I MOVIMENTI ANTISISTEMICI E IL FUTURO DEL CAPITALISMO
Tradotto dall’inglese e letto in spagnolo da Carlos Aguirre Rojas

wallerstein

I movimenti antisistemici si trovano oggi nel pieno di una lotta feroce per ciò che potrebbe riguardare il nostro futuro. Lasciatemi cominciare passando in rassegna, molto brevemente, le premesse da cui parto e sulle quali ho scritto molto nel passato, giusto per analizzare il ruolo e i dubbi dei movimenti antisistemici, quelli che chiamo “la sinistra globale” all’interno di questa lotta.

Il modello sistema mondo è una economia mondo capitalista che sta funzionando nel quadro di un sistema interstatale. Questo sistema esiste da 500 anni ed è stato un sistema chiaramente vincente nei termini del raggiungimento del suo obiettivo principale che è quello dell’accumulazione infinita di capitale. In ogni caso, come tutti i sistemi, dal più grande come potrebbe essere lo stesso universo, al più piccolo come un nano sistema, ha una sua durata che consiste in tre fasi: nascita, funzionamento durante il suo periodo “normale” secondo le regole che lo governano come sistema, per finire con la sua inevitabile crisi strutturale. Affermo che il sistema mondo capitalista si trova ora in questa terza fase, quella della sua crisi strutturale.

Ci sono varie cose che vale la pena sottolineare su come il sistema operava nel suo periodo precedente ovvero nel suo “periodo normale”. Al suo interno è possibile vedere vari periodi ciclici tra i quali i due più importanti sono i cosiddetti cicli Kontratief o dell’onda lunga e, in secondo luogo, i cicli egemonici. Ognuno di questi era imperfettamente ciclico nel senso che aveva un comportamento caratterizzato dal fare due passi avanti seguiti sempre da un passo indietro. Questo vuol dire che alla fine di ogni fase conclusiva del ciclo nessuno dei ritmi ciclici tornava allo stesso punto di partenza ma piuttosto arrivava a un punto che si trovava un po’ più in alto, in modo che, la fase recessiva di ogni ciclo, prendeva la forma più di una stagnazione che di una vera caduta.

Per arrivare al suo obiettivo ognuno di questi due principali ritmi ciclici dipendevano dalla costituzione di un quasi monopolio che creava vantaggi per alcuni piccoli gruppi. In ogni caso, il quasi monopolio, era sempre limitato nel tempo perché sempre è autodistruttivo.

Il moderno sistema mondo capitalista è arrivato alla sua crisi strutturale per due ragioni. La prima riguarda l’aumento dei tre costi fondamentali della produzione capitalista: il costo del personale, i costi per le materie prime e i costi per le infrastrutture. Tali costi sono aumentati lentamente ma in modo sostenuto nel corso del tempo mentre gli sforzi, con cui i produttori hanno cercato di ridurre ciascuno di questi costi, si sono rivelati sostanzialmente inutili.

In modo simile il processo di rinforzare la supremazia egemonica ha incontrato sempre limiti strutturali, per la difficoltà a incorporare nuove zone dentro il sistema mondo globale. Il costo della produzione capitalista è andato aumentando proporzionalmente al prezzo possibile al quale questo poteva essere offerto, ovvero al “prezzo della domanda effettiva”. La conseguenza del modo di operare di questi due ritmi imperfettamente ciclici determina una tendenza secolare di crescita che, in questi 500 anni, ha assunto sempre più la forma di un asintoto. Ciò significa che la curva poteva arrivare al punto in cui i costi erano tanto alti e la domanda effettiva tanto limitata che non sarebbe stato più possibile accumulare capitale creando così un problema per gli stessi capitalisti. È così che il sistema si è mosso sempre più lontano dal possibile equilibrio che era stato prima capace di costruire. Ciò, parallelamente alla comparsa dei limiti del potere egemonico, produce la crisi strutturale di tutto il sistema.

Una crisi strutturale non è una semplice diminuzione ciclica, per quanto questi termini vengono spesso confusi a causa della leggerezza con cui si usa il termine crisi. Una crisi strutturale è qualcosa di molto differente perché corrisponde al punto in cui il sistema già non può ritornare a una situazione di equilibrio e quindi incomincia a oscillare intensamente e disordinatamente. Ciò si verifica solo una volta in tutta la vita di un sistema storico. Quando si arriva a questo punto incomincia la crisi strutturale e il sistema comincia a biforcarsi. Per la scienza naturale una biforcazione significa che ci sono due differenti soluzioni a una stessa equazione cosa che, normalmente, non sarebbe possibile. Usando il linguaggio ordinario possiamo dire che si arriva a un punto in cui si presentano due soluzioni possibili e molto differenti tra loro, due strade diverse lungo le quali il sistema può evolversi. In una biforcazione l’unica cosa assolutamente certa è che il sistema già non può continuare a sopravvivere. In ogni caso è ugualmente certo che è intrinsecamente impossibile sapere quale delle due varianti della biforcazione alla fine prevarrà, così che verrà a costituirsi un nuovo sistema storico o si costituiranno vari sistemi storici nuovi.

Le origini e l’evoluzione della sinistra globale possono essere meglio intese se si capisce bene una delle svolte più importanti di questo sistema mondo moderno. Comincerei da quello della rivoluzione francese. La maggioranza degli storici considera che la rivoluzione francese ha prodotto una trasformazione fondamentale in Francia riguardo sia alla sua struttura economica che alla sua struttura politica o alle due strutture insieme. Al contrario, io penso che non si ebbe nessuna delle due cose perché politicamente la Francia aveva seguito, già da molto tempo, un regolare percorso di rafforzamento dello stato centrale e, come Tocqueville aveva già mostrato, il risultato della rivoluzione francese fu quello di seguire più chiaramente il percorso iniziato precedentemente. La rivoluzione francese non trasformò economicamente la Francia in uno stato capitalista perché la Francia era stata parte della economia mondo capitalista già da due o tre secoli e, per quanto riguarda la cosiddetta abolizione di quello che era rimasto delle leggi feudali, Malbloux mostrò che queste supposte vestigia feudali si conservarono fino a un periodo tanto tardo come quello degli inizi del XX secolo. Così che, dal mio punto di vista, il significato della rivoluzione francese consiste piuttosto in una trasformazione culturale del moderno sistema mondo come totalità.

Quello che la rivoluzione francese ereditò del sistema mondo fu l’accettazione tacita e planetaria di due concetti culturali. Primo, la normalità del cambiamento e secondo, quello della sovranità del popolo. La combinazione di questi due principi ha avuto implicazioni molto radicali perché comportava che il popolo sovrano poteva cambiare il sistema più o meno quando lo desiderava. Ma per la classe dominante questa convinzione minacciava seriamente i suoi interessi. Così che il problema immediato fu come far fronte a questa nuova realtà; si ebbero tre modi di affrontarla che confluirono nelle tre ideologie posteriori al 1789: quella del conservatorismo di destra, quella del liberalismo centrista e quella del radicalismo di sinistra. Ognuna di queste ideologie corrispondevano a un modo differente di rispondere politicamente a queste nuove convinzioni. Dunque si possono interpretare le rivoluzioni del 1848 come uno scontro critico di queste tre ideologie posteriori al 1789 nel quale, sia il conservatorismo di destra come il radicalismo di sinistra, furono vinti dal liberalismo centrista che fu più capace di conquistare la supremazia sulle altre due ideologie rivali. In quella circostanza la sinistra globale intraprese una svolta cruciale a partire dagli sviluppi e dalle dure conseguenze che subì in seguito alla rivoluzione mondo del 1848. La svolta politica chiave della sinistra globale fu di smettere di porre fiducia nelle ribellioni spontanee e nei progetti utopistici che erano le sue due principali tattiche prima del 1848, per passare alla creazione di strutture burocratiche ben organizzate che misero le basi per una lunga lotta. Queste strutture cominciarono a prendere forma solo negli anni successivi al 1870.

Il dominio del liberalismo centrista rimase vigente essenzialmente fino alla rivoluzione-mondo del 1968 la cui principale conseguenza fu quella di liberare, sia i conservatori come i radicali, dal loro stato di inferiorità rispetto al liberalismo centrista. Dopo il 1968 entrambi si sono sentiti capaci di convertirsi assumendo ideologie autonome, permettendo di ricreare, a partire da questa data, la triade originale. Il liberalismo centrista, da parte sua, non scomparve ma fu ridotto semplicemente ad una delle tre ideologie che si trovavano, ora nuovamente, in una situazione di concorrenza. In questo nuovo contesto, nell’ultima terza parte del secolo XX, si cominciano a costruire i movimenti antisistemici che oggi chiamiamo la vecchia sinistra. Questi movimenti acquisirono una forma con due varianti fondamentali, una dei movimenti sociali che consideravano che la lotta fondamentale era una lotta capitalista tra la borghesia e il proletariato e l’altra, quella dei movimenti nazionali, che consideravano che la lotta fondamentale doveva essere tra i popoli oppressi e i suoi differenti oppressori. Si svilupparono così due dibattiti paralleli rispetto alla strategia di cui avevano bisogno sia i movimenti sociali come i movimenti nazionalisti.

La prima questione era se, si doveva o no, prendere il potere dello Stato. C’erano quelli che dicevano che lo Stato era il principale nemico e quindi doveva essere combattuto permanente e definitivamente perché lo stato non poteva in nessuna circostanza essere riformato, ma c’erano altri che insistevano che proprio perché lo Stato era il nemico era necessario smantellarlo iniziando dal processo di appropriarsi di esso. Per i movimenti sociali la discrepanza su questo punto fu una delle differenze tra gli anarchici e i marxisti. Mentre, per i movimenti nazionali, questa differenza si sviluppò tra i nazionalisti culturali e i nazionalisti politici.

Il secondo grande dibattito era sulle relazioni che si dovevano stabilire tra l’insieme dei movimenti e chi era considerato l’attore storico fondamentale: il proletariato per i movimenti sociali, il popolo oppresso per il movimento nazionale. Quindi c’erano quelli che insistevano che la vittoria dell’attore fondamentale doveva considerarsi come uno degli obiettivi principali e che, tale vittoria, era prioritaria alla realizzazione di qualsiasi altra domanda. I movimenti femministi, i movimenti delle minoranze sociali, i movimenti per la pace, i movimenti ambientalisti, tutti dovevano subordinare le loro azioni e le loro domande alle domande di questo attore fondamentale. Si argomentava così che chi operava diversamente si stava muovendo in modo soggettivo e controrivoluzionario. Noi consideravamo questo punto di vista come verticalista. Altri insistevano che la domanda degli altri gruppi, nella lotta per i loro diritti, non doveva aspettare la vittoriosa lotta rivoluzionaria degli attori principali e consideravamo, questo punto di vista, come orizzontalista.

Nel caso dei due movimenti, quello sociale e quello nazionale, la strategia statalista e verticalista vinse i suoi oppositori e costruì una formula che abbiamo definito come la strategia dei due passi. Il primo passo conquistare il potere dello Stato e successivamente quello di trasformare il mondo.

Questa strategia fallì definitivamente nel 1968. Ciò avvenne perché, già nei 25 anni precedenti, i rivoluzionari avevano creato una situazione che può essere definita da tre diverse realtà. La prima fu la collusione di fatto, dell’Unione Sovietica, nell’onnipresente ruolo imperialista del potere egemonico, simbolizzato dagli accordi di Yalta. La secondo fu la sconfitta dei movimenti che, mentre erano stati capaci di realizzare con successo il primo passo della strategia dei due passi, sempre fallirono quando tentarono di mettere in atto il secondo passo e cioè cambiare il mondo in maniera significativa. La terza ragione furono i limiti propri della strategia verticalista di fronte alla prospettiva di tutti gli altri movimenti. Infatti la rivoluzione mondo del 1968 si ebbe in un contesto storico particolare che coincise con il punto più alto dello sviluppo generale del sistema mondo moderno. Fu la tappa che va approssimativamente dal 1945 al 1970. Questo periodo registrò il più alto livello storico di accumulazione capitalista e il più esteso e alto grado di potere di controllo egemonico che il sistema capitalista avesse mai conosciuto. Fu appunto il fatto che il sistema mondo moderno, nel periodo 1945-1970, aveva funzionato tanto bene in termini di raggiungimento dei suoi obiettivi che spinse il sistema troppo vicino all’asintoto, fino ad arrivare alla situazione di crisi strutturale del sistema mondo capitalista in cui oggi ci troviamo.

Immediatamente dopo il 1968, la destra globale è stata quella che fu capace di assicurarsi i maggiori vantaggi dalla situazione post 1968. Si tratta di quello che venne chiamato “consenso di Washington” che impose, a quasi tutti i governi del mondo, tutta una serie di misure che permisero di arrivare a quello che si chiamò “spinta di sviluppo del periodo precedente”. Ciò fino al 1994 quando la sinistra globale riuscì a riprendere l’iniziativa.

Esistono dunque tre momenti successivi di questo nuovo risveglio della sinistra globale: l’insurrezione zapatista in Chiapas del 1994, la grande abilità dei manifestanti nella riunione della Organizzazione Mondiale del Commercio di Seattle del 1999 per sabotare la proposta di un nuovo Trattato Mondiale che garantiva il cosiddetto diritto di proprietà intellettuale e la realizzazione del Foro Sociale Mondiale a Porto Alegre del 2001.

Quali possono essere dunque le strategie possibili e utili di questa sinistra globale durante i prossimi successivi 20-40 anni e che saranno quelli della crisi strutturale del nostro attuale sistema?
Per rispondere ho bisogno di ricordare le ragioni per cui fallì la classica strategia dei due passi. Queste si devono soprattutto alla profonda fiducia nella inevitabilità del progresso che fu qualcosa di sostanzialmente depoliticizzante soprattutto in considerazione del fatto che alcuni movimenti antisistemici riuscirono a conquistare il potere statale. Per questo, dopo il 1968, la sinistra globale assunse una sorta di atteggiamento antistatalista che fu tanto acclamata dai difensori del sistema capitalista; in realtà non servì agli interessi di questo ultimo perché l’antistatalismo delegittima qualsiasi tipo di struttura statale. Questo antistatalismo corrode più che rinforzare tutta la stabilità politica del sistema mondo e pertanto acutizza ancora di più la sua crisi sistemica. Da parte mia considero che la politica, in una tappa di transizione, deve essere differente dalla politica che si sviluppa nel periodo di funzionamento normale del sistema mondo.

Dunque questa politica, in una situazione di biforcazione storica, deve essere quella di prendere una posizione migliore in un momento in cui, politicamente, qualsiasi cosa è possibile e, la maggioranza degli attori, si trova in difficoltà estrema nel formulare strategie di medio periodo. La confusione ideologica e analitica si trasforma in una realtà strutturale molto più che in una variabile accidentale giacché l’economia di ogni giorno è soggetta a una svolta molto più improvvisa a cui il mondo precedente non era abituato. Svolta sulla quale non esistono spiegazioni semplici.

Oltre tutto l’intera costruzione sociale risulta sempre meno affidabile e le istituzioni, in cui abbiamo avuto fiducia e che dovevano assicurare la nostra sicurezza immediata, cominciano a collassare seriamente. Il crimine antisociale, come quello che chiamano terrorismo, sembra espandersi e questa percezione genera un alto livello di paura. Uno dei riflessi evidenti dell’aumento di questa paura è l’espansione delle misure di sicurezza privata, favorita da forze mercenarie non statali.

In questo contesto la destra globale risulta essere una miscela troppo complessa da costituire un gruppo omogeneo ben organizzato. La maggioranza di coloro che si identificano con essa, in un quadro di confusione generale, ripetono le tradizionali misure di politica di corto periodo, come quella di alzare il livello di repressione nella misura in cui considerano che la politica della concessione non sembra aver prodotto la tranquillità che si aspettavano. Ma c’è anche una piccola minoranza, dentro gli strati dominanti, che è sufficientemente istruita e intelligente per percepire che il sistema attuale sta collassando; che desidera conservare le sue posizioni di privilegio, qualunque sia il sistema che si verrà creando sulle rovine dell’attuale. Probabilmente la destra globale si dividerà in due gruppi per difendere due possibili strategie alternative. Un gruppo difenderà la repressione feroce e l’altro applicherà la strategia del “Gattopardo”, quella di “cambiare tutto affinché non cambi nulla”. I due gruppi, attualmente, sono fermamente risoluti ad agire ed hanno una grande quantità di risorse a disposizione per contrattare gente intelligente e qualificata (più o meno) in accordo ai loro desideri e, di fatto, stanno cominciando a far questo. Non sappiamo quali saranno le proposte che avanzerà la parte che difende la strategia del Gattopardo, in che modo e in quale forma cercherà di volgere questa transizione a proprio favore. Quello che sappiamo è che presenterà la sua proposta in forma attraente per quanto illusoria. Per la sinistra globale ciò può essere molto più pericoloso che non le misure che proporranno coloro che optano per la semplice repressione . L’aspetto più ingannevole della strategia della fazione del Gattopardo è che la sua proposta sarà mascherata, come se fosse una proposta radicale, per favorire un cambio in senso progressista. Avremo quindi bisogno di un atteggiamento critico e analitico da esercitare costantemente, affinché ci risultino evidenti le reali conseguenze che la strategia del Gattopardo può avere e per distinguere e soppesare sia gli elementi positivi come quelli negativi contenuti in tutte le misure che saranno proposte. D’altra parte, la sinistra globale, che desidera andare avanti nella direzione di creare un sistema relativamente democratico ed ugualitario, attuerà nel quadro dell’incertezza. Questo compito non è semplice perché non esiste un veicolo collettivo pronto per essere abbordato che possa muoversi nella direzione di cui abbiamo parlato. Quello che ci aspetta è una acuta lotta.

L’analisi della sinistra per il 1968 comprendeva molteplici aspetti che hanno spinto la sinistra globale verso un orientamento statalista. Il primo aspetto era che l’omogeneità era meglio della eterogeneità e anche che la centralizzazione era superiore alla decentralizzazione .

Questi aspetti derivavano dalla falsa affermazione che l’uguaglianza significa identità, per quanto molti pensatori importanti avevano già dimostrato la fallacia di questa equazione. Lo stesso Marx distingueva, molto chiaramente, l’equità (o la giustizia) dall’uguaglianza. Ma per alcuni rivoluzionari presuntuosi, compresi quelli che pretendevano essere marxisti, il modello centralizzatore e omogeneizzatore sembrava loro più semplice e rapido perché non richiedeva di portare avanti i difficili calcoli per bilanciare un insieme complesso di scelte. In effetti, essi argomentavano che non si può sommare mele con arance, ma il problema è che il mondo reale è appunto costituito sia da mele che da arance e, se non si è capaci di sviluppare questa aritmetica reticolare, non si potranno costruire scelte politiche reali.

Il secondo aspetto era virtualmente l’opposto del primo. Mentre la preferenza dell’unificazione degli sforzi e dei risultati premeva logicamente verso la creazione di un unico movimento mondiale e verso la difesa di uno stato mondiale, la realtà di fatto di un sistema pluristatale, nel quale alcuni stati sono visibilmente più potenti e privilegiati dal resto degli altri stati, spinse i movimenti a credere che lo Stato in cui vivevano era un meccanismo di difesa degli interessi collettivi all’interno del sistema mondo capitalista, uno strumento che era più importante per l’immensa maggioranza che abitava in ogni Stato che non per i pochi privilegiati che, nello stesso Stato, vivevano; per quanto molti pensatori avevano dimostrato che era un errore credere che ogni Stato, che faceva parte del sistema mondo moderno, potesse servire realmente gli interessi collettivi molto più di quanto lo fa per il piccolo strato dei privilegiati. Tuttavia la maggioranza debole che viveva nello Stato debole non aveva altra arma, nelle proprie mani, che la lotta contro la marginalizzazione e l’oppressione provocata da questa struttura statale, tanto da pensare o meglio sperare, che potevano arrivare a controllarla.

Il terzo aspetto è il più curioso di tutti. La rivoluzione francese aveva proclamato tre principi: la libertà, l’uguaglianza e la fraternità. Ma quello che nella pratica avvenne fu che la maggioranza della gente chiuse in gabbia la fraternità considerandola un principio fondato su una idea puramente sentimentale. Inoltre il centro liberale insisteva che la libertà doveva avere chiaramente la priorità sull’uguaglianza. Quello che i liberali dicevano era che la libertà doveva definirsi solo in termini politici attraverso l’esistenza di un sistema parlamentare pluripartitico e questa era l’unica cosa importante, mentre l’uguaglianza rappresentava un pericolo per la libertà e doveva essere ridotta o semplicemente messa da parte. Questa analisi era un inganno e ciò fu percepito dalla sinistra globale, in particolare dalla sua variante leninista che affrontò la posizione liberale centrista capovolgendola e insistendo che l’uguaglianza economica doveva avere priorità sulla libertà politica. Questa è una risposta completamente sbagliata. Secondo noi la risposta corretta è che in nessun modo deve essere separata la libertà rispetto all’uguaglianza perché nessuno può essere libero per scegliere politicamente se le sue scelte sono condizionate da una posizione sociale di disuguaglianza e nessuno può essere uguale economicamente se non si possiede il grado di libertà politica che posseggono gli altri, cioè se non gode degli stessi diritti politici e dello stesso grado di partecipazione nelle decisioni reali.

Ma tutto questo è cosa passata. Gli errori della sinistra e della sua strategia fallita sono stati un risultato quasi inevitabile nel contesto del funzionamento normale del sistema capitalista contro il quale la sinistra globale stava lottando. L’ampio riconoscimento di questa sconfitta storica della sinistra globale è qualcosa di molto intimamente connesso con il disordine provocato dalla crisi generale del sistema mondo capitalista.

Che cosa dovrebbe oggi promuovere la sinistra globale?

Penso che ci sono tre linee centrali, sia nella teoria come nella prassi, che devono essere sottolineate.

La prima è quella che chiamo “forzare i liberali a essere veramente liberali” perché il tallone di Achille dei liberalismo centrista è che, nei fatti, essi non vogliono promuovere realmente la loro stessa retorica. La parte centrale di questa retorica è quella della scelta individuale, ma su molti aspetti elementari, i liberali si oppongono al principio della scelta individuale. Una delle più ovvie e più importante è quella del semplice diritto di scegliere dove uno vuole vivere. Di conseguenza tutti i controlli migratori sono profondamente antiliberali.

Portare avanti certe scelte, per esempio la scelta del dottore per una consulta o la scuola dove mandare il propri figli, quando sono scelte che dipendono dal grado di ricchezza che uno possiede si converte in qualcosa di chiaramente antiliberale. Anche i brevetti sono antiliberali e si potrebbe continuare e continuare. Il fatto è che l’economia mondo capitalista è sopravissuta proprio grazie alla mancata applicazione della sua stessa retorica liberale. Cosicché, la sinistra globale, dovrebbe sottolineare questo inganno dei centristi liberali in modo sistematico, regolare e continuo.

Ma naturalmente, ricordare questo imbroglio retorico, sarebbe solamente l’inizio della ricostruzione e noi abbiamo bisogno di avere il nostro proprio programma in positivo. In questo senso esiste un vero spartiacque nei programmi dei partiti di sinistra e dei movimenti sociali in tutto il mondo nel periodo che abbraccia gli anni ’60 del secolo XX fino ad oggi. Perché negli anni ’60 i programmi dei movimenti della vecchia sinistra mettevano l’enfasi sul cambio delle strutture economiche difendendo, in un modo o in un altro (fino a un certo punto), la socializzazione o la nazionalizzazione dei mezzi di produzione. Ma dicevano molto poco, e a volte niente, a proposito delle disuguaglianze che non avessero un fondamento di classe. Invece oggi quasi tutti i partiti e movimenti o i loro rispettivi eredi, portano avanti proposte che si riferiscono alle disuguaglianze di genere, di razza ed etniche. Molti di questi programmi sono terribilmente inadeguati ma, per lo meno, i movimenti sentono ora che è necessario dire qualcosa rispetto a queste disuguaglianze. D’altra parte già oggi non esiste virtualmente nessun partito o movimento che si consideri di sinistra e che continui a difendere o la socializzazione o la nazionalizzazione dei mezzi di produzione mentre un gran numero di essi si propone di muoversi verso altri orizzonti. Questa è una svolta salutare che alcuni condividono e altri rifiutano ma che la maggioranza accetta. Dunque dal 1968 ad oggi si sono andati accumulando una gran quantità di tentativi per creare strategie alternative da parte dei differenti movimenti sia vecchi che nuovi. Ciò ha anche creato un salutare cambio nelle relazioni all’interno di tutto questo insieme di differenti movimenti antisistemici nel senso che sono state considerevolmente abbattute le distruttive denunce reciproche e la viziosa lotta del passato. Questo è uno sviluppo positivo che credo abbiamo sottostimato. In questo senso mi piacerebbe suggerire alcune linee che ci permettono avanzare in questa idea di una strategia alternativa.

  1. Diffondere lo spirito di Porto Alegre.

Qual era questo spirito e come diffonderlo? La mia risposta è che la famiglia mondiale dei movimenti antisistemici sia capace di avanzare insieme in modo non gerarchico per far crescere:

    1. la chiarezza intellettuale,

b. azioni militanti basati sulla mobilitazione popolare che possono essere viste come immediatamente utili nella vita della maggioranza del popolo,

c. rivendicare simultaneamente e per il lungo periodo i cambi più fondamentali.

Ci sono tre elementi cruciali in questo spirito di Porto Alegre. Il primo è una struttura allentata che è riuscita a riunire su scala mondiale movimenti, sia del sud che del nord, e che vanno ben oltre le semplici dichiarazioni. Questo spirito è militante sia intellettualmente che politicamente. Intellettualmente nel senso che rifiuta di avere un consenso globale come era lo spirito di Davos. Politicamente, militante nel senso di come erano militanti i movimenti del 1968. Naturalmente dobbiamo domandarci se un movimento mondiale tanto debolmente strutturato può agire in modo coordinato in senso significativo e in quale direzione può sviluppare la tattica adeguata per questo tipo di lotta. Questa grande debolezza è difficile da eliminare e può incoraggiare le forze centriste a restare neutrali allorché sono incerte sul da farsi.

2) Usare la tattica elettorale in modo difensivo.

Se la sinistra globale assume strutture allentate e tattiche militanti extraparlamentari questo porta immediatamente alla domanda sul nostro atteggiamento verso i processi elettorali. Qui vediamo le due posizioni tra Scilla e Cariddi: quelli che pensano che i processi elettorali sono cruciali e quelli che li considerano totalmente irrilevanti. È chiaro che la vittoria elettorale non va a trasformare il mondo ma è anche vero che non deve essere disprezzata, perché quelle possono essere il meccanismo essenziale per proteggere le necessità immediate della popolazione contro la perdita dei benefici che hanno conquistato. Così che le battaglie elettorali devono essere sviluppate nella logica di minimizzare il danno che può infliggerci la destra globale attraverso il controllo dei governi di tutto il pianeta. Non dobbiamo disprezzare questo tipo di battaglia perché tutti viviamo e sopravviviamo nel presente e nessun movimento può dire alla gente che la sopravvivenza nel breve periodo non è rilevante. Questo comporta che la tattica elettorale sia assunta esclusivamente come una misura pragmatica. Nessuno di noi deve pensare che conquistare il potere dello Stato è un modo per trasformare realmente il mondo. Ma la decisione di quale sia, in ciascun caso, l’opzione meno cattiva deve essere realizzata caso per caso e momento per momento. Perché questa decisione dipende in gran parte dal sistema elettorale vigente. Un sistema dove il vincitore si ritrova con tutto nelle sue mani deve essere considerato in modo differente da quello dove esistono due coalizioni o in un sistema di rappresentanza proporzionale. Inoltre ci sono molte differenti tradizioni di partiti e sottopartiti all’interno della sinistra globale e, per quanto la maggioranza di queste tradizioni siano reliquie di un’era precedente, molta gente continua a votare in accordo a questa tradizione. Dunque se le elezioni statali sono solamente una posizione pragmatica non si deve escludere di fare alleanze con chi rispetta questa tradizione cercando di ottenere il 51% che, pragmaticamente parlando, conta molto. Ma deve essere molto chiaro che non arriveremo mai a ballare felici in strada quando riusciremo a vincere queste elezioni statali perché la vittoria elettorale non è altro che una semplice tattica difensiva.

3) Premere incessantemente verso una maggiore democratizzazione.

Per lo meno durante gli ultimi due secoli, quello che il movimento di sinistra e il popolo hanno domandato più clamorosamente agli stati, può essere riassunto dalla parola “più”, cioè più educazione, più salute, più salario che assicuri un certo livello di vita. Queste domande non solo sono popolari ma sono immediatamente utili alla vita quotidiana della maggioranza del popolo. Inoltre la conquista di questi “più” riduce le possibilità dell’accumulazione incessante di capitale. Per questo tali domande devono essere sostenute continuamente da ogni parte perché mai si arriverà al punto del “troppo”. È anche chiaro che estendere questa richieste per lo “stato di benessere” porrà sempre la domanda su questioni come l’efficienza nella spesa, la corruzione, la creazione di una burocrazia onnipotente e irresponsabile. Queste sono domande che dobbiamo risolvere. Tuttavia questo non deve impedire a continuare con queste fondamentali domande del “più” e di “molto più”. In questo senso occorre dire che i movimenti popolari, di fronte ai governi di centro o centro sinistra (a volte chiamati progressisti) che loro stessi hanno eletto, non devono astenersi dall’avanzare le stesse domande per più salute, più educazione, più salario perché il fatto di trattare con un governo amichevole e non un governo apertamente di destra, non significa che dobbiamo abbassare le braccia e arrestare la lotta di sempre. Al contrario, facendo pressione sul governo amichevole o amico, obblighiamo le forze di opposizione di destra, a muoversi su una posizione di centro sinistra, mentre se non lo mettiamo sotto pressione spingiamo il governo di centro sinistra su posizioni di centro destra. Risulta chiaro che qualunque siano le circostanze, per quanto possano essere eccezionali, la regola generale rispetto alla democratizzazione è chiaramente sempre quella di lottare sempre per “più” e per “molto più”.

4) Obbligare il centro liberale a realizzare, nei fatti, le proprie priorità teoriche.

Questo è un altro modo di dire che dobbiamo forzare il passo del liberalismo affinché risulti chiaro come il centro liberale solo raramente fa quello che dice o pratica quello che afferma. Prendiamo un tema ovvio come quello della libertà. A questo proposito il centro liberale era abituato a denunciare l’Unione Sovietica perché non permetteva la migrazione libera. Ma naturalmente l’altra faccia della migrazione libera è l’immigrazione libera. Non ha senso permettere di lasciare un paese a meno che non possa trasferirsi in qualsiasi altro paese. Dunque dobbiamo far pressione affinché si stabiliscano frontiere totalmente aperte tra tutte le nazioni. Ancora, il centro liberale rivendica il libero commercio e la libera impresa e propone che il governo si mantenga fuori dalle decisioni di mercato lasciandolo in mano agli impresari. Ma questo non intervento statale dovrebbe valere anche per quegli impresari che falliscono e che invece vengono salvati dallo Stato. Così che essi conservano i benefici quando vanno bene ma dovrebbero anche pagare le perdite quando falliscono. A volte si argomenta che salvare un’impresa serve per salvare l’impiego, ma non bisogna dimenticare che ci sono molti modi più economici per salvare gli impieghi, pagando per esempio l’assicurazione di disoccupazione, rieducando i lavoratori o aprendo nuove opportunità di impiego. Nessuna di queste opzioni comporta necessariamente assumere i debiti degli impresari falliti.

Costantemente il centro liberale insiste che il monopolio è una cosa cattiva. Ma d’altra parte, criticare il monopolio implica abolire, o almeno limitare fortemente, i brevetti. Altro aspetto è quello che il governo non si impegni a proteggere certe industrie di fronte alla concorrenza straniera. Ciò non influenzerebbe la classe lavoratrice delle zone centrali. Per questo basterebbe che il denaro e l’energia siano spesi per ottenere una maggiore convergenza della tassa salariale a livello mondiale. I dettagli di ciascuna di queste proposte sono complesse ed è necessario che siano discusse. Ciononostante il punto è quello di non lasciare che il centro liberale continui con la sua retorica vuota raccogliendo la sua ricompensa ma senza pagare il costo che comporta la realizzazione delle sue stesse proposte.
Il modo politicamente più efficace per neutralizzare l’opinione centrista è porre attenzione ai loro ideali e non ai loro interessi. Infine dovremmo sempre tenere a mente che una buona parte dei benefici della democratizzazione non è
facilmente accessibili ai gruppi più poveri o non è accessibile nello stesso grado a causa della difficoltà che essi incontrano nell’affrontare gli ostacoli burocratici. Trent’anni fa Cloward e Piven proposero una strategia per aiutare questo strato più povero. Essi dicevano che dovremmo far saltare in aria il carretto cioè mobilitare le comunità più povere affinché possano utilizzare al massimo i loro diritti legali.

5) Trasformare l’antirazzismo nel barometro concreto della democrazia.

La democrazia consiste nel trattare tutto il popolo in modo uguale in termini di potere, di distribuzione e di opportunità per la sua realizzazione personale. Il razzismo è una prima forma per stabilire una restrizione tra quelli che posseggono i diritti o più diritti e gli altri che non hanno diritti o hanno meno diritti. Il razzismo definisce i due gruppi e offre simultaneamente una certa giustificazione plausibile per questa pratica. Ma il razzismo non è una dimensione secondaria né su scala nazionale né su scala mondiale ma è il modo con cui le promesse del centro liberale di applicazione di criteri universali, sono fatte a pezzi in modo sistematico, deliberato e costante. Perché il razzismo è onnipresente in tutta la larghezza e lunghezza del sistema mondo esistente. Non esiste nessun piccolo angolo del pianeta dove esso non sia presente e dove non sia una caratteristica centrale della politica locale, nazionale e anche mondiale. Nel suo discorso, nel Congresso Nazionale del Messico del 29 marzo del 2001, la comandanta Esther dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale affermava: “Noi, donne indigene, siamo sfottute dai ladini e dai ricchi per la nostra forma di vestire, di parlare la nostra lingua, la nostra forma di pregare, di curare e per il nostro colore che siamo il colore della terra che lavoriamo”. Lei parlava in favore di una legge che avrebbe potuto garantire l’autonomia ai popoli indigeni proponendo inoltre che “quando si riconosceranno costituzionalmente i diritti e le culture indigene, […] la legge comincerà ad unire la sua ora all’ora dei popoli indios. […] E se oggi siamo indigeni dopo saremo tutti gli altri e le altre che sono morti, perseguitati e incarcerati a causa della loro diversità“.

6) Andare avanti progressivamente verso la demercantilizzazione.

Il problema principale del sistema capitalista non è la proprietà privata che è semplicemente un mezzo, ma la mercantilizzazione che è l’elemento essenziale nel processo di accumulazione del capitale. Inoltre oggi il sistema mondo capitalista non è interamente mercantilizzato per quanto continui a fare molti sforzi per avanzare in questo senso. Noi potremmo di fatto andare nella direzione contraria. Anziché porre l’attenzione, per esempio, sul fatto che le università e gli ospedali debbano essere di proprietà statale o proprietà privata per produrre profitti, dovremmo pensare come è possibile trasformare le fabbriche di acciaio in istituzioni non lucrative, cioè in strutture autosufficienti che non producano profitti per nessuno. Questa deve essere la faccia del futuro più desiderabile e di fatto è un processo che dovremmo pensare già ora.

7) Ricordare sempre che stiamo vivendo nella era della transizione di questo sistema mondo capitalista oggi esistente verso qualcosa di differente.

Questo significa varie cose. Primo che non dobbiamo cadere nella retorica vuota della chiamata globalizzazione e nemmeno nella posizione del TINA, sigla della frase di Margaret Thatcher “There is not alternative”: “Non esiste nessun altra alternativa”. Questo non solo perché di fatto esistono altre alternative ma perché l’unica alternativa che non deve esistere è quella di continuare con il mantenimento della attuale struttura capitalista.

Ci sarà un lotta immensa rispetto al sistema che succederà a quello attuale e che ancora continuerà nei prossimi venti o quarant’anni. Il risultato di questa lotta è intrinsecamente incerto. Perché la storia non sta dalla parte di nessuno, dipende da quello che noi facciamo. Ma oggi, questa storia, ci offre una grande opportunità per l’azione realmente creativa, perché nel tempo della vita normale di un sistema storico, compreso il grande sforzo per la sua trasformazione, le cosiddette rivoluzioni avevano e hanno conseguenze limitate, posto che il sistema era ancora capace di produrre un’enorme pressione per ritornare sempre al suo punto di equilibrio. Ma in un ambiente caotico come l’attuale di transizione strutturale, tutte le fluttuazioni diventano disordinate e inoltre piccole azioni possono portare a grandi conseguenze nel senso di favorire una o l’altra dei diversi rami dell’attuale biforcazione, in modo che, se in qualche modo l’azione realmente funziona, quel momento è proprio oggi.

Il problema centrale non è l’organizzazione, per quanto possa essere importante. Il problema è la lucidità, perché le forze che vogliono cambiare il sistema affinché nulla cambi, ossia per avere un sistema differente ma che sia uguale o addirittura più gerarchico e polarizzato dell’attuale, dispone di una gran quantità di denaro, energia e intelligenza. Così che andranno a proporre falsi cambiamenti mascherati sotto forme molto attraenti.

Solo un’analisi molto attenta può farci evitare di cadere nelle sue molteplici trappole. Inoltre essi utilizzeranno slogan sui quali noi non potremo dissentire, come, per esempio, lo slogan dei diritti umani. A questi daranno un contenuto con alcuni elementi accettabili da tutti, insieme a molti altri elementi che serviranno a mantenere, quello che loro chiamano, la missione civilizzatrice dei potenti e dei privilegiati nei confronti degli altri non civilizzati. Così per esempio un procedimento giuridico internazionale contro un genocidio è naturalmente desiderabile che si applichi assolutamente a tutte le nazioni o gruppi e non solamente alle nazioni o gruppi deboli. Se le armi nucleari e biologiche sono pericolose e barbare, non può esistere una nazione che possa essere considerata come un possessore affidabile di questo tipo di armi.

Nella incertezza attuale del mondo, in questo momento di trasformazione storica, l’unica strategia possibile per la sinistra globale è quella di perseguire, in modo militante e intelligente, il suo obiettivo basilare: quello della ricerca di un mondo relativamente democratico e relativamente ugualitario.

Questo mondo è oggi chiaramente possibile. Non è inevitabilmente sicuro che sorgerà ma non è per niente impossibile che possa sorgere.

Tradotto da Gianfranco Bianchi