pace-colombia

a cura di Valentina Valle Baroz*

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È una storia di rapina, prepotenza, furto e violenza. Ma anche di resistenza, forza, amore, dignità. Una storia che ci ha fatto pensare che ci sia qualcosa in comune fra il «sì» del movimento indigeno colombiano agli Accordi di pace tra il governo e le FARC-EP e la proposta dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) al Congresso Nazionale Indigeno (CNI) di candidare una donna indigena che rappresenti un Consiglio indigeno alle elezioni presidenziali messicane del 2018. E che questo qualcosa sia la vita. La loro vita.

Le parole di Vilma e di Manuel Rozental hanno spiegato le ragioni per le quali le comunità indigene colombiane hanno chiesto la firma di alcuni accordi il cui contenuto contrasta con tutte le lotte che da decenni stanno combattendo. In queste motivazioni ci è sembrato di trovare un’eco di quelle che forse hanno contribuito a far sì che le comunità indigene del Messico accogliessero una proposta che a prima vista sembra altrettanto incongruente con tutto ciò che è stato portato avanti negli ultimi vent’anni.

A meno di un mese dalla riapertura dei lavori del V Congresso Nazionale Indigeno, questo testo non vuole stabilire se il subcomandante insorgente Moisés vuole essere presidente, perché ha già detto di no. Vuole invece condividere la parola di questa coppia di pensatori e amici colombiani, perché fin dalla prima volta che l’abbiamo ascoltata ci è sembrata un’interessante chiave di lettura per comprendere la proposta che l’EZLN ha fatto al CNI. Dato che gli unici che sono realmente chiamati a leggerla, pensarla, ripensarla, intenderla, abbracciarla o rifiutarla, sono i popoli indigeni del Messico.

Uno: Il contesto. Quando per lottare è necessario essere vivi.

Storicamente ci hanno applicato le «quattro ex» che Manuel cita sempre: esplorazione (exploración), sfruttamento (explotación), sterminio (exterminio), esclusione (exclusión). Da più di 500 anni sono presenti, con maschere diverse, istituzioni diverse, e ultimamente con il neo-estrattivismo. Le cose che si possono vedere in Colombia sono le stesse che abbiamo ascoltato a non finire nel precedente Congresso Nazionale Indigeno e che abbiamo ascoltato in questi giorni:1 impianti idroelettrici, miniere, fracking, narcotraffico… tutta una caterva di strategie di terrore e di guerra, cose che hanno semplicemente lo scopo di spogliare i territori, garantire l’ingresso delle transnazionali e mercificare tutto. E quelli che sono di troppo, come noi, che muoiano, oppure li uccidiamo con la guerra.

Così inizia la contestualizzazione di Vilma, due frasi che riassumono cinque secoli di vessazioni e di abusi sofferti dai popoli indigeni dell’America Latina. E non è una lamentela né una denuncia, ma piuttosto un fatto che riempie di una rabbia colma di dignità, soprattutto quando si riconosce che alla memoria storica «ora bisogna aggiungere un’altra forma di spoliazione, meno studiata, meno visibile, ma non per questo meno nefasta: la cooptazione e la cattura dei movimenti».

Vilma racconta che nel Nord del Cauca questo è cominciato a partire dal 2008, quando là è sorta la Minga de Resistencia Social y Comunitaria2

con la sua agenda popolare, e il popolo colombiano si è sollevato, con una mobilitazione capace di aggregare percorsi diversi, da quelli dei tagliatori di canna da zucchero a quelli del personale giudiziario, degli studenti e dei camionisti.

Dopodiché, il castigo inflitto al Cauca è stato questa cooptazione. Molte ONG e molti altri apparati dello Stato piombano come avvoltoi e cominciano a rubarci gli argomenti, a rubarci la parola, e parlano della Madre Terra, e in Ecuador parlano del Buen Vivir… Prendono questi concetti, li svuotano di significato e li utilizzano per dire che sono noi, ma in realtà sono loro, e sono qui per accumulare, per espropriare e per legittimare tutto questo progetto di morte.

I cosiddetti «Accordi di pace tra le FARC-EP e il governo colombiano» sarebbero l’esempio più attuale di queste iniziative per fagocitare le lotte che sono state portate avanti dal 2010. Il punto centrale della mobilitazione indigena che era sorta con tanta forza a partire dal Cauca, per poi intrecciarsi con altri processi e movimenti, era: «No al Modello economico transnazionale e no ai Trattati di libero commercio».

Sapevamo che era un assetto sovranazionale in cui noi colombiani passavamo dall’essere soggetti di diritto all’essere oggetti del diritto delle transnazionali, e questo significava uccidere tutto e fornire una garanzia ai signori della morte e della guerra. Tuttavia con l’ingresso delle ONG il progetto originario ha cominciato a cambiare a favore di un’agenda che ha iniziato col ridurre le mobilitazioni ed ha finito con l’affermare che il suddetto punto non si poteva affrontare, che era meglio lottare per sanità, risorse, educazione, governo autonomo, territorio, ecc. In altre parole, un’agenda inizialmente caratterizzata da un forte intento di emancipazione, con un processo portato avanti dal 2000 al 2008, dal 2010 ha cominciato a trasformarsi in qualcosa di diverso, che alla fine ha potuto trovare spazio nell’agenda del negoziato delle FARC con il governo, un negoziato che per avere successo ha avuto bisogno di fagocitare i

movimenti più radicali, più emancipatori e più vivi del paese.

Il risultato di questo processo furono le parole di Humberto de la Calle, il negoziatore per la Colombia, che quando in Norvegia si annunciò l’apertura del dialogo affermò che «il Modello non era negoziabile». Manuel le ripete continuamente, e denuncia questo episodio come un momento chiave per comprendere che la pace proposta non poteva essere vera pace, dal momento che quello che aveva generato la guerra era precisamente il suddetto Modello.

Nell’agenda popolare proposta dalla Minga de Resistencia Social y Comunitaria del Nord del Cauca, invece, il «No al Modello economico» era il primo di cinque punti usciti da un processo di consultazioni «duro, lungo, dibattuto, difficile ma prezioso, che è stato spazzato via, e che era stato condotto di casa in casa, di villaggio in villaggio», per informare la gente sulle condizioni imposte dal modello neoliberista ed ascoltare il loro punto di vista.

Gli altri punti dell’agenda prevedevano, nel seguente ordine: sostituire la legislazione vigente con una politica dal basso proposta dai popoli; respingere il discorso della difesa dei diritti umani a favore di denunce più incisive; chiedere il diritto all’educazione, alla salute e alla consultazione; costruire un tessuto di unità dei popoli, cioè una struttura istituzionale diversa.

Tuttavia tutti questi punti hanno cominciato ad essere, come dice Manuel, «misteriosamente modificati proprio a partire da quel 2008 che fu l’anno della mobilitazione più grande». Tutta la gente che difendeva questa agenda cominciò ad essere perseguitata, minacciata di morte ed esiliata. E comparve una contro-agenda di negoziato promossa da Organizzazioni Non Governative (ONG) e gruppi legati alle FARC, che cominciarono a lavorare nel Cauca con denominazioni apparentemente riformatrici come la Casa del Pensamiento (Casa del Pensiero).

Avevano bisogno della Minga e della sua legittimità per entrare nel processo di negoziato, e quello che dovevano fare era passare da un’agenda in chiave di trasformazione e che veniva dalla gente a un’agenda ridotta che non ne modificasse la struttura. La medesima agenda che parlava di Trattati di libero commercio parlava anche di diritti umani, e con un generico «no all’attività mineraria» riassumeva tutta una lotta che in precedenza era il nucleo della proposta. Con questo, e con la promessa di molto denaro, cominciarono a catturare la dirigenza del movimento indigeno, a cooptare processi come il Congresso dei Popoli, nato dalla Minga; cominciarono ad appropriarsene. Quando comparve l’agenda del negoziato FARC-Stato, noi dicemmo: «Ops! Questa assomiglia proprio alla nostra, che hanno preso e trasformato».

La strategia descritta da Manuel è semplice ed efficace, e non si può dire che il Messico non la conosca. Da quel momento in poi ci sono state varie Mingas, ma tutte erano concentrate sull’ottenere enormi quantità di risorse per l’educazione, la sanità e altre questioni connesse con un presunto benessere e sviluppo. La proposta non è mai tornata al rifiuto del Modello economico, i cambiamenti strutturali sono sempre stati rimandati e fino ad oggi non ci sono mai state riforme.

Con tristezza ma con forza, Manuel e Vilma affermano dunque che la dirigenza indigena colombiana è stata fagocitata da un processo di negoziato che va al di là dell’accordo tra le FARC e il governo, e che il ruolo svolto dai difensori dei diritti umani è stato fondamentale per raggiungere lo scopo.

Nell’agenda originaria del Cauca, non solo non era presente tutto l’apparato che ruota intorno ai diritti umani, ma si denunciava chiaramente la sua intenzione di manovrare la parola della gente. Dove le comunità parlavano di furto e di spoliazione, questo apparato cambiava il discorso con una generica denuncia di violazione dei diritti umani, occultando in tal modo il beneficiario e lo scopo della suddetta violazione.

La gente del Cauca comprese che quello che bisognava dire era: «Ci stanno uccidendo per derubarci, il terrore è uno strumento del libero commercio, e se lo presentiamo come violazione dei diritti umani, questo serve al sistema per occultare tutto ciò».

Ma il discorso delle organizzazioni era molto seducente, e le loro risorse economiche erano quasi illimitate, dal momento che il finanziamento veniva dall’Unione Europea, che sosteneva la difesa dei diritti umani mentre negoziava un Trattato di libero commercio con la Colombia.

L’occultamento dunque funzionò e, secondo Manuel, diede luogo non solo all’inquinamento del processo nel Cauca, ma anche a una cooptazione dell’opinione pubblica nazionale: la gente cominciò a credere che era finito il tempo di scendere in strada a reclamare il rispetto dei propri diritti umani, dimostrando in tal modo che il risultato di anni di guerra era stato, oltre alla spoliazione di enormi estensioni di territorio, la creazione di «una mentalità fra il terrore e lo show, una straordinaria ignoranza politica, un enorme disinteresse per la politica e la riduzione della politica a mere formule, compresa quella di sinistra».

Manuel lo chiama «occupazione del territorio dell’immaginario», un lento processo di emarginazione della dimensione politica come qualcosa di noioso, estraneo, insopportabile, il che spiega, a suo avviso, il risultato del referendum: più del 66% della popolazione che non andò nemmeno a votare, e che credette ciecamente alla versione del governo secondo cui la consultazione riguardava «la pace di Santos e delle FARC», mentre in realtà si trattava di dare un incoraggiamento al paese, di interrompere una guerra per riorganizzare le forze e non essere costretti a scegliere tra il binomio fascista Santos-FARC e l’ultradestra di Uribe.

Chi lo comprese perfettamente furono le comunità più colpite dalla guerra, che furono spogliate non solo delle loro terre ma anche del loro discorso e che, con apparente incongruenza, si rivelarono le più disposte ad accettare questa versione manipolata e violata di un’agenda di pace che, anni addietro, loro stesse avevano proposto. «E non per i frutti», conclude Manuel, «ma perché questi popoli si sono sollevati nonostante la guerra e in mezzo alla guerra, e sanno che, se non spareranno loro addosso da una parte e dall’altra, loro si solleveranno un’altra volta». In altre parole, per sollevarsi hanno bisogno di essere vivi e in questa scelta non c’è nulla di incoerente.

Due: Di che pace stiamo parlando

Gli accordi si devono firmare, si deve dare un minimo di garanzie a questa gente che è nata con una rivoluzione storica e che negli anni Sessanta e Settanta ha sostenuto la lotta e la resistenza.

Vilma non si dimentica di quando il movimento del Cauca, pur disponendo della forza di Quintín Lame,3 riconosceva le FARC come Esercito del popolo. Tuttavia negli ultimi anni i morti ci sono stati sia dalla parte della guerriglia, sia dalla parte dei paramilitari e dei militari. Gli ultimi quattro Tehualas, le guide spirituali che mantengono l’armonia nel territorio nasa, sono stati assassinati dalle FARC. Da vittime, le FARC sono passate ad essere carnefici, e tutto per ottenere il controllo di un territorio, il Nord del Cauca, strategico per il traffico di droga, armi e molte altre merci.

Le FARC non vogliono eliminare il movimento indigeno, vogliono addomesticarlo, vogliono che si mobiliti ma che sia obbediente, sotto il controllo della sinistra radicale o di loro stesse. Ma il Nord del Cauca parla di un’autonomia che è non dipendere da nessuno, avere una propria posizione e difendere la vita e il territorio.

Una difesa della vita che, a differenza di ciò che hanno fatto altri movimenti, per il Cauca ha voluto dire non uccidere nessuno, «non rendere sacri gli strumenti di guerra, perché eticamente e strategicamente questo non è stato utile». Senza molte speculazioni, sono stati i fatti stessi a dimostrare che la strategia del conflitto non è vincente. Le comunità hanno fatto presto a capire che agli attacchi delle FARC corrispondevano soltanto altrettante aggressioni da parte dello Stato che col pretesto della difesa della patria mandava migliaia di soldati a proteggere i ripetitori di Carlos Slim e di Comcel.4 E una volta entrati nel territorio, i soldati inquinavano, facevano violenza, rubavano e mettevano tutto sottosopra.

Per ogni loro attacco strategico, quelli che pagavano lo scotto eravamo noi. Questo accordo non è di pace, è un cessate il fuoco bilaterale fra loro due, ma è importante perché, se cessano gli scontri tra le FARC e i militari, per lo meno luoghi come Jambaló e Toribío potranno vivere senza questa loro guerra, e sarà più facile sollevarsi.

Dunque la pace è in realtà un accordo bilaterale di cessate il fuoco. Manuel concorda, e propone un esame del contenuto perché sia chiaro che questa presunta pace non ha alcuna base. Il solo mantenimento del sistema neoliberista come quadro generale è già una ragione sufficiente per non prendere sul serio il progetto. Ma c’è di più.

L’accordo, riferisce Manuel, è composto da 297 pagine ed è suddiviso in sei punti: riforma agraria integrale; ampliamento della democrazia; cessazione bilaterale e definitiva degli attacchi e delle ostilità; soluzione del problema delle droghe illegali; questione delle vittime e un meccanismo di verifica e di attuazione. Di questi punti, l’unico strutturale è quello della riforma agraria, che presenta il grosso problema di non essere applicabile quando è in vigore un Trattato di libero commercio. Questo vuol dire che i dieci milioni di ettari di terreni incolti che dovrebbero essere distribuiti fra contadini ed ex-guerriglieri sono già stati destinati a un piano di sviluppo definito dalla Legge denominata ZIDRES (Zone di Interesse per lo Sviluppo Rurale, Economico e Sociale).

Le terre che dovrebbero garantire la pace risultano già riservate «per lo sviluppo». Come anche le sementi native della campagna colombiana, che gli accordi affermano di proteggere e incentivare, mentre in realtà sono già state consegnate a Monsanto, attraverso l’omonima Legge. In altre parole, firmando gli accordi di pace, la Colombia starebbe violando trattati internazionali; in regime di Trattato di libero commercio (TLC), la riforma agraria integrale non è applicabile. Come non è realizzabile l’ampliamento della democrazia senza un vero cambiamento nella struttura politica del paese, in modo tale che anche questo punto si ridurrà all’ingresso di alcuni dirigenti delle FARC nel sistema partitico tradizionale. Lungi dall’essere una proposta di pace, secondo Manuel questi accordi sono «la definizione dell’orizzonte politico permesso», dove la dicotomia Uribe – Santos/FARC costituisce un enorme limitazione mentale che la classe dirigente ha imposto al popolo, perché la Colombia pensi che non ci sono alternative. Ciò che si denuncia qui non è solo il contenuto degli accordi, ma l’inganno politico di coloro che pretendono che i colombiani e le colombiane credano che questo contenuto è l’unico possibile.

Per i popoli originari, invece, può esistere una vera proposta di pace, ma deve sorgere dal basso e contenere risoluzioni e priorità completamente diverse.

Tre: Possibilità e sfide

C’è un altro fattore che non è stato preso in considerazione negli accordi e che preoccupa il Nord del Cauca: il ricongiungimento e il rafforzamento del paramilitarismo che è venuto verificandosi negli ultimi cinque anni. Manuel e Vilma denunciano che popolazioni come quella della regione del Naya, dove nel 2001 c’è stato un terribile massacro, sono stati minacciati da paramilitari e/o simpatizzanti delle FARC che hanno detto loro che dopo la firma degli accordi «torneranno a comandare loro». Gli scontri per le terre continueranno e ora riguarderanno anche le riserve contadine che si vogliono realizzare dove ci sono i resguardos indigeni.5 La resistenza ai progetti agroindustriali e minerari sarà sempre più perseguita: dopo la presentazione degli accordi, sono stati assassinati, in aree rurali e urbane del paese, 20 leader indigeni (uomini e donne) che si opponevano al fracking, all’attività mineraria e agli altri progetti di morte.

«Come è possibile che stiamo parlando di pace e che stiano uccidendo la gente che sta contestando il modello economico che è stato blindato con gli accordi?», si chiede Manuel. E Vilma aggiunge: «C’è una minoranza che ha chiara la posizione che stiamo presentando qui; sa che non è cosa da poco quello che bisogna fare, ma sa che la pace non viene dall’alto, che la pace si costruisce dal basso». E in questo progetto di costruzione, che può fare seguito al cessate il fuoco, essi vedono la possibilità che il movimento risorga.

I Liberadores de Uma Kiwe (Liberatori della Madre Terra), donne e uomini inseriti in un processo che storicamente si propone il recupero della terra, fanno parte della minoranza di cui parla Vilma. Da spazi di rinnovamento come questo bisogna ricominciare a organizzarsi. Per i Liberadores, la firma della costituzione è stata un duro colpo, e ancora più duro è stato il massacro di Nilo nel 1991. Ma nel 2004 sono tornati a prendere forza e hanno cominciato a dare un nuovo significato al recupero della terra, che andava al di là dell’esproprio della proprietà e contemplava la liberazione da tutti «i vincoli del capitale» che includono progetti di monocolture e di estrazione mineraria.

Liberare la Madre Terra è ciò che stanno facendo i compagni: hanno rilanciato il discorso del 2004 e, alla fine del 2014, hanno occupato molti ettari di Ardila Lülle6 che erano infestati da monocolture e vi stanno seminando fagioli, mais, manioca e cibo per la gente. Si stanno creando nuove iniziative per il Buen Vivir, si stanno sfidando non solo il sistema e il capitale, scacciando la morte e seminando la vita, ma stanno anche superando le contraddizioni interne e gli autoritarismi che dicono che non bisogna mobilitarsi perché non conviene, perché stiamo negoziando con il governo, e non bisogna mobilitarsi perché altrimenti Santos non ci riceve, non ci dà i soldi.

Quelli che ricostruiranno la Colombia, dunque, non lo faranno sotto la luce dei riflettori e dall’Avana, ma silenziosamente e dal basso. Questi uomini e queste donne hanno bisogno degli accordi di pace per uscire dalla guerra. Non sono stati attratti dal loro contenuto, ma occupano quello spazio di manovra che un cessate il fuoco può offrire loro per tornare ad allargare l’orizzonte politico, non solo del Nord del Cauca ma anche nazionale, se ci sarà qualcuno disposto ad affiancarsi a loro in questo cammino. Questo è il punto.

Se non resistiamo, se non gestiamo il nostro cibo, se non gestiamo le nostre relazioni, le nostre forme di organizzazione, ci uccideranno tutti. La sfida è quella di spezzare queste categorie a partire dall’organizzazione, comin­ciare a intessere un’agenda di unità, cominciare a ‘camminare la pace’.

Ci sono molte differenze fra la Colombia degli accordi e il Messico della proposta dell’EZLN. Tuttavia l’autolimitazione di pensare che si può scegliere soltanto tra «il male» e «il peggio» ci sembra una profonda somiglianza che questi due paesi condividono. Manuel dice: «Gli accordi stanno dentro la Colombia, ma la Colombia non sta dentro a questi accordi». L’EZLN dice: «I nostri sogni non stanno dentro le loro urne, ma neanche i nostri incubi».

Le possibilità che abbiamo sono immense; ci hanno fatto credere che il nostro spazio politico avesse le dimensioni di uno stagno, mentre in realtà è un oceano. Accordi e urne elettorali sono mezzi, strumenti possibili per distruggere un orizzonte politico impossibile, per cambiare i progetti dei «padroni senza popoli» in proposte dei «popoli senza padroni».

a cura di Valentina Valle Baroz

Valentina Valle Baroz è una comunicatrice italiana da tempo operante in America Latina. Partecipa al blog SUBVERSIONES Agencia Autónoma de comunicación http://subversiones.org , un collettivo di giornalisti, fotografi e videomaker che diffonde notizie dal basso, aderisce alla Sexta Declaracìon de la Selva Lacandona e fa parte del Movimento dei Medios Libres.

2 dicembre 2016

Questo articolo in lingua originale su

http://subversiones.org/archivos/126644

1 I giorni dell’ultimo Congresso Nazionale Indigeno dal 9 al 14 ottobre 2016

2 N.d.t. -La minga è il lavoro collettivo, e oggi per estensione anche l’incontro po­li­ti­co fra comunità visto come lavoro intellettuale e concreto impegno all’a­zio­ne.

3 N.d.t. – Leader indigeno, eroe della resistenza indigena, che durò dal 1984 al 1991.

4 N.d.t. – Carlos Slim è imprenditore nel settore comunicazioni, Comcel è stata una sua società di telefonia cellulare prima della fusione con Telmex Colombia e la nascita di Claro Colombia.

5 N.d.t. – Il resguardo è un territorio legalmente riconosciuto come proprietà collettiva e inalienabile di una comunità indigena. Si tratta di un’istituzione che risale al colonialismo spagnolo, mantenuta in alcuni paesi latinoamericani e pienamente in vigore in Colombia.

6 N.d.t. – Uno dei principali conglomerati imprenditoriali latinoamericani, attivo anche nel settore dell’agroindustria.

traduzione a cura di camminar domandando”

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