copertina sette tessere

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titolo originale:

Las 7 piezas sueltas del rompecabeza mundial

giugno 1997

traduzione a cura di «Camminar domandando»

 

L’immagine in copertina è un paliacate, un fazzoletto da collo con disegni caratteristici usato nei costumi tradizionali messicani. Le donne zapatiste del Chiapas lo indossano sul viso come simbolo di ribellione. «Ci copriamo il volto per essere visti. Quando andavamo a volto scoperto non ci vedevate», disse il Sub-comandante Marcos, riferendosi ai passamon­ta­gna degli uomini e al paliacate delle donne zapatiste.

Subcomandante Marcos

Le sette tessere ‘ribelli’ del rompicapo globale

La IV guerra mondiale è cominciata

Introduzione

(a cura di «Camminar domandando»)

Nel 1992 la fine della Guerra Fredda veniva celebrata simbolicamente dalla letteratura storiografica con un libro dal titolo La fine della storia e l’ultimo uomo, di Francis Fukuyama. La lettura proposta da questo libro era semplice e incarnava il discorso dominante dell’Occidente trionfante sul blocco sovietico: alla fine del XX secolo, il progresso della storia universale dell’umanità raggiungeva la sua conclusione con la forma di Stato delle democrazie liberali; essendo quest’ultima la forma politica perfetta, nessun’altra miglioria sarebbe più stata auspicabile né possibile. In economia, la perfetta controparte che indirizzava e sosteneva questa forma politica era e doveva continuare ad essere, ovviamente, il capitalismo.

Mentre le sinistre parlamentari orfane crollavano e si trasformavano ovunque, disorientate ed intente ad elaborare il loro lutto, dai margini del Messico, in Chiapas, si levò una voce che attirò su di sé gli sguardi di tutto il mondo: Ya Basta!1 Era il primo gennaio del 1994, il giorno di entrata in vigore in Messico del NAFTA;2 erano gli indigeni maya campesinos dell’EZLN (Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale), che con la loro insurrezione chiedevano Giustizia, Democrazia e Libertà, recuperavano le terre ancestrali che dalla Conquista erano state loro strappate, e, dopo 12 gior­ni di conflitto armato, rinunciavano all’uso della violenza sotto la pressante richiesta della società civile messicana e internazionale che solidarizzava con la loro causa. Da quel momento, il loro percorso è andato crescendo e ha imboccato strade che in pochi, allora, si sarebbero potuti aspettare. Per dirla con le parole di Zibechi:

«Nei territori dove ha le sue basi, lo zapatismo ha creato un mondo nuovo. Non è ‘il’ mondo che avevamo immaginato nella nostra vecchia metafora della transizione: uno Stato-nazione dove si costruisce una totalità simmetrica a quella capitalista e che pretende di essere la sua negazione. Però (…), in questo mondo ci sono tutti gli ingredienti del mondo nuovo: dalle scuole agli ospedali fino alle forme autonome di governo e di produzione» (Zibechi, 2015).

Il loro grido era ed è tuttora contro ogni forma di capitalismo e per la costruzione di un mondo dove siano contenuti molti mondi, radicato in basso e a sinistra, centrato su quella che loro chiamano la costruzione dell’autonomia.

In questo cammino, sostituire al fuoco delle armi l’uso della parola come ponte per incontrarsi con gli ‘altri’ e le ‘altre’ è stato, senza dubbio, uno degli elementi che ha contrad­distinto e dato forza e colore alla loro esperienza. E il ruo­lo del subcomandante Marcos in questo ‘processo comunicativo’ è stato di certo fondamentale: autore di più di 200 tra saggi, storie e libri, la sua capacità di scrittore ha permesso al mondo dei comunicati politici di entrare nell’ambito della letteratura. I suoi racconti hanno saputo fondere l’im­ma­gi­na­rio fiabesco della cosmovisione indigena con quello della narrazione politica, dando vita a personaggi quali il vecchio Antonio e Don Durito (Marcos, 1997, 1998), che han­no reso nota la lotta zapatista in tutto il mondo.

Di tutti i suoi scritti, quello che qui vi presentiamo costituisce, senza dubbio, un’eccezione. Apparso nel 1997, tre anni dopo l’inizio della loro insurrezione, ne Le sette tessere il tono fiabesco e poetico, così come lo stile discorsivo, vengono relegati ai margini dell’opera, lasciando spazio all’analisi asciutta e sistematica del mostro contro cui gli zapatisti si stavano ribellando: il neoliberismo. Non una dissertazione sul ‘che fare’ rivoluzionario (che gli zapatisti si sono sempre rifiutati di suggerire) né un aggiornamento sulla lotta zapatista, ma una descrizione della guerra che, secondo loro, il neo­liberismo stava sferrando all’umanità intera.

Così, la guerra fredda viene riletta come terza guerra mondiale, e la sua fine non come la pacificazione che avrebbe lasciato spazio al progresso ultimo della storia dell’uma­nità, ma anzi come inizio di un nuovo e più feroce conflitto, che dall’alto e con mezzi inediti sarebbe stato sferrato contro tutti i popoli. Era la ‘Quarta guerra mondiale’ che, appunto, cominciava. E tra le rovine fumanti che questo conflitto già lasciava sulla superficie del pianeta, il tentativo di questo testo è quello di fare luce, rimettere ordine, unendo assieme alcuni pezzi sparsi dell’incomprensibile puzzle incarnato dalla globalizzazione neoliberista, attraverso sette delle sue tessere. Sette elementi, dunque, per rileggere questa guerra non con la narrazione di chi dall’alto la sta sferrando, ma con gli occhi di coloro che stanno in basso e che la subiscono ogni giorno. E riguardo all’uso che qui si fa del termine guerra, una precisazione sembra doverosa: questa non può essere intesa come semplice metafora, bensì come concetto centrale senza il quale non si potrebbe capire il sistema capitalista, perché «la sua sopravvivenza e la sua crescita dipendono primariamente dalla guerra e da tutto ciò che ad essa si associa e che essa implica».3

Se dunque nel 1997 la quarta guerra mondiale era appena cominciata, possiamo affermare ora, con 18 anni di retrospet­tiva, che non solo è effettivamente in corso, ma che anzi è nel pieno del suo potenziale distruttivo, e ciò che è peggio è che ancora non si intravedono possibilità di un suo epilogo: la possiamo toccare con mano anche nella nostra geografia italiana ed europea, nella politica così come in tutti gli ambiti del nostro vivere quotidiano.

Certamente non intendiamo riproporvi questo testo come il recupero di un’analisi profetica che oggigiorno si avvera con scientifica esattezza: sono infatti diverse le vie che dal 1997 il capitalismo ha imboccato per trasformarsi affinché rimanesse intatta la sua essenza devastatrice, vie che allora sarebbe stato azzardato ipotizzare, prima fra tutte il crollo dell’egemonia degli Stati Uniti nella geopolitica globale. Come ha ben scritto recentemente Wallerstein:

«Gli USA hanno perso la loro indiscussa egemonia sul sistema mondo e ci siamo mossi verso un mondo con assetto multipolare. (…) Nel corso di molto tempo la decadenza è stata un processo lento che tuttavia ha iniziato a precipitare dopo il 2003 come risultato del disastroso tentativo di invertire la decadenza invadendo l’Iraq. Il nostro mondo multipolare conta 10-12 potenze con forza sufficiente per intraprendere politiche relativamente autonome. Nonostante questo, tra 10 e 12 è un numero eccessivamente grande perché si verifichi che qualcuna di queste (potenze) sia sicura che i suoi punti di vista debbano prevalere. Il risultato è che queste potenze stanno barattando alleanze costantemente, in modo tale da non vedersi spiazzate dalle manovre di altri» (Wallerstein, 2015).

Ma nonostante questo, sono tanti gli aspetti che ci suggeriscono quanto questo testo sia estremamente attuale. Le bombe finanziarie, qui descritte sin dal principio come nuovo micidiale strumento di riorganizzazione dei territori da parte del capitalismo globale, hanno fatto il loro ingresso nel bel mezzo della fine della storia, riservandoci amare sorprese.

Tra le tante, la bomba finanziaria esplosa nel 2008 e i cui effetti, ancora visibili, sono giunti sino al nostro giardino europeo: nel giro di pochi anni, ci sembra davvero di trovarci catapultati in mezzo alla riorganizzazione di una megalopoli commerciale in cui veniamo ricollocati come periferia, dove la sovranità degli Stati-nazione, incarnata dalla ‘perfetta’ forma delle democrazie liberali, viene lentamente erosa, sotto i diktat di BCE, FMI e UE. Insomma, tanto delle sette tessere che qui Marcos descrive sembra essere quotidianamente sotto ai nostri occhi: l’estrema e crescente polarizzazione di povertà e ricchezza; la creazione dell’incubo del migrante come nemico utile a nascondere la figura del padrone; il potere dei centri finanziari tanto grande da poter prescindere dal segno politico di chi detiene il potere in una nazione; il crimine organizzato che è profondamente penetrato nei sistemi politici ed economici degli Stati nazionali.

Ma ancora peggio, in questo processo, che Marcos chiama distruzione/spopolamento e ricostruzione/riordinamento, ciò che appare come sempre più evidente è la distruzione del tessuto sociale dei territori, ovvero l’annichilimento di tutto ciò che dà coesione ad una società:4 le sue molteplici identità collettive, i suoi legami di solidarietà, le sue forme autonome di organizzazione e produzione.

E così potremmo continuare a descrivere quanto di queste tessere ancora riusciamo a rintracciare nella nostra realtà, ma rimandiamo invece ai lettori l’invito posto dallo stesso autore: quello di ritagliarle e colorarle, ovvero, di utilizzarle per rileg­gere e dare un ordine altro a ciò che accade nel nostro contesto internazionale, nazionale e nei territori di ognuno. Il nostro contributo in questo senso vuole essere quello di riproporvi questo prezioso testo aggiornando all’attualità i dati e le informazioni in esso riportati.

L’importanza di ripubblicare e rileggere oggi questo testo non può tuttavia esaurirsi nell’attualizzare la sua proposta di analisi. Infatti, nell’osservare in retrospettiva ciò che gli zapatisti hanno costruito in questi 21 anni di lotta, non possiamo che ricordare quanto di più profondo ci hanno mostrato.

Prima di tutto, la tenace ricerca di forme altre di fare politica. L’aver abbandonato la strada del potere, rinunciando alla sua conquista, fosse per via armata o elettorale. L’averlo creato invece in basso il potere, nelle comunità, nella democrazia diretta delle loro assemblee e nei tre livelli di governo che si sono costruiti (Comunità, Municipi, Caracoles), in cui il principio fondamentale che vige è sempre lo stesso: che i popoli comandino e i governi obbediscano.5 Dove cioè il mandato che dalle comunità viene affidato ai loro incaricati può essere costantemente revocato in caso di inadempienze di questi ultimi. E dove l’essere incaricati non è una prerogativa dei professionisti della politica, né il risultato di privilegi sociali o di genere, ma un servizio che ognuno offre alla comunità, che dunque spetta a tutti e tutte in maniera rotativa, e dove prima di tutto si apprende la vita politica. Una rottura chiara con uno dei surrogati più forti del potere nei movimenti rivoluzionari, l’avanguardismo. Come lo stesso Marcos ha dichiarato:

«È nostra convinzione e nostra pratica che per ribellarsi e lottare non sono necessari né leader né capi né messia né salvatori. Per lottare c’è bisogno solo di un po’ di vergogna, un tanto di dignità e molta organizzazione».6

Questo processo di trasformazione si è reso visibile recentemente, in occasione dell’apertura delle comunità zapatiste all’interno dell’esperienza della Escuelita,7 in cui migliaia tra i compas zapatisti, donne e bambini, giovani e anziani, hanno accolto altrettante migliaia di ‘studenti’ venuti da tutti gli angoli del mondo, non con la supponenza di chi ha la ricetta per cambiare il mondo, ma come compagni di viaggio capaci di guardare negli occhi i loro simili, per condividere le conquiste, i dolori e gli errori del loro cammino. Un’occasione che ci ha mostrato come possano, uomini e donne ordinari ma organizzati, cambiare dal basso il loro mondo.

Un processo che non poteva che culminare con la dissoluzione, anche nell’immaginario simbolico, della figura del leader. Nel maggio 2014, in occasione dell’incontro tenuto in risposta ai tragici fatti avvenuti a la Realidad,8 l’autore di questo testo, il subcomandante Marcos, ha cessato di esistere. Ha annunciato in pubblico di essere stato una montatura, un ologramma, creato ad arte dagli zapatisti e le zapatiste per dare ai media e al mondo occidentale l’unico personaggio che sarebbero stati in grado di riconoscere, fatto su misura per loro. Un personaggio non più necessario, che è stato così distrutto, segnando definitivamente una nuova fase della lotta zapatista. E allora, ripubblicando oggi questo testo, celebriamo quella lotta e quella costruzione giunta ad una nuo­va tappa di maturità, ma riaffidiamo questo difficile cammino anche a noi, e ai mondi diversi che in basso stiamo costruendo e che ancora possiamo costruire.

Le sette tessere ‘ribelli del rompicapo globale

(Il neoliberismo come rompicapo: l’inutile unità mondiale che frammenta e distrugge nazioni)

Tessera 1: La concentrazione della ricchezza e la distribuzione della povertà

Tessera 2: La globalizzazione dello sfruttamento

Tessera 3: Migrazioni, l’incubo errante

Tessera 4: Mondializzazione finanziaria e globalizzazione del­la corruzione e del crimine

Tessera 5: La legittima violenza di un potere illegittimo?

Tessera 6: La megapolitica e i nani

Tessera 7: Le sacche di resistenza

La guerra è una questione di vitale importanza per lo Stato, è la provincia della vita e della morte, il cammino che conduce alla sopravvivenza o all’annichilimento. È indispensabile studiarla a fondo. (L’arte della guerra, Sun Tzu)

La globalizzazione moderna, il neoliberismo come sistema mondiale, deve essere intesa come una nuova guerra di con­quista di territori.

La fine della III Guerra Mondiale, o Guerra Fredda, non significa che il mondo abbia superato il bipolarismo o che sia stabilmente sotto l’egemonia del vincitore. Al termine di que­sta guerra si è avuto, senz’ombra di dubbio, un vinto (il campo socialista), ma è difficile dire chi sia il vincitore. Europa occidentale? Stati Uniti? Giappone? Tutti questi? Il fatto è che la sconfitta dell’impero del male (Reagan e Thatcher dixerunt) ha significato l’apertura di nuovi mercati senza un nuovo padrone. Ciò ha condotto quindi a una lotta per prenderne possesso, per conquistarli.

Non solo: la fine della Guerra Fredda ha portato con sé una nuova cornice nelle relazioni internazionali, nella quale la nuova lotta per i nuovi mercati e territori ha causato una nuova guerra mondiale, la IV. Questo ha reso necessaria, come in tutte le guerre, una ridefinizione degli Stati nazionali. E al di là della ridefinizione degli Stati nazionali, l’ordine mondiale è tornato allo stile delle vecchie epoche delle conquiste dell’America, dell’Africa e dell’Oceania. Strana modernità, questa, che avanza indietreggiando; il tramonto del XX secolo assomiglia di più ai brutali secoli precedenti che al placido e razionale futuro di qualche romanzo di fantascienza. Nel mondo del Dopoguerra Freddo vasti territori, ricchezze e, soprattutto, forza lavoro qualificata, aspettavano un nuovo padrone…

Ma il posto di padrone del mondo è uno solo, e molti sono gli aspiranti ad occuparlo. Per ottenerlo si dispiega un’al­tra guerra, questa volta tra coloro che si erano auto-nominati l’impero del bene.

Se la III Guerra Mondiale è stata tra il capitalismo e il socialismo (capeggiati rispettivamente dagli Usa e dall’Urss), con scenari alterni e con gradi diversi di intensità, la IV Guerra Mondiale si fa ora tra i grandi centri finanziari, con scenari globali e con un’intensità acuta e costante.

Dalla fine della II Guerra Mondiale fino al 1992 si sono svolte 149 guerre in tutto il mondo. Il risultato, 23 milioni di morti,9 non lascia dubbi sull’intensità di questa III Guerra Mondiale (i dati sono dell’Unicef).

Dalle catacombe dello spionaggio internazionale fino allo spazio siderale della cosiddetta Iniziativa di Difesa Strategica (le ‘guerre stellari’ del cowboy Ronald Reagan); dalle sabbie della Baia dei Porci, a Cuba, fino al Delta del Mekong, in Vietnam; dalla sfrenata corsa nucleare fino ai selvaggi colpi di Stato nella dolorante America latina; dalle ignobili manovre degli eserciti Nato fino agli agenti della Cia nella Bolivia dell’assassinio di Che Guevara, la guerra impropriamente chiamata ‘Fredda’ ha raggiunto alte temperature, che, nonostante il continuo cambiamento di scenario e l’incessante tira-e-molla della crisi nucleare (o precisamente per questo), hanno finito per dissolvere il campo socialista come sistema mondiale, e lo hanno diluito come alternativa sociale.

La III Guerra Mondiale ha mostrato i vantaggi della ‘guerra totale’ (ovunque e in ogni forma) dal punto di vista del trionfatore: il capitalismo. Però lo scenario del dopoguerra ha assunto il profilo, di fatto, di un nuovo teatro di operazioni mondiali: grandi ‘terre di nessuno’ (create dal fallimento politico, economico e sociale dell’Europa dell’est e del­l’Urss), potenze in espansione (Stati Uniti, Europa occidentale e Giappone), crisi economica mondiale, e una nuova rivoluzione tecnologica: l’informatica.

«Così come la rivoluzione industriale permise di rimpiazzare il muscolo con la macchina, l’attuale rivoluzione informatica punta a rimpiazzare il cervello (per lo meno in un numero crescente delle sue funzioni) con il computer. Questa ‘cerebralizzazione generale’ dei mezzi di produzione (lo stesso avviene sia nell’industria che nei servizi) è accelerata dall’esplosione di nuove ricerche nelle telecomunicazioni e dalla proliferazione dei cybermondi» (Ramonet, 1997a).

Il re supremo del capitale, la finanza, ha cominciato allora a sviluppare la sua strategia bellica, nel nuovo mondo e su ciò che restava in piedi del vecchio. Tramite la rivoluzione tecnologica, imposta al mondo intero per mezzo di un computer, a loro arbitrio, i mercati finanziari hanno imposto le loro leggi e i loro precetti a tutto il pianeta. La ‘mondializzazione’ della nuova guerra non è altro che la mondializzazione delle logiche dei mercati finanziari. Da regolatori del­l’eco­nomia, gli Stati nazionali (e i loro governanti) sono passati ad essere regolati, o meglio ancora telecomandati, dal cardine del potere finanziario: il libero scambio commerciale. E non solo, la logica del mercato ha approfittato della ‘porosità’ che, in tutto lo spettro sociale del mondo, è stata provocata dallo sviluppo delle telecomunicazioni, ed è penetrato e si è appropriato di tutti gli aspetti dell’attività sociale. Alla fine, una guerra mondiale totalmente totale!

Uno dei primi caduti di questa nuova guerra è il mercato nazionale. Come una pallottola sparata dentro una stanza blin­data, la guerra iniziata dal neoliberismo rimbalza da un lato all’altro e ferisce chi l’ha sparata. Una delle basi fondamentali del potere dello Stato capitalista moderno, il mercato nazionale, è liquidato dalle cannonate della nuova era del­l’economia finanziaria globale. Il capitalismo internazionale riscuote alcune delle sue vittime fiaccando i capitalismi nazionali e smagrendo, fino all’inutilità, i poteri pubblici. Il colpo è stato tanto brutale e definitivo che gli Stati nazionali non dispongono della forza necessaria per opporsi all’azione dei mercati internazionali che vanno contro gli interessi dei cittadini e dei governi.

La curata e ordinata vetrina che si supponeva fosse stata ereditata dalla fine Guerra Fredda, il ‘nuovo ordine mondiale’, si è frantumata sotto l’urto neoliberista. Il capitalismo mondiale sacrifica senza alcuna misericordia ciò che gli ha assicurato futuro e progetto storico: il capitalismo nazionale. Imprese e Stati crollano in pochi minuti, però non per le tormente delle rivoluzioni proletarie, ma per le ondate delle burrasche finanziarie. Il figlio (il neoliberismo) divora il padre (il capitalismo nazionale), e di passaggio distrugge tutti i discorsi ingannevoli dell’ideologia capitalista: nel nuovo ordine mondiale non c’è democrazia, né libertà, né eguaglianza, né fraternità.

Nello scenario mondiale prodotto dalla fine della Guerra Fredda si percepisce solo un nuovo campo di battaglia e, in esso, come in tutti i campi di battaglia, regna il caos.

Verso la fine della Guerra Fredda, il capitalismo aveva creato un nuovo orrore bellico: la bomba a neutroni. La ‘virtù’ di quest’arma è che distrugge solo la vita e risparmia gli edifici e le cose. Già si potevano distruggere intere città (ovvero, i loro abitanti) senza doverle ricostruire (e pagare per questo).

L’industria delle armi si era felicitata con se stessa, l’’ir­ra­zio­nalità’ delle bombe nucleari veniva soppiantata dalla nuova ‘razionalità’ della bomba a neutroni. Però, una nuova ‘meraviglia’ bellica sarebbe stata scoperta, all’inizio della IV Guerra Mondiale: la bomba finanziaria.

La nuova bomba neoliberista, infatti, a differenza della sua antenata atomica sganciata su Hiroshima e Nagasaki, non solo distrugge la polis (la Nazione, in questo caso) e impone la morte, il terrore e la miseria a chi la abita; o, a differenza della bomba a neutroni, non solo distrugge ‘selettivamente’. La bomba neoliberista, in più, riorganizza e riordina ciò che attacca e lo ricompone come una tessera all’interno del puzzle della globalizzazione economica. Dopo il suo effetto di distruzione, il risultato non è un mucchio di rovine fumanti, o decine di migliaia di vite spente, ma una periferia che si aggiunge a qualcuna delle megalopoli commerciali del nuovo ipermercato mondiale, e una forza lavoro risistemata nel nuovo mercato del lavoro mondiale.

L’Unione europea, una delle megalopoli prodotte dal neoliberismo, è un risultato dell’attuale IV Guerra Mondiale. Qui, la globalizzazione economica ha ottenuto di cancellare le frontiere tra Stati rivali, nemici tra loro da molto tempo, e li ha obbligati a convergere e a pianificare l’unione politica. Dagli Stati nazionali alla Federazione europea, il cammino economicista della guerra neoliberista nel cosiddetto ‘Vecchio Continente’ sarà disseminato di distruzione e di rovine, e una di esse sarà la civiltà europea.

Le megalopoli si riproducono in tutto il pianeta. Le zone commerciali integrate sono il terreno su cui si erigono. Così avviene nell’America del Nord, dove il Trattato di libero commercio del Nord America (Nafta, secondo la sua sigla in inglese) tra Canada, Stati Uniti e Messico non è altro che il preludio del compimento di una vecchia aspirazione di conquista statunitense: «L’America agli americani». In America del Sud si segue lo stesso cammino con il Mercosur tra Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay. In Africa del Nord, con l’Unione del Maghreb arabo (Uma) tra Marocco, Algeria, Tunisia, Libia e Mauritania; in Africa del Sud, nel Vicino Oriente, nel Mar Nero, in Asia, nel Pacifico… in tutto il pianeta esplodono le bombe finanziarie e riconquistano territori.10

Le megalopoli sostituiscono le nazioni? No, o non solo. Le includono, anche, e riassegnano loro funzioni, limiti e possibilità. Paesi interi si trasformano in dipartimenti della megaimpresa neoliberista. Il neoliberismo produce così distruzione/spopolamento, da un lato, e ricostruzione/rior­dina­men­to dall’altro, di regioni e nazioni, per aprire nuovi mercati o modernizzare quelli esistenti.

Se nella III Guerra Mondiale le bombe nucleari avevano un carattere dissuasivo, intimidatorio e coercitivo, nella IV deflagrazione mondiale non accade lo stesso con le super-bombe finanziarie. Queste armi servono ad attaccare territori (Stati nazionali), distruggendo le basi materiali della sovranità nazionale (ostacolo etico, giuridico, politico, culturale e storico nei confronti della globalizzazione economica) e producendo uno spopolamento qualitativo nei loro territori. Questo spopolamento consiste nel prescindere da tutti coloro che sono inutili alla nuova economia di mercato (per esempio gli indigeni). Ma oltre a questo, i centri finanziari operano, simultaneamente, una ricostruzione degli Stati nazionali e li riordinano secondo la nuova logica del mercato mondiale (i modelli economici sviluppati si impongono su relazioni sociali deboli o inesistenti).

Sul terreno rurale, per esempio, la IV Guerra Mondiale produce questo effetto. La modernizzazione rurale,11 che i mercati finanziari esigono, cerca di incrementare la produttività agricola, però quel che ottiene è distruggere le relazioni sociali ed economiche tradizionali. Risultato: un esodo massiccio dai campi alle città. Sì, come in una guerra. Intanto, nelle zone urbane si satura il mercato del lavoro e la distribuzione diseguale del reddito è la ‘giustizia’ che spetta a chi cerca migliori condizioni di vita.

Di esempi che illustrano questa strategia è pieno il mondo indigeno: Ian Chambers, direttore dell’Ufficio del Centro America dell’Organizzazione internazionale del lavoro (delle Nazioni Unite), ha dichiarato che la popolazione indigena mondiale, calcolata in 300 milioni di persone, vive in zone che posseggono il 60% delle risorse naturali del pianeta. Così, «non sorprendono i tanti conflitti per l’utilizzo e la destinazione delle loro terre a favore degli interessi di governi e imprese. (…) Lo sfruttamento delle risorse naturali (petrolio e minerali) e il turismo sono le principali industrie che minacciano i territori indigeni in America» (intervista di Martha Garcia, La Jornada, 28 maggio 1997). Al seguito dei progetti di investimento arrivano l’inquinamento, la prostituzione e le droghe. Vale a dire, si compiono distruzione/spopolamento e ricostruzione/riordi­na­mento dell’area interessata.

In questa nuova guerra mondiale, la politica moderna come organizzatrice dello Stato nazionale non esiste più. Adesso la politica è solo un’organizzatrice economica, e i politici sono moderni amministratori di impresa. I nuovi padroni del mondo non sono ‘governo’, non hanno bisogno di esserlo. I governi ‘nazionali’ si incaricano di amministrare gli affari nelle diverse regioni del mondo.

Questo è il ‘nuovo ordine mondiale’, l’unificazione del mondo intero in un unico mercato. Le nazioni sono botteghe di dipartimenti con gestori sotto forma di governi, e le nuove alleanze regionali, economiche e politiche si avvicinano più al modello di un moderno centro commerciale che a una federazione politica. L’unificazione prodotta dal neoliberismo è economica, è l’unificazione dei mercati che facilita la circolazione del denaro e delle merci. Nel gigantesco ipermercato mondiale circolano liberamente le merci, non le persone.

Come tutte le iniziative imprenditoriali (e di guerra), questa globalizzazione economica si associa ad un modello generale di pensiero. Senza dubbio, tra tante novità, il modello ideologico che accompagna il neoliberismo nella sua conquista del pianeta ha molto di vecchio e di ammuffito.

L’american way of life che accompagnò le truppe nordamericane in Europa nella II Guerra Mondiale, in Vietnam negli anni sessanta e, più recentemente, nella Guerra del Golfo, ora procede di pari passo con i mercati finanziari.

Non si tratta solo di una distruzione fisica delle basi materiali degli Stati nazionali, ma anche (e in modo tanto imponente quanto poco studiato) di una distruzione storica e culturale. Il dignitoso passato indigeno dei paesi del continente americano, la brillante civiltà europea e la poderosa e ricca antichità di Africa e Oceania, tutte le culture e le storie che hanno forgiato nazioni sono attaccate dallo stile di vita nordamericano. Il neoliberismo impone così una guerra totale: la distruzione di nazioni e di gruppi di nazioni per omologarle al modello capitalista nordamericano.

Una guerra, dunque, una guerra mondiale, la IV. La peggiore e la più crudele. Quella che il neoliberismo sferra ovunque e con ogni mezzo contro l’umanità.

Però, come in tutte le guerre, ci sono combattimenti, ci sono vincitori e vinti, ci sono pezzi rotti di questa realtà distrutta. Per cercare di comporre l’assurdo rompicapo del mondo neoliberista mancano molte tessere. Alcune si possono trovare tra le rovine che questa guerra mondiale ha già lasciato sulla superficie del pianeta. Almeno sette di queste tessere si possono ricostruire, alimentando la speranza che questo conflitto mondiale non finisca con l’uc­ci­dere il contendente più debole: l’umanità.

Sette tessere da disegnare, colorare, ritagliare
per tentare di comporre, insieme ad altre, il rompicapo mondiale.

La prima è la doppia accumulazione, di ricchezze e povertà, ai due poli della società mondiale. La seconda è lo sfruttamento totale della totalità del mondo. La terza è l’incubo di una parte errante dell’umanità. La quarta è la nauseabonda relazione tra crimine e Potere. La quinta è la violenza dello Stato. La sesta è il mistero della megapolitica. La settima è la multiforme sacca di resistenza del­l’u­manità contro il neoliberismo.

Tessera 1
La concentrazione della ricchezza e la distribuzione della povertà

La figura 1 si costruisce disegnando un simbolo monetario.

Nella storia dell’umanità, diversi modelli sociali hanno fatto a gara per elevare l’assurdo come segno distintivo del­l’or­dine mondiale. Sicuramente il neoliberismo otterrà un posto privilegiato al momento dei premi, perché la sua ‘distribuzione’ della ricchezza sociale non fa altro che distribuire una doppia assurdità di accumulazione: l’accumulazione della ricchezza nelle mani di pochi, e l’accumulazione della povertà per milioni di esseri umani.

L’ingiustizia e la disuguaglianza sono i caratteri distintivi del mondo attuale. Il pianeta Terra, terzo del sistema planetario solare, ospita cinque miliardi di esseri umani.12 Tra di essi, solo 500 milioni godono di un certo benessere, mentre i restanti quattro miliardi e mezzo soffrono la povertà e tentano di sopravvivere.

Il rapporto tra ricchi e poveri è un doppio assurdo. I ricchi sono pochi e i poveri sono molti. La differenza quantitativa è criminale, ma l’equilibrio tra gli estremi si ottiene per mezzo della ricchezza: i ricchi suppliscono all’inferiorità numerica con migliaia di milioni di dollari.

I patrimoni delle 358 persone più ricche del mondo (migliaia di milioni di dollari) è superiore al reddito annuale del 45% degli abitanti più poveri, ossia qualcosa come 2 miliardi e 600 milioni di persone.13 Le sottili catene d’oro degli orologi finanziari si trasformano in pesanti catene per milioni di persone. Mentre la «cifra degli affari della General Motors è più alta del Prodotto Interno Lordo della Danimarca, quella della Ford è più importante del PIL dell’Africa del Sud, e quella della Toyota supera il PIL della Norvegia» (Ramonet, 1997b), per tutti i lavoratori i salari reali sono precipitati, oltre al fatto di dover affrontare i tagli di personale nelle imprese, la chiusura di fabbriche e la delocalizzazione dei centri produttivi. Nelle cosiddette ‘economie capitaliste avanzate’ il numero dei disoccupati arriva già a 41 milioni di lavoratori.14

La concentrazione della ricchezza in poche mani e la distribuzione della povertà in molte delinea, a poco a poco, il carattere della società mondiale moderna: il fragile equilibrio di diseguaglianze assurde.

La decadenza del sistema economico neoliberista è uno scandalo: «Il debito mondiale (compreso quello delle imprese, dei governi e delle amministrazioni) ha oltrepassato i 33 miliardi e 100 milioni di dollari, come dire il 130% del Prodotto Interno Lordo (PIL) mondiale»15 (Clairmont, 1997).

La crescita delle grandi multinazionali non implica il progresso delle nazioni sviluppate. Al contrario, più guadagnano i giganti della finanza, più si acutizza la povertà nei cosiddetti ‘paesi ricchi’.

La differenza da eliminare tra ricchi e poveri è incredibile e non pare avere alcuna tendenza a ridursi, tutt’altro. Lungi dall’attenuarsi, non diciamo dall’essere eliminata, la disegua­glianza si accentua, soprattutto nelle nazioni capitaliste sviluppate: negli Stati Uniti, l’1% dei nordamericani più ricchi ha incamerato il 61,1% dell’insieme della ricchezza nazionale del paese tra il 1983 e il 1989. L’80% dei nordamericani più poveri non si sono spartiti che l’1,2%.16 In Gran Bretagna il nu­mero dei senzatetto è raddoppiato;17 il numero dei bambini che vivono solo con gli aiuti sociali è passato dal 7% nel 1979 al 26% nel 1994; il numero dei britannici che vivono in povertà (definita come meno della metà del salario minimo) è passato da 5 milioni a 13 milioni e 700 mila; il 10% dei più poveri ha perso il 13% del potere d’acquisto, mentre il 10% dei più ricchi ha guadagnato il 65%, e da cinque anni in qua si è raddoppiato il numero dei milionari (dati di Le Monde Diplomatique, aprile 1997).18 All’inizio degli anni novanta,

«circa 37 mila grandi imprese transnazionali stringevano, con le loro 170 mila filiali, l’economia internazionale nei loro tentacoli.19 Tuttavia, il centro del potere si colloca nel cerchio più ristretto delle prime duecento: dall’inizio degli anni ottanta, esse hanno avuto un’espansione ininterrotta a causa delle fusioni e degli acquisti di imprese da ‘salvare’. In questo modo, la parte di capitale transnazionale nel PIL mondiale è passata dal 17% della metà degli anni sessanta al 24% del 1982 e a più del 30% nel 1995.

Le prime duecento sono conglomerati le cui attività planetarie coprono senza distinzione i settori primario, secondario e terziario: grandi sfruttamenti agricoli, produzione manifatturiera, servizi finanziari, commercio, ecc. Geograficamente, esse si distribuiscono in dieci paesi: Giappone (62), Usa (53), Germania (23), Francia (19), Regno Unito (11), Svizzera (8), Corea del Sud (6), Italia (5) e Paesi Bassi (4)» (Clairmont, 1997).

La figura 1, costruita disegnando il simbolo del dollaro, rappresenta il potere economico. Coloratela di verde dollaro. Non preoccupatevi dell’odore nauseabondo: l’aro­ma di sterco, fango e sangue ce l’ha dalla nascita.

Tessera 2
La globalizzazione dello sfruttamento

La figura 2 si costruisce disegnando un triangolo.

Una delle falsità neoliberiste consiste nel dire che la crescita economica delle imprese comporta una migliore distribuzione della ricchezza e un aumento dell’occupazione. Ma non è così. Come la crescita del potere politico di un re non ha come conseguenza un aumento del potere politico dei sudditi (anzi il contrario), l’assolutismo del capitale finanziario non migliora la distribuzione della ricchezza né genera maggior lavoro. Povertà, disoccupazione e precarietà del lavoro sono sue conseguenze strutturali.

Negli anni delle decadi 1960-1970, la popolazione considerata povera (con meno di un dollaro al giorno di reddito per far fronte alle proprie necessità elementari, secondo la Banca mondiale) era di circa 200 milioni di persone. All’ini­zio degli anni novanta ammontava già a due miliardi di esseri umani.20 Inoltre,

«il fatturato delle duecento imprese più importanti del pianeta rappresenta più di un quarto dell’attività economica mondiale; e malgrado ciò queste duecento multinazionali impiegano solo 18,8 milioni di salariati, ossia meno dello 0,75% della manodopera del pianeta»21 (Ramonet, 1997b).

Più esseri umani poveri e più impoveriti, meno persone ricche e più arricchite, queste sono le lezioni del disegno della tessera 1 del rompicapo neoliberista. Per arrivare a tale assurdo, il sistema capitalista mondiale ‘modernizza’ la produzione, la circolazione e il consumo di merci. La nuova rivoluzione tecnologica (l’informatica) e la nuova rivoluzione politica (le megalopoli emergenti sulle rovine degli Stati nazionali) producono una nuova ‘rivoluzione’ sociale. Questa ‘rivoluzione’ sociale non significa altro che un riaggiustamento, un riordinamento delle forze sociali, principalmente della forza lavoro.

La Popolazione Economicamente Attiva (PEA) mondiale è passata da 1.376 milioni nel 1960 a 2.374 milioni di lavoratori nel 1990. 22 Un maggior numero di esseri umani con capacità di lavoro, ovvero di generare ricchezza. Però il ‘nuovo ordine mondiale’ non solo colloca questa nuova forza lavoro in spazi geografici e produttivi, ma inserisce anche il suo posto (o il suo non-posto, come nel caso dei disoccupati o dei precari) nel piano globalizzatore dell’economia.

La Popolazione Mondiale Impiegata per Attività (PMIA) si è modificata in maniera sostanziale negli ultimi vent’anni. La PMIA del settore agricolo e della pesca è passata dal 22% del 1970 al 12% del 1990;23 nell’industria, dal 25% del 1970 al 56% del 1990; mentre il settore terziario (commercio, trasporti, banche e servizi) è cresciuto dal 42% del 1970 al 56% del 1990. Nel caso dei paesi sottosviluppati, il settore terziario è cresciuto dal 40% del 1970 al 57% del 1990, mentre la loro popolazione impiegata in agricoltura e nella pesca è calata dal 30% del 1970 al 15% del 1990 (dati da Ochoa Chi, 1997).

Ciò significa che sempre più i lavoratori sono spinti verso le attività necessarie per incrementare la produttività o per accelerare la produzione delle merci. Il sistema neoliberista agisce così come un mega-padrone, concependo il mercato mondiale come un’impresa unitaria, amministrata con criteri ‘modernizzatori’.

Però la ‘modernità’ neoliberista rassomiglia più alla bestiale nascita del capitalismo che alla ‘razionalità’ utopica. La ‘moderna’ produzione capitalista continua ad essere basata sul lavoro dei bambini, delle donne e dei lavoratori migranti.24 Del miliardo e 148 milioni di bambini nel mondo, almeno 100 milioni vivono letteralmente sulla strada e 200 milioni lavorano, e si prevede che saranno 400 milioni nell’anno 2000. Inoltre si dice che 146 milioni di bambini asiatici lavorino nella produzione di componentistica per automobili, giocattoli, abiti, alimenti, nelle fonderie e nelle fabbriche chimiche. Ma questo sfruttamento del lavoro infantile non esiste solo nei paesi sottosviluppati: il 40% dei bambini inglesi e il 20% dei bambini francesi lavorano per integrare il reddito familiare o per sopravvivere. Anche nell’industria del sesso c’è posto per i bambini. L’Onu calcola che, ogni anno, un milione di bambini entri nel commercio sessuale25 (dati in Ochoa Chi, 1997).

La bestia neoliberista invade totalmente il sociale mondiale, omogeneizzando perfino le abitudini alimentari:

«In termini globali, sebbene ci siano particolarità nel consumo alimentare di ciascuna regione (o al suo interno), non per questo cessa di essere evidente il processo di omogeneizzazione che si sta imponendo, perfino sulle differenze fisiologico-culturali delle diverse zone» (Ocampo Figueroa e Mondragïn, 1994).

Questa bestia impone all’umanità un pesante fardello. La disoccupazione e la precarietà di milioni di lavoratori in tutto il mondo è un’amara realtà che non sembra che si possa attenuare. La disoccupazione nei paesi dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) è passata dal 3,8% del 1966 al 6,3% del 1990. Nella sola Europa è aumentata dal 2,2 al 6,4%.26

L’imposizione delle leggi del mercato a tutto il mondo, il mercato globalizzato, non ha fatto che distruggere le piccole e medie imprese. Scomparendo i mercati locali e regionali, i piccoli e medi produttori si trovano senza protezioni e senza nessuna possibilità di competere con i giganti transnazionali.

Risultato: fallimento massiccio di imprese. Conseguenza: milioni di lavoratori disoccupati. L’assurdo neoliberista si ripete: la crescita della produzione non genera impiego, al contrario lo distrugge. L’Onu chiama questa tappa «crescita senza impiego».

Ma l’incubo non finisce qui. Oltre alla minaccia della disoccupazione, i lavoratori devono affrontare condizioni precarie di occupazione. Maggiore instabilità dell’impiego, prolungamento delle giornate lavorative e svantaggi salariali sono conseguenze della globalizzazione in generale e della ‘terziarizzazione’ dell’economia in particolare (crescita del settore dei ‘servizi’).

«Nei paesi dominati, la manodopera soffre di una precarietà multiforme: esagerata mobilità, lavori senza contratto, salari irregolari e generalmente inferiori al minimo vitale, regimi pensionistici scarsi, attività indipendenti non dichiarate, con guadagni aleatori, cioè servitù o realizzazione di un lavoro forzoso da parte di settori teoricamente protetti come quello dei bambini» (Morice, 1997).

Le conseguenze di tutto ciò si traducono in un vero terremoto sociale globalizzato. Il riordinamento dei processi produttivi e della circolazione delle merci, e la riorganizzazione delle forze produttive, producono un esubero peculiare: esseri umani in sovrappiù, che non sono necessari al ‘nuovo ordine mondiale’, che non producono, che non consumano, che non sono soggetti di credito e che, in sostanza, sono da buttar via.

Ogni giorno i grandi centri finanziari impongono le loro leggi alle nazioni o a gruppi di nazioni in tutto il mondo. Riordinano e riorganizzano i loro abitanti. E, alla fine dell’ope­razione, scoprono che vi sono persone ‘in sovrappiù’.

«Esplode pertanto il volume della popolazione eccedente, che non solo è sottomessa al giogo della povertà più estrema, ma non conta nulla, è frammentata e atomizzata, non ha altro scopo che vagare per le strade senza una meta fissa, senza casa né lavoro, senza famiglia né relazioni sociali – almeno minimamente stabili – con l’unica compagnia dei suoi cartoni e dei suoi sacchetti di plastica» (Fernández Durán, 1996).

La globalizzazione economica «ha reso necessaria una diminuzione dei salari reali a livello internazionale, che, insieme alla diminuzione della spesa sociale (salute, educazione, alloggio e alimentazione) e a una politica antisindacale, ha finito per diventare la parte fondamentale delle nuove politiche neoliberiste di riattivazione capitalista» (Ocampo e Flores, 1994).

La figura 2, costruita disegnando un triangolo, è la rap­presentazione della piramide dello sfruttamento mondiale.

Tessera 3
Migrazioni, un incubo errante

La figura 3 si costruisce disegnando un cerchio.

Parlavamo prima dell’esistenza di nuovi territori, alla fine della III Guerra Mondiale, che aspettavano di essere conquistati (gli antichi paesi socialisti) e di altri che dovevano essere riconquistati dal ‘nuovo ordine mondiale’. Per fare ciò, i centri finanziari conducono una triplice strategia criminale e brutale: proliferano le ‘guerre regionali’ e i ‘conflitti interni’, i capitali imboccano vie di accumulazione atipiche, e si mettono in moto grandi masse di lavoratori.

Il risultato di questa guerra mondiale di conquista è una grande rotazione di milioni di migranti in tutto il mondo. ‘Stranieri’ nel mondo ‘senza frontiere’ promesso dai vincitori della III Guerra Mondiale, milioni di esseri umani subiscono la persecuzione xenofoba, la precarietà del lavoro, la perdita di identità culturale, la repressione poliziesca, la fame, la prigione e la morte.

«Dal Rio Grande americano allo spazio Schengen ‘europeo’, si conferma una doppia tendenza contraddittoria: da una parte, le frontiere si chiudono ufficialmente alle migrazioni del lavoro, dall’altra, interi settori dell’economia oscillano tra l’instabilità e la flessibilità, che sono i mezzi più sicuri per attrarre la manodopera straniera» (Morice, 1997).

Con nomi diversi, sottoposti a differenziazione giuridica, dividendosi un’eguaglianza miserabile, i migranti o rifugiati o sfollati di tutto il mondo sono ‘stranieri’ tollerati o rifiutati. Qualunque ne sia la causa, l’incubo della migrazione continua a circolare e a crescere sulla superficie del pianeta. Il numero di persone che sarebbero di competenza dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (ACNUR) è cresciuto in maniera sproporzionata, dai 2 milioni nel 1975 a più di 27 milioni nel 1995.27

Distrutte le frontiere nazionali (per le merci), il mercato globalizzato organizza l’economia mondiale: la ricerca e la progettazione di beni e servizi, così come la loro circolazione e il loro consumo, sono pensati in termini intercontinentali. In ogni parte del processo capitalista, il ‘nuovo ordine mondiale’ organizza il flusso di forza lavoro, specializzata e no, verso dove ne ha bisogno. Lungi dal sottomettersi alla ‘libera concorrenza’ tanto vantata dal neoliberismo, i mercati del lavoro sono sempre più determinati dai flussi migratori. Quando si tratta di lavoratori specializzati, anche se questa è una parte minore se paragonata alla migrazione mondiale, queste ‘fughe di cervelli’ rappresentano molto in termini di potere economico e di conoscenze. Però, sia che si tratti di forza lavoro qualificata, sia che si tratti di manodopera non qualificata, la politica migratoria del neoliberismo è più orientata a destabilizzare il mercato mondiale del lavoro che a frenare l’immigrazione.

La IV Guerra Mondiale, con il suo processo di distruzione/spopolamento e ricostruzione/riordinamento, provoca la dislocazione di milioni di persone. Il loro destino sarà di continuare ad essere erranti portandosi il proprio incubo sulle spalle, e di rappresentare, per i lavoratori impiegati nelle diverse nazioni, una minaccia alla loro stabilità lavorativa, un nemico utile a nascondere la figura del padrone, e un pretesto per dare un senso all’insensatezza razzista che il neoliberismo promuove.

La figura 3, costruita disegnando un cerchio, è il simbolo dell’incubo errante della migrazione mondiale, è una giostra del terrore che gira per tutto il mondo.

Tessera 4:
Mondializzazione finanziaria e globalizzazione della corruzione e del crimine

La figura 4 si costruisce disegnando un rettangolo.

I mezzi di comunicazione di massa ci regalano un’imma­gine dei capi della delinquenza mondiale: uomini e donne volgari, vestiti in modo stravagante, che abitano in ville pacchiane o dietro le sbarre di un carcere. Ma questa immagine nasconde più di quello che mostra: non sono messi in luce né i veri capi delle mafie moderne, né la loro organizzazione, né la loro influenza reale sull’economia e sulla politica. Se pensate che il mondo della criminalità sia sinonimo di oltretomba e oscurità, vi sbagliate. Durante la cosiddetta ‘Guerra Fredda’, il crimine organizzato è andato acquisendo un’im­ma­gine più rispettabile e ha cominciato non solo a funzionare come una qualsiasi impresa moderna, ma è anche penetrato profondamente nei sistemi politici ed economici degli Stati nazionali. Con l’inizio della IV Guerra Mondiale, con l’in­stau­razione del «nuovo ordine mondiale» e la conseguente apertura di mercati, le privatizzazioni, la deregulation del commercio e della finanza internazionale, il crimine organizzato ha ‘globalizzato’ le sue attività.

«Secondo l’Onu, gli introiti mondiali annuali delle organizzazioni criminali transnazionali (OCT) si aggirano intorno ai mille miliardi di dollari, un ammontare equivalente al PIL di tutti i paesi a basso reddito (secondo la classificazione della Banca mondiale) e dei loro tre miliardi di abitanti.28 Questa stima tiene conto sia dei proventi del traffico di droghe, delle vendite illecite di armi, del contrabbando di materiale nucleare, ecc., sia dei guadagni delle attività controllate dalle mafie (prostituzione, gioco, mercato nero del denaro…). Non diminuisce inoltre il volume degli investimenti continuamente realizzati dalle organizzazioni criminali nella sfera del controllo degli affari legittimi, né tanto meno il dominio che esercitano sui mezzi di produzione in numerosi settori dell’economia legale» (Chossudovsky, 1997).

Le organizzazioni criminali dei cinque continenti hanno fatto proprio lo ‘spirito di cooperazione mondiale’ e, associate, partecipano alla conquista e al riordinamento dei nuovi mercati. Collaborano non solo in attività criminali, ma anche in affari legali. Il crimine organizzato investe in affari legali non solo per ‘riciclare’ il denaro sporco, ma anche per ottenere nuovi capitali per le sue attività illegali. Le imprese preferite per questo scopo sono quelle immobiliari di lusso, l’in­dustria del tempo libero, i mezzi di comunicazione, l’in­du­stria, l’agricoltura, i servizi pubblici e… le banche! Alì Babà e i quaranta banchieri? No, qualcosa di peggio. Il denaro sporco del crimine organizzato è utilizzato dalle banche commerciali per le loro attività: prestiti, investimenti nei mercati finanziari, acquisto di titoli del debito estero, compravendita di oro e valuta.

«In molti paesi, le organizzazioni criminali si sono trasformate in creditori dello Stato ed esercitano, agendo sui mercati, un’influenza sulla politica macro-economica dei governi. Nelle borse valori, investono anche nei mercati speculativi sia di prodotti derivati che di materie prime» (Chossudovsky, 1997).

Come se non bastasse, il crimine organizzato si avvale anche dei cosiddetti paradisi fiscali. In tutto il mondo ci sono, più o meno, 55 paradisi fiscali (uno di essi, nelle Isole Cay­man, si colloca al quinto posto nel mondo come centro bancario e ha più banche e società registrate che abitanti). Le Bahamas, le isole Vergini britanniche, le Bermude, San Martín, Vanuatu, le isole Cook, l’isola Mauritius, il Lussemburgo, la Svizzera, le isole Anglo-Normanne, Dublino, Montecarlo, Gi­bilterra, Malta, sono buoni posti dove il crimine organizzato entra in rapporto con le grandi società finanziarie del mondo.

Oltre a ‘riciclare’ il denaro sporco, i paradisi fiscali sono utilizzati per evadere le tasse, ed è per questo che sono un punto di contatto tra governanti, manager e capi del crimine organizzato. L’alta tecnologia, applicata alla finanza, permette la rapida circolazione del denaro e la scomparsa dei profitti illegali.

«Gli affari legali e illegali sempre più intrecciati introducono un cambiamento fondamentale nelle strutture del capitalismo del dopoguerra. Le mafie investono in affari legali e inversamente incanalano risorse finanziarie verso l’economia criminale, attraverso il controllo di banche o imprese commerciali che sono coinvolte nel riciclaggio di denaro sporco o che hanno relazioni con le organizzazioni criminali. Le banche affermano che le transazioni sono effettuate in buona fede e che i loro dirigenti ignorano l’origine dei fondi depositati. La consegna di non domandare nulla, il segreto bancario e l’anonimato delle transazioni, tutto sta garantendo gli interessi del crimine organizzato, proteggendo l’istituzione bancaria dalle indagini pubbliche e dalle incriminazioni. Le grandi banche non solo accettano di riciclare denaro, in vista delle abbondanti commissioni, ma concedono anche prestiti a tassi elevati alle mafie, sottraendoli agli investimenti produttivi industriali o agricoli» (Chossudovsky, 1997).

La crisi del debito mondiale, negli anni ottanta, provocò il crollo dei prezzi delle materie prime. Questo ridusse drasticamente le entrate dei paesi sottosviluppati. Le misure economiche dettate dalla Banca mondiale e dal Fondo monetario internazionale, presentate come misure per ‘recuperare’ l’econo­mia di questi paesi, hanno solo reso più acuta la crisi degli affari legali. Di conseguenza, l’economia illegale si è sviluppata per colmare il vuoto creato dal crollo dei mercati nazionali.

Secondo un rapporto redatto dall’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (UNODC),

«l’intrusione dei sindacati del crimine è stata facilitata dai programmi di aggiustamento strutturale che i paesi indebitati hanno dovuto accettare per avere accesso ai prestiti del Fondo monetario internazionale» (UNODC, 1995).

La figura 4, costruita disegnando un rettangolo, rappresenta lo specchio in cui legalità e illegalità si riflettono reciprocamente. Da che lato sta il criminale? Da che lato sta chi lo persegue?

Tessera 5
La legittima violenza di un potere illegittimo?

La figura 5 si costruisce disegnando un pentagono.

Lo Stato, nel neoliberismo, tende a ridursi al ‘minimo indispensabile’. Il cosiddetto ‘Stato sociale’ non solo diventa obsoleto, ma si libera di tutto ciò che lo costituiva come tale e resta nudo. Nel cabaret della globalizzazione, assistiamo allo show dello Stato, che si spoglia di tutto fino a restare coperto dall’indumento minimo indispensabile: la forza repressiva. Distrutta la loro base materiale, annullate le loro possibilità di sovranità e indipendenza, svanite le loro classi politiche, gli Stati nazionali si trasformano, in modo più o meno rapido, in un mero apparato di ‘sicurezza’ delle mega-imprese che il neoliberismo va costruendo nel corso della IV Guerra Mondiale.

Invece di orientare gli investimenti pubblici alla spesa sociale, gli Stati nazionali preferiscono migliorare le loro infrastrutture, i loro armamenti e la loro preparazione tecnica per svolgere efficacemente il lavoro che la politica ha smesso da anni di assumersi: il controllo della società.

I ‘professionisti della violenza legittima’: così si auto-de­fi­ni­scono gli apparati repressivi degli Stati moderni. Che fare, però, se la violenza soggiace alle leggi del mercato? Dov’è la violenza legittima e dove l’illegittima? Che monopolio della violenza possono pretendere i malconci Stati nazionali, se il libero gioco dell’offerta e della domanda sfida questo monopolio? La Tessera 4 non ha già messo in luce che il crimine organizzato, i governi e i centri finanziari sono ben più che in buoni rapporti? Non è evidente che il crimine organizzato conta su veri eserciti senza altra frontiera che la potenza di fuoco dell’avversario? Di conseguenza, il ‘monopolio della violenza’ non appartiene più agli Stati nazionali. Il mercato moderno lo ha messo in vendita…

Questo viene a proposito, perché, dietro alla polemica tra violenza legittima e illegittima, c’è anche quella (falsa, credo) tra violenza ‘razionale’ e violenza ‘irrazionale’. Un certo settore dell’élite intellettuale mondiale (insisto sul fatto che la faccenda è più complessa del semplice essere ‘di destra o di sinistra’, ‘filo-governativi o all’opposizione’, ‘buoni o cattivi’, ecc.) pretende che la violenza si possa esercitare in modo ‘razionale’, si possa amministrare in forma selettiva (qualcuno sollecita persino qualcosa come una merceologia della violenza) e applicare con abilità ‘chirurgica’ contro i mali della società.

Qualcosa di simile ha ispirato la passata tappa militarista nordamericana: armi ‘chirurgiche’, precise, e operazioni militari come bisturi del ‘nuovo ordine mondiale’. Così sono nate le «bombe intelligenti» (che, come mi ha raccontato un giornalista che seguì l’operazione Tempesta nel deserto, non sono poi così intelligenti, faticano a distinguere tra un ospedale e un deposito di missili e, nel dubbio, non si astengono, distruggono). Infine, il Golfo Persico, come dicevano i compagni delle comunità zapatiste, è molto più in là della capitale statale del Chiapas (benché la situazione dei kurdi assomigli in modo raccapricciante a quella degli indigeni di un paese che si vanta di essere ‘democratico’ e ‘libero’), per cui non insistiamo su ‘quella’ guerra, dal momento che abbiamo la ‘nostra’.

Bene, la contesa tra violenza ‘razionale’ e ‘irrazionale’ apre una via di discussione interessante e, purtroppo, non inutile nei tempi che corrono. Possiamo considerare, ad esempio, che cosa si intende per ‘razionale’. Se si risponde che è la ‘ragione di Stato’ (supponendo che quest’ultimo esista e, soprattutto, che si possa riconoscere una qualunque ragione all’attuale Stato neoliberista), allora bisogna chiedersi se questa ‘ragione di Stato’ corrisponde alla ‘ragione della società’ (sempre supponendo che la società attuale abbia in sé una qualche razionalità) e, più ancora, se la violenza ‘razionale’ dello Stato è ‘razionale’ anche per la società. Qui non c’è molto da discutere (a meno di non farlo oziosamente): la ‘ragione di Stato’ nella modernità non è altro che la ‘ragione dei mercati finanziari’.

Ma come amministra la sua ‘violenza razionale’ lo Stato moderno? E, tenendo d’occhio la storia, quanto dura questa ‘razionalità’? Il tempo che intercorre tra un’elezione e l’altra, o tra un colpo di Stato e l’altro (a seconda dei casi)? Quante violenze di Stato, che sono state applaudite come ‘razionali’ al loro tempo, appaiono ora ‘irrazionali’?

La signora Margaret Thatcher, di ‘buona’ memoria per il popolo britannico, si è presa il disturbo di scrivere la prefazione al libro The Next War («La prossima guerra»), di Caspar Weinberger e Peter Schweitzer (1996). In questo testo la signora Thatcher avanza alcune riflessioni sulle tre somiglianze tra il mondo della Guerra Fredda e quello del Post-Guerra Fredda: la prima è che il ‘mondo libero’ non mancherà mai di potenziali aggressori. La seconda è la necessità di una superiorità militare degli ‘Stati democratici’ sui possibili aggressori. La terza somiglianza è che questa superiorità militare deve essere, soprattutto, tecnologica. Per concludere la sua prefazione, la cosiddetta lady di ferro definisce la ‘razionalità violenta’ degli Stati moderni, segnalando quanto segue:

«Una guerra può scoppiare in molti modi diversi. Ma solitamente il peggiore si verifica quando un potere crede di poter raggiungere i suoi obiettivi senza una guerra o almeno con una guerra limitata che può essere vinta rapidamente – e, di conseguenza, sbaglia i calcoli».

Secondo i signori Weinberger e Schweitzer, gli scenari delle «Guerre Future» sono: Corea del Nord e Cina [6 aprile 1998], Iran [4 aprile 1999], Messico [7 marzo 2003], Russia [7 febbraio 2006], Giappone [19 agosto 2007]. Nessun dubbio su quali sarebbero i possibili aggressori: asiatici, arabi, latini ed europei. La quasi totalità del mondo è considerata ‘possibile aggressore’ della ‘democrazia’ moderna!

È logico (per lo meno nella logica liberista): nella modernità, il potere (cioè il potere finanziario) sa che può conseguire i suoi obiettivi solo con una guerra, e non «una guerra limitata che può essere vinta rapidamente», ma una guerra totalmente totale, mondiale in tutti i sensi.

E se crediamo alla nuova segretaria di Stato degli Stati Uniti, Madeleine Albright, quando dice: «Uno degli obiettivi prioritari del nostro governo è di garantire che gli interessi economici degli Stati Uniti si possano estendere su scala planetaria» (The Wall Street Journal, 21 gennaio 1997), allora dob­biamo capire che tutto il mondo (e intendo dire davvero tutto) è il teatro di operazioni di questa guerra.

Bisogna comprendere, allora, che se la disputa per il ‘monopolio della violenza’ non procede più in armonia con le leggi del mercato, ma le sfida dal basso, il potere mondiale ‘scopre’ in questa minaccia un ‘possibile aggressore’. Questa è una delle sfide, tra le meno studiate e le più ‘condannate’ tra le molte sfide lanciate dall’insurrezione degli indigeni dell’Eser­ci­to zapatista di liberazione nazionale (EZLN) contro il neoliberismo e per l’umanità…

La figura 5, costruita disegnando un pentagono, è il simbolo del Potere militare nordamericano. La nuova ‘polizia mondiale’ pretende che gli eserciti e le polizie ‘nazionali’ siano solo ‘corpi di sicurezza’ che garantiscono ‘l’ordine e il progresso’ nelle megalopoli neoliberiste.

Tessera 6
La mega-politica e i nani

La figura 6 si costruisce disegnando uno scarabocchio.

Abbiamo detto che gli Stati nazionali sono sotto attacco da parte dei centri finanziari e sono ‘obbligati’ a dissolversi nelle megalopoli. Ma il neoliberismo non conduce la sua guerra soltanto ‘unendo’ nazioni e regioni. La sua strategia di distruzione/spopolamento e ricostruzione/riordinamento produce una o più fratture negli Stati nazionali.

È il paradosso della IV Guerra Mondiale: intrapresa per eliminare frontiere e ‘unire’ nazioni, quel che lascia dietro di sé è una moltiplicazione delle frontiere e una polverizzazione delle nazioni, che periscono tra i suoi artigli. Ben oltre i pretesti, le ideologie e le bandiere, la dinamica attuale mondiale di rottura dell’unità degli Stati nazionali corrisponde a una politica ugualmente mondiale, che sa di poter esercitare meglio il suo potere e creare le condizioni migliori per la propria riproduzione sulle rovine degli Stati nazionali.

Se qualcuno avesse dei dubbi sul fatto di qualificare il processo di globalizzazione come una guerra mondiale, dovrebbe scacciarli facendo il conto dei conflitti che hanno provocato i collassi di alcuni Stati nazionali o che sono stati provocati da essi. Cecoslovacchia, Jugoslavia, Urss,29 sono dimostrazioni della profondità di queste crisi, che hanno fatto a pezzi non solo le fondamenta politiche ed economiche degli Stati nazionali, ma anche le strutture sociali. Slovenia, Croazia e Bosnia, più l’attuale guerra nella Federazione russa con la Cecenia come scenario, non contrassegnano solo il destino della tragica caduta del campo socialista nelle fatidiche braccia del ‘mondo libero’; in tutto il mondo, questo processo di frammentazione nazionale si ripete su scala e con intensità variabili. Ci sono tendenze separatiste in Spagna (i Paesi Baschi, la Catalogna e la Galizia), in Italia (la Padania), in Belgio (le Fiandre), in Francia (la Corsica) nel Regno Unito (la Scozia e il Galles) e in Canada (il Québec). E ci sono molti altri esempi nel resto del mondo.

Abbiamo già parlato del processo di costruzione delle megalopoli; parliamo ora della frammentazione dei paesi. Ambedue questi fenomeni si innestano sulla distruzione degli Stati nazionali. Si tratta di due processi paralleli, indipendenti? Di due facce del processo di globalizzazione? Sono sintomi di una megacrisi che sta per scoppiare? Sono puri fatti isolati?

Noi riteniamo che si tratti di una contraddizione inerente al processo di globalizzazione, uno degli elementi essenziali del modello neoliberista. L’eliminazione delle frontiere com­merciali, l’universa­li­tà delle telecomunicazioni, le super-au­to­strade informatiche, l’onnipresenza dei centri finanziari, gli accordi internazionali di unione economica, insomma, il processo di globalizzazione nel suo insieme produce, liquidando gli Stati nazionali, una polverizzazione dei mercati interni. Questi non scompaiono né si sciolgono nei mercati internazionali, ma consolidano la loro frammentazione e si moltiplicano.

Suonerà contraddittorio, ma la globalizzazione produce un mondo frammentato, pieno di pezzi staccati (e spesso in lotta fra loro). Un mondo pieno di compartimenti stagni, messi in comunicazione solo da fragili ponti economici (in ogni caso costanti tanto quanto quelle banderuole che sono i mercati finanziari). Un mondo di specchi rotti che riflettono l’inutile unità mondiale del rompicapo neoliberista.

Ma il neoliberismo non solo frantuma il mondo che presume di unire: produce anche il centro politico-economico che dirige questa guerra. E se, come abbiamo già segnalato, i centri finanziari impongono la propria legge (quella del mercato) a nazioni e a gruppi di nazioni, allora dovremmo ridefinire i limiti e gli scopi della politica, ovvero del che fare politico. Bisogna dunque parlare della mega-politica, nel cui contesto si deciderebbe ‘l’ordine mondiale’.

E quando diciamo ‘mega-politica’ non alludiamo al numero di quelli che in essa agiscono. Sono pochi, molto pochi, quelli che si trovano in questa ‘mega-sfera’. La mega-politica globalizza le politiche nazionali, cioè le assoggetta a un centro di potere che ha interessi mondiali (che di solito sono in contraddizione con gli interessi nazionali) e la cui logica è quella del mercato, vale a dire del profitto economico.

Con questo criterio economicistico (e criminale) si decide su guerre, crediti, compravendita di merci, riconoscimenti diplomatici, blocchi commerciali, appoggi politici, leggi sulle migrazioni, colpi di Stato, repressioni, elezioni, unità politiche internazionali, rotture politiche internazionali, investimenti, in altre parole sulla sopravvivenza di intere nazioni.

Il potere mondiale dei centri finanziari è tanto grande da poter prescindere dal segno politico di chi detiene il potere in una nazione, purché sia garantito che il programma economico (cioè la parte che corrisponde al mega-programma economico mondiale) non venga alterato. Le discipline finanziarie si impongono ai diversi colori dello spettro politico mondiale.

Il grande potere mondiale può tollerare un governo di sinistra in qualche parte del mondo, sempre che, e quando, questo governo non prenda misure che contraddicono le disposizioni dei centri finanziari mondiali. Ma non tollererà assolutamente che si consolidi un’alternativa di organizzazione economica, politica e sociale. Dal punto di vista della mega-politica, le politiche nazionali sono fatte da nani che devono piegarsi ai diktat del gigante finanziario. E così sarà, finché i nani non si ribelleranno…

La figura 6, costruita disegnando uno scarabocchio, rappresenta la ‘mega-politica’. Si capisce be­ne che è inutile cercare di trovarvi una razionalità e che, sbrogliando la matassa, nulla sarà chiaro.

Tessera 7
Le sacche di resistenza

La figura 7 si costruisce disegnando una sacca.

«Per cominciare, ti prego di non confondere la Resistenza con l’opposizione politica. L’opposizione non si oppone al potere ma a un governo, e la sua forma riuscita e compiuta è quella di un partito di opposizione; la Resistenza invece, per definizione (ora sì!), non può essere un partito, non è fatta per governare a sua volta, ma per… resistere» (Segovia, 1996).

L’apparente infallibilità della globalizzazione si scontra con l’ostinata disobbedienza della realtà. Mentre il neoliberismo conduce la sua guerra mondiale, in tutto il pianeta si stanno formando gruppi di non conformisti, nuclei di ribelli. L’impero delle borse finanziarie si trova di fronte alla ribellione delle sacche di resistenza.

Sì, sacche. Di tutte le dimensioni, di colori diversi, delle forme più svariate. L’unica cosa che le rende simili è la resistenza al ‘nuovo ordine mondiale’ e al crimine contro l’uma­nità che la guerra neoliberista commette.

Nel cercare di imporre il suo modello economico, sociale e culturale, il neoliberismo pretende di soggiogare milioni di esseri umani e di disfarsi di tutti quelli che non trovano posto nella nuova organizzazione del mondo. Succede però che questi ‘prescindibili’ si ribellino e oppongano resistenza al potere che vuole eliminarli. Donne, bambini, anziani, giovani, indigeni, ecologisti, omosessuali, lesbiche, sieropositivi, lavoratori e tutti quelli che non solo ‘sono in soprannumero’, ma per di più ‘disturbano’ l’ordine e il progresso mondiale, si ribellano, si organizzano e lottano. Sapendosi uguali e differenti, gli esclusi della ‘modernità’ cominciano a tessere le resistenze contro il processo di distruzione/spopolamento e ricostruzione/rior­di­na­mento che il liberalismo porta avanti come una guerra mondiale.

In Messico, per fare un esempio, il cosiddetto «Programma di sviluppo dell’istmo di Tehuantepec» pretende di costruire un moderno centro internazionale di distribuzione e interconnessione di merci. Nella zona di sviluppo è incluso un complesso industriale in cui si raffina un terzo del greggio messicano e si produce l’88% dei prodotti petrolchimici. Le vie di collegamento inter-oceanico30 consisteranno in stra­de, una via fluviale costruita approfittando delle caratteristiche naturali della zona (Rio Coatzacoalcos) e, come asse di articolazione, la linea ferroviaria trans-istmica (affidata a cin­que imprese, di cui quattro statunitensi e una canadese). Il progetto sarebbe quello di creare una zona di assemblaggio assoggettata al regime delle maquiladoras.31 Due milioni di persone delle comunità locali diventerebbero magazzinieri, trasportatori o operai delle maquiladoras (cfr. Cecena, 1997).

Anche nel Sud-est messicano, nella Selva Lacandona, si sta per varare il «Programma di sviluppo regionale sostenibile per la Selva Lacandona». Il suo obiettivo reale è mettere a disposizione del capitale le terre indigene che, oltre ad essere ricche di dignità e di storia, lo sono anche di petrolio e di uranio.

Il risultato prevedibile di questi progetti sarà, fra l’altro, la frammentazione del Messico (con la separazione del Sud-est dal resto del paese). Per di più, visto che stiamo parlando di guerra, i progetti hanno implicazioni anti-insurrezionali. Fanno parte di una tenaglia che cerca di liquidare la ribellione anti-neoliberista che è esplosa nel 1994. In mezzo ci sono gli indigeni ribelli dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN).

(Sulla questione degli indigeni ribelli è opportuno aprire una parentesi: gli zapatisti pensano che, in Messico – attenzione: in Messico – il recupero e la difesa della sovranità nazionale faccia parte di una rivoluzione anti-neoliberista. Paradossalmente, l’EZLN viene accusato di volere la frammentazione della nazione messicana. In realtà, i soli che hanno parlato di separatismo sono gli imprenditori dello stato di Tabasco – ricco di petrolio – e i deputati federali del Chiapas che appartengono al PRI.32 Gli zapatisti pensano che sia necessaria la difesa dello Stato nazionale di fronte alla globalizzazione, e che l’intenzione di tagliare a fette il Messico provenga dal gruppo al governo e non dalle giuste richieste di autonomia dei popoli indigeni. L’EZLN, e il meglio del movimento indigeno nazionale, non vogliono che i popoli indigeni si separino dal Messico; vogliono invece essere riconosciuti come parte del paese, con le loro specificità. E non solo: vogliono un Messico in cui ci siano democrazia, libertà e giustizia. I paradossi continuano, perché, mentre l’EZLN si batte per la difesa della sovranità nazionale, l’esercito federale messicano lotta contro questa difesa e difende un governo che ha già distrutto le basi materiali della sovranità nazionale e ha consegnato il paese non solo al grande capitale straniero, ma anche al narcotraffico).

Ma non è soltanto sulle montagne del Sud-est messicano che si resiste e si lotta contro il neoliberismo. Le sacche di resistenza si moltiplicano anche in altre parti del Messico, in America latina, negli Stati Uniti e in Canada, nell’Europa del Trattato di Maastricht, in Africa, in Asia e in Oceania. Ciascuna di esse ha la sua storia, le sue differenze, le sue somiglianze, le sue richieste, le sue lotte e le sue conquiste. Se l’umanità può ancora sperare di sopravvivere, di diventare migliore, queste speranze sono nelle sacche formate dagli esclusi, da quelli in soprannumero, da quelli che si possono gettare via.

Abbiamo costruito la figura 7 disegnando un modello di sacca di resistenza, ma non bisogna farci molto caso. Ci sono tanti modelli di resistenza quanti sono i mondi che esistono nel mondo. Così si può disegnare la sacca secondo il modello che piace di più. Nel disegnare sacche, come nella resistenza, la diversità è ricchezza.

Ci sono, senza dubbio, molte altre tessere del rompicapo neoliberista. Per esempio i mezzi di comunicazione, la cultura, l’inquinamento, le epidemie. Qui abbiamo voluto mostrarvene sette. Queste sette sono sufficienti perché voi, dopo averle disegnate, colorate e ritagliate, vi rendiate conto di quanto è impossibile metterle insieme. Questo è il problema: la globalizzazione ha preteso di mettere insieme tessere che non si incastrano. Per questo, e per altre ragioni che oltrepassano i limiti di spazio di questo testo, è necessario fare un mondo nuovo. Un mondo che contenga molti mondi, che contenga tutti i mondi…

Dalle montagne del Sud-est messicano
Esercito zapatista di liberazione nazionale
Messico, giugno 1997

Post scriptum.
A proposito di sogni annidati nell’amore

Riposa il mare al mio fianco. Da tempo condivide angosce, incertezze e non pochi sogni, ma ora dorme con me nella calda notte della Selva. Nel sogno vedo le sue onde fremere come campi di grano, e mi meraviglio ancora una volta al vederlo com’è: tiepido, fresco al mio fianco. Uno stordimento mi tira fuori dal letto e prende la mia mano, e la penna, per portare qui il vecchio Antonio, come anni fa…

Ho chiesto al vecchio Antonio che mi accompagnasse a fare un’esplorazione lungo il fiume. Portiamo con noi soltanto qualcosa da mangiare. Per ore seguiamo il corso capriccioso della corrente, e la fame e il caldo sono opprimenti. Passiamo il pomeriggio a inseguire un branco di cinghiali. È quasi notte quando li raggiungiamo, ma un enorme censo (maiale di montagna) si stacca dal gruppo e ci attacca. Io cerco di rispolverare tutte le mie conoscenze militari, tiro fuori la mia arma e mi accosto all’albero più vicino. Il vecchio Antonio non si scompone di fronte all’attacco, e invece di fuggire si mette dietro un cespuglio di arbusti spinosi. Il gigantesco cinghiale attacca frontalmente con tutta la forza, ma resta impigliato tra le liane e le spine. Prima che possa liberarsi, il vecchio Antonio alza la sua vecchia carabina e, con un colpo alla testa, risolve il problema della cena.

All’alba, quando ho finito di pulire il mio moderno fucile automatico (un M-16 calibro 5,56 millimetri, con selettore di fuoco e tiro utile di 460 metri, con in più un mirino telescopico e un caricatore da 90 colpi), scrivo il mio diario. Omettendo tutto quello che è successo, annoto soltanto: «Abbiamo incontrato dei cinghiali e A. ha ucciso un esemplare. Altitudine 350 m. sul livello del mare. Non ha piovuto».

Mentre aspettiamo che la carne cuocia, racconto al vecchio Antonio che la parte che mi spetta servirà per la festa che si prepara all’accampamento. «Festa?», mi chiede mentre attizza il fuoco. «Sì», gli rispondo. «Non importa il mese, c’è sempre qualcosa da festeggiare». Dopo di che continuo con quella che supponevo fosse una brillante dissertazione sul calendario storico e le celebrazioni zapatiste. Il vecchio Antonio ascolta in silenzio e infine, pensando che l’argomento non gli interessi, mi metto a dormire.

Nel sonno, vedo il vecchio Antonio che prende il mio quaderno e scrive qualcosa. La mattina seguente, dopo la colazione, dividiamo la carne, e ciascuno va per la sua strada. Arrivato all’accampamento, faccio rapporto al comando e mostro il diario per far vedere quello che è successo. «Questa non è la tua scrittura», mi dicono mostrandomi un foglio del quaderno. Lì, dopo quello che avevo annotato, il vecchio Antonio aveva scritto, in lettere maiuscole:

«Se non puoi avere la ragione e la forza, scegli sempre la ragione e lascia che il nemico si tenga la forza. La forza può vincere molte battaglie, ma soltanto la ragione vince l’intera guerra. Il potente non potrà mai ricavare la ragione dalla sua forza, noi potremo sempre ottenere la forza dalla ragione».

E più in basso, in lettere molto piccole: «Buona festa».

Nemmeno a dirlo, non avevo più fame.

La festa, come sempre, fu molto allegra.

Riferimenti bibliografici

  • Cecena A.E. (1997), «El Istmo de Tehuantepec: frontera de la soberanía nacional», in La Jornada del Campo, 28 maggio, México.

  • Chossudovsky M. (1997), «La corruption mondialisée», in Géopolitique du chaos, «Manière de voir», n. 33, Le monde diplomatique, febbraio.

  • Clairmont F.F. (1997), «Le duecento società che controllano il mon­do», in Le Monde diplomatique, aprile.

  • Fernández Durán R. (1996), Contra la Europa del capital y la globalización economica, Talasa, Madrid.

  • Marcos (1997), I racconti del vecchio Antonio, Moretti & Vitali.

  • Marcos (1998), Don Durito della Lacandona, Moretti & Vitali.

  • Morice A. (1997), «I lavoratori stranieri, avanguardia della precarietà», in Le Monde diplomatique – il manifesto, gennaio.

  • Ocampo Figueroa N. e Flores Mondragïn G. (1994), Mercado mundial de medios de subsistencia. 1960-1990, UNAM (Univer­sidad Nacional Autónoma de México), Economia, México.

  • Ochoa Chi J. (1997), Mercado mundial de fuerza de trabajo en el capitalismo contemporaneo, UNAM, Economia, México.

  • Ramonet I. (1997a), «La planète des désordres», in Géopolitique du chaos, «Manière de voir», n. 33, Le Monde diplomatique, febbraio.

  • Ramonet I. (1997b), «Régimes globalitaires», in Le monde diplomatique, gennaio.

  • Segovia T. (1996), Alegatorio, UNAM, México.

  • UNODC (Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine) (1995), La globalizzazione del crimine, New York.

  • Wallerstein I. (2015), È doloroso vivere in mezzo al caos, http:// http://www.controinformazione.info/e-doloroso-vivere-in-mezzo-al-caos/, 27 gennaio.

  • Weinberger C. e Schweitzer P. (1996), The Next War, Regnery, Washington.

  • Zibechi R. (2015), Vivere nel caos e creare un mondo nuovo, http://
    comune-info.net/2015/02/caos-sistemico-transizioni-in-corso/, 1 febbraio.

Appendice
Alcune tesi sulla lotta antisistemica33

UNO. Non si può capire e spiegare il sistema capitalista senza il concetto di guerra. La sua sopravvivenza e il suo accrescimento dipendono primariamente dalla guerra e da tutto ciò che ad essa si associa e che essa implica. Per mezzo della guerra e in guerra il capitalismo rapina, sfrutta, reprime e discrimina. Nella tappa della globalizzazione neoliberale, il capitalismo fa la guerra all’umanità intera.

DUE. Per aumentare i profitti, i capitali non solo ricorrono alla riduzione dei costi di produzione o all’aumento del prezzo di vendita delle merci. Questo è vero, ma è incompleto. Ci sono per lo meno altri tre modi: uno è l’aumento della produttività; l’altro è la produzione di nuove merci; e un altro ancora è l’apertura di nuovi mercati.

TRE. La produzione di nuove merci e l’apertura di nuovi mercati vengono conseguite oggi con la conquista e la riconquista di territori e spazi sociali che prima non erano di interesse per il capitale. Conoscenze ancestrali e codici genetici, oltre alle risorse naturali come l’acqua, i boschi e l’aria sono oggi delle merci sul mercato, quello che è già stato aperto e quello che si sta per creare. Coloro che si trovano in spazi e territori che sono ricchi di queste o di altre merci, sono, lo vogliano o no, nemici del capitale.

QUATTRO. Il capitalismo non ha come suo destino inevitabile la propria autodistruzione, a meno che non si distrugga il mondo intero. Le versioni apocalittiche che affermano che il sistema collasserà da solo sono erronee. Come indigeni, abbiamo sentito per vari secoli profezie di questo genere.

CINQUE. La distruzione del sistema capitalista si realizzerà solamente se uno o molti movimenti lo affrontano e lo sconfiggono nel suo nucleo centrale, cioè nella proprietà privata dei mezzi di produzione e di scambio.

SEI. Le trasformazioni reali di una società, cioè delle relazioni sociali in un dato momento storico, come fa vedere bene Wallerstein in alcuni dei suoi testi, sono quelle che vengono dirette contro il sistema nel suo insieme. Attualmente non sono possibili le toppe o le riforme. Al contrario sono possibili e necessari i movimenti antisistemici.

SETTE. Le grandi trasformazioni non cominciano in alto né con fatti monumentali ed epici, ma con movimenti piccoli e che appaiono irrilevanti al politico e all’analista che sta in alto. La storia non si trasforma a partire da piazze piene o moltitudini indignate ma, come segnala Carlos Aguirre Rojas, a partire dalla coscienza organizzata di gruppi e collettivi che si conoscono e riconoscono mutuamente, «in basso e a sinistra» (abajo y a la izquierda), e costruiscono un’altra politica.

Subcomandante Marcos

Subcomandante Marcos

Il Subcomandante Insurgente Marcos è stato leader militare e por­tavoce dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) in Chiapas, Messico. È uno dei lottatori sociali più conosciuti dell’era moderna e uno degli intellettuali di si­ni­stra più letti, criticati e analizzati nell’attualità. Autore di più di 200 tra saggi, storie e libri, la sua capacità di scrittore ha permesso al mondo dei comunicati politici di entrare nel­l’ambito della letteratura. I suoi racconti hanno saputo fondere l’immaginario fiabesco della cosmovisione indigena con quello della narrazione politica, dando vita a personaggi quali il vecchio Antonio e Don Durito, che hanno reso nota la lotta zapatista in tutto il mondo.

Dal maggio 2014 ha cessato di esistere, annunciando in pubblico di essere stato una montatura, un ologramma, creato ad arte dagli zapastisti e le zapatiste per dare ai media e al mon­do occidentale l’unico personaggio che sarebbero stati in grado di riconoscere, fatto su misura per loro. Un personaggio non più necessario, che è stato così distrutto, segnando definitivamente una nuova fase della lotta zapatista.

Con nuove funzioni ancora non del tutto chiare, è ‘rinato collettivamente’ come Subcomandante Insurgente Galeano, in nome di un maestro della escuelita zapatista brutalmente assassinato nel maggio 2014 in un attacco di paramilitari nella zona de la Realidad.

Tra i suoi libri pubblicati in italiano:

– Dalle montagne del sud-est messicano, Edizioni Lavoro, Roma 1995.

– Dal Chiapas al mondo. Scritti, discorsi e lettere sulla rivoluzione zapatista, 2 voll., Erre Emme, Pomezia 1996.

– I racconti del vecchio Antonio, Moretti & Vitali, Bergamo 1997.

– Don Durito della Lacandona, Moretti & Vitali, Bergamo 1998.

– La storia dei colori, Minimum Fax, Roma 1999.

– La spada, l’albero, la pietra e l’acqua, Giunti, Firenze 2000.

– Libertad y dignidad. Scritti su rivoluzione zapatista e impero, Datanews, Roma 2004.

– Morti scomodi, con Paco Ignacio Taibo II, Marco Tropea Editore, Milano 2005.

– Così raccontano i nostri vecchi. Narrazioni dei popoli indigeni durante l’Altra Campagna, Intra Moenia, Napoli 2009.

– Punto e a capo. Presente, passato e futuro del movimento zapatista, Alegre, Roma 2009.

Molti dei suoi testi tradotti in italiano possono essere reperiti sul sito del Comitato Chiapas ‘Maribel’ di Bergamo all’indi­rizzo http://chiapasbg.com/ e sulla pagina web dell’EZLN all’indirizzo http://enlacezapatista.ezln.org.mx/.

1 In italiano: Ora basta!

2 Il NAFTA (North American Free Trade Agreement) è l’accordo di libero scambio tra Messico, USA e Canada. Rappresenta una delle più importanti tappe d’ingresso del Messico nell’economia globalizzata.

3 SubMarcos, Alcune tesi sulla lotta antisistemica, vedi appendice.

4 Si veda la prima lettera dello scambio epistolare tra il subcomandante Marcos e Luis Villoro in Etica a Politica, gennaio-febbraio 2011.

5 Questo principio viene comunemente chiamato dagli zapatisti mandar obedeciendo, ovvero, in italiano, comandare obbedendo.

6 Tra Luce ed ombra – Il saluto del Subcomandante Marcos, disponibile su http://chiapasbg.com/2014/05/25/tra-luce-ed-ombra/.

7 L’Escuelita si è tenuta la prima volta nell’estate 2013 e l’espe­rienza è stata ripetuta nel dicembre 2013 e nel gennaio 2014. Recentemente è stato comunicato che nel luglio e nel dicembre 2015 verranno aperti il secondo e terzo livello per chi ha già partecipato al primo.

8 Nel maggio 2014, l’imboscata di un gruppo di paramilitari appartenenti al gruppo della CIOAC-H ha portato alla brutale uccisione del maestro Galeano, importante punto di riferimento della escuelita zapatista nella zona della Realidad.

9 N.d.t. – Dal 1992 al 2014 si sono aggiunti 92 nuovi conflitti. Il numero di morti aggiornato non è disponibile (fonte: http://en.wikipedia.org/wiki/List_of_wars_1990-2002; http://en.wikipedia.org/wiki/List_of_wars_2003-10); http://en.wikipedia.org/wiki/List_of_wars_2011-present.

10 N.d.t. – I trattati più recenti e ancora in discussione sono il Trattato Transa­tlan­tico di Partnership (TTIP) tra Usa e UE e il Trattato Transpacifico (TPP) tra Usa, Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam. Questi trattati vengono discussi in segreto, senza che i popoli siano informati di ciò che contengono.

11 N.d.t. – Secondo la Rivoluzione Verde, il piccolo contadino va sostituito dallo sfruttamento intensivo di ampie estensioni con l’ausilio di macchinari agricoli, fertilizzanti, ammendanti, diserbanti e insetticidi, da cui l’accapar­ra­mento di terre, la produzione per l’esportazione e l’esodo dalle campagne.

12 N.d.t. – La popolazione mondiale è, al 2015, di 7,3 miliardi (fonte: http://www.worldometers.info/world-population/). L’80% della popolazione mondiale vive con meno di 10 dollari al giorno, 3 miliardi di persone con meno di 2 dollari e mezzo al giorno (fonte: http://www.statisticbrain.com/world-poverty-statistics/).

13 N.d.t – Nel 2013, il 10% della popolazione mondiale possiede l’86% della ricchezza, mentre il 50% più povero possiede solo l’1% (fonte: http://resistir.info/varios/global_wealth_report_2013.pdf).

14 N.d.t. – A luglio 2014, i disoccupati nell’area Ocse erano 45 milioni (fonte: http://stats.oecd.org/Index.aspx?DatasetCode=STLABOUR#).

15 N.d.t. – Il debito mondiale è oggi di 223,3 trilioni di dollari, il 330% del PIL mondiale (fonte: http://blogs.wsj.com/economics/2013/05/11/number-of-the-week-total-world-debt-load-at-313-of-gdp/).

16 N.d.t. – Nel 2014, l’1% degli americani più ricchi possiede più ricchezza del 90% degli americani. Nel 2011, il 20% di persone nella fascia più alta ha incamerato l’84% della ricchezza prodotta. Nel 2014 i 10 più ricchi hanno incamerato il 50% della ricchezza prodotta (fonte: http://www.census.gov/topics/income.html).
A livello globale, il 50% della popolazione possiede l’1% della ricchezza (fonte: https://publications.credit-suisse.com/tasks/render/file/?fileID=60931FDE-A2D2-F568-B01B58C5EA591A4).

17 N.d.t. – Nel Regno Unito, i senzatetto sono aumentati del 37% dal 2010 al 2014 (del 77% a Londra) (fonte: http://www.crisis.org.uk/). Nel 2013, le famiglie senzatetto nel Re­gno Unito sono 84.900.

18 N.d.t. – Nel Regno Unito nel 2014 ci sono 10,6 milioni di persone in povertà assoluta, di cui 4,1 milioni sono bambini (fonte: http://labourlist.org/2014/07/number-of-people-living-in-absolute-poverty-rises-to-almost-11-million/). Nel 2013, sempre nel Regno Unito, 20,3 milioni di persone non superano la soglia della povertà (fonte: https://www.gov.uk/government/uploads/system/uploads/attachment_data/file/325416/households-below-average-income-1994-1995-2012-2013.pdf, p. 42).
Nel 2014, i miliardari nel Regno Unito sono 104 (erano 88 nel 2013), con un patrimonio di 301 miliardi di sterline (fonte: http://www.bbc.com/news/uk-27360032). Globalmente, i 25 uomini più ricchi possiedono 930 miliardi di dollari, con un aumento del 9% nei primi 9 mesi del 2013 (fonte: http://www.tni.org/sites/www.tni.org/files/download/state_of_power_hyperlinked_0.pdf).

19 N.d.t. – Ora le società transnazionali sono 60.000 con 300.000 filiali, e le maggiori hanno capitali che superano il Pil di 162 nazioni su 195, inclusi Israele, Polonia e Grecia.

20 N.d.t. – Nel 2008, il 50% della popolazione mondiale viveva con meno di 2,50 dollari al giorno, e l’80% con meno di 10 dollari (fonte: http://www.globalissues.org/article/26/poverty-facts-and-stats).

21 N.d.t. – Per le transnazionali, l’utilizzo di forza lavoro non è in rapporto ai ricavi.

22 N.d.t. – Nel 2013, il numero di componenti della PEA era di 3.314.687.966 (fonte: http://data.worldbank.org/indicator/SL.TLF.TOTL.N/countries/1W?display=graph).

23 N.d.t. – Per i dati sulla popolazione impiegata in agricoltura, industria e servizi, vedi: http://www.ilo.org/). Le tenden­ze di crescita dei settori industria e servizi e di decremento degli occupati in agricoltura sono confermate dai dati.

24 N.d.t. – Il lavoro di soggetti vulnerabili (donne, bambini, migranti) è aumentato del 17% dal 1991 al 2012 (fonte: http://www.ilo.org/).

25 N.d.t. – Dei 12,3 milioni di vittime del lavoro forzato, 1,39 milioni sono lavoratori del sesso, di cui il 40-50% sono minori (fonte: http:// www. unicef.org/eapro/Fact_sheet_SexualExploitation. pdf).

26 N.d.t. – Nel 2011 la disoccupazione nei paesi Ocse sale all’8,13%. In Europa è del 7,9% nel 2014 (fonte: http://www.ilo.org/).
Si veda anche: http://www.internazionale.it/notizie/2015/01/23/un-mondo-senza-lavoro.

27 N.d.t. – In giugno 2014, i rifugiati erano oltre 50 milioni (fonte: http://www.theguardian.com/world/2014/jun/20/global-refugee-figure-passes-50-million-unhcr-report).

28 N.d.t. – Nel 2009, il crimine organizzato transnazionale ha generato 870 miliardi, l’1,5% del PIL mondiale (fonte: http://www.unodc.org/documents/toc/factsheets/TOC12_fs_general_EN_HIRES.pdf).

Nel 2014 l’Unione Europea chiede agli Stati membri di quantificare i proventi della criminalità e inserirli nel PIL, di fatto ‘normalizzando’ le attività criminali.

29 N.d.t. – Da aggiungere la divisione del Sudan in Nord e Sud-Sudan nel 2011 e da verificare quello che succederà in Ucraina.

30 N.d.t. – Si tratta dell’istmo più stretto tra Atlantico e Pacifico, nel sud del Messico.

31 N.d.t. – Si tratta di fabbriche, presenti soprattutto nel nord del Messico e controllate da capitali stranieri, dove si assemblano pezzi costruiti altrove (Usa, Giappone, Europa), producendo prodotti fi­ni­ti da vendere sul mercato estero.

32 N.d.t. – Partido Revolucionario Institucional, rimasto al potere per oltre settant’anni, fino al luglio del 2000, quando vinse l’attuale presidente Fox.

33 Testo tratto da Né il Centro né la Periferia, intervento del Subcomandante Marcos al Primo colloquio internazionale in memoria di Andres Aubry, dicembre 2007.

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