scarica in pdf: patriarcato-liberazione-vita

di Vilma Rocío Almendra Quiguanás (donna indigena nasa-misak del Nord del Cauca)

In questo testo l’autrice elabora una narrazione critica dell’aggressione patriarcale che si esprime sia con la rapina della terra e l’assassinio delle donne che difendono la Madre Terra e se ne prendono cura, sia con gli interventi del femminismo istituzionale che stanno colpendo le identità e le pratiche autonome delle donne indigene del Nord del Cauca, nell’area sud-occidentale della Colombia. L’autrice passa poi a descrivere alcune problematiche aperte e alcune azioni collettive in corso per rinvigorire il tessuto naturale che unisce donne e uomini a Uma Kiwe (la Madre Terra).

Rendendoci conto che questo sistema patriarcale millenario si nutre della rapina, del controllo e della distruzione[i] delle fonti matriarcali di vita che continuano ad essere legate alla Madre Terra, è necessario che noi, che partoriamo la vita, dovunque ci tocchi lottare siamo capaci di esprimerci e di agire criticamente di fronte alle forme patriarcali che stanno imponendo spoliazione e morte nei nostri territori; allo stesso modo, dobbiamo avere la chiarezza necessaria per segnalare i vincoli e i silenzi che ci vengono imposti dall’intervento fem­mi­nista istituzionale in nome dell’«uguaglianza di genere».[ii] Dobbiamo inoltre prendere atto di alcune problematiche aperte e di alcune azioni in corso nel Nord del Cauca indigeno, nell’area sud-occidentale della Colombia, per alimentare narrazioni critiche da esaminare e discutere dentro e fuori le comunità.

Come donna nasa-misak che negli anni 2000 ha partecipato attivamente al movimento indigeno che si riconosce nell’Associazione dei Consigli Indigeni del Nord del Cauca (ACIN), voglio chiarire che non intendo parlare a nome delle donne indigene,[iii] ma esporre quello che ho potuto vedere in altri ambiti e quello che è emerso da scambi di vedute con alcune compagne a proposito delle tematiche da affrontare.[iv]

Il patriarcato che continua a spogliare la Madre Vita

Senza approfondire o documentare ulteriormente, basandomi soltanto su quello che la storia dei vincitori ci ha imposto e sulle denunce più recenti che circolano dentro e fuori le resistenze indigene e popolari del nostro Abya Yala,[v] affermo che: Non ci sono ecocidi e femminicidi perché c’è guerra, ma c’è guerra per uccidere tutte le nascite, fino a patriarcalizzare la nostra Madre Terra. È proprio come diceva Hector Mondragón alcuni anni or sono: «In Colombia non c’è sgombero perché c’è guerra, ma c’è guerra perché ci sia sgombero». Forse ci troviamo di fronte a una tormenta di dimensioni che non avevamo mai immaginato e che oggi ci confonde, perché la maggior parte di noi non comprende o non vuole riconoscerne la portata. Basta vedere che quando ci indigniamo per la violenza contro le donne e il loro assassinio facciamo quasi sempre riferimento solo al machismo, o quando denunciamo l’alterazione e la distruzione della natura pensiamo semplicemente che tutto sia conseguenza del cambiamento climatico. Non vediamo però il problema di fondo, la questione critica che non è nuova, perché, come dice Claudia von Werlhof, «ha 5000 anni», e nella breve storia del capitalismo ha a che vedere con  «la distruzione alchemica o una civiltà alchemica o qualcosa di simile, che è una guerra contro la vita» (Werlhof, 2015, p. 21). Quindi il nostro problema antico e attuale, il patriarcato, è la colonna vertebrale di quello che ci sottomette e ci domina per prosciugare e depredare ogni genere di sangue.

In fin dei conti, il patriarcato è dunque un’inconcepibile, incomprensibile, quasi inesprimibile rivendicazione, totalmente astratta e svincolata dalle condizioni concrete dell’esistenza terrena, e che va ben al di là di qualcosa di molto banale come una sorta di «invidia del potere di dare alla luce». Il suo obiettivo è niente di meno che trasformare il corpo femminile che dà alla luce in una cosa che produce tutto ed è universalmente ri-producibile; non si tratta che della sostituzione del corpo della madre con qualcosa che non è più né corporeo né femminile, ma è un macchinario che poi verrà dichiarato come meta e finalità della storia umana. Lo stesso avviene con Madre Natura e con la Terra stessa (Ibidem, p. 41).

Di conseguenza per ottenere una «distruzione o civiltà alchemica» è necessario distruggere o usurpare tutte le sorgenti di vita utilizzando Progetti di Morte in tutto il continente latinoamericano, «per esplorare, sfruttare, spogliare e sterminare i territori: quello dei corpi, e in particolar modo del corpo delle donne; quello degli immaginari collettivi; e quello della Madre Terra» (Rozental, 2015). Da un lato, spingendosi fino ad interventi di manipolazione genetica in cui «lo stesso pianeta Terra si è visto ormai convertito in un’arma di distruzione di massa, per così dire, in “natura cattiva”, la quale, secondo loro è tale da sempre. E ora si aggiunge la distruzione di nuovo tipo mediante apparenti catastrofi naturali» (Werlhof, 2015, p. 218).[vi] Una preoccupazione rilevante e una realtà palese che esige maggior azione da parte nostra, sulla base dei nostri saperi ancestrali e matriarcali, riguardo a ciò che già negli anni Ottanta è stato fatto conoscere dalla scienziata e suora Rosalie Bertell[vii] e a ciò che nell’ultimo decennio è stato denunciato a proposito di tsunami e terremoti… che in fondo sono serviti per la riproduzione del capitale.

Da un altro lato, abbiamo l’accapar­ramento di terre e i femminicidi. Soffermiamoci su alcune cifre, perché ci sembra che ci sia una relazione.

Per cominciare, i dati del 2016 evidenziano accaparramenti su vasta scala avvenuti nell’ultimo decennio. Questi accordi commerciali riguardano più di 30 milioni di ettari in 78 paesi. Ciò significa che il numero di accordi commerciali relativi alla terra continua a crescere, anche se dal 2012 la crescita è rallentata. In particolare, è venuto meno un certo numero dei mega-progetti più grandi, il che ha determinato una diminuzione del numero totale di ettari. Il problema tuttavia non sta scomparendo (Grain, 2016, p. 5).

L’accaparramento continua ad espandersi, intensificando i conflitti in tutto il mondo. Non è dunque un caso che la Colombia abbia 5 milioni di ettari dati in concessione mineraria e altri 25 milioni che sono oggetto di analoghe richieste. E non è strano che la zootecnia occupi 45 milioni di ettari e che «il 41,1% della terra in Colombia sia posseduto dallo 0,4% dei proprietari (secondo l’ultimo cen­simento agricolo)» (Proceso de Liberación de la Madre Tierra, 2016).

Così, mentre avanza la guerra mondiale depredando territori e accaparrando terre per la riproduzione del capitale, i corpi delle donne continuano ad essere la preda prediletta del predatore. Attualmente le cifre dei femminicidi in America Latina sono allarmanti: secondo l’Onu, «i tassi più alti si registrano in 25 pae­si del mondo, 14 dei quali latinoamericani. Guatemala, El Salvador e Honduras figurano nella lista con alcuni degli indici più alti del pianeta, e anche in Argentina e in Messico si riscontrano cifre allarmanti».[viii] La Colombia non fa eccezione. Paradossalmente, proprio ora che si è arrivati alla firma di un cessate il fuoco bilaterale fra il governo e le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC) per avviare un processo di pace, sono aumentate le rapine dell’estrattivismo e gli assassini mirati di leader (uomini e donne) che difendono la vita e si prendono cura dei loro territori. Anche l’Onu «ha registrato che nel 2016, fino a metà dicembre, sono state assassinate in Colombia 114 persone, 40 delle quali erano del Cauca».[ix] La metà delle uccisioni è avvenuta nel Nord del Cauca; sette delle persone assassinate erano donne indigene: Rubiela Coicue, Beatriz Noemi Morano Dicue y Nhora Alba Coicue Viquis di Huellas Caloto; Sebastiana Ulcue di Munchique Los Tigres; Ninfa Mosquera di Tacueyo e Cecilia Coicue di Corinto. Questi crimini cominciano finalmente ad essere oggetto di discussione e di preoccupazione nelle agende delle nostre organizzazioni indigene,[x] a causa dell’escalation paramilitare e di tutte le minacce che si sono acutizzate nel ‘post-conflitto’.

Così ancora una volta temo che ci sia guerra perché ci siano femminicidi ed ecocidi. Perché il patriarcato possa far abortire e dominare ogni genere di nascita, compresa la vita tutta fin dall’utero dell’umanità: Uma Kiwe [la Madre Ter­ra]. Anche se non possiamo negare che ci siano uccisioni e violenze maschiliste nella comunità, sarebbe interessante indagare a fondo sulla relazione concreta fra i femminicidi e il contenzioso per i territori, in modo da comprendere meglio chi sta traendo vantaggio da questa ondata di morte. Precisamente perché Caloto e Corinto, dove si è registrato il maggior numero di uccisioni di donne, sono i luoghi dove da due anni alcune comunità indigene del Nord del Cauca hanno ripreso il loro compito storico di recupero e liberazione della terra (Pueblos en camino, 2015).

In tale contesto, oltre a tutti gli aggiustamenti strutturali, in tutti i territori indigeni, neri e meticci vediamo continuare l’asservimento ideologico, la cooptazione (Almendra, 2017) delle lotte che nell’ultimo decennio è stata più evidente per facilitare la riproduzione del capitale, e anche il terrore e la guerra, che ora si effettua con altri mezzi. Non è dunque paradossale né contraddittorio che, mentre parlano di ‘pace’,  i signori della guerra nei campi e nelle città continuino ad uccidere la vita. Purtroppo stanno riuscendo a confonderci e a cooptarci per ottenere che ci allineiamo allo ‘sviluppo’, ignorando che la guerra è stata ‘necessaria’ per fondare civiltà moderne, progressiste, capitaliste. Come ribadisce Claudia von Werlhof (2015, p. 22), «…la guerra è la modalità normale del patriarcato; non c’è realmente pace, per cui gli uomini, nel pieno della cosiddetta pace, attaccano le donne».

Interventi che istituzionalizzano la prassi femminile comunitaria

«Il femminismo di chi sta in alto e il femminismo di chi sta in basso non sono la stessa cosa», affermano alcune donne che, pur riconoscendosi come femministe, sono molto critiche nei confronti delle correnti dogmatiche e progressiste illuminate e cercano piuttosto percorsi plurali, ascoltando in silenzio e sentendo i dolori e le gioie della nostra Madre Terra insieme alle donne del territorio. Donne di questa levatura sono sicuramente passate per le nostre montagne e hanno lasciato eredità storiche rilevanti per la lotta per la vita.

Attualmente il servizio di consulenza (Almendra, 2017) che accompagna i programmi per le donne a livello di zona si adegua per lo più alle linee guida di istituzioni, governi e Ong che si concentrano soprattutto su due tematiche: la partecipazione politica e la difesa dei diritti umani delle donne. Per illustrare la prima tematica, cito un recente lavoro di ricerca della Casa del pensiero dell’ACIN (Associazione dei Consigli Indigeni del Nord del Cauca)[xi] su «la partecipazione politica e la cultura politica delle donne nasa del Nord del Cauca», che si conclude ponendo l’accento su due sfide da raccogliere per contrastare l’esclusione e riaffermare una politica comunitaria:

In primo luogo, ciò che garantisce la possibilità di una politica ‘propria’, di una politica comunitaria nasa, è la capacità di potenziare l’inclusione e il riconoscimento dei contributi, delle richieste, delle aspettative e delle capacità delle donne in vista del contributo che possono dare al processo organizzativo indigeno locale e alle sue proiezioni nel campo della partecipazione politica elettorale. La partecipazione delle donne non è una minaccia per il potere. È piuttosto la possibilità di garantire condizioni per l’equità, l’armonia e l’equilibrio. Ma la partecipazione non basta, ci vuole maggior inclusione e rappresentanza delle donne. Le comunità, le autorità indigene e le istituzioni devono verificare che le richieste e le proposte delle donne siano incorporate nei Piani di Vita e nei Piani di Sviluppo, e che abbiano un livello di importanza adeguato e soddisfacente per le donne stesse.

La seconda sfida consiste nel fatto che la frontiera permeabile fra la politica comunitaria e la politica statale non può indebolirsi a causa di un livellamento di procedure, pratiche e valori. Le donne hanno riconosciuto con forza che ci sono differenze, e hanno segnalato le lacune della democrazia e del sistema politico colombiano. Però hanno chiesto nello stesso tempo che la politica comunitaria e l’autorità comunitaria indigena si distinguano dalle suddette pratiche, tenendo presente che la politica comunitaria è per tutte e tutti, come molte donne hanno inteso che sia (Senas, 2014, p. 120, sottolineature nostre).

Tuttavia la nostra lotta non può ridursi all’occupazione di posti pubblici e all’accesso al potere ignorando il patriarcato o servendosi di esso. Per cominciare a chiarire le linee della politica comunitaria di cui oggi c’è bisogno di fronte alla politica istituzionale che ci viene imposta, vale la pena di ascoltare Dora Munoz,[xii] una comunera nasa del resguardo[xiii] di Corinto, secondo la quale le prospettive delle femministe istituzionali più che influire sull’azione delle donne hanno un impatto sulla dimensione identitaria, cioè

sul modo stesso di considerare la donna, la famiglia e la relazione tra uomo e donna come esseri distinti e portatori di valore. Mi sembra che individualizzino i ruoli, le responsabilità e le pratiche di uomini e donne, frammentando l’idea di unità e di collettività. Credo che promuovendo i diritti individuali delle donne si prospetti una presunta uguaglianza della donna rispetto all’uomo, con cui si incentiva una sorta di competizione fra gli uomini e le donne. In fondo credo che, per voler mettere le donne alla pari con gli uomini, ciò che si ottiene è presentare le donne come esseri deboli, inferiori agli uomini, per cui è necessario promuovere atteggiamenti o discorsi che ipotizzino, più che un’uguaglianza, una superiorità di alcune donne nei confronti degli uomini, rendendo invisibili le azioni che ci fanno diverse, ma di uguale valore. Questi atteggiamenti rafforzano la concezione del maschilismo.

Tali atteggiamenti sono il risultato degli impatti che ha avuto il femminismo istituzionale nella nostra organizzazione, provocando la sfiducia e la diffidenza di alcune autorità indigene, principalmente uomini che si rifiutano di cedere i propri spazi e la terra alle donne. Ad esempio Oneira Noscue, comunera nasa del resguardo indigeno di Miranda e attuale coordinatrice del Programma Donna dell’ACIN (ACIN-PMA), è preoccupata perché «nel resguardo indigeno di Canoas avevamo il Programma Donna e Famiglia, ma una delle grandi difficoltà di questo periodo è che l’abbiamo perso, dato che ora è rimasto solo come Programma Famiglia. A volte per la diffidenza di alcuni leader si è perso lo spazio». Anche se tutto questo è incoraggiato dalle nostre pratiche maschiliste, non possiamo negare che il patriarcato è pervasivo.

Per quanto riguarda la seconda tematica, è necessario considerare fino a che punto sia utile limitarci all’attenzione alle violazioni dei diritti umani, mentre siamo circondate da tutto un contesto transnazionale che mette in atto molteplici violenze contro tutti i territori (corpo, immaginario, terra). In questo senso Yuranni Mena, indigena nel cuore, che a sua volta ha camminato con noi, ha raccontato che nel periodo in cui è stata nel Tejido de Comunicación dell’ACIN[xiv] ha avuto pochi contatti con il Programma Donna (ACIN-PMA), ma ricorda di essere stata invitata

a partecipare alla prima Tulpa[xv] delle Donne. Ci è sembrato un gesto importante, vista la mancanza di contatto fra i due spazi. Hanno spiegato che il tema della tulpa era il sostegno da offrire, nei rispettivi territori, alle donne che erano state maltrattate (maltrattamento fisico o psicologico nel contesto fami­liare, da parte dei compagni e/o di altri familiari). È stato offerto loro del materiale audiovisivo che potesse contestualizzare altri aspetti della violazione della donna nel quadro della sottomissione strutturale delle donne e dei territori, perché si parlasse della donna non solo dal punto di vista psico-sociale.[xvi] Hanno detto che c’era già una programmazione prestabilita, ma che avrebbero cercato di fare spazio anche a questo.

Ovviamente è necessaria l’attenzione psico-sociale per guarire ferite provocate dalla violazione di diritti umani, ma non è la cosa più rilevante in un territorio militarizzato e occupato da diverse bande che cercano di controllare le attività economiche legali e ‘illegali’ che stanno compromettendo la convivenza armoniosa nelle comunità. A tale proposito, Noscue ci conferma che dal 2010 è in funzione l’Osservatorio sui Diritti Umani delle Donne Indigene dell’ACIN, che ha registrato 877 casi, con la percentuale più alta di aggressioni dovute alla violenza intra-familiare. «Sicuramente questo ha a che vedere con gli altri problemi di illeciti e di concessioni minerarie nel territorio, ma non lo sappiamo ancora perché abbiamo appena terminato la stesura del rapporto e non abbiamo ancora effettuato tutta l’analisi» (Ibidem).

Noscue racconta inoltre che, sebbene nella Tulpa delle Donne e in altri spazi di formazione, auto-aiuto e accompagnamento delle vittime si parli di quello che sta avvenendo nei propri resguardos e in Colombia, è necessario decentrare questi spazi perché un maggior numero di donne del mondo rurale possa partecipare. Costanza Cuetia,[xvii] una comunera del resguardo di Jambalo, esprime dal canto suo un’altra preoccupazione, perché

guardando a qualche caso di partecipazione delle donne (per lo più provenienti dai resguardos) ad altri incontri culturali si vede che ci si limita a fare artigianato, tessitura ed esposizione di oggetti da vendere. Ci si limita ad un aiuto economico per la famiglia ma non si riflette oltre, su come il carico maggiore delle incombenze domestiche continui a rimanere da una parte sola, e su come persista la discriminazione per il fatto di essere donne che devono obbedire ai mariti. Invece si affrontano poco le questioni politiche, ad esempio: perché sono aumentati i femminicidi? Che fare di fronte a questa situazione? I progetti che si realizzano con le donne si limitano a migliorare la conoscenza della dimensione istituzionale o di come competere a livello di impresa.

I tentativi istituzionali in contrasto con le preoccupazioni di alcune compagne di fronte alla spoliazione della Madre Vita evidenziano un grave problema che si è acuito dalla fine del 2010. «Si tratta del contenimento e della subordinazione delle resistenze autonome per cooptare e smobilitare le lotte più radicali che hanno segnato la nostra storia recente e che sono state più visibili in ambiti nazionali e internazionali nel primo decennio di questo secolo»[xviii] (Almendra, 2017). Per questo le istanze istituzionali del sistema sono venute con maggior ‘moderazione’ ad occupare il nostro ambito, approfittando dello spazio aperto dal terrore e dalla guerra, dalla legislazione che sostiene la spoliazione e dall’assoggettamento ideologico; si sono alleate con la maggior parte dei gruppi dirigenti e stanno patrocinando ricerche, progetti e programmi… Di fatto,

la prospettiva delle istituzioni e delle ONG, che in tutti i campi cercano di alienare e cooptare i processi, sul tema del femminismo non è diversa. Nei nostri territori, attraverso le nostre organizzazioni come consigli e associazioni indigene, in maniera deplorevole hanno messo in atto politiche istituzionali sui diritti delle donne a partire da una prospettiva esterna, ignorando i nostri saperi, le nostre conoscenze e le nostre pratiche per quanto riguarda la valorizzazione delle donne. Da parte delle istituzioni si promuove la partecipazione passiva della donna in diversi ambiti: si tratta di un’alienazione in vista della sottomissione e della promozione di approcci esterni, quasi sempre lontani dalle esigenze comunitarie. Si promuove la leadership femminista, conferendo ruoli dirigenti a donne formate per riprodurre e mantenere un’ideologia che finisce con l’alimentare il maschilismo, perché generalmente queste donne finiscono con l’obbedire alle linee guida elaborate da uomini. La loro partecipazione a incarichi politici, nella maggior parte dei casi, è più di rappresentanza che di reale partecipazione alle decisioni. A mio avviso sono più critiche e meno sottomesse quelle che non percepiscono un salario o quelle a cui non sono stati assegnati incarichi politici, perché sono libere dal timore di mettere a rischio una qualche convenienza economica o politica (Munoz, 2017).

Questioni in sospeso per crescere come donne che partoriscono e difendono la Madre Vita

Per mettere in pratica la parola necessaria in difesa della pienezza della vita bisogna anche sapere che la morte imposta dal patriarcato è «una morte anti-naturale e artificiale, nello stesso modo in cui il patriarcato agisce con la vita: la vita artificiale. Il pianeta artificiale… Questa morte è il massacro, una parola che include i termini ‘madre’ e ‘sacro’. L’uccisione sacra della madre-dea-terra… è una religione (Werlhof, Intercambio vitual, 2016). Ci stanno dunque negando la nostra morte, con la quale andiamo oltre per disseminarci nella vita e continuare ad essere seme, perché il patriarcato impone la morte provocata da un sistema estrattivista, transgenico, minerario-energetico, femminicida… che vuole uccidere la vita stessa per accumulare profitti.

Per questo è necessario che ci riconosciamo nella Madre Terra e che la riconosciamo in noi che con lei partoriamo la Vita, i buenos vivires,[xix] la vita in pienezza, in una ricerca costante di equilibrio e armonia che rispetti e alimenti i nostri cicli naturali. Nello stesso tempo, dobbiamo guardare al di là delle buone intenzioni del femminismo istituzionale e togliergli la maschera per scoprire i suoi veri lineamenti, ma anche riconoscerci in quei lineamenti identificando l’idra che c’è in noi. Infine, a medio e lungo termine, secondo i tempi e i cicli comunitari e il contesto di aggressione in cui ci troviamo, è urgente che ci coinvolgiamo in saperi e pratiche matriarcali, locali e globali, che alimentano una vita vissuta in pienezza.

Continuo quindi a parlare della Madre Terra

come di una donna che partorisce la Vita e che è soggiogata dal patriarca della morte. Di conseguenza questi impatti non colpiscono soltanto le donne ma la vita intera, nello stesso modo in cui, quando si difende la Madre Terra, non si difendono soltanto le donne, ma si difende colei che partorisce la Vita, la Madre che ci permette di rinascere ogni volta che sia necessario. È il patriarcato a separare le donne e gli uomini, mentre la Madre Terra e il matriarcato che le è connaturato rende inseparabili tutte le creature della vita. Per questo, difendere il patriarcato significa minacciare la vita e separare uomini e donne; e difendere la Madre e il suo matriarcato significa difendere la vita e tornare a connetterci come creature che sono tutte reciproche, diverse, differenti e indispensabili» (Almendra, 2016, p. 178).

Dal fatto di difenderci difendendo la Madre Terra deriva anche la concezione del matriarcato non come il potere e il comando delle donne che sostituiscono i patriarchi, ma come la continua ricerca di saperi e pratiche materne che nutrano[xx] la buona vita senza dominazioni e senza competizioni, come radice dei processi di trasformazione comunitaria per alimentare resistenze e autonomie. Tutto ciò comporta nello stesso tempo che guardiamo e seguiamo i flussi della Madre Terra, che sono di importanza vitale affinché non ci lasciamo fermare né catturare da quelli che insistono nel volerci patriarcalizzare, addomesticare e fossilizzare nelle politiche consentite. È una sfida aperta: dobbiamo comprendere la distanza che c’è fra quello che dicono che possiamo fare e il cammino autonomo che dobbiamo percorrere di fronte alla tormenta (EZLN, 2015); dobbiamo cioè guardare al di là di quello che ci sta istituzionalizzando. Basterebbe ascoltare le compagne del Chiapas, di Cheran, di Kobane… ma anche unirci alle liberatrici della Madre Terra – indigene, nere e contadine – che nel Cauca stanno prendendo su di sé il retaggio delle loro antenate che hanno partorito la vita nel continente latinoamericano per continuare a nutrire la vita di fronte alla morte.

Anche se non possiamo scaricare tutta la colpa all’esterno, , dobbiamo comunque pensare e agire in maniera critica di fronte a tutto quello che ci arriva da fuori, sia pure con buone intenzioni, perché il cosiddetto ‘aiuto’, anche se sta risolvendo problemi pratici a breve termine, sta avendo un impatto sulla nostra cosmovisione e sulla nostra pratica femminile nelle comunità.[xxi] Di conseguenza «dobbiamo riconoscere e valorizzare i nostri molteplici saperi e capacità, che ovviamente si completano e si integrano con altri. Dobbiamo mantenere chiari i principi della relazione con la Madre Terra e l’esigenza di integrarci anche con gli uomini, per non esitare o confonderci con quelle ideologie esterne che portano alla frammentazione delle autonomie interne». Così giustamente si esprime Dora Munoz, perché, come spiega bene Constanza Cuetia, «le donne sono state e sono inserite in tutti gli ambiti: nella guardia indigena prendendosi cura del territorio; nella sanità come promotrici e levatrici; nell’uso delle piante medicinali; nella comunicazione e nell’educazione; e nel sostentamento della famiglia sono state la chiave di volta della vita stessa».

Nello stesso tempo dobbiamo impedire che ci identifichino come vittime o come eroine; siamo donne in carne ed ossa che piangiamo e ridiamo nel portare avanti la lotta, dal focolare domestico all’assemblea comunitaria, due spazi reciprocamente intrecciati nei nostri Piani di Vita e minacciati dal Progetto di Morte. I nostri dolori e le nostre gioie sono anche quelli della Madre Terra, perché «le donne e i loro corpi sono sacri quanto il territorio, e per questo dobbiamo comprendere i problemi che incombono globalmente e si stanno vivendo anche qui con le coltivazioni illecite e l’attività mineraria, per poterli respingere e costruire le nostre proprie forme di vita», sottolinea Oneira Noscue. Quindi per frenare le competizioni, le divisioni e gli isolazionismi che sono in corso bisogna che pensiamo con la nostra testa a partire dall’ideologia della nostra Madre Terra; che ci appropriamo di saperi e pratiche che alimentino il nostro agire materno; che camminiamo con dignità oltre le dicotomie che le istituzioni ci impongono e comprendiamo il patriarcato come relazione dominante visibile e invisibile che non è esclusiva dei maschi alfa. Per riconoscere l’idra che è in noi dobbiamo affrontare le nostre contraddizioni. A questo proposito Dora Munoz afferma che «in molti casi, in maniera inconsapevole o anche consapevole, abbiamo permesso e legittimato atteggiamenti maschilisti, quando non ci siamo azzardate a manifestare il nostro disaccordo di fronte a certe azioni degli uomini e anche di donne». Alimentiamo il patriarcato anche quando siamo in soggezione e/o sottomesse, dalla comunità all’organizzazione, assegnate alla rappresentanza dai leader stessi, perché «obbediamo senza discutere, diamo per scontato che certi lavori, soprattutto domestici, sono di nostra esclusiva responsabilità, o anche quando non ci azzardiamo ad assumere responsabilità e compiti in ambiti in cui crediamo di non poter produrre i risultati che produrrebbero gli uomini» (Ibidem). Quando ci tramutiamo in maschi (Almendra, 2015) e in nome della lotta maltrattiamo, mettiamo in giro certe voci, facciamo segnalazioni e ci rendiamo complici della cupola autoritaria[xxii] che esclude chi si azzarda a mettere in discussione o a criticare apertamente i suoi cattivi atteggiamenti. Per questo, ribadisce Constanza Cuetia,

è necessario lavorare all’organizzazione autonoma delle donne, perché bisogna gettare i semi per continuare la resistenza e la difesa dei territori e dei piani di vita delle comunità. Per me significa continuare a comunicare in maniera critica, continuare a mettere in pratica la parola, continuare a dialogare[xxiii] come hanno fatto le nostre antenate, senza stancarci mai, portando avanti il processo del recupero di terre e la costruzione dell’organizzazione.

Noi donne non possiamo lasciarci confondere e abbiamo il dovere di legarci alla nostra Madre Terra. I progetti istituzionali sono un mezzo, e possono servire se sappiamo farli nostri in maniera collettiva a partire dalla nostra cosmovisione e dalle necessità reali del territorio, ma la vita con la nostra Madre Terra è il fine in sé e va oltre quello che arriva da fuori e quello che ci inculcano. La politica comunitaria di cui abbiamo bisogno è quella che va al di là della politica isti­tuzionale con azioni collettive in cui si «comanda obbedendo», nutrite della nostra cultura ancestrale e della nostra esperienza attuale nei territori. Sono infine prioritarie, qui ed ora, quelle azioni collettive che sono state portate avanti nella lotta quotidiana senza contare pienamente su appoggi istituzionali e che continuano ad emergere nonostante la morte che si infiltra per uccidere la vita. Per questo dobbiamo collegarci al minimo indispensabile per una vita piena che le donne che difendono e curano il territorio stanno già procreando, dentro, contro e al di là del capitale.

Donna ribelle, donna speranza, donna vita, donna lavoratrice, donna che lotta; forse questo può essere il ruolo svolto dalla donna nel popolo nasa, che da più di 500 anni, da quando gli europei sono arrivati nelle terre della nostra America, sta resistendo all’oblio e all’invasione. Queste guerriere millenarie camminano liberamente per le strade di Caloto; nelle feste di Corinto vendono prodotti che loro stesse producono in maniera autonoma e senza recare danno alla Madre Terra con transgenici o monocolture; nel territorio indigeno di Santander de Quilichao sono moderatrici di un’assemblea sulla costruzione di un piano di vita; sulle belle montagne di Jambalo raccolgono caffè e coltivano mais; nella tulpa di Toribio danno vita a un rituale con chirrincho, coquita[xxiv] e sigaretta (Rebeldia Contrainformativa, 2016).

Essere con loro per essere con la Madre Terra è di vitale importanza di fronte all’avanzata estrattivista (Almendra, 2016), e non mi riferisco soltanto a quelle di noi che non vivono nel territorio, ma anche a quelle di noi che stanno lì ma non sanno sentire col cuore per vedere al di là di quanto viene istituzionalmente permesso. Di conseguenza, oltre a saperci Madre Terra e a riconoscere l’idra che portiamo dentro di noi, dobbiamo comprendere che noi donne, soprattutto le donne indigene, come dice Yuranni Mena, abbiamo

più radicata in noi la nozione del collettivo, la logica della condivisione, che è ciò di cui ha bisogno questo mondo di gerarchie e di competizioni in cui ciascuno pensa per sé. Le donne hanno dimostrato una grande capacità di costruire e concepiscono un mondo secondo un ordine diverso che cerca l’armonia. Non conosco le proposte delle donne del Nord del Cauca, ma so che ci sono molte iniziative di donne della base che devono essere incentivate e tutelate per promuovere il rilancio del movimento indigeno, prima che vengano monopolizzate da agenti (locali o esterni) che vogliono sfruttare il loro lavoro e il loro discorso per trarne profitto.

Sono donne senza paga, senza sovvenzioni, senza gratifiche, senza cariche, senza sussidi, con le case circondate da monocolture legali e illegali, dal­l’ac­ca­parramento di terre e di beni comuni, e da grandi e piccoli estrattivisti che minacciano le loro fonti di vita. Si levano giorno dopo giorno a difendere, curare, liberare e rispettare la Madre Terra, obbedendole nei loro diversi territori: il corpo, l’immaginario e la terra. Di conseguenza, noi che ci nutriamo direttamente e indirettamente dei loro frutti, oltre che collegarci con loro, non per comandare né per usurpare la loro parola, ma per rafforzare la trama comunitaria, dobbiamo sapere che:

sebbene il patriarcato ci penetri e detti i nostri comportamenti, siamo anche soggetti che possono cambiare queste strutture di pensiero nelle nostre comunità, mettendo in discussione i nostri modi di vivere e individuando le situazioni di dominazione. Dobbiamo inoltre lottare contro quel modello economico che sta privatizzando la vita e frammentando i processi organizzativi (Tejido de Comunicación ACIN, 2013).

Queste, e molte altre a cui non ho accennato, sono sfide e azioni in corso nella nostra lotta, che ancora una volta dimostra che dopo secoli di dominazione, distruzione e manipolazione contro la Madre Vita non sono riusciti a patriarcalizzare tutto. Sussistono ancora principi ancestrali e cammini comuni – indeboliti – che hanno garantito la sopravvivenza di interi popoli e che oggi continuano a contrapporsi alla conquista e al capitalismo rampante che pretende di trasformare tutto in merce. Abbiamo la responsabilità di ravvivarli, ricrearli, rinnovarli e trasformarli costantemente, collegando resistenze e autonomie con le lotte sociali e popolari che abbiamo bisogno di condurre qui ed ora. Dobbiamo far diventare realtà il desiderio espresso trent’anni or sono dalla compagna Avelina Pancho, perché continui ad affermarsi come una sfida aperta nell’esperienza organizzativa più visibile delle donne, come una sfida aperta: «Io credo che abbiamo già superato anche quel discorso femminista che qualche volta ci ha abbagliato, ed ha abbagliato anche la nostra America. Oggi non stiamo pensando così, stiamo pensando che il nostro ideale è il rafforzamento dei popoli come popoli e non di gruppi separati di donne e di uomini» (Londoño, 1999).[xxv]

 

Riferimenti bibliografici

 

Fonte: Bumerán – Revista de la Crítica al Patriarcado – n. 3

Traduzio

[i] Oggi la guerra si manifesta con altri mezzi dopo la firma dell’accordo che pone fine al conflitto armato tra le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC) e il governo co­lom­biano, con il saccheggio dei beni comuni e l’incremento di uccisioni selettive di donne e uomini che difendono il territorio.

[ii] Non è un caso, quindi, che esista il movimento di genere per inserirci in questa società, perché «è ormai chiaro che il sistema utilizza il movimento gender, che fra l’altro, come mi hanno detto, è stato inventato dallo stesso Rockefeller. Questi Gender mi fanno problema da più di trent’anni» (Werlhof, interscambio online, 2016). Purtroppo la maggior parte delle donne che guidano il movimento di genere, come spiega Claudia von Werlhof (2015, p. 26), «sono cadute nella trappola, ma l’hanno fatto consapevolmente, perché dal punto di vista storico credo che non sia difficile comprendere che ci sono sempre due strade quando una società si sviluppa in quel modo: volerne uscire (questo è la critica al patriarcato) oppure innalzarsi al suo interno facendone parte (questo è il movimento di genere). In un certo senso è logico che esista, e la maggior parte di quelle che promuovono il genere si collocano in quel contesto e reagiscono come maschi ed anche peggio in ciò che stanno facendo».

[iii] Ricordiamo che in questo secolo la lotta indigena è stata caratterizzata anche dalle donne, che si sono sollevate insieme agli uomini per ricuperare la terra: le Gaitaniste, le guerrigliere del Quintín Lame e molte altre compagne che si sono organizzate per rivivere la storia di cacicche come la Gaitana e di altre nonne e antenate indigene, ottenendo che nel 1993 venisse approvato l’avvio del Programma della Donna nel contesto del IX Congresso del Consiglio Regionale Indigeno del Cauca (CRIC); che nel 1994, con la creazione dell’Associazione dei Consigli Indigeni del Nord del Cauca (ACIN), si avviasse il Programma della Donna; e che nel 2007 si costituisse il Dipartimento della Donna e della Famiglia all’interno dell’Organizzazione Nazionale Indigena della Colombia (ONIC). Si tratta di un’eredità storica rilevante per le donne indigene della Colombia, che dobbiamo continuare ad alimentare e a gestire dal basso con azioni quotidiane concrete che incentivino le trasformazioni comunitarie per riuscire a de-colonizzare la categoria «donna indigena» che ci viene imposta dal sistema e le relazioni di dominazione che ancora prevalgono sia all’interno che all’esterno.

[iv] La maggior parte delle voci che si esprimono in questo testo sono di compagne, amiche e sorelle nasa con cui diamo vita alla cosiddetta Rete di Comunicazione per la Verità e per la Vita nel Nord del Cauca, in Colombia.

[v] N.d.t. – Il continente impropriamente definito latinoamericano.

[vi] «Questo sviluppo degli ultimi decenni è rimasto nascosto praticamente a tutto il mondo, perché è stato sistematicamente tenuto segreto. È per l’appunto di natura militare, ed è stato realizzato contemporaneamente in Occidente e in Oriente, negli Stati Uniti, in Europa e nell’Unione Sovietica/Russia» (Ibidem). Si allude ai tentativi di modificazione del clima a fini militari.

[vii] Fra molte altre cose, questa donna dedicò la sua vita a fare ricerca sugli impatti della radiazione nucleare e lavorò per le vittime della contaminazione industriale, tecnologica e militare. Basandosi sulle proprie ricerche, come riferisce Werlhof, «Bertell ritiene che gli esperimenti militari abbiano già stravolto l’equilibrio della Terra». Ovvero «pretendono di trasformare la Pachamama (la Madre Terra) in un ‘sistema’ manipolabile, in una macchina o in una specie di dispositivo!» (Werlhof, 2015, p. 224).

[viii] Cfr. Noticias de Telesur (2016).

[ix] Cfr. El Espectador (2016): «Un nuovo rapporto rivela che nel 2016 sono stati assassinati 114 leader sociali».

[x] Attualmente l’agenda delle organizzazioni indigene si sta concentrando maggiormente sugli accordi con le istituzioni, per cui i temi territoriali non sono molto prioritari. Tuttavia La Rete per la Difesa della Vita e dei Diritti Umani dell’ACIN ha pubblicato un documento in proposito e ha dichiarato: «I fatti descritti sono fonte di grande preoccupazione per le comunità indigene del Nord del Cauca in quanto nel 2016 c’è stato un sostanziale aumento di questi casi, con tutte le conseguenze: bambini e bambine orfani, vedovanza e disintegrazione familiare, nonché perdita di identità, di legami e di vita comunitaria. Il ruolo della donna nella società e nel territorio indigeno è profondamente vitale, la sua compromissione provoca conseguenze non solo familiari, ma anche organizzative a livello territoriale, spirituale e culturale». Si veda il documento del Tejido Defensa de la Vida y los Derechos Humanos, ACIN (2016).

[xi] Secondo L’ACIN, la Casa del Pensiero «è uno spazio creato e avallato dalle autorità indigene del Nord del Cauca per la ricerca comunitaria; si dedica ad approfondire la conoscenza tradizionale in maniera integrale, tecnica e scientifica, secondo la cosmovisione, con un esercizio teorico-pratico sulla base dell’autodeterminazione del popolo nasa, ai fini di un’autonomia in equilibrio con la Madre Terra e gli altri popoli. Attraverso la ricerca, diventa un dispositivo di orientamento e difesa del sogno proposto nel piano di vita del popolo nasa».

[xii] Muniz è stata coordinatrice della Rete di Comunicazione dell’ACIN e del Programma di Formazione in Comunicazione dell’Università Autonoma Indigena Interculturale – UAIIN.

[xiii] N.d.t. – Territorio di pertinenza indigena.

[xiv] N.d.t. – Una delle 5 Reti operative dell’ACIN: economia e ambiente, popolazione e cultura, giustizia ed armonia, difesa della vita e dei diritti umani, comunicazione.

[xv] La tulpa è il focolare, luogo privilegiato di dialoghi comunitari nella famiglia nasa.

[xvi] Yuranni Mena spiega che, poiché nei territori gli spazi per le donne sono pochi, è inadeguato che «quando se ne apre uno, ci si limiti all’accompagnamento psico-sociale, con un approccio molto superficiale, come se gli attacchi alla donna si potessero affrontare soltanto dando consigli, asciugando lacrime e curando ferite». Aggiunge che quel primo incontro a suo avviso «aveva un approccio da femminismo occidentale, perché prendeva in considerazione gli oltraggi alla donna dal punto di vista del genere, sebbene ci si trovasse in un contesto indigeno». Osserva infine  che «è stato sconcertante che in un evento di donne indigene si negasse la partecipazione a un pubblico diverso. Il femminismo occidentale, ‘cercando di aprire’ spazi per le donne nella società, ha finito per isolarle, creando gruppi ermetici ed escludenti; allo stesso modo, con tali restrizioni si tende a cadere in questa forma di isolamento anche negli spazi indigeni ».

[xvii] Constanza Cuetia è stata coordinatrice dell’area Nasanet nella Rete di Comunicazione dell’ACIN. La parola che condivide nasce anche dai contatti con Estela Pia, comunicatrice comunitaria del resguardo indigeno di Jambalo.

[xviii] In questo decennio hanno avuto luogo azioni collettive come il primo Congresso Itinerante dei Popoli, nel 2004; la Consulta Popolare di fronte al Trattato di Libero Commercio con gli Stati Uniti e la Liberazione della Madre Terra, nel 2005; il Summit itinerante dei popoli, nel 2006; la Visita per il paese che vogliamo, nel 2007, e la Minga [Antica tradizione di mutuo aiuto e lavoro comunitario o collettivo con finalità di utilità sociale. Oggi per estensione il termine indica anche incontri politici fra comunità e iniziative pubbliche, in quanto lavoro intellettuale e concreto impegno all’azione] di Resistenza sociale e Comunitaria, nel 2008. Tutte queste azioni hanno contrastato il Progetto di Morte e hanno annunciato nascite diverse per continuare la ricerca di equilibrio e armonia con la Madre Terra.

[xix] N.d.t. – Le diverse forme di buen vivir, la vita armoniosa secondo le tradizioni indigene.

[xx] N.d.t. – Letteralmente: «che allattino».

[xxi] Anche se non ho preso parte a incontri in qualche spazio esclusivamente di donne, prendo come punto di riferimento quello che ho percepito in altri territori e le voci che ho ascoltato in essi per affermare che oggi appaiono evidenti rivalità, divisioni e isolamento – frutto dell’intervento istituzionale – che ritardano le autonomie e le trasformazioni comunitarie delle donne che difendono la vita nel territorio.

[xxii] Per quanto riguarda l’autoritarismo interno, l’esperienza ci sta gridando che c’è ancora bisogno di riconoscere, affrontare e analizzare con maggior forza le aggressioni patriarcali che continuiamo a subire da parte della dirigenza maschilista e patriarcale. Si vede infatti che, in nome della ‘uguaglianza’, o ci eleggono e ci promuovono in modo tale che siamo il ventriloquio della dirigenza costituita, o ci mettono a tacere, ci isolano e ci stigmatizzano perché denunciamo l’autoritarismo interno. È una questione critica e di fondo che per motivi di spazio non riesco ad affrontare in questo articolo, ma che rimane sul tappeto per il dibattito e la riflessione interna da intessere con altri popoli e altre situazioni in cui noi donne abbiamo questo genere di problematiche.

[xxiii] Si veda Tejido de Comunicación ACIN (2014).

[xxiv] N.d.t. – Bevande tradizionali del Cauca.

[xxv] Questo è un estratto dell’intervento che Avelina Pancho fece nel 1997, durante il Congresso del CRIC realizzato a Silvia Cauca, quando era coordinatrice della commissione Donna Indigena.

[i] Donna indigena nasa-misak del Nord del Cauca.