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Intervista a Silvia Rivera Cusicanqui
realizzata da Sofía Bensadon e Débora Cerutti
20 ottobre 2018

scarica l’intervista completa in pdf: Cusicanqui-Bolivia

Coniugare il maschile e il femminile, rispettando la differenza

Perché non possiamo ammettere che nella nostra soggettività c’è una lotta perenne tra ciò che è indigeno e ciò che è europeo? (Silvia Rivera Cusicanqui).

Silvia Rivera Cusicanqui è una delle voci critiche che ci sono necessarie per capire il momento sociale e politico che sta attraversando la Bolivia. In questa seconda parte dell’intervista realizzata a La Paz (Bolivia) nel febbraio 2018, analizziamo il legame tra patriarcato e Stato; il servizio militare, tuttora obbligatorio nello Stato Plurinazionale della Bolivia; la relazione tra la donna e il lavoro; i contributi del punto di vista ch’ixi [concetto spiegato più avanti, ndt] ai femminismi latinoamericani.
In una prospettiva di lotta planetaria e bioregionale, traendo dal suo chuyma [cuore, in aymara, ndt] la forza decolonizzante del sentir-pensando (amuyt’aña in aymara), Silvia Rivera Cusicanqui ci invita a riflettere, partendo da un punto di vista ch’ixi, sulle nostre realtà e congiunture latinoamericane. Nel suo libro Sociología de la Imagen, dice che il ch’ixi “letteralmente si riferisce al grigio screziato, formato a partire da un’infinità di punti neri e bianchi che si unificano nella percezione, ma restano puri, separati”.
Lo definisce come “un modo di pensare, di parlare e di percepire che si mantiene nel molteplice e nel contraddittorio, non come stato transitorio da superare (come nella dialettica), ma come forza esplosiva e pugnace, che potenzia la nostra capacità di pensiero e di azione”.
Il ch’ixi si oppone perciò alle idee di sincretismo, ibridazione, e alla dialettica della sintesi, “che sono sempre in cerca dell’unità, del superamento delle contraddizioni mediante un terzo elemento, armonioso e completo in sé”, scrive Silvia. E’ dunque da questo punto di vista che, nel suo libro “Mito y desarrollo en Bolivia. El giro colonial del gobierno del MAS” [Mito e sviluppo in Bolivia. La svolta coloniale del governo del MAS], riflette sul progetto neo-sviluppista dello Stato Plurinazionale e sul sapere indigeno, nel contesto delle lotte che i vari popoli stanno portando avanti in difesa della Madre Terra.
Silvia scrive con l’intenzione di suscitare in noi lettrici un “cauto ottimismo” o un “pessimismo allegro” che consenta di “invocare il sapere indigeno come parte essenziale di un pensiero autentico e creativo, capace di andare molto più in là della caricatura folkloristica statale”. Nello stesso modo, leggerla ci è stato d’ispirazione per riflettere sui vincoli tra patriarcato e Stato in Bolivia.

Ci piacerebbe che tu indicassi quali sono gli elementi patriarcali che riconosci presenti nella conformazione e nella continuità dello Stato Plurinazionale della Bolivia

Quello che vedo stando ai fatti, il nesso che c’è, è il patto tra i militari e il Movimento al Socialismo (MAS). Questo c’era già all’inizio. La Forza aerea e la Forza navale hanno un potere immenso, un potere di controllo territoriale e delle risorse, l’impunità, la corruzione e la tolleranza nei confronti della corruzione. Tutto questo segnala un’eredità dell’epoca del patto militar-contadino, una specie di patto mafioso militar-cocalero. Si tratta di un elemento che ha gravi conseguenze per le donne. E’ dove ci sono le caserme che iniziano i postriboli, la tratta delle donne. E tutto questo è tollerato, persino fomentato dallo Stato. Oltre alla spaventosa impunità militare.

Il fatto stesso che il servizio militare continui ad essere obbligatorio in Bolivia è una cosa importante da analizzare, quando si pensa agli spazi in cui prendono forma i legami e le identità maschili. In uno degli incontri del Corso aperto di Sociologia dell’Immagine parlavi del fatto che il servizio militare obbligatorio, che si instaura dopo la Guerra del Chaco [che produsse un grande sterminio di uomini, ndt], diventa un “rito”, un “accesso alla cittadinanza accettato dalle classi subalterne”, e funziona come spazio di strutturazione dell’“essere uomo”.

Esatto. Il servizio militare è un servizio coloniale, che violenta i corpi. Infatti nelle caserme muoiono molti giovani per maltrattamenti. E il fatto che i militari abbiano un’impunità e un velo (che li nasconde), e un sacco di privilegi e prebende, ha effetti molto pesanti sulla normalizzazione del patriarcato, dell’oppressione e dell’impunità nei casi di femminicidio.

Pensando all’argomento della “guerra contro le donne”, su cui lavora Rita Segato in un momento in cui pensare a strategie di sopravvivenza è quasi una necessità elementare per noi, ci chiediamo anche quali possibilità ci sono di pensare non soltanto a strategie di sopravvivenza ma anche ad alternative di emancipazione. Parlavi di tornare al legame con la madre terra. In questo contesto di crisi di civiltà, come fare quei passi, come costruire ricordando ciò che facevano quelle donne preispaniche ai margini della società?

Io credo che oggi ci siano molte comunità sparpagliate, che però stanno facendo tante cose: agricoltura, ecologia. Nelle città, in ogni luogo, in tutta l’America Latina. E’ lì che si stanno rinsaldando i legami pratici tra l’essere donna e le politiche di più ampio respiro ambientali e di cura della terra. Credo che il momento sia arrivato.

Inoltre, in alcuni paesi come l’Argentina è molto attivo il gruppo Non Una di Meno, e ha un seguito popolare che non ha in Bolivia. Qui invece Non Una di Meno è assimilata più che altro a una Ong, le manifestazioni sono deboli. Invece in Argentina si potrebbe parlare di un movimento sociale di donne. In ogni caso, per il momento questo gruppo sta dormendo, perché momentaneamente la politica “dal basso” in Bolivia dorme, siamo molto sonnolenti.

Qui hanno approvato la legge sull’eguaglianza di genere per cui si accetta il cambiamento di sesso e il transgender, ma non si permette il matrimonio omosessuale. Alla fin fine, sono modifiche formali: allentare da un lato per stringere dall’altro. Ad esempio, si allentano le maglie per quanto concerne l’argomento aborto ma si agisce in senso contrario là dove si tratta di estrattivismo e dell’aggressione in corso contro i territori indigeni.

Su alcuni punti, si possono prendere in considerazione delle richieste liberali allo Stato?

La lotta per il matrimonio mi sembra un’atrocità, che sia etero o omosessuale. Il matrimonio è un’istituzione conservatrice e reazionaria. Però qui in Bolivia si fanno alcune concessioni per poter continuare la politica estrattivista. Ed è qui che noi donne dobbiamo essere più ferme che mai.

Parliamo ora del legame tra le donne e il lavoro. Ricordiamo le tue riflessioni, ascoltate durante un incontro del Corso aperto, a proposito di ciò che ha comportato, dopo l’arrivo dei colonizzatori, la creazione di un ordine sociale basato su un mondo in cui quelli che dominano non lavorano. Tu dicevi che questo, per il mondo andino, è “il mondo alla rovescia”, un mondo dove il lavoro è visto come castigo, dove il lavoro è sfruttamento. Questa visione capovolta è ben diversa da quello che è il lavoro nel mondo andino, dove esiste un legame con la Madre Terra, con la Pachamama.

Sì, nel mondo andino il lavoro è anche legato alle feste, al mondo etico e al cosmo.

Vediamo che in Bolivia è cosa comune che la donna si appropri di ruoli che in altri territori sono ruoli occupati da uomini, sia oggi che nel passato storico. Penso ad esempio alle costruzioni, un lavoro che in molte società è considerato lavoro da uomini, mentre qui è già da molto tempo che la donna è entrata nel ruolo e l’ha fatto proprio.

Sì, la cosa è cominciata già ai tempi della Guerra del Chaco, quando c’erano mastre carpentiere; le donne sono entrate in campi maschili in maniera massiccia e nel contesto di una politica di auto-costruzione. Perché nella maggioranza dei casi, per qualsiasi opera statale, lo Stato forniva i materiali e le donne spaccavano pietre e pavimentavano. Ma in generale la sensazione è che non ci siano limiti per le donne in termini di tipi di lavoro. Non ci sono tabù.

E pensi che questo succeda in Bolivia per la storia che ha visto la donna al lavoro nei campi…

Si, certamente, perché la migrazione fa la differenza. Nelle comunità ci sono principalmente donne, vecchi e bambini. Per questa ragione il grosso del lavoro dei campi è in mano alle donne. A parte che il lavoro è visto come qualcosa che conferisce dignità.

In ultimo, per chiudere, vorremmo chiederti qual è il contributo che il pensiero ch’ixi porta ai femminismi latinoamericani.

Gayatri Spivak [filosofa statunitense di origine bengalese, ndt] diceva che siamo stanche di esser socie onorarie di club maschili. Penso che non vorremmo nemmeno che gli uomini fossero soci onorari di club femminili. Ed è qui che entra in gioco il ch’ixi, la possibilità di rendere contemporaneamente compatibili l’individuale e il collettivo, il femminile e il maschile. E un po’ l’abbiamo messo in pratica qui nel collettivo: non siamo noi che cuciniamo e loro che fanno altro, ma interagiamo in tutti i campi. Manteniamo però anche alcuni spazi separati. Perciò l’idea è di trovare un modo di coesistere tra diversi, stabilendo luoghi in cui la differenza non si dissolva con la sottomissione di una parte all’altra, ma rimanga come energia nel conflitto stesso. Questo è il modo in cui il ch’ixi potrebbe risolvere il paradosso.

Fonte: “Está momentáneamente adormecida la política de las calles en Bolivia, nel blog di Universidad Nómada Sur
Traduzione a cura di Camminar domandando