Intervista a Silvia Rivera Cusicanqui,
realizzata da Sofía Bensadon e Débora Cerutti
20 ottobre 2018

scarica l’intervista completa in pdf: Cusicanqui-Bolivia

Un appello a ripoliticizzare la vita quotidiana

Ogni anno a La Paz, Bolivia, Silvia Rivera Cusicanqui (sociologa, storica e saggista, membro del collettivo Ch’ixi), tiene un corso aperto a tutti di “Sociologia dell’immagine”. Questo corso diventa uno spazio di formazione per decolonizzare il nostro modo di vedere. Abbiamo condiviso per un mese questo spazio, e alla fine l’abbiamo intervistata per approfondire la comprensione dei nostri femminismi latinoamericani.
Silvia Rivera Cusicanqui ritiene che la sua storia personale l’abbia collocata in un certo senso ‘a lato’ rispetto a tutta la problematica sollevata dal femminismo a partire dagli anni Sessanta. “Dico ‘a lato’, non perché non mi senta interpellata dalle idee e dalle speranze femministe, ma perché ho sempre vissuto l’identità femminile a partire dall’entroterra storico e politico del colonialismo interno, dove anche l’essere donna si costruisce in un contesto di colonizzazione”, racconta Silvia nel suo libro Violencias (re)encubiertas en Bolivia.
Nella nostra intervista, le chiediamo di dirci qualcosa a proposito di quella che lei chiama una “forma pratica di essere donna femminista, senza militare in qualche gruppo femminista”. Silvia dice di essere stata in primo luogo indianista,[1] ritenendo che l’oppressione della donna e l’oppressione degli indigeni siano omologhe. Oggi invece, continua Silvia, l’indianismo è totalmente orientato a un discorso nazionalista di ricerca di uno stato aymara e di una nazione aymara, e, secondo lei, “il nazionalismo è quanto di più anti-femminista ci sia. È una vocazione di potere totalmente incentrata su un ethos maschilista”. In questa prima parte dell’intervista dialoghiamo con lei sugli incontri e gli scontri fra indianismo e femminismo, sui modi in cui si struttura oggi la violenza di genere e sui residui coloniali che si osservano in quel contesto.

Ci piacerebbe capire come riconosci la presenza del patriarcato in diversi momenti storici, come ritieni che si sia inasprito o abbia acquistato sempre maggior forza fino ad oggi. E in parallelo, vorremmo che ci parlassi di come si sono strutturati il potere e la sopravvivenza delle donne negli ultimi secoli, a partire dalla conquista spagnola.

Ci sono elementi patriarcali nella struttura pre-ispanica andina, mitigati tuttavia dal parallelismo di genere, dal carattere bilaterale dell’autorità e dall’esistenza di panakas e ayllus[2] che garantivano uno spazio autonomo per le donne, dove il loro ruolo rituale era anche un ruolo produttivo: conoscenza delle sostanze medicinali, della chicha [bevanda di mais fermentato], della tessitura, delle canzoni, e tutto questo come un sapere femminile che era riservato alle donne e di cui i maschi non erano a conoscenza. Di conseguenza c’era una certa autonomia, e le fonti di potere avevano questa duplice natura, l’antenato femminile e l’antenato maschile.

Tutto ciò fu stravolto dall’invasione, soprattutto la parte rituale; tuttavia, a causa della cecità dei colonizzatori stessi, che concentrarono tutti i loro strumenti di esazione sull’uomo come capo famiglia, ci fu una certa invisibilità delle donne. Il loro ruolo di azione rituale ai margini della comunità si trasferì ai margini del commercio: mentre l’uomo svolgeva la sua attività al centro della comunità, nello spazio della produzione, la donna tendeva sempre più a realizzare scambi al di fuori della comunità. Deriva di qui la presenza massiccia delle donne nei tambos,[3] che tanto sorprendeva gli spagnoli. Nel XVII secolo ci fu un censimento, e gli spagnoli dicevano: “Che cosa fanno qui queste donne? Staranno vendendo il loro corpo”. In base alla loro esperienza in Spagna, la presenza di donne nello spazio pubblico poteva essere interpretata solo in chiave di prostituzione, mentre in realtà le donne furono un elemento chiave nel collegamento fra la coca e l’argento a Potosì e anche a El Cuzco.

Nel corso del XVII e del XVIII secolo, la presenza femminile nelle città si costituì  come una sorta di terza repubblica e permise il sorgere di città ‘matricentriche’, in cui queste donne svolgevano un ruolo centrale. Si verificò inoltre una specie di processo di acculturazione e di imitazione delle donne spagnole che finì col generare una società dotata di una sua autonomia e che si collocava nell’interstizio fra la società comunitaria della campagna e la società urbana. Questa presenza è durata nel tempo. Nella ribellione di Tupac Katari, abbiamo visto come è diventato importante il ruolo militare svolto anche dalle donne, e lo stesso è avvenuto nel XIX secolo. Allora i momenti di crisi dell’economia di esportazione erano momenti in cui prosperava il mercato interno, dove il ruolo delle donne era assai rilevante. In tutto questo si è ovviamente riprodotto il patriarcato, perché c’è stata una sorta di tacita alleanza tra i maschi della società dominata e la società conquistatrice.

Ci sono stati in ogni caso meccanismi difensivi di ogni genere, ma il destino delle donne nelle città oscillava tra il commercio e la servitù domestica. E in quest’ultimo contesto c’è già tutto un fenomeno di meticciato, associato ai figli illegittimi delle donne che prestavano servizio nelle case e mettevano al mondo figli per il padrone. Tutto ciò genera una società disprezzata per la sua promiscuità e tutti questi stigmi di genere, ma nello stesso tempo ne fa una certa roccaforte, a causa del carattere collettivo che avevano quelle scelte. Questo è già evidente all’inizio del XX secolo con la forza che hanno i sindacati delle donne (cuoche, venditrici nei mercati, lattaie, ecc.), che costituiranno i sindacati più vigorosi e duraturi nella loro adesione all’anarchismo.

Si giungerà quindi al punto in cui, in un periodo successivo alla guerra del Chaco [che produsse un grande sterminio di uomini], le donne erano la colonna vertebrale della Federazione Operaia Locale (FOL). La Federazione Operaia Femminile (FOF) arrivò ad essere il principale elemento agglutinante delle lavoratrici e dei lavoratori quando diversi sindacati maschili furono cooptati dallo Stato e dai partiti politici. Ci fu una certa tenacia delle donne nel mantenere il proprio spazio di autonomia, al punto che gli uomini dovettero in qualche modo piegarsi alle lotte delle donne.

Tutto questo crollò con la Rivoluzione del ’52, [4] che fra le altre cose instaurò la forma moderna del partito e della società basata sulla divisione tra pubblico e privato e sulla reclusione femminile nelle case, sebbene ci fosse un gruppo di donne che si chiamavano le Barsolas e che non erano altro che una sorta di squadra d’assalto femminile. In realtà le donne finirono per essere molto secondarie in politica fino agli anni Ottanta o Novanta: la presenza delle donne in politica era marginale, e continua ad esserlo in una certa misura.

Quando parli di politica, a che cosa ti riferisci? Alle forme più autonome di fare politica?

Mi riferisco allo spazio pubblico in generale. Anche se c’è un’apertura a nuove forme di lavoro fuori casa, si tratta di forme che riproducono i ruoli femminili tradizionali: infermiere, maestre.

Tu hai detto che nel contesto della Rivoluzione del ’52 la cosiddetta ‘igienizzazione’ fu una politica dello Stato che si voleva fosse portata avanti dalle donne in ambito domestico.

Si tratta di una politica statale che viene dall’epoca dell’oligarchia degli ultimi anni, dal Servizio Cooperativo Interamericano per l’Educazione del Dipartimento di Stato. A quel  tempo si introduce tutta una polemica secondo cui la causa della povertà degli indigeni è la sporcizia. E ciò, oltre a dare impulso al mercato dei detergenti, dei saponi e via dicendo, ha come effetto il tentativo di chiudere la donna nell’ambiente domestico ad occuparsi dei bambini e della pulizia della casa, per separare le donne dai lavori produttivi. Questo, ovviamente, non riescono ad ottenerlo del tutto, perché il lavoro produttivo in agricoltura è importantissimo, e proprio lì la donna è fondamentale. C’è comunque un tentativo molto serio di introdurre e generalizzare l’american way of life attraverso politiche igieniste.

Nel tuo articolo “Mujeres y estructuras de poder en los Andes: de la etnohistoria a la política” [Donne e strutture di potere nel mondo andino: dall’etnostoria alla politica] fai una ricostruzione storica del ruolo della donna prima della colonizzazione e sottolinei che la società boliviana è una società in cui storicamente c’è una presenza molto forte della donna negli spazi pubblici, un aspetto che oggi sembra rimanere un po’ nascosto. Tenendo conto della storia di queste donne, noi ci chiediamo come costruire oggi un femminismo “con i piedi per terra”.

Ritengo che il terreno comune sia la difesa della Madre Terra. E il legame con le lotte territoriali e ambientali soprattutto degli indigeni delle tierras bajas della Bolivia.[5] Credo che si tratti del legame più fruttuoso, perché collega le rivendicazioni femministe con le lotte più territoriali e ambientali dei popoli indigeni. Io credo che con questo governo le aggressioni alle comunità vadano di pari passo con le aggressioni alle donne, con il grande aumento dei femminicidi; questo è impressionante.

Le donne sono quelle che maggiormente stanno mettendo in gioco la propria vita nelle lotte socio-ambientali, non solo qui in Bolivia, ma in tutta l’America Latina.

Sì. C’è un nesso forte e significativo in termini teorici. Si è sempre pensato che la cura e il cibo appartengano al mondo privato, siano le cose delle donne, e che le donne dovrebbero uscire da questa condizione, entrare nel mercato del lavoro… Questo è un femminismo borghese, della modernità. Ma oggi procurare il cibo ha dimensioni cosmiche. Prendersi cura della salute, del corpo, della vita, sono cose che hanno un’implicazione politica molto più grande, in virtù di questa connessione con il tema della Madre Terra. Oggi una politica degli affetti e della cura è un modo di fare politica, è un appello universale a ripoliticizzare la vita quotidiana.

Vai alla seconda parte dell’intervista

Fonte: “Un llamado a repolitizar la vida cotidiana”, nel blog di Universidad Nómada Sur
Traduzione a cura di Camminar domandando

 

[1] Ndt – L’indianismo è un movimento politico e culturale volto alla ‘liberazione india’, che ha avuto auge nella seconda metà del secolo XX ma le cui radici si situano nelle ribellioni indie del sec. XVIII (Tupac Katari, Bartolina Sisa). Esso, assieme alla sua variante ‘katarista’, resta vivo nel processo di decolonizzazione culturale dei popoli indios di Bolivia e Perù, specie quelli di etnia aymara.

[2] Ndt – Comunità formate da gruppi di persone legate da vincoli di parentela. A questa comunità appartengono non solo gli esseri umani, ma anche gli elementi naturali del luogo e le divinità locali.

[3] Ndt – Stazioni di posta, dove si praticava lo scambio di merci da parte delle donne.

[4] Ndt – La rivoluzione del 1952 resta un capitolo fondamentale della Bolivia moderna. Essa vide il disarmo dell’esercito, poi ridimensionato nei suoi poteri, ed ebbe come forza d’urto principale la COB, il sindacato dei minatori, e come punto di forza politico il Movimento Nazionalista Rivoluzionario (MRN). I risultati più importanti furono l’introduzione del suffragio universale e una grande riforma agraria di tipo collettivista che successivamente fu contestata dai contadini legati alle comunità degli ayllus.

[5] Ndt – I bassopiani tropicali, che costituiscono i due terzi del paese e i cui abitanti sono per il 66% indigeni.