si aggrava. Parole tecniche, come ‘estrattivismo’ minerario o urbano, o ‘grandi opere’, nascondono ciò che non è altro che una rapina sempre più brutale.

La facciata democratica della quale il capitale aveva bisogno per la libera azione del mercato si è trasformata in ostacolo, come pure le frontiere dello Stato nazionale, che erano state l’arena privilegiata per l’espansione del capitale. La nozione di sovranità nazionale è sempre più un ricordo di tempi passati.

Nella storia vi sono stati momenti simili a questo. Però forse non ce n’è stato nessuno in cui il disastro fosse tanto generale e sconvolgente. Fa parte del disastro il fatto che ancora si stenda uno spesso velo sopra quello che accade; si pensa ancora che le difficoltà attuali presto termineranno e torneranno i ‘bei tempi’.

Il messaggio che a volte inviano coloro che protestano nelle strade, in Europa, è ambiguo: c’è qualcosa di peggiore dell’essere sfruttati, ci dicono: è il non essere sfruttati. Non c’è per caso qui attorno qualche capitalista disposto a rimetterci le catene? Si lotta per il posto di lavoro così come si lotta per l’aumento del salario, e non vi è dubbio che queste lotte siano legittime e che sia necessario continuare a farle. Ma restano all’interno del quadro dominante, con la convinzione che è possibile vincere alcune di queste battaglie – cosa certa – anche se si sta perdendo la guerra.[3]

Il soggetto storico della trasformazione si è disarticolato. Gli eroi sono stanchi. Non tornerà a esistere un’organizzazione potente del proleta­riato industriale che per tanti anni fu per la mia generazione la promessa e la speranza del cambiamento. Quello che ne rimane è come un vascello alla deriva.

Il regime politico creato dalla Rivoluzione Messicana,[4] che era una variante di quello configuratosi nel secolo XIX, è stato ormai smantellato. Non è solo il fatto che la Costituzione sia ormai un documento senza coerenza né sostanza, uno strumento per la manipolazione, il controllo e la rapina. Il fatto è che lo stesso ‘Stato di diritto’, che mai è stato forte in questo paese, ha cessato di esistere. Nel 2009 la Corte Suprema ha battuto gli ultimi chiodi sulla sua bara, certificando per iscritto che il governo può sopprimere le garanzie costitu­zionali e reprimere i movimenti sociali. Così, criminalizzando la protesta sociale e l’iniziativa della società civile, le istituzioni statali indicano bene l’unica strada che ci resta da percorrere: riorganizzare la società dalla base, e stabilire da lì le norme che devono regolare la nostra convivenza. E resistere, resistere, resistere.

Le schiere di scontenti

La fine degli accordi del New Deal ha rappresentato anche la liquidazione della tregua sociale pattuita subito dopo la Grande Depres­sione fra i lavoratori e il capitale, tregua che garantiva la stabilità sociale finché i primi avessero continuato a generare profitti e il secondo a generare lavoro. La fine della tregua si tradusse, fra l’altro, in una nuova ondata di mobilitazioni dei lavoratori. Più di qualsiasi altra cosa, la strategia neoliberista produsse schiere di scontenti, molti dei quali non avevano più nessuna via istituzionale per esprimere le proprie rivendicazioni. Mentre si mobilitavano quelli che avevano perso il lavoro, la pensione e la rete di previdenza sociale e quelli che rivendicavano salari migliori o migliori condizioni di lavoro (o i loro equivalenti nel contesto sociale), andarono acquistando visibilità ed efficacia crescente quelli che opponevano resistenza alla crescente distru­zione del mondo naturale, che in questo periodo raggiunse estremi insopportabili.

In tale contesto, la sollevazione zapatista del 1994 può essere considerata come il detonatore di una mobilitazione globale che rappresentò una radicale messa in discussione del sistema, al di là di qualsiasi rivendicazione specifica. Fino a quel momento, alcuni vedevano la globaliz­zazione come una promessa e altri come una minaccia, ma tutti tendevano a vederla come una realtà che era necessario accettare. I grandi movimenti anti-sistemici, a partire da Seattle, hanno riconosciuto che gli zapatisti furono i primi a sostenere con fermezza un rifiuto radicale. Diedero inoltre una nuova forma alla lotta politica e alla possibilità di articolare i movimenti sociali nella prospettiva di un ‘No’ e molti ‘Sì’. La concezione associata all’idea di costruire un mondo in cui trovano posto molti mondi, a partire da un rifiuto radicale del capitalismo, favorisce la convergenza e la concertazione di quanti condividono quel rifiuto, il ‘No’ comune, ma riconoscono la pluralità reale del mondo e la diversità di culture e ideali di vita, i molteplici ‘Sì’ dei diversi soggetti, nella ricostruzione del soggetto storico della trasformazione (cfr. Esteva, 2009).

La crisi attuale è profondamente diversa da quella del 1929. Non solo non è possibile affrontarla con gli strumenti che allora sareb­bero risultati efficaci se fossero stati applicati fin dal principio, o con quelli che alla fine permisero di uscirne. L’applicazione dei rimedi keynesiani migliorò temporaneamente la situazione dopo il 2008, ad esempio mediante la stabilizzazione del settore finanziario, ma aggravò la crisi invece di risolverla. Questa crisi non ha soluzione all’in­ter­no del sistema, fra l’altro a causa della stra­tegia del capitale che si rifugia nel sistema finanziario di fronte alle mobilitazioni dei lavoratori, il che indebolisce ulteriormente l’economia reale, mantiene la sovra-accumu­lazione e stimola la rapina.

Le mobilitazioni dei lavoratori, in tutto il mondo, provocarono palesi fallimenti della strategia neoliberista: gli aggiustamenti istituzionali risultarono insufficienti; non fu possibile assoggettare l’industria energetica alle esigenze neoliberiste; non fu possibile control­lare totalmente il livello dei salari (perché i salari cinesi, ad esempio, ebbero un aumento del 400% in termini reali in un decennio); non si riuscì ad ampliare nella misura desiderata il controllo delle risorse naturali e fu necessario internalizzare molti costi ambientali, oltre ad altri fattori (Midnight Notes, 2009). Anche se si tratta dei successi di lotte specifiche in molte parti del mondo, tutto questo è nello stesso tempo un segnale dell’attuale situazione di pericolo, dal momento che il capitale accentua il suo violento sforzo predatorio perché non ha nient’altro a cui fare ricorso.

Si può continuare a dare il nome di capitalismo a questa operazione? L’accumula­zione originaria non si è fermata… ma la spoliazione che la caratterizza non si può più tradurre in relazioni capitalistiche di produ­zione, che sono precisamente ciò che le conferì il carattere originario, che diede forma al regime capitalistico di produzione. L’accumu­lazione attuale, senza precedenti, accumula denaro e beni immobili e genera rendita, ma la sta­gnazione che è propria dell’era monopolistica impedisce l’ampliamento delle relazioni capita­listiche di produzione. È importante compiere lo sforzo tecnico necessario per analizzare tale questione, ma non è indispensabile per valutare quello che sta avvenendo, poiché forze econo­miche ancora dominanti si dedicano ciecamente alla distruzione della natura e della società, e il loro comportamento ha ramificazioni catastro­fiche in tutto il mondo. Cercando di mettere in luce le differenze fra il capitalismo di prima e quello di oggi, mi sono azzardato da un paio di anni a questa parte a suggerire che forse quello di oggi non è più capitalismo perché non accumula relazioni capitalistiche di produzione.[5] È una provocazione interessante, ma l’analisi tecnica è lunga, complessa, noiosa e poco fruttuosa. Non è utile per l’azione.

Il consenso dei popoli

Poco più di dieci anni or sono, rappresentanti di 36 popoli di 14 paesi di tre continenti (soprattutto dell’America Latina) si sono riuniti a Città del Messico per riflettere insieme sulle proprie realtà e sulle proprie prospettive e per scoprire se esiste qualcosa che si potrebbe chiamare l’America Profonda. Ci hanno lasciato alcune lezioni che è utile ricordare; possono servire ad inquadrare ciò che è necessario fare:

«Abbiamo dovuto subire le conseguenze delle politiche neoliberiste. Il capitale ha più fame che mai, ma non ha stomaco per digerire tutti quelli che vuole controllare. Milioni di persone diventano superflue, rifiuti da scartare. I poteri costituiti di tutto il mondo, alleati con le grandi imprese transnazionali, applicano ciecamente le politiche insensate del cosiddetto Consenso di Washington, con un costo umano e ambientale sempre più insostenibile.

Più che parlare di questi mali, noti a tutti, parliamo di quello che siamo, del ricco mosaico formato dai molti ‘noi’ che ci definiscono. Parliamo degli atteggiamenti che ci fanno essere quello che siamo, delle difficoltà che affrontiamo e dei nostri sogni. Le ‘conclusioni’ a cui siamo giunti sono solo un momento di riflessione lungo una strada che abbiamo imboccato da tempo e sulla quale continuiamo a camminare. Non è stata una strada facile né diritta. Abbiamo dovuta percorrerla in mezzo al conflitto, allo scontro che ci è stato imposto. È la strada della dignità e anche della ribellione. Chi oggi cammina per queste vie, deve farlo lottando.

Una delle conclusioni a cui siamo pervenuti è che sembra che si stia formando, raso terra, un consenso dei popoli. Se davvero riuscirà a prendere forma, questo consenso potrebbe articolare e coalizzare la propria azione, nel pieno rispetto della diversità e dell’autonomia di ciascuna comunità e di ciascun popolo, che potrebbe vivere tale consenso in modi diversi. Speriamo che altri, specialmente nelle comunità, potranno arricchire ciò che abbiamo intessuto in questi giorni e che include, fra altre cose, gli elementi che seguono:

  1. Pluralismo radicale.

Vogliamo creare un mondo in  cui trovino posto molti mondi. Che non si continui a dissolvere popoli e culture per integrare tutti in un disegno universale e uniforme, nei termini del vecchio progetto occidentale di dominazione. Vogliamo un mondo in cui si apprezzino e si rispettino le differenze fra le culture, perché coesistano in armonia sulla base di un atteggiamento pluralistico radicale.

  1. Dignità personale.

Celebriamo la dignità di ogni uomo e di ogni donna, che alimenta la dignità dei loro popoli e delle loro culture. A partire da questa dignità potrà fiorire la ricchezza della loro diversità. L’ampliamento degli ambiti della dignità personale, culturale e di tutto ciò che esiste sfiderà tutti i sistemi politici ed economici esistenti e potrà mostrare il loro carattere oppressivo, ingiusto e irrazionale.

  1. Autonomia.

Sulla dignità fondiamo l’autonomia di fatto delle nostre comunità e dei nostri popoli. Continueremo a lottare fino ad ottenere il suo riconoscimento giuridico. A partire dalle leggi dei colonizzatori, i meccanismi giuridici sono sempre stati al servizio dei potenti e del malgoverno. I tribunali si fanno beffe della giustizia. Senza abbandonare i nostri sistemi normativi interni, continuiamo a rivendicare il processo giuridico e politico; insieme costituiscono la struttura della libertà. Conquisteremo l’autonomia di diritto.

  1. Nuovo regime politico.

Il riconoscimento costituzionale dell’esisten­za, dell’autonomia e dell’autodeterminazione dei popoli che costituiscono lo strato più profondo delle nostre società potrà forgiare un nuovo regime politico che si lasci dietro le spalle la struttura di dominazione propria dello Stato-nazione, si nutra della sovranità dei popoli e la salvaguardi anche nel disordine globalizzatore.

  1. Subordinare l’economia.

Vogliamo ricollocare la politica e l’etica al centro della vita sociale, rimuovendo da esso l’ossessione economica del sistema dominante, che non fa che concentrare privilegi su alcuni. Invece di assoggettare bisogni e desideri alla furia competitiva dei grandi poteri economici e finanziari, per alimentare la loro voracità, porremo la gestione economica al servizio delle persone, delle comunità e dei popoli.

  1. Democrazia radicale.

Di fronte alla crescente disillusione provocata dalla cosiddetta democrazia formale, in cui partiti e governi si rivelano incapaci di comporre gli impegni collettivi in un ordine giusto, vogliamo partire dalla nostra democrazia comunitaria, che intesse il consenso a partire dalla base sociale. La democrazia può stare solo dove sta la gente. Stiamo ricostruendo la società a partire dai nostri luoghi, con la partecipazione di tutti e di tutte, per costruire nuovi consensi sociali e politici.

  1. Convivialità.

Costruiamo un ordine conviviale di vita nelle nostre comunità e nei nostri quartieri. Non lasceremo che lo dissolva la società dei consumi, nella quale chi non è prigioniero dell’attrazione irresistibile dei prodotti e dei servizi che gli hanno insegnato a consumare, diventa prigioniero dell’invidia a causa di ciò che non può acquistare.

  1. Comunalità.

Di fronte all’individualismo possessivo che affligge la nostra vita quotidiana, inalberiamo la comunalità, come condizione dell’armonia nella convivenza, nel pieno rispetto della libertà e dei diritti degli esseri della natura e degli esseri umani.

  1. Rifare il mondo.

Cambiare il mondo e tutte le sue istituzioni oppressive è molto difficile, forse impossibile. Possiamo invece costruire un mondo nuovo, economicamente realizzabile, socialmente giusto ed ecologicamente sensato. Già lo stanno facendo quelli di noi che non si lasciano costringere da forze e strutture che sembrano incontenibili e pretendono di determinare tutto.

  1. Autonomia negli scambi.

Ci opponiamo alla falsa alternativa fra ‘libero commercio’ e ‘protezionismo’. L’uno affida il bastone del comando alle grandi imprese e l’altro ai burocrati, spesso al servizio delle imprese stesse. Il ‘protezionismo’ non protegge la gente. Il ‘libero commercio’ non rispetta la nostra libertà. Gli scambi devono essere controllati a partire dalla nostra autonomia, perché la gente stessa stabilisca quelli che preferisce.

  1. Socializzazione.

Ci opponiamo sia alla ‘privatizzazione’ che alla ‘nazionalizzazione’. Cerchiamo la socializzazione di beni e servizi, costruita a partire dall’autonomia. È insensato e ingiusto consegnare alla voracità privata risorse sociali e servizi pubblici. I monopoli burocratici non sono un’alternativa efficace e adeguata. Facciamo assegnamento invece su un’amministrazione decentrata e autonoma di beni e servizi generali, con la partecipazione dei cittadini.

  1. Servizio e reciprocità.

Desideriamo che si rafforzino e si articolino coalizioni di scontenti nei confronti del sistema dominante. A partire da queste, amplieremo le nostre interazioni, per imparare gli uni dagli altri e offrirci reciproca solidarietà, nello spirito di servizio e di reciprocità che ci contraddistingue.

  1. Orizzonte e trascendenza.

Il nostro sapere vuole essere saggezza. Siamo orientati all’essere, non all’avere. Uno stesso principio ha ispirato le nostre conversazioni ed è al centro di tutti i nostri atteggiamenti, comportamenti e modi di vedere. Non è un principio dottrinale o ideologico. Nasce dal cuore, non dalla testa. Il suo nome è spiritualità».

Che fare

La vecchia domanda del che fare circola nuovamente fra noi e genera ansietà, perché le vecchie risposte non sono più attuali. Con il secolo XX è morta la formula leninista che l’aveva presidiato. Ma l’immaginazione resta paralizzata una volta che si abbandonano leader, avanguardie e partiti, come qualsiasi idea di occupare gli apparati dello Stato o di utilizzare la ‘trincea elettorale’.

Per imparare che cosa c’è da fare, torno ogni tanto nel territorio zapatista. Ormai lo so, non dobbiamo idealizzarli né copiarli. Ma qui troviamo indicazioni che molti di noi stanno facendo proprie: un mondo in cui trovino posto molti mondi, comandare obbedendo, camminare domandando, i sette principi… sono buone guide e tracciano buone strade, anche se alcune molto impervie e difficili…

In verità non credo di poter offrire quello che ci hanno chiesto i compagni nella convocazione di questo seminario. Vedo, soffro, mi addoloro, sperimento ogni giorno la tormenta che essi hanno visto. Ma non ho idee da proporre, orientamenti da indicare. Il massimo che posso fare è condividere quello che vedo nel mio mondo o nelle mie avventure al suo interno, quello che ascolto e continuo a cercare di imparare.

Nel mio mondo, fra indigeni, contadini ed emarginati urbani, vedo molta gente che si dà da fare per organizzarsi. Alcuni hanno già recuperato le loro assemblee di comunità, di municipio e di quartiere. Devono impegnarsi a proteggerle continuamente dai partiti che li frazionano, dalle chiese che li dividono, dai funzionari che vogliono comprarli, dalle corporation che cercano di fregarli. Ma vanno per questa strada. Alcuni vogliono anche far salire di livello questa organizzazione e costruiscono coalizioni. Altri non arrivano a tanto, ma hanno già un collettivo, un mezzo di comunicazione libero, una cooperativa.

Vedo che molti di loro cercano un’autonomia sempre maggiore. Decidono di produrre il proprio cibo, di curarsi e di istruirsi da soli, di non dipendere da nulla e da nessuno in tutte le sfere della vita quotidiana.

Li vedo anche fare cose che mi affascinano. Il nuovo per loro non è tanto l’organizzarsi quanto il perché farlo: non lottano per conquistare gli apparati statali o per ingraziarseli, per strappare loro qualcosa, perché soddisfino qualche loro richiesta. Ciò che vogliono è renderli irrilevanti, non averne bisogno. Vi sono molti che non possono farlo, sia perché dipendono dai soldi che ancora vengono di lì, sia perché devono scontrarsi col governo per resistere a qualche mascalzonata e si servono di procedimenti giuridici o amministrativi. Però si fermano lì… Non pendono dalle loro labbra.

Vedo sempre più fra loro una pratica che anni or sono chiamavamo circolazione delle lotte popolari, senza sapere bene di cosa parlavamo. Oggi parlano di cura reciproca. Così come hanno lasciato che piante, animali e boschi si prendessero cura di loro, ora dedicano molto tempo a prendersi cura gli uni degli altri, a imparare dalla lotta di ciascuno.

A volte questo assume forme affascinanti. Nello scorso mese di febbraio, a San Diego, mi hanno avvicinato i compagni della Sesta di Tijuana e mi hanno dato una maglietta con la scritta «Ayotzinapa, Ferguson, Palestina. Ci hanno tolto tanto che ci hanno tolto perfino la paura». Non è stato un fatto isolato. Compagni palestinesi hanno scritto a coloro che erano pieni di rabbia per il razzismo selvaggio della polizia di Ferguson. Collegare tre lotte che sembrano non avere nulla in comune spinge a pensare al perché alcuni le hanno collegate. E quindi ad imparare molte cose e a collegare quello che c’è da collegare. E sono rimasto sbalordito, alcuni giorni dopo, al vedere che la maglietta era già arrivata nel centro degli Stati Uniti e poi all’Est, e che a New York i compagni del Movimento per la Giustizia di Quartiere, che continuano imperterriti la loro solidarietà con Bachajón, avevano già la maglietta. Stiamo imparando da tutto ciò.

Il 22 marzo 2015, da Amatlán, Morelos, il Congresso Nazionale Indigeno ha indicato con chiarezza che per resistere all’orrore e arrestare la guerra scatenata contro di noi «non bastano gli slogan», e che «neppure lo si potrà fare affannandosi a seguire i calendari, le geografie e le modalità di quelli che stanno in alto, ma che abbiamo bisogno di costruire un nuovo paese, un nuovo mondo».

Nelle loro dichiarazione, hanno rinnovato la decisione di «continuare a tessere un nuovo mondo possibile e necessario, poiché soltanto così potrà risplendere la pace sui nostri popoli e aver fine la repressione».

È questo il clamore generale. Lo ha detto brillantemente Arundati Roy: «L’altro mondo non solo è possibile ma è già in cammino; se, in un giorno tranquillo, ascoltate con attenzione, potete sentire il suo respiro».

Com’è questo respiro?

Gli studiosi delle rivoluzioni, e fra loro alcuni che avevano partecipato a qualcuna di esse, già da tempo hanno enumerato le condizioni che indicano una situazione rivoluzionaria. Secondo loro, questa situazione esiste quando si combinano varie condizioni: una crisi nel modo di funzionare della società, allorché le istituzioni cessano di svolgere correttamente le loro funzioni; una rapida cristallizzazione delle classi sociali e dei gruppi in conflitto, quando le loro idee e pratiche si coagulano e quando gruppi di solito dispersi, come gli studenti o i gruppi etnici, mostrano capacità di dare risposte collettive; la nascita di organizzazioni e di ideologie che offrono una prospettiva alternativa a quella dominante; una crisi dell’élite di governo, delle classi dominanti e degli apparati statali, e una crisi morale, che mette in dubbio le strutture di autorità, di egemonia ideologica e di senso comune generalmente accettate; tutto ciò in un contesto internazionale che facilita o almeno permette che accadano processi rivoluzionari.

Il fatto che tutte queste condizioni siano evidenti a tutti, con crescente chiarezza, sollecita ovunque la tentazione rivoluzionaria, ma spesso conduce a reazioni convenzionali. Non si è generalizzata la convinzione che le vecchie forme di rivoluzione sono esaurite, che ormai mancano di realismo e di senso. Tutto ciò stende un velo sopra le iniziative che sono andate gestendo e costruendo quel nuovo ordine sociale il cui respiro è già udibile in un giorno tranquillo.

Per molte ragioni e motivi diversi, milioni di persone in Messico e nel mondo intero sono in movimento. È il momento di valorizzare le loro iniziative e di ascoltare la gente comune.

Oggi non si tratta di fare la rivoluzione, o di programmarla o prepararla. Vi siamo dentro. Si tratta di decidere quale posizione assumiamo di fronte ad essa. Come diceva Benjamin, non si può essere neutrali su un treno in corsa. Il mondo si sta muovendo in certe direzioni, molte delle quali terrificanti. Essere neutrali davanti a questa situazione significa collaborare con tutto questo dramma.

Non abbiamo parole per descrivere quello che sta accadendo. Siamo sull’orlo dell’abisso. Già vi siamo caduti dentro, e sembra essere senza fondo. Dobbiamo agire. E la prima cosa da fare può essere quella di ricuperare le infinite piccole azioni della gente comune, che è l’unica cosa che può produrre i grandi cambiamenti. Così è sempre stato. Come diceva Howard Zinn, perfino le più piccole azioni di protesta alle quali partecipiamo potrebbero trasformarsi nelle radici invisibili del cambiamento sociale. E se agiamo, per piccola che sia l’azione, non dobbiamo aspettare un grande futuro utopico. Il futuro è una successione infinita di presenti, e vivere ora così come pensiamo che dovrebbero vivere gli esseri umani, sfidando tutto il male che ci circonda, è già di per sé un trionfo meraviglioso. Si nutre della speranza di ricordare che la storia umana non è solo crudeltà, ma è anche compassione, sacrificio, ardire, bontà. Ricordarlo ci dà l’energia per agire, e almeno la possibilità di spingere la trottola del mondo a girare in un’altra direzione.

Il mondo è a gambe all’aria, soggiungeva Zinn, le cose vanno del tutto male. Non è questione di disobbedienza civile. Il nostro problema è l’obbedienza civile. Il nostro problema è che in tutto il mondo la gente è obbediente di fronte alla povertà, alla fame, alla stupidità, alla guerra e alla crudeltà. Il nostro problema è che la gente è obbediente quando le carceri sono piene di ladruncoli mentre i grandi ladri sono a carico del paese. Questo è il nostro problema.

Oggi regnano la violenza, il caos, il disordine, l’incertezza. Abbiamo bisogno di portare ordine e senso in questo mondo. E dobbiamo farlo adesso.

«Il cambiamento rivoluzionario, insisteva Zinn, non arriva come un cataclisma ma come un susseguirsi interminabile di sorprese. È qualcosa di immediato, qualcosa che dobbiamo fare oggi stesso, dove ci troviamo, dove viviamo, dove lavoriamo. Implica iniziare in questo stesso momento a disfarci delle relazioni autoritarie e crudeli fra uomini e donne, fra padri e figli, fra un genere di lavoratori e un altro genere di lavoratori. Questa azione rivoluzionaria non può essere repressa come un’insurrezione armata. Si sviluppa nella vita quotidiana, negli angolini dove le mani potenti ma goffe del potere statale non possono arrivare facilmente. Non è centralizzata né isolata, e pertanto non può essere distrutta dai ricchi, dalla polizia, dai militari. Si svolge in 100mila luoghi nello stesso momento, nelle famiglie, nelle strade, nei quartieri, nei luoghi di lavoro. Repressa in un luogo, riappare in un altro fino ad essere ovunque. Questa rivoluzione è un’arte. Richiede l’ardire non solo della resistenza, ma anche dell’immaginazione» (La Jornada, 30/01/2010).

Acquistare significato

Le cose cadono a pezzi, il centro non può tenere.
Pura anarchia dilaga nel mondo.
La marea insanguinata s’innalza e dovunque
la cerimonia dell’innocenza è annegata
.
I migliori mancano di ogni convinzione mentre i peggiori
sono pieni di intensità appassionata.

William Butler Yeats scrisse queste righe quasi cento anni or sono, al termine della prima guerra mondiale. Fanno parte di The Second Coming, uno dei poemi più conosciuti e citati in lingua inglese. Ma nessuno vi fece caso. Dopo l’irresponsabilità del decennio del 1920 soffrimmo uno dei periodi più oscuri della storia umana. Oggi ci troviamo in un altro, che può essere anche peggiore. Non possiamo, non dobbiamo permetterci il lusso di alzare le spalle; chiudere gli occhi sarebbe suicida e criminale nello stesso tempo.

Si sono accese molte candele in questa oscurità, ed esse brillano con intensità crescente[6]. Non c’è spazio per l’ottimismo, ma c’è spazio per la speranza, che non è la convinzione che qualcosa avverrà in un certo modo, ma la convinzione che qualcosa ha senso, indipenden­temente da ciò che avverrà.

Oggi ha senso lottare.

Ha senso trasformare ogni giorno, dovunque ci troviamo, tutte le relazioni crudeli e insensate che persistono fra di noi, e forgiare le nuove relazioni.

Ha senso far valere la nostra dignità contro tutti i sistemi.

Ha senso rendere irrilevanti quanti dominano e opprimono, forgiando l’emancipazione in ogni atto, ogni gesto, ogni parola, tutti i giorni.

Forse (lo dico timidamente e con titubanza, e mi trema la voce, ma solo questa), forse, dico, forse è arrivata la nostra ora. Non so come ci comporteremo in questa lotta. Però so che non staremo dormendo e non saremo codardi.

(traduzione a cura di Camminar domandando)

Riferimenti bibliografici

  • Agamben, Giorgio (2010), Stato di eccezione, Bollati Boringhieri, Torino.
  • Cayley, David (1994), Conversazioni con Ivan Illich. Un archeologo della modernità, Elèuthera, Milano 1992.
  • Esteva, Gustavo (2009),  «La crisis como esperanza», in Bajo el volcán, Año 8, n. 14, pp. 17-54.
  • Esteva, Gustavo (2013), «Entre zombies y vampiros», in La Jornada, 27/05.
  • Krieger, Michael (2014), «Brave New World Revisited: Key Excerpts and My Summary».
  • Midnight Notes Collective and Friends (2009), Promissory Notes, From Crisis to Commons, (contatti: midnotes@aol.com).
  • Sbert, José María (2009), Epimeteo, Iván Illich y el sendero de la sabiduría, Ediciones sin nombre, México.

[1] N.d.t. – Il riferimento è ai 43 studenti di questa scuola desaparecidos da fine settembre 2014, quasi certamente massacrati da esercito e polizia.

[2] «Per dialogare, diceva Machado, la prima cosa è ascoltare; poi, di nuovo ascoltare. Ma allora dobbiamo saltare giù dal treno delle concezioni mitiche. Come dialogare se abbiamo occhiali opachi e i nostri auricolari lasciano ascoltare solo la nostra musica? Come dialogare se non è possibile guardare l’altro negli occhi, ascoltare le sue parole e osservare assieme a lui la realtà comune, perché lo impediscono le bende ideologiche che ci paralizzano come se fossero camicie di forza?» (Esteva, in El Día, 3/03/1985).

[3] N.d.t. – Su questo tema, qui appena accennato, vedi: Dalla precarietà alla convivialità (o Buen Vivir) a partire dall’osservazione dei movimenti sociali latinoamericani, di Gustavo Esteva e Irene Ragazzini – Relazione scritta per il Convegno «Avere il coraggio dell’incertezza. Culture del precariato», Parigi, 6-7 dicembre 2012.

[4] N.d.t. – Quella del 1910.

[5] Ad esempio: «I guadagni esorbitanti che man mano si sono prodotti mediante quella gamma di vari procedimenti che chiamiamo estrattivismo… derivano nella loro stragrande maggioranza dalla sfera produttiva, alla quale vengono sottratti. Contribuiscono così al suo esaurimento. A rigor di termini, si starebbero utilizzando procedimenti pre-capitalistici in una condizione post-capitalistica. Anche se il sistema nel suo insieme continuerebbe ad essere basato sull’appropriazione di plusvalore nella sfera produttiva, la sua dinamica sarebbe sempre più nelle mani di quelli che la sfruttano come parassiti. Staremmo vivendo in un mondo di zombie dominati e controllati da vampiri, e questi, a rigore, non potrebbero più essere chiamati capitalisti, nonostante il carattere della fonte di accumulazione di cui si impadroniscono» (Esteva, 2013).

[6] N.d.t. – Ivan Illich, che certamente Esteva, suo ammiratore, ha avuto presente nel pronunciare queste parole, aveva scritto: «No. (Il consiglio) è quello di portare una candela nelle tenebre, di essere una fiammella nelle tenebre»  (Cayley, 1994, p. 101).

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