Unite, ribelli, sorelle:

così è stato il Primo Incontro Internazionale di Donne che Lottano

(articolo di Lucía Aita, speciale per lavaca dal Chiapas

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 Per condividere esperienze di lotta, per riflettere sui problemi comuni e anche ballare, sostenersi a vicenda e accendere le candele della ribellione, le donne delle comunità zapatiste hanno or­ganizzato questo Incontro internazionale che ha tracciato un quadro del femminismo lati­no­ame­ri­ca­no e ha delineato un orizzonte. Così si è svolto l’incontro, giorno per giorno.

 Le foto sono di Koral Carballo.

  1. Siamo nei dintorni di San Cristóbal de las Casas, Chiapas, Messico. L’aridità del suolo lo conferma. Tuttavia, dietro a una recinzione alta e colorata si possono vedere pascoli, alberi, campi coltivati, galline e anatre. Siamo all’interno del CIDECI (Centro Indígena de Capacitación Integral), un Centro di studi e di ricerca conosciuto anche come Università della Terra. Oltre a coltivazioni di ogni genere, il Centro ha una biblioteca, aule di musica, una sala per gli incontri, laboratori di tessitura, falegnameria e serigrafia, e altro ancora. Numerosi gruppi di donne girano per il parco a bocca aperta, commentando in va­rie lingue che è un sogno avere uno spazio del genere. La prima nozione di territorio collettivo è già davanti agli occhi di tutte fin dal primo momento, quando l’incontro non è ancora iniziato. È materiale e concreta. Altri immaginari possibili cominciano a prendere forma.

  1. Qui di seguito, elenco alcuni dati che risultano interessanti per comprendere la particolarità del luogo in cui ci troviamo:
  • Se guardiamo al contesto, il Chiapas è il secondo Stato della repubblica messicana con il più alto indice di povertà, sebbene nel suo territorio si trovi una grande varietà di beni naturali.
  • Più di un terzo della sua popo­la­zio­ne appartiene a comunità indigene e contadine. Parlano tzeltal, tsotsil, chol, zoquee tojobal, con le cono­scenze e le tradizioni culturali ance­strali associate a queste lingue. Con­dividono il lavoro in comune della terra.
  • In questo Stato, l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) nel 1994 ha compiuto una sollevazione armata e ha occupato terre, organizzando forme autonome di governo e di produzione. I motivi sono molti e complessi, ma l’insurgente Erika, nel discorso di apertura dell’incontro, li ha riassunti così: prima delle sollevazioni, la vita delle contadine indigene era «una situazione molto difficile da spiegare a parole, e ancora più difficile da vivere». Soffrivano una discriminazione estremamente violenta e mancanza di cure mediche, di buona alimentazione e di istruzione. Erika ha segnalato inoltre che questo trattamento da parte del «mal governo» continua ancora.

  1. È questo il contesto in cui donne di età, nazionalità, classi sociali e appartenenze politiche diverse si iscrivono all’Incontro e ricevono un numero e un colore per prendere la parola al microfono. I camion in partenza sono sei, ed è soltanto il primo gruppo del mattino. Altri sei partiranno entro sera. E si organizzano altri camion da vari punti del Messico. Si accendono i motori e sembra che dalle passeggere si levino grida da stadio, ma sono tutte canzoni contro il patriarcato. Le carovane sono dirette al caracol di Morelia, dove migliaia di donne condivideranno 72 ore di incontro e dibattito sui diversi modi di affrontare il sistema capitalistico e patriarcale.

  1. Arriviamo a destinazione. Code senza fine di donne aspettano, con il loro bagaglio in mano, che venga loro assegnato un posto per dormire. La musica di una samba colombiana rallegra l’attesa. Un cartello dice: «Benvenute, donne del mondo». Più in basso, un altro cartello aggiunge: «Vietato l’ingresso agli uomini». Il motivo l’ha spiegato l’insurgenta Erika nel discorso di apertura, con lo stile collettivo che caratterizza tutti i suoi discorsi: «Vogliamo trovarci solo fra donne per poter parlare, ascoltare, guardare, festeggiare senza lo sguardo degli uomini. Non importa se sono uomini buoni o cattivi. Quello che importa è che siamo donne, e siamo donne che lottano. Ovvero non ci adeguiamo a quello che succede, e ciascuna di noi lotta, a suo modo, con i suoi tempi e nel suo luogo. Ovvero, ciascuna si ribella. Quindi si arrabbia e fa qualcosa. (…) Per questo vi diciamo, sorelle e compagne, che possiamo scegliere ciò che faremo in questo incontro. Possiamo decidere. Possiamo gareggiare a chi è più in gamba, chi parla meglio, chi è più rivoluzionaria, più intellettuale, più radicale, più beneducata, più liberata, chi è più carina, più buona, chi balla meglio, chi dipinge in modo migliore, chi canta bene, chi è più donna, chi è più forte nello sport, chi lotta di più. Non ci saranno uomini a dire chi vince e chi perde. Saremo solo noi. (…) Oppure concordiamo di lottare insieme, diverse come siamo, contro il sistema capitalistico e patriarcale che è quello che ci sta violentando e assassinando».

Hanno raccontato inoltre di essersi organizzate per garantire la sicurezza, il cibo, l’igiene, i servizi delle promotrici di salute e delle tecniche del suono. E hanno spiegato che sono ben accette tutte le identità: single, sposate, vedove, transessuali, lesbiche, asessuali o «come ciascuna si voglia definire». Hanno poi aggiunto che dall’anno scorso le donne zapatiste sostengono che, alla luce di ciò che sta succedendo alle donne, è emersa l’idea che solo donne zapatiste parlino e rappresentino il Consiglio indigeno di governo. E, pur riconoscendo dai loro discorsi la presenza del machismo anche nelle loro comunità, dicono: «Abbiamo fatto così, perché solo noi donne abbiamo ricevuto le nostre compagne del Consiglio indigeno di governo e la portavoce Marichuy che è qui presente». Così si segnala in maniera esplicita ciò che molte potevano già intuire: la prima candidata che in una campagna elettorale porta la voce delle comunità a tutto lo Stato messicano è una donna. Non è un puro caso. È frutto di un accordo ed è un elemento centrale.

«Non è affare degli uomini né del sistema darci la nostra libertà. (…) Se vogliamo essere libere dobbiamo conquistare noi stesse la libertà, da quelle donne che siamo», sintetizza Erika all’inizio dell’Incontro, leggendo ciò che in realtà rispecchia la voce di tutte.

Così la lotta per la vita, la lotta per la libertà, la rivendicazione delle forme di organizzazione collettiva e il rifiuto della competitività vengono affermate ad alta voce fin dal primo giorno. Per assumere una forma concreta nei giorni successivi.

  1. «A cosa serve un maschio violento che non ti faccia godere?», cantano le zapatiste dal grande palco. E suonano i loro strumenti. Sono le 6 del mattino, e questa è una delle canzoni che intonano all’alba dell’8 di marzo per svegliare amorevolmente tutte le presenti, dare inizio all’Incontro e augurare a tutte una buona giornata.

In più di un laboratorio si sostiene l’idea del corpo come primo territorio da liberare. Si parla dell’importanza della liberalizzazione dell’aborto in tutti gli Stati: non si sentono voci contrarie.

  1. Si organizzano anche laboratori di ginecologia naturale, tornei di calcio, pallavolo e pallacanestro, proiezione di video sull’auto-conoscenza della vagina per darsi piacere da sole e gruppi per decolonizzare i fianchi a ritmo di reggae.

In parallelo, ogni caracol (porzione di territorio zapatista) presenta un’opera teatrale che racconta la storia delle donne del proprio collettivo. Fanno vedere dal palco che cosa è costato e costa non essere maltrattate, violentate, stuprate, picchiate e discriminate per il fatto di essere donne, ma anche di essere povere e indigene. Sono ore e ore di rappresentazioni teatrali. Prendono le mosse da prima del 1994 e mostrano in vari modi, con scenografie e costumi, le diverse forme di violenza (abusi, stupri, mancanza di assistenza sanitaria, di cibo, di istruzione e di partecipazione politica) a cui sono sottoposte in quanto donne. Rappresentano anche le forme di organizzazione che escogitano e come si sono ricavate uno spazio nei collettivi, anche se continuano ad esserci ingiustizie maschiliste.

  1. La giornata si conclude con Altas Jaras, un gruppo di cumbia [musica popolare] di San Marcos Sierra (Argentina), e prende corpo un altro punto del discorso di apertura: «E vidi che la ribellione, la resistenza, la lotta, è anche una festa, sebbene a volte non ci siano musica e ballo, ma solo la rottura di scatole dei lavori, della preparazione, della resistenza».

Con balli popolari, bande di cumbia, lezioni di hip hop e diverse forme di rituali e danze, l’Incontro è stato anche una festa.

  1. «Il pugno della donna attenta al potere», dice Marina, un’altra zapatista che dal palco parla col viso coperto e a nome di tutte. L’incontro si definisce esplicitamente di «donne che lottano», e questa cessa di essere una metafora quando le donne di diverse comunità cominciano a parlare a partire dalla propria esperienza. Dal proprio corpo passano a parlare della terra e fanno un appello perché si denuncino i pericoli delle forme di governo che si militarizzano contro le comunità e la gente, e delle attuali modalità neoliberiste di produzione estrattivista.

Riporto solo alcuni esempi:

  • «Oggi la proprietà sociale e la comunalità sono un pericolo per le politiche di privatizzazione dello Stato e per i suoi investimenti di morte. L’estrazione di petrolio, le miniere, gli impianti idroelettrici e le agroindustrie ci spogliano delle nostre terre», dicono alcune donne del Movimento per la Difesa della Terra e del Territorio. Dichiarano che il loro Centro per i Diritti ha documentato, nel corso di 5 anni, più di cento casi di esproprio nei confronti di donne. La maggior parte di questi sgomberi sono stati compiuti violentemente da suoceri, cognati o autorità comunali in base al presupposto che le donne, in quanto donne, non hanno il diritto di possedere terre. Di fronte a questa situazione, hanno presentato nel corso dell’Incontro la loro proposta di possesso e usufrutto familiare della terra, basata sui punti che seguono: «È necessario che noi donne veniamo riconosciute come membri delle comunità con diritti uguali a quelli degli uomini, che le parcelle di terreno cessino di essere soltanto degli uomini e che le assemblee le riconoscano a tutta la famiglia. Il fatto che i villaggi riconoscano la nostra partecipazione raddoppierà la forza contro la privatizzazione, la discriminazione e la violenza che lo Stato esercita contro la vita comunitaria».
  • «Abbiamo bisogno di ritornare ai nostri corpi e di allearci con la natura. Siamo perduti come umanità se non cominciamo a collegarci con la sua sapienza», dice Moira Millán, una donna che appartiene al «popolo-nazione mapuche» argentino. Racconta la situazione di repressione che la sua comunità sta subendo per il fatto che abita e difende montagne e terre che Benetton e altri imprenditori vogliono sfruttare come proprietà privata. E racconta a tutte le donne presenti come sono avvenuti gli assassinii di Santiago Maldonado e di Rafael Nahuel da parte delle forze di sicurezza argentine. «Bisogna smettere di cantare “A desalambrar” [“Eliminare le recinzioni!”, titolo di una canzone di protesta contro l’appropriazione delle terre – ndt]. Bisogna andare ed eliminare le recinzioni, e questo è pericoloso. Io l’ho fatto quando ero incinta, e lo Stato ha mandato persino dei franchi tiratori. Ma poi abbiamo occupato il Dipartimento per gli Affari Indigeni fino a che non ci hanno ascoltato». Moira invita le donne, nei loro luoghi e nelle loro terre, a prendere coscienza dell’importanza della difesa della natura. Dice che il prossimo Incontro Nazionale delle Donne argentine avrà luogo a Trelew, e che l’intenzione è quella di chiedere che venga chiamato «Incontro Plurinazionale», invece che Nazionale, per dare visibilità alla popolazione originaria.
  • Margarita Juárez, di una comunità dello Stato di Jalisco, racconta che da 13 anni lottano contro un mega progetto che cerca di prendere l’acqua che arriva loro dal fiume con una diga per una conceria. «Come diceva bene la sorella mapuche, ci considerano terroriste», racconta Margarita, e parla delle diverse persecuzioni che subiscono da parte del governo messicano. Descrive anche come le donne si sono organizzate per proteggersi fra loro in piena difesa del territorio. E conclude: «Con questa situazione di governo, in cui si moltiplicano le persone che vengono fatte scomparire e i femminicidi, la Madre Terra sta dalla nostra parte. Per questo, faremo qualsiasi cosa per difendere le nostre comunità, qualsiasi cosa meno che rinunciare».

Una donna della comunità di Cherán (Michoacán) non dice il suo nome, ma racconta che il suo popolo purépecha da più di cinque anni ha organizzato le proprie forme di autogoverno e di sicurezza, a partire dalla sollevazione delle donne del luogo. «Noi donne ci siamo organizzate per porre un freno al taglio clandestino dei boschi e ridurre la violenza dei crimini». Spiega le modalità con cui si sono organizzate per mettere fine all’attività di sicari e narcotrafficanti nel loro territorio. Denuncia inoltre che anche così hanno subìto poco tempo fa il femminicidio  di una compagna, Guadalupe Campanur Tapia, di 32 anni.

  1. Le denunce di femminicidi sono state presenti e centrali durante tutto l’incontro. In Messico è stata dichiarata un’Allerta per Violenza di Genere. Le donne sostengono che non è servita a nulla. A queste manifestazioni di dolore e di rabbia si è aggiunta la petizione per i 43 studenti di Ayotzinapa.
  2. Uno, due, tre… alla chiusura del­l’in­contro, le donne hanno contato, gridando, fino a 43. Tutte insieme, dopo che era stata letta la petizione di una delle madri. E si è concluso con il canto: «Lotte, resistere, l’accordo è vivere».

Quindi le donne presenti si sono unite al grido: «Vive le hanno prese, vive le vogliamo!», per il gran numero di donne scomparse che ci sono in Messico. Il grido è stato anche una richiesta di giustizia per gli omicidi repressivi da parte del governo.

  1. Le madri delle vittime hanno trovato anche uno spazio di sostegno e di appoggio nel contesto dell’incontro. Si sono auto-organizzate in una ronda e hanno chiesto che venissero convocate attraverso il microfono tutte le donne che avessero figli o figlie scomparsi, dal momento che alcune donne, che da poco si trovano in tale situazione, sentendo ciò che avveniva ad altre, stavano trovando il coraggio di riconoscere la scomparsa dei propri figli militanti e di denunciarla pubblicamente. E chiunque conosca la storia delle Madri di Plaza de Mayo è rimasto senza fiato di fronte all’evidente parallelismo.

Riporto solo alcuni esempi di ciò che hanno condiviso queste madri:

  • «Quella di Carlos Sinhué Cuevas Mejía è stata un’esecuzione extragiudiziale», dice sua madre, segnalando che il figlio aveva ricevuto minacce perché abbandonasse la sua attività politica come studente. È stato ucciso con 18 pallottole. La donna denuncia inoltre la responsabilità dell’UNAM (l’università nazionale del Messico) che non collabora all’indagine. E aggiunge: «Noi madri siamo molte. Dobbiamo unirci perché, se non ci uniamo, ci annientano. Ascoltandomi, oggi una donna ha potuto riconoscere di avere un figlio scomparso ormai da 4 anni. Credo che abbiamo la responsabilità e l’obbligo di denunciare tutti i casi, si tratti o no di nostri figli e figlie».
  • Araceli chiede giustizia per il femminicidio di sua figlia Lesvy, e mentre consiglia alle giovani di non opporsi mai a un uomo da sole e di chiedere aiuto, dice: «Il mio obiettivo è di creare uno spazio di memoria dei femminicidi nella Città universitaria dell’UNAM. Non solo per Lesvy, ma perché si prenda coscienza e ci si ricordi di ciò che non deve succedere a nessun’altra».

  1. Nell’oscurità della notte, le zapatiste ci hanno sorpreso con un gesto poetico. Ciascuna delle duemila zapatiste ha acceso una candela. Tutte nello stesso momento hanno illuminato la montagna contro i femminicidi. Alla fine dell’Incontro, in chiusura, il gesto è stato spiegato nel modo seguente:

«Questo giorno 8 di marzo, alla fine della nostra partecipazione all’Incontro,

ciascuna di noi accende una piccola luce.

La accendiamo con una candela affinché duri,

perché un fiammifero si spegne velocemente e un accendino magari si rompe.

Questa piccola luce è per te.

Portala con te, sorella e compagna.

Quando ti sentirai sola,

Quando avrai paura,

Quando sentirai che è molto dura la lotta, ovvero la vita,

Accendila di nuovo nel tuo cuore, nel tuo pensiero, nelle tue viscere.

E non lasciarla, compagna e sorella.

Portala a quelle che sono scomparse.

Portala a quelle che vengono assassinate.

Portala a quelle che sono in carcere.

Portala a quelle che vengono stuprate.

Portala a quelle che vengono percosse.

Portala a quelle che sono maltrattate.

Portala a quelle che in qualsiasi modo sono violentate.

Portala alle migranti.

Portala a quelle che sono sfruttate.

Portala a quelle che sono morte.

Portala, e di’ a tutte e a ciascuna di loro che non è sola, che lotterai per lei.

Che lotterai per la verità e la giustizia che il suo dolore merita.

Che lotterai perché il dolore che pesa su di lei non torni a colpire nessun’altra donna

in nessuna parte del mondo.

Portala, e trasformala in rabbia, coraggio, decisione.

Portala, e uniscila ad altre luci.

Portala e, forse, comincerai a pensare che non ci sarà verità, né giustizia, né libertà

all’interno del sistema capitalista patriarcale.

Allora forse torneremo a vederci per dare fuoco al sistema».

Fonte: www.lavaca.org
traduzione a cura di Camminar domandando