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L’estrattivismo, che ha avuto in America Latina le sue espressioni più esasperate, è stato messo sotto accusa dapprima come fattore di distruzione della natura e poi come modello economico di rapina e di esclusione sociale. Dopo aver sviluppato queste due tesi, che indubbiamente evidenziano aspetti reali, Zibechi ha spinto la sua analisi ancora più in profondità, individuando nell’estrattivismo una cultura che ha messo al centro la rapina da un lato, il consumismo e l’ostentazione dall’altro, disgregando in tal modo il tessuto della società. Questo nuovo modello di ‘società estrattivista’ è ciò che egli illustra nel presente lavoro.

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Se interessati alla copia cartacea, scrivere a Aldo Zanchetta aldozanchettachiocciolagmail.com

titolo originale:

Il testo originale in lingua spagnola è inedito.

 

traduzione a cura di Camminardomandando

hanno collaborato: Antonio Tricarico, Tancredi Tarantino, Roberto Sensi

 

questo quaderno è stato realizzato in collaborazione con l’Associazione Re:Common

http://www.recommon.org/

 

L’immagine in copertina è un paliacate, un fazzoletto da collo con disegni caratteristici usato nei costumi tradizionali messicani. Le donne zapatiste del Chiapas lo indossano sul viso come simbolo di ribellione. «Ci copriamo il volto per essere visti. Quando andavamo a volto scoperto non ci vedevate», disse il Sub-comandante Marcos, riferendosi ai passamon­ta­gna degli uomini e al paliacate delle donne zapatiste.

Introduzione

Essere o non essere? Questo è il dilemma

Il termine ‘estrattivismo’ risulta ancora arcano per molti in Italia ed in altri paesi europei. Gli addetti ai lavori o i più attenti lo associano all’industria estrattiva, ossia quella mineraria: carbone, metalli preziosi con l’oro in primis, o le tante ambite ‘terre rare’. Anche il petrolio e il gas sono estratti dal sottosuolo, e questo ce lo ricordano i sempre più diffusi comitati che anche in Italia negli ultimi anni si oppongono a nuove trivelle che dovrebbero far fruttare il sottosuolo con impatti ambientali e sociali spesso incalcolabili.

Quest’ultima opera di Raúl Zibechi ha un pregio particolare per il pubblico italiano: introdurre un concetto ampio di estrattivismo, proprio nella sua accezione originaria, che dall’America Latina si è allargata a tutto il Sud globale. Ossia quel processo che coinvolge grandi interessi privati, nazionali ed esteri, lo Stato e la finanza nelle sue varie articolazioni, per accaparrare le risorse presenti sui territori contro gli interessi delle comunità locali e dell’ambiente da cui queste dipendono e in cui trovano ancora in gran parte del pianeta il loro sostentamento e le loro modalità di organizzazione della società.

In questa nozione ampia e profonda dell’estrattivismo rien­­trano allora le monocolture, quali la soia, imposte da pochi interessi al­l’in­tera America Latina con impatti pesantissimi sull’ambiente e le comunità locali di campesinos e indigeni che hanno vissuto e continuano a vivere un processo sistemico di espropriazione e spoliazione della ricchezza comune presente nei loro territori – per prima la terra stessa.

Ma in questa visione di ‘neo-colonizzazione’ rientra anche l’e­strat­tivismo delle grandi infrastrutture necessarie per esportare le materie prime e connettere i siti di produzione con quelli industriali ed infine con quelli di consumo nel mercato globale.

Una nuova rete di mega-corridoi necessaria per accelerare la sfera della produzione della globalizzazione economica che arranca dopo la crisi che è iniziata nel 2007-2009 nelle economie avanzate e che in seguito ha prodotto un rallentamento economico anche dei paesi emergenti e soprattutto del gigante cinese.

Per ultimo, l’estrattivismo finanziario, che si innesta sulla realizzazione delle mega-opere e delle nuove esplorazioni, è anch’esso parte di questa nozione di estrattivismo. Una mega-macchina finalizzata ad estrarre ricchezza con ogni modalità dai territori per esportarla altrove e nelle mani di pochi, con tutti i mezzi possibili, legali o illeciti – si pensi ad esempio all’elusione fiscale dei grandi gruppi multinazionali. L’estrattivismo ha assunto dimensioni tali da segnare profondamente il volto delle nostre società e da suggerire all’autore, nella post-fazione, di definirle «società estrattiviste».

Con questa prospettiva latinoamericana possiamo allora rileggere anche ciò che avviene sui nostri territori in Italia, e definire pure il Tav in Val Susa, o le nuove ed inutili autostrade nel Nord e nel Nord-est quali esempi di un estrattivismo che impoverisce la gran parte delle persone che vivono su quei territori, trasformandoli e subordinandoli alla logica dei mercati globali, che premia ben pochi – ed i soliti noti.

Sono investimenti su larga scala, sia quelli minerari, sia quelli petroliferi o dell’agro-business, che trasformano interamente i territori nella loro geografia, generando nuove forme di dominazione e nuova apartheid, come Raúl Zibechi definisce la dicotomia tra «due zone, quella dell’oppressore e quella dell’oppresso»: la zona del­l’es­sere, dove si riconosce l’umanità delle persone e dove «la violenza contro gli oppressi è l’eccezione», e la zona del non essere, cioè «il luogo di coloro a cui viene negata la condizione umana», dove «la violenza contro gli oppressi è la regola» (Zibechi, 2015, pp. 6; 71).

L’originalità dell’analisi di Zibechi è proprio il mettere l’accento sul fenomeno sistemico della violenza dei conflitti che l’estrat­ti­vi­smo genera sui territori e la conseguente criminalizzazione del dissenso, la militarizzazione dei territori e la repressione spesso brutale delle voci contrarie quali elementi imprescindibili del modello estrat­tivista, e non solo eccessi sporadici o danni collaterali. Una repres­sione che genera la zona del non-essere, che però oggi colpisce anche molti attivisti che operano contro le grandi opere e che vivono nei paesi del Nord globale, come l’Italia – in quella che è ancora zona dell’essere, per dirla alla Zibechi -, i quali cominciano a viverla sempre più spesso sulla propria pelle.

Allora, come corollario di questa analisi tagliente e puntuale, il cosiddetto malaffare – che noi italiani troviamo ogni giorno sui giornali quando si tratta di grandi opere ed estrattivismo – diventa un altro elemento centrale del modello. E non può essere che abituale, perché la scala e l’ambizione dell’estrattivismo richiede di andare oltre le regole, specialmente nella zona dell’essere, dove queste ancora, almeno sulla carta, hanno un valore e un significato per alcuni. Solo un’associazione a delinquere pervasiva e sistemica può garantire al modello efficacia e sostenibilità a lungo termine. Non si tratta più, quindi, solo di infiltrazioni o di poche mele marce, o di una politica che si svende per qualche tangente ad hoc, ma di un sistema Stato-privato fusi in un tutt’uno che ha introiettato la logica a delinquere del crimine organizzato, e la sua sistematicità. Un’ar­roganza sistemica, come abbiamo avuto modo di vedere nel sistema Mose a Venezia e nel Nord-est, in cui ogni categoria sociale, dalla politica, alle imprese, ai magistrati, alle forze dell’ordine, era collusa in qualche forma.

Questo malaffare intrinseco all’estrattivismo nasconde un problema molto più profondo, ossia una vera e propria trasformazione dello Stato, che è diventato il braccio armato (nella repressione) e operativo (nell’allineamento con gli interessi economici di pochi privati) dell’estrattivismo. E quindi il sistema del malaffare non è che il legame di questo nuovo amalgama Stato-privato – divenuti un tutt’uno – che emargina drammaticamente le comunità locali colpite dagli investimenti e gran parte dei cittadini.

Un amalgama difficile da scardinare anche quando forze cosiddette progressiste riescono ad arrivare al potere, come è successo nelle ultime due decadi in America Latina. Con una lucidità impietosa e scomoda, Zibechi mette nero su bianco il fallimento del socialismo del XX secolo dei Lula, Chávez e Morales. Fallimento le cui ragioni vanno ricercate proprio nell’incapacità come cultura politica a sinistra di rimettere in discussione dalle fondamenta il paradigma estrattivista. Ci si accontenta invece di riorientare semplicemente una parte dei profitti verso le classi più povere della popolazione, tramite politiche più redistributive, per contenere disordine sociale e dissenso, e attraverso un nuovo assistenzialismo, funzionale anche a vincere le elezioni, lasciando però, in ultima istanza, queste classi ancora più penalizzate dall’ineludibile devastazione dei propri territori. Per l’autore non è possibile né concepibile un’altra via all’estrattivismo, ma solo il rigetto in toto di quest’ultimo per poter mettere le comunità in grado di poter ripensare la società e la loro vita.

Ritorna allora in questa lettura la critica strutturale al mito del progresso, che, appunto come dice il loro nome, anche le forze progressiste della sinistra non hanno affatto abbandonato né in America Latina né altrove. Ed in questo quadro lo Stato diventa l’agente principale ed il garante dell’estrazione di ricchezza dai territori nel turbo-capitalismo degli anni 2000.

Di fronte a tale realtà Zibechi guarda già oltre, e sulla base dei tanti aneddoti ed analisi raccolte negli ultimi anni nel suo viaggiare in America Latina riparte proprio dai ‘senza’, ossia dalla zona del non-essere, e crede che un cam­bia­mento autenticamente trasformativo e post-capitalista non possa che venire da costoro. Da qui il distacco oramai netto di Zibechi rispetto alle vicende della politica istituzionale ed elettorale, strutturalmente funzionale al modello estrattivista, dal Messico al Brasile, alla Bolivia. Per Zibechi non bisogna più indulgere nelle distrazioni della solita politica, ma resistere al­l’estrattivismo continuando a costruire esperienze di autonomia, dal basso, oltre lo Stato estrattivista. Un messaggio di rottura ancora per molti nell’ambito della galassia movimentista latinoamericana, che in maggioranza è ancora incantata dalla tradizionale via della presa del potere istituzionale.

Un messaggio quanto mai unico ed importante, che forse dovrebbero raccogliere le tante esperienze di resistenza presenti anche sui nostri territori, da sud a nord. Probabilmente oggi in Italia le esperienze che incarnano meglio la filosofia di Zibechi sono quelle che si focalizzano sul proprio costruire fuori dalle distrazioni della politica istituzionale e dalle seduzioni del capitalismo della zona dell’essere. «Nuovi movimenti», in America Latina come nell’Europa in crisi di questi anni: così li definisce Zibechi nella sua opera precedente «Alba di mondi altri» (Zibechi, 2015).

Eppure il messaggio di Zibechi lascia una domanda di fondo aperta sul ruolo politico di chi, come Re:Common, nasce ed opera nella zona dell’essere, cercando di aprire spazi di solidarietà e sostegno alle mille resistenze al modello estrattivista attive sul pianeta o semplicemente di scambiare esperienze di autonomia con chi ogni giorno vive e combatte nella zona del non-essere. Dov’è la zona del non-essere da noi (i migranti? i nuovi poveri?), e da dove nascerebbe allora un pensiero autenticamente trasformativo ed anti-sistemico, che vada oltre la dominazione estrattivista dei territori?

Forse ancora una volta, per rispondere alla domanda sul che fare, le parole di Ivan Illich – altro pensatore scomodo riscoperto solo recentemente ed ancora da pochi – possono fornire un aiuto: questi aveva consigliato ai volontari ed attivisti del Nord globale che avevano l’intenzione di trascorrere un breve periodo di cooperazione nel Sud, di incatenarsi piuttosto ai cancelli di una multinazionale del proprio paese invece che partire per qualche paese lontano. E non mancano affatto le multinazionali estrattiviste italiane ai cui cancelli incatenarsi.

Re:Common – 10 febbraio 2016

Capitolo I

Lo stato di eccezione

come paradigma politico dell’estrattivismo

Il colonialismo non cede, se non con il coltello alla gola

(Frantz Fanon)

Negli ultimi anni vi sono stati vari approcci sul tema dell’e­strat­ti­vismo, che vanno da un’enfasi sugli impatti sul­l’ambiente e i danni alle popolazioni, alla ‘ri-pri­ma­riz­za­zio­ne’ della matrice produttiva. Vi è una vasta gamma di lavori che includono sia la resistenza al modello delle miniere a cielo aperto e delle monocolture per l’e­sportazione, sia proposte alternative basate, per buona parte, sul Buen Vivir/Vivir Bien.[1] Le analisi critiche tendono a condividere l’opi­nio­ne che il modello estrattivista deve essere considerato come parte del processo di accumulazione per spossessamento, caratteristico del periodo di dominio del capitale finanziario (Harvey, 2004).

Nello stesso tempo, si comincia a considerare l’estrat­tivismo come una attualizzazione del colonialismo, in particolare nel settore delle miniere, individuando nell’inizio dello sfruttamento del Cerro Rico de Potosí (dove furono sacrificati 8 milioni di indigeni), nel 1545, l’inizio della modernità e del capitalismo, nonché della relazione centro-periferia sulla quale si basano (Machado, 2014).

Prendendo queste analisi come riferimenti essenziali, ho intenzione di esplorare brevemente il modo di operare che i movimenti stanno portando avanti per neutralizzare/su­pe­ra­re il modello estrat­tivista, bloccare l’accumulazione per spossessamento, eliminare la militarizzazione dei territori, porre fine al persistente degrado ambientale e alla distruzione degli esseri umani. Mi pare che non si limitino (né possono farlo) a ripetere i repertori tradizionali del movimento sindacale, dal momento che si muovono in ambiti in cui le regole del gioco sono differenti.

Il punto di partenza della mia tesi è che oggi le popolazioni sono un ostacolo all’accumulazione per spossessamento. Harvey sostiene che lo «strumento principale» dell’accu­mu­lazione per spossessamento è costituito dalle privatizzazioni delle imprese pubbliche e che il potere dello Stato è il loro agente più importante (Harvey, 2004). Nella sua argomentazione, l’autore porta l’esempio del­l’Ar­gentina degli anni Novanta, che oggi potrebbe applicarsi a gran parte del­l’A­­merica Latina e ad alcuni paesi europei come la Grecia e la Spagna, tra gli altri.

A mio parere, l’argomentazione di Harvey è del tutto valida per la parte dell’umanità che si trova nella «zona del­l’es­sere», ma per quell’altra parte che vive nella «zona del non-essere» (Grosfoguel, 2012) il principale strumento di accumulazione per spossessamento è la violenza, e i suoi agenti sono, indistintamente, poteri statali, parastatali e privati, che spesso lavorano insieme perché condividono gli stessi obiettivi.

Questa è la situazione che vivono nel nostro continente le popolazioni vicine alle miniere e alle monocolture. «Praticamente non c’è nessuno, nelle aree vicine ad un progetto minerario, che non abbia qualche procedimento giudiziario aperto [contro di lui]» (Machado, 2014, p. 224).

La violenza e la militarizzazione dei territori sono la regola, sono una parte inseparabile dal modello; i morti, i feriti e le persone seviziate non sono il risultato di eccessi accidentali dei controlli polizieschi o militari. È il modo ‘normale’ di agire dell’estrattivismo nella zona del non-essere. Il terrorismo di Stato praticato dalle dittature militari distrusse i grup­pi di ribelli e spianò la strada al­l’av­vio delle miniere a cielo aperto e delle monocolture transgeniche. Successivamente, le democrazie – conservatrici e/o progressiste – approfittarono delle condizioni create dai regimi autoritari per approfondire l’accumulazione per spossessamento:[2]

«Intere popolazioni sono perseguitate, minacciate, criminalizzate e denunciate alla giustizia; monitorate e punite in nome della legge e dell’ordine. I leader e i rappresentanti di organizzazioni e movimenti emergenti – donne e uomini, giovani, adulti e anziani, tutti allo stesso modo – sono accusati di essere i nuovi terroristi, i nemici pubblici di una società dalla quale è necessario espellerli» (Machado, 2014, p. 21).

Le privatizzazioni colpirono fondamentalmente le classi medie urbane e le frange di lavoratori legati allo Stato sociale, soprattutto nel caso argentino.[3]

Per i settori sociali che erano rimasti sempre esclusi e non avevano mai beneficiato del welfare, le privatizzazioni furono solo la prima fase dello spossessamento. Indigeni, neri e meticci, contadini senza terra, donne povere, disoccupati, lavoratori informali e bambini delle periferie urbane stanno ora sperimentando quello che l’EZLN (Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale) ha definito come la Quarta Guerra Mon­diale. Come in tutte le guerre, si tratta di conquistare territori, distruggere i nemici e amministrare gli spazi conquistati subordinandoli al capitale:

«La quarta guerra mondiale sta distruggendo l’umanità nella misura in cui la globalizzazione è una universalizzazione del mercato, e tutto l’umano che si oppone alla logica del mercato è un nemico e deve essere distrutto. In questo senso siamo tutti il nemico da sconfiggere: indigeni, non indigeni, osservatori dei diritti umani, insegnanti, intellettuali, artisti» (Subcomandante Marcos, 1999).

La novità di questa nuova guerra è che i nemici non sono gli eserciti di altri Stati, e neppure altri Stati, ma la popolazione stessa, in particolare quella parte dell’umanità che vive nella zona del non-essere. In sintesi: sterminare la gente che è di troppo, desertificare i territori e poi ricollegarli al mercato mondiale. Il modo per eliminare la gente non è necessariamente la morte fisica, anche se questa si sta verificando lentamente attraverso l’espansione della malnutrizione cronica e delle vecchie e nuove malattie, come il cancro che colpisce milioni di persone esposte alle sostanze chimiche delle monocolture e delle miniere.

Il modo più comune è l’eliminazione dei poveri attraverso la loro esclusione: confinamento in spazi circondati da polizia e guardie private nelle periferie urbane. Il caso più estremo è la Striscia di Gaza, e i casi più comuni si possono trovare nelle periferie di tutte le principali città dell’America Latina.

Molte comunità rurali vicine alle imprese estrattive sono state isolate e circondate da dispositivi militari/eco­no­mi­ci che agiscono come recinzioni materiali e simboliche, come accade alle comunità Mapuche in Patagonia, alle popolazioni indigene e afro nel Cauca colombiano, così come agli abitanti delle zone attraversate dal «treno del ferro» della miniera Vale nello Stato del Maranhão e a centinaia di comunità nelle regioni andine.

Siamo di fronte a due differenti genealogie. Ciò che col­pi­sce le popolazioni del Sud non rientra nel concetto di «accumulazione primitiva», che Marx ha delineato nel Capitale per riflettere sull’esperienza europea. L’espropriazione violenta dei produttori, ciò che egli chiama il «processo storico di separazione tra produzione e mezzi di produzione», è l’atto di nascita del capitale, ma anche dei «proletari totalmente liberi» che saranno impiegati dalla nuova industria (Marx, 1975, p. 893). Questo processo di separazione, con il quale si crea la nuova relazione sociale capitale-lavoro, è stato tanto reale per l’Inghilterra quanto irreale nelle colonie.

In America Latina gli indigeni non sono stati separati dai loro mezzi di produzione, ma costretti a lavorare senza paga nelle miniere, mentre i neri sono stati forzatamente sradicati dal loro continente. In entrambi i casi è stato commesso un genocidio tramite il quale la popolazione originaria è stata quasi sterminata. È nato così un capitalismo senza proletari, nel senso europeo descritto da Marx quando dice che l’espropriazione dei produttori è stata «la dissoluzione della proprietà privata fondata sul proprio lavoro» (Marx, 1075, p. 951). Gli indigeni non avevano un concetto di proprietà privata come i contadini inglesi, ma di comunità, e consideravano la terra come un bene comune sacro. L’accumulazione «pri­mitiva» non è stata il «peccato originale» del modo di produzione capitalistico, ma la forma costante di accumulazione attuata per cinque secoli tramite la schiavitù, la servitù, il lavoro informale e la piccola produzione familiare/mer­can­tile che, fino al giorno d’oggi, sono le forme dominanti di lavoro, mentre il lavoro salariato è solo una delle tante modalità di lavoro esistenti (Quijano, 2000a).

In secondo luogo, nell’America Latina indigena/ne­ra/ me­­­­ticcia, storicamente i principali mezzi di disciplinamento non furono il controllo panottico o i satanic mill,[4] ma il massacro o la minaccia di massacro (leggi sterminio), sia nel­l’epoca della colonia sia nel periodo repubblicano, sotto le dittature o nelle democrazie, fino al giorno d’oggi: dai 3.600 mitragliati a Santa María de Iquique, nel 1907, alle decine di morti a Bagua nel giugno 2009. Entrambi i massacri avvennero sotto regimi di democrazia elettorale, il che indica la natura di questo sistema nella regione. Nel solo Cile, nei sette decenni dal 1903 al colpo di Stato del 1973, lo storico Gabriel Salazar elenca quindici massacri («hanno mitragliato i rotos»)[5] al ritmo di uno ogni tre anni in media, considerando che l’ultimo riguardò tutti gli angoli del paese e distrusse diecimila vite (Salazar, 2009, p. 214).[6]

L’organizzazione Maes de Maio (Madri di Maggio) creata dalle madri dei 500 uccisi dagli apparati repressivi a San Pao­lo del Brasile nel maggio 2006,[7] segnala che tra il 1990 e il 2012 ci furono 25 massacri contro gli abitanti delle favelas, vale a dire giovani/ne­ri/poveri (Maes de Maio, 2012).

In terzo luogo, lo Stato-nazione latinoamericano ha una genealogia diversa da quella europea, come ci ricorda Aníbal Quijano. Qui non si registrò «l’omogeneizzazione della popolazione in termini di esperienze storiche comuni» né la democratizzazione di una società che potesse esprimersi in uno Stato democratico; le relazioni sociali si formarono sulla base del colonialismo del potere, fondato sull’idea di razza, che divenne il fattore fondamentale della costruzione dello Stato-nazione. «La struttura di potere è stata ed è ancora organizzata sopra e attorno all’asse coloniale. La costruzione della nazione e soprattutto dello Stato-nazione è stata concettualizzata e realizzata contro la maggioranza della nazione, in questo caso gli indigeni, i neri e i meticci» (Quijano, 2000b, p. 237).

I tre assi precedenti spiegano la continuità della dominazione e l’esclusione delle maggioranze, rese inferiori per motivi razziali, indipendentemente dal regime politico e dalle forze che gestiscono uno Stato coloniale. Con il neoliberismo e l’egemonia dell’accu­mu­lazione per sposses­samento si verifica inoltre l’«espropriazione della politica», che nei casi più estremi, come in Messico, in Colombia e in Guatemala, passa attraverso il legame tra para-mili­ta­ri­smo, imprese estrattive e corruzione statale, un fenomeno che senza dubbio può essere letto come una ri-colonizzazione della politica (Machado, 2014).

L’estrattivismo contro le popolazioni

Voglio sottolineare sette aspetti dell’estrattivismo attuale nel continente, che mostrano in modo chiaro le maniere neocoloniali con cui vengono soggiogate le popolazioni, e che permettono di stabilire che l’accumulazione per spossessamento nel Sud del mondo non può essere attuata senza creare uno stato di eccezione permanente.

Il primo è l’occupazione massiccia di territori da parte delle miniere a cielo aperto e delle monocolture, seguita dall’e­spul­­sione di intere comunità e dalla riduzione delle loro possibilità di rimanere sul territorio per la presenza militare di soggetti armati. In diversi paesi andini è stato dato in concessione a multinazionali delle miniere tra il 25 e il 30% del territorio, mentre le monocolture occupano le terre migliori e fanno pressione sui piccoli produttori rurali.

In secondo luogo, si stabiliscono relazioni asimmetriche tra le imprese transnazionali, gli Stati e le popolazioni. Da un punto di vista strutturale, l’effetto principale dell’estrattivismo è stato quello di «introdurre un nuovo tipo di asimmetrie economiche e geopolitiche attraverso la creazione di territori specializzati nella fornitura di beni naturali, su cui si interviene e si agisce sotto il controllo di grandi imprese transnazionali» (Colectivo Voces de Alerta, 2011, p. 12).

In terzo luogo, sono state create economie di enclave, come espressione estrema di spazi socio-produttivi strutturalmente dipendenti (Colectivo Voces de Alerta, 2011, p. 15). Le enclave erano una delle principali forme di occupazione dello spazio della colonia; si caratterizzano per non avere alcun rapporto con l’ambiente: economie ‘verticali’ che non si articolano con le economie delle popolazioni. Estraggono, prendono, ma non interagiscono; impoveriscono la terra e il tessuto sociale, e isolano le persone.

In quarto luogo, si registrano forti interventi politici che consentono di cambiare le leggi, al punto che gli Stati sono costretti a riconoscere significativi vantaggi fiscali alle imprese, a garantire la stabilità dei loro guadagni, ad esimerle dal pagamento di imposte, dazi d’importazione e altri obblighi che si applicano ai cittadini, e i paesi sono ridotti a una situazione di dipendenza che implica la fine della sovranità. In Argentina, la Legge mineraria afferma espressamente che lo Stato non può sfruttare né disporre delle miniere, e per questo concede ai «privati la facoltà di individuare le miniere, sfruttarle e disporne come padroni…» (Colectivo Voces de Alerta, 2011, p. 37).

In quinto luogo, si registra un attacco all’agricoltura familiare e alla sovranità alimentare. Miniere e monocolture non tengono in considerazione le popolazioni e l’ambiente locale, generano un grave problema di acqua, sia in termini di carenza che di contaminazione, e rompono i cicli biologici; si registra una tendenza alla de-territorializzazione e alla disgregazione sociale, le comunità perdono l’accesso a determinate zone di produzione, la presenza estrattiva incoraggia la migrazione dalle campagne alla città e la ridefinizione dei territori come conseguenza dell’intervento verticale delle im­pre­se e della disgregazione comunitaria, che generano spazi locali transnazionalizzati (Giarraca e Hadad, 2009, pp. 239-240).

La militarizzazione è il sesto aspetto da sottolineare. Secondo l’Ob­ser­vatorio Latinoamericano de Conflictos Ambientales (Osservatorio Latinoamericano sui Conflitti Ambientali), nella regione ci sono più di 206 conflitti attivi per le megaminiere, che colpiscono 311 comunità (OLCA, 2014). In Perù, la conflittualità ha rovesciato due ministeri del governo di Ollanta Humala e ha portato alla militarizzazione di varie province. I conflitti socio-ambientali tra il 2006 e il 2011 nel paese andino hanno causato la morte di 195 attivisti.

Infine, l’estrattivismo è un «attore sociale totale». Interviene nella comunità in cui si installa, genera conflitti sociali e provoca divisioni. Ma cerca anche di generare adesioni attraverso «contratti diretti e regalie o offerte a individui e comunità particolari, sotto forma di azione sociale d’impresa, allo scopo di dividere la popolazione per ottenere una ‘licenza sociale’ spuria o mettere a tacere i settori che si oppongono» (Colectivo Voces de Alerta, 2011, p. 73). Le aziende sviluppano stretti legami con le università e le istituzioni, fanno donazioni a scuole e società sportive. Si convertono in «un attore sociale totale» (Svampa e Antonelli, 2009, p. 47). Tendono a ri-orientare l’attività economica e diventano agenti di socializ­zazione diretta con azioni sociali, educative e comunitarie. Pre­tendono di essere «agenti socializzatori» per conseguire il «controllo generale della produzione e della riproduzione della vita delle popolazioni» (Svampa e Antonelli, 2009, p. 47).

L’estrattivismo sta generando una completa ristrutturazione delle società e degli Stati in America Latina. Non siamo di fronte a ‘riforme’, ma a cambiamenti che, come il processo regressivo nella distribuzione della terra, mettono in discussione alcune realtà delle società (Bebbington, 2007, p. 286). Negli spazi dell’estrattivismo, la democrazia si indebolisce e cessa di esistere; gli Stati vengono subordinati alle grandi im­prese, al punto che la gente non può contare sulle istituzioni per proteggersi dalle multinazionali.

Movimenti sociali sotto lo stato di eccezione, ovvero lottare con ‘il coltello alla gola’.

La resistenza delle comunità e delle popolazioni contro le attività minerarie è stata costretta a innovare, seguendo altre vie rispetto a quelle che stavano percorrendo i movimenti sociali. La ricolonizzazione pone nell’agenda dei movimenti nuovi temi, che riguardano soprattutto il modo in cui lavorare in zone dove non sono riconosciuti i diritti umani/di cittadinanza/civili/del lavoro, e dove l’umanità delle persone viene negata (Fanon, 1961).

Nella zona dell’essere e nella zona del non-essere, le oppressioni sono vissute in forme qualitativamente diverse (Grosfoguel, 2012). Le modalità di regolazione dei conflitti in ciascuna zona sono anch’esse diverse: nella prima zona ci sono spazi di trattativa, si riconoscono i diritti civili, del lavoro e umani delle persone, i discorsi sulla libertà, l’auto­no­mia e l’uguaglianza sono in vigore e i conflitti vengono gestiti attraverso mezzi non violenti, o almeno la violenza è l’ec­ce­zione. Nella zona del non-essere, che è anche definita come la linea al di sotto dell’umano, i conflitti sono regolati dalla violenza e solo in via eccezionale vengono usati metodi non violenti (Grosfoguel, 2012).

Per questo Grosfoguel sostiene che la teoria critica elaborata nella zona dell’essere a partire dai conflitti che coinvolgono gli oppressi in questa zona, con i loro diritti e la loro storia, non può avere una pretesa di universalità. «La trasposizione di questa teoria critica dalla zona dell’essere alla zona del non-essere costituisce una forma di colonialismo del sapere da parte della sinistra» (Grosfoguel, 2012, p. 98). Allo stesso modo, i soggetti collettivi della zona del non-essere non dovrebbero adottare acriticamente la teoria sociale creata dalle lotte degli oppressi nella zona dell’essere, né le stesse forme di lotta, le strategie e le modalità organizzative nate nel contesto dei conflitti nella zona dell’essere.

Nelle aree di egemonia dell’estrattivismo, dove non si riconosce l’umanità delle persone (neri, indigeni, meticci), que­ste sono sottomesse a ciò che Benjamin considerava uno «stato di eccezione permanente». Non possono esercitare i diritti che ha la parte bianca / classe media della società. Gli abitanti delle favelas di Rio de Janeiro e San Paolo non possono esercitare liberamente il loro diritto a manifestare, perché sono sistematicamente attaccati dalla polizia militare con pallottole di piombo.

In Perù, gran parte delle disposizioni di legge per lo sfruttamento estrattivo dell’Amazzonia, tra cui la revoca della proprietà comunale, sono state imposte da oltre un centinaio di decreti legislativi, che danno all’Esecutivo la possibilità di emanare decreti con forza di legge (Pinto, 2009). Per imporre il progetto aurifero Conga, il governo di Ollanta Humala ha dichiarato in diverse occasioni lo «stato di emergenza» per garantire l’ordine interno, inviando le forze armate nelle province interessate (La República, Lima, 4 luglio 2012).

Si tratta sempre di misure provvisorie ed eccezionali che comportano un ampliamento dei poteri dell’Esecutivo, cancellando i confini tra l’emergenza militare e l’emergenza economica, installando la sicurezza come paradigma di governo e cancellando le differenze tra pace e guerra (Agamben, 2003).

È uno Stato di Polizia formalmente legale, ma incline a generare eccezioni come criterio di governo e a tenere a bada le «classi pericolose» tramite una vasta gamma di interventi che vanno dalle politiche di responsabilità sociale d’impresa – che garantiscono l’eva­sio­ne fiscale – all’intervento poliziesco/militare discrezionale, diretto al controllo armato del territorio, in cui il corpo di polizia è incaricato di amministrare e gestire le cose e le persone in modo esclusivo ed escludente (Ferrero e Job, 2011).

Come si fa politica, che tipo di organizzazione si costruisce, quali forme di azione si attuano in territori amministrati con uno stato di eccezione permanente? Una constatazione preliminare è che non si può uscire dall’estrattivismo gradualmente, a tappe o attraverso negoziati. E meno ancora perché arrivano al governo forze politiche che promettono di instaurare un altro modello, perché questo modello alternativo non esiste, se non nei territori di resistenza delle comunità indie, nere, rurali e nelle periferie urbane.

Le esperienze storiche delle lotte di classe ci forniscono due riferimenti temporali.

Il primo è il modo in cui gli operai smantellarono nelle fabbriche il fordismo-taylorismo negli anni Sessanta. Fu una lotta nelle fabbriche, faccia a faccia, palmo a palmo, contendendo ogni minuto di lavoro al controllo dei capi, smantellando l’organizzazione del lavoro (Arrighi e Silver, 2001; Gorz, 1998), sia nei paesi sviluppati che in quelli della periferia (Brennan, 1996). Non fu una lotta di apparati; nello smantellamento del fordismo gli apparati sindacali e la sinistra non ebbero il minimo ruolo. Fu una lotta di classe diretta, senza intermediari o rappresentanti. Fu, e questo non è facile da ammettere, una lotta senza un programma, senza un progetto, senza obiettivi precisi, perché si trattava di resistere, combattere, porre il coltello alla gola del controllo padronale dei tempi di lavoro.

Il secondo rimando storico è proprio a coloro che stanno resistendo all’estrattivismo, ed ha uno dei suoi principali riferimenti nella rivolta di Bagua (giugno 2009) e nella lotta contro la miniera Conga, entrambe in Perù, ma anche nella lotta contro la Monsanto a Cordoba, nel quartiere di Ituzaingó, e nella città di Malvinas Argentinas. Si tratta di processi in cui le comunità lottano palmo a palmo per il territorio, si organizzano per non lasciar entrare le multinazionali o per espellerle, trasformano i territori in barricate e i corpi in trincee, in assenza di leggi, Stati e autorità che li tutelino. È il modo in cui hanno sempre combattuto quelli che stanno più in basso: utilizzando il proprio corpo, rischiando la vita, le famiglie, i bambini. Non hanno altro modo, perché vivono nella zona del non-essere, dove la loro umanità non è riconosciuta.

Sembra necessario descrivere in maniera sistematica le principali forme di azione utilizzate nella resistenza al­l’e­strattivismo, con uno sguardo ampio che abbracci tutta la regione latinoamericana negli ultimi decenni. Da questa panoramica emergono chiaramente le differenze rispetto alle modalità di azione del movimento operaio.

Autodifesa comunitaria sulla base di forme comunitarie ter­ritoriali di potere popolare. Forse il caso più importante sono le Ronde contadine del Nord del Perù, nate negli anni Settanta del ventesimo secolo per combattere l’abigeato e divenute organi comuni/comunitari in grado di ordinare la vita interna, amministrare la giustizia, costruire opere di interesse comunitario e, più recentemente, organizzare la resistenza all’avanzata delle miniere. In questo processo le Ronde hanno assunto il ruolo di Guardiani delle Lagune, misurandosi direttamente con le società minerarie e lo Stato di polizia peruviano. Nel Sud della Colombia, la Guardia Indigena dei Cabildos[8] nasa e mišák svolge un ruolo analogo di difesa comunitaria e di principio di ordine interno. In entrambi i casi, entra in gioco la capacità di un settore sociale (contadino o indigeno) di attivare i suoi meccanismi di contro-potere.

Azione diretta contro le multinazionali: paralizzare i lavori, impedire che le imprese lavorino, distruggere i macchinari, addirittura impedire la realizzazione di studi di impatto ambientale come hanno fatto i pescatori mapuche (OLCA, 2006), proteggere le lagune e altre zone impiantando accampamenti permanenti come accade a Cajamarca, in Perù (Hoet­mer, 2014), realizzare mingas[9] per riempire gli scavi delle miniere, come fanno i Nasa nel Cauca (ACIN, 2013). Azioni di questo tipo sono possibili perché a deciderle e sostenerle sono intere comunità, con il coinvolgimento delle loro autorità. Nelle città è stato possibile un altro tipo di azioni come quelle delle Madri di Ituzaingó e dell’assemblea di Malvinas Argentinas, ma sempre sulla base del coinvolgimento diretto delle persone e della persistenza dell’azione nonostante l’isolamento e le molestie di un’ampia gamma di attori: Stato, polizia, giustizia, sindacati…

– «Marce (dette del sacrificio»), fino a località vicine o addirittura fino alla capitale: spesso si percorrono migliaia di chilometri per far conoscere la realtà che si sta vivendo, ma anche per guadagnare alleati in luoghi a cui normalmente non si ha accesso. Azioni di questo genere erano effettuate dal movimento sindacale in tempi di crisi acuta, con caratteristiche simili. In questo caso c’è un fattore determinante che ha molta importanza: la necessità di rompere l’ac­cerchiamento materiale e simbolico, poliziesco e mediatico, dispiegato intorno alle comunità che resistono, per isolarle e sottometterle, lontano dagli occhi dei loro potenziali alleati urbani.

Blocchi stradali e accampamenti, come un modo per ridurre la circolazione delle merci, bloccare l’ingresso delle multinazionali nel territorio in resistenza o difenderlo da altri attori esterni. Non c’è lotta contro l’estrattivismo che non abbia utilizzato questo tipo di azioni. Come con le marce, si cerca la visibilità, ma si prova anche ad impedire alle imprese di andare avanti con i loro progetti estrattivi. Gli accampamenti, da parte loro, giocano un ruolo centrale quando si tratta di aprire spazi per creare reti di collegamento fra quelli che stanno in basso. Si tratta di settori che non dispongono di spazi propri nella società, come i sindacati per i lavoratori formali, ma che devono costruirli come pre-condizione per intessere alleanze, trovare linguaggi e codici comuni con i propri simili, e da lì poter lanciare sfide al modello egemonico.

Coordinamenti e altre forme flessibili di articolazione. I movimenti contro l’estrattivismo non si sono dotati di strutture gerarchiche formali, come hanno fatto i movimenti sindacali e le organizzazioni sociali rurali e urbane. Hanno creato invece articolazioni più o meno permanenti per coordinare azioni, ma anche per elaborare idee e progetti di lotta, con delegati che vengono incaricati a rotazione, in modo da evitare la figura del rappresentante. In alcuni paesi, i coordinamenti vengono messi in atto nel momento in cui si tratta di effettuare azioni di vasta portata, come le marce fino alle città.

– Consultazioni della popolazione tramite referendum. È un modo di utilizzare un meccanismo della democrazia elettorale per rafforzare i movimenti. In generale lo si è utilizzato a livello locale, in piccole città o regioni, per rendere visibile l’esistenza di un consenso comunitario contro l’estrat­ti­vi­smo. Nello stesso senso, si è ottenuto che molti municipi si pronunciassero contro le miniere a cielo aperto e le fumigazioni di pesticidi.

Sollevazioni, insurrezioni, ribellioni. Dal Caracazo[10] del 1989 si sono verificate nella regione diciannove sollevazioni popolari in zone rurali e nelle città, che hanno rovesciato governi, hanno delegittimato il modello neoliberista e le privatizzazioni, hanno introdotto nuove questioni e nuovi attori nelle agende e hanno modificato i rapporti di forza nel continente.

Queste azioni di vario genere sono ancorate nel territorio, e le comunità sono il loro fondamentale sostegno sociale e politico. Gli attori che le praticano sono quasi sempre i ‘senza’, quelli senza diritti, che vivono nella zona del non-essere. Il loro obiettivo immediato non è quello di negoziare le condizioni di lavoro o i salari, ma di creare una situazione di fatto che renda impossibile la continuazione dell’estrattivismo, che blocchi l’accumulazione per spossessamento. Si tratta di un istinto di vita che cerca di porre un freno a un modello di morte. Gli oppressi dell’America Latina possono concordare con l’affermazione di Agamben, secondo cui il paradigma politico dell’Occidente non è la città, ma il campo di concentramento (Agamben, 1995). In un luogo del genere non ha senso il negoziato per l’inclusione, così come in uno Stato-Polizia non è possibile negoziare altro che le modalità di subordinazione. Propongo di interpretare questo insieme di forme di azione dal basso come gli strumenti necessari per superare/neutralizzare l’estratti­vi­smo e lo stato di eccezione permanente. In queste azioni, è in gioco quella tradizione degli oppressi che Benjamin, nella XII Tesi sulla Storia, considerava «il nerbo della sua forza migliore», che i progressismi di tutti i tempi vogliono dimenticare: l’odio e la volontà di sacrificio; «entrambi infatti si alimentano all’immagine degli antenati asserviti, non all’ideale dei discendenti liberati».

Capitolo II

Carajás: miniere e colonialismo. Trent’anni è troppo

Il progetto Carajás, iniziato durante la dittatura militare, compie trent’anni ed ha trasformato il Brasile in una potenza del­l’in­dustria mineraria. Movimenti sociali e istituzioni ecclesiali e dei diritti umani ne valutano gli impatti nel momento in cui l’impresa Vale, la seconda industria mineraria del mondo, si appresta a raddoppiare nei prossimi anni la produzione di ferro.

«È come un viaggio nel tempo», spiega Santiago Machado Aráoz, attivista contro la miniera di Andalgalá (Catamarca), quando gli si chiede di parlare della realtà di Piquiá, quartiere industriale di Açailândia contaminato dalle industrie siderurgiche che fabbricano ghisa a partire dal minerale di ferro del Carajás. «Strade acciottolate, semplici case di legno, il passaggio rumoroso del treno e l’immancabile polvere di ferro creano un paesaggio grigio di giorno e di fumo rossastro di notte, perché lavorano 24 ore su 24».

Santiago è uno di coloro che hanno partecipato in centinaia al «Seminario Internazionale Carajás 30 anni», organizzato a São Luís, la capitale del Maranhão, lo Stato più povero del Brasile, grazie alla collaborazione tra il Movimento Sem Terra (MST), la rete Justiça Nos Trilhos (Giustizia nelle Strade) promossa dai Missionari Comboniani, il Forum Carajás, la Caritas e il Grupo de Estudios de Desarrollo, Modernidad y Medio Ambiente dell’Università federale del Maranhão.

Il Seminario è stato realizzato tra il 5 e il 9 maggio con la partecipazione di un migliaio di persone provenienti da diversi Stati del Brasile e da una decina di paesi dove ci sono attività minerarie. Hanno avuto particolare rilevanza le conferenze di rappresentanti delle organizzazioni contrarie all’industria estrattiva di Argentina, Cile, Perù, Messico e Colombia, così come di attivisti provenienti dal Canada e dalla Germania. È stato presentato il film del regista mara­nhen­se Murilo Santos: «La lotta del popolo contro il Drago di ferro».

Le critiche al Progetto Gran Carajás, iniziato nel 1982 dalla dittatura militare, sono concentrate sull’inquinamento provocato dalle acciaierie di Piquiá e sui danni causati dal treno che attraversa più di cento centri abitati, considerato la più grande opera ferroviaria mineraria nel mondo. A differenza di quanto accade con altre imprese di estrazione mineraria, i danni sociali sono superiori perfino a quelli ambientali, sebbene si tratti della foresta amazzonica, un ecosistema sensibile e fragile.

È stata rilevante la presenza di persone danneggiate dalla Vale, contadini, indigeni e abitanti di aree contaminate come Piquiá e Açailândia. La settimana si è conclusa con una manifestazione che è partita dall’Università e ha raggiunto il Palazzo del governo nel centro storico, dove si sono sentite forti critiche nei confronti della governatrice Roseane Sarney, membro di un’oligarchia locale che ‘occupa’ lo Stato da molti decenni.

Un progetto imperiale

Fu un geologo della United States Steel a scoprire nel 1962 l’area mineraria più ricca del pianeta e la più grande riserva di ferro del mondo. Si tratta di un’area di 900mila chilometri quadrati, il 10 per cento della superficie del paese, in cui scorrono i fiumi amazzonici Tocantins, Araguaia e Xingú. Lo Stato brasiliano è entrato in conflitto con la multinazionale americana per garantire che le ricchezze rimanessero nel paese. Per questo, l’impresa Vale do Rio Doce, la compagnia mineraria statale fondata nel 1942 dal governo di Getúlio Vargas, ha pagato una somma enorme alla United States Steel per assicurarsi il monopolio dell’estrazione mineraria.

Sette decenni più tardi, la Vale è divenuta la seconda compagnia mineraria nel mondo: impiega 120mila persone, fattura 60 miliardi di dollari ogni anno, opera in 20 paesi e si colloca tra le 20 imprese più grandi del pianeta. Solo in Brasile ha diecimila chilometri di ferrovie e nove porti di sua proprietà, attraverso i quali esporta minerale di ferro in Asia e in particolare in Cina, un paese con cui intrattiene uno stretto rapporto. Da sola consuma il 5 per cento dell’energia prodotta nel paese.

È stata privatizzata nel 1997, con un procedimento controverso, dal governo di Fernando Henrique Cardoso. Anche se formalmente è un’impresa privata, lo Stato ha una golden share in base alla quale è in grado di bloccare le decisioni. Il Consiglio di Amministrazione è controllato da Valepar SA, dove il fondo pensione Previ (dei dipendenti del Banco do Brasil, banca statale) possiede il 53 per cento del capitale con diritto di voto, e il BNDES[11] un altro 10 per cento. Questo consente al governo di influire, in modo diretto o attraverso i sindacati, sull’elezione del Presidente della multinazionale e sull’orientamento dei suoi investimenti.

Il gioiello della Vale è il Progetto Carajás. Si tratta del minerale di ferro con il più alto grado di purezza del mondo, in quantità tale da poter essere estratto, al ritmo attuale, per 250 anni. Il complesso include la miniera, una ferrovia di 900 chilometri e un porto a São Luís. Per rifornire di energia la miniera del Carajás ed altri progetti sull’alluminio della regione amazzonica, è stato necessario costruire la centrale idroelettrica di Tucuruí, con una capacità di 8.300 megawatt.

Dalla miniera del Carajás si estraggono ogni anno circa 75 milioni di tonnellate di ferro dei 100 milioni che la società esporta. Le perforatrici estraggono il minerale che le escavatrici caricano su camion capaci di portare fino a 400 tonnellate. Da lì si va agli impianti di triturazione del minerale, che attraverso una rete di nastri trasportatori raggiunge infine i vagoni ferroviari. Il treno minerario ha 330 vagoni e quattro locomotive, ed è lungo quasi quattro chilometri. Al porto lo aspettano i Valemax, navi da carico che arrivano fino a una portata di 400mila tonnellate e a 360 metri di lunghezza, costruite fondamentalmente per trasportare il ferro. La Vale ha commissionato 35 mega-navi.

Zone di sacrificio

«La presenza dell’impresa è diventata naturale e non c’è modo di pensare di rimuoverla. La presenza del treno è costante e intralcia la vita quotidiana», spiega Santiago. La cosa peggiore, tuttavia, sono le imprese siderurgiche, cinque ad Açailândia, due delle quali a Piquiá. Con sole 380 famiglie, il villaggio annidato nella zona industriale non ha abbastanza forza per protestare, sebbene nel dicembre 2011 diverse centinaia di persone abbiano bloccato la ferrovia con il sostegno dei Sem terra e dei sacerdoti.

«Non appena mi sono fermato, hanno cominciato a prudermi il viso e le braccia. È la polvere di acciaio. L’impresa non dispone di una discarica né di un impianto di smaltimento, quindi buttano i rifiuti qui attorno». Santiago fornisce i dati: ha visitato tre case, in una c’era una ragazza di 15 anni con malformazioni, nella seconda una donna di 32 anni era morta di cancro e nella terza viveva una persona con un cancro polmonare.

Joselina, una donna elegante di circa 40 anni che sta facendo una specializzazione post-laurea a São Luis, mentre tutta la sua famiglia è a Piquiá, non può nascondere la sua tristezza per la morte di un cuginetto di dieci anni in seguito alle ustioni riportate cadendo fra i rifiuti roventi dell’ac­ciaieria. «Piquiá è circondata da acciaierie, da cementifici e dal treno della Vale, e per le strade passano sempre camion che portano ferro e carbone agli impianti siderurgici».

«La situazione è così pesante che l’unica cosa che la gente desidera è andarsene», riprende Santiago. Le aziende comprarono un terreno per gli abitanti in modo che potessero andare a vivere in un luogo meno inospitale e inquinato, e l’anno scorso il Ministero delle Città ha approvato il progetto urbanistico e abitativo affinché potessero stabilirsi là.

I problemi continueranno lungo i 900 chilometri della ferrovia che la Vale progetta di raddoppiare in pochi anni per aumentare le esportazioni: l’obiettivo è di passare da 100 a 230 milioni di tonnellate di minerale di ferro.

Ogni volta che il treno si ferma, forma un muro di quattro chilometri che gli abitanti non possono attraversare. Forse per questo Santiago confronta Açailandia con Macondo: «Supera ogni immaginazione, ci sono pesci morti in tutti i fiumi, tutto diventa o bianco o nero perché la polvere di ferro porta via il colore alle persone e alle piante». Un’im­ma­gi­ne che si intensifica ogni volta che il treno si ferma in un villaggio e centinaia di persone accorrono per vendere qualsiasi cosa e ricavare qualche soldo.

La peggiore impresa del mondo

Il padre comboniano Dario Bossi, che coordina la rete Justiça nos Trilhos e vive a Piquiá, sintetizza la situazione: «In trent’anni lo sfruttamento del ferro ha provocato deforestazione, lavoro da schiavi, migrazioni e discontinuità nel processo di identificazione delle comunità con i propri territori, conflitti per la terra, inquinamento, disorganizzazione urbana e violenza a causa dell’intenso esodo in cerca di lavoro, e i più colpiti sono gli indigeni e gli afro-discendenti».

«Decenni fa hanno raggiunto il Maranhão carovane di poveri del Nordest, manodopera a basso costo per i grandi progetti di sviluppo e per l’agricoltura estensiva dei latifondi», dice Bossi.[12] La crescita delle città più vicine alla miniera è geometrica. Marabá aveva 14.000 abitanti nel 1960; oggi raggiunge i 250.000. Parauapebas, dove inizia la ferrovia, ne aveva 20.000 nel 1980, quando iniziò il progetto Carajás; oggi sfiora i 200.000. Migrazione intensa, povertà e violenza vanno di pari passo.

Bossi ricorda che «la disoccupazione è più elevata nei comuni attraversati dalla ferrovia, e che 21 dei 27 comuni che attraversa hanno un indice di sviluppo umano inferiore alla media dello Stato di Maranhão».

Le parole povertà, dittatura e colonialismo vengono ripetute più e più volte al seminario sulla Vale. Nel 2011, la Vale ha ricevuto un ‘premio’ come la peggior impresa del mondo. Il premio lo assegna ogni anno Public Eyes People´s (Occhi del Popolo), un’or­ga­niz­zazione creata dalle associazioni Greenpeace e Dichiarazione di Berna, ed è stato dato alla Vale per i suoi «70 anni di storia macchiati da ripetute violazioni dei diritti umani, condizioni disumane di lavoro, saccheggio del patrimonio pubblico e sfruttamento crudele della natura» (O Estado de São Paulo, 26 gennaio 2012). La Vale ha superato anche i voti ottenuti dalla più grande società produttrice di energia elettrica del Giappone, la Tepco, responsabile in quello stesso anno del disastro di Fukushima.

In Brasile si discute su una nuova Legge mineraria, che dovrà regolamentare l’attività fino al 2030. Finora l’unica concessione del Piano Nazionale Minerario è un aumento delle royalties. Come dice Bossi, «il progetto è stato deciso dall’alto, senza dialogo con le comunità e senza un piano integrato di gestione socio-economico-am­bientale, ed è al servizio esclusivo del settore minerario e siderurgico» (IhuOnline, 24 aprile 2014).

Il «Comitato Nazionale per la Difesa dei Territori Antistanti la Miniera», formato da undici movimenti e organizzazioni, ha rilasciato una dichiarazione in cui afferma che vi è conflitto di interessi nel caso del deputato Leonardo Quintão (del PMDB), relatore della Legge mineraria da votare alla Camera, dato che il 20% della sua campagna è stato finanziato dalle imprese minerarie.[13]

Le grandi aziende tendono a finanziare le campagne dei partiti politici. Per le elezioni presidenziali del 2010, solo la Vale ha donato ai partiti 30 milioni di reais (circa 15 milioni di dollari). Chi ha ricevuto più donazioni è stato il filogovernativo Partido dos Trabalhadores (Partito dei lavoratori) con 10 milioni di reais (5 milioni di dollari) (Reis Oliveira, 2013).

Oligarchia e Stato

I dodici vescovi e l’arcivescovo della regione del Nordest della Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile hanno pubblicato nel febbraio 2011 una lettera pastorale, in occasione della loro riunione annuale che aveva avuto luogo nel Sud del Maranhão. «La storia del Maranhão, in Brasile, è stata segnata dall’appropriazione da parte di piccoli gruppi, attraverso influenze politiche e un’attiva opera di corruzione, di ciò che appartiene a tutti».[14]

Sebbene i vescovi non menzionino la parola oligarchia, la descrizione si riferisce alla famiglia Sarney che governa lo Stato da mezzo secolo. «Non possiamo permettere che lo Stato continui a porre la sua struttura al servizio quasi esclusivo dei grandi esportatori di minerali, di soia, di succhi e di carne, costruendo per loro le infrastrutture necessarie ad ottenere sempre maggiori guadagni».

José Sarney ha iniziato la sua carriera politica all’inizio degli anni ‘60. Tra il 1966 e il 1971 è stato governatore del Ma­ranhão, durante il regime militare. Poi è stato senatore anche sotto la dittatura e presidente dal 1985 al 1990 in seguito alla morte del presidente Tancredo Neves. È stato di nuovo senatore, questa volta in regime democratico, fino a quando nel 2009 è stato eletto presidente della Camera dei Deputati. Sua figlia Roseana ha seguito lo stesso percorso: è stata deputata, senatrice e per due volte governatrice del Maranhão, posizione che detiene attualmente. Le accuse di corruzione le hanno impedito di correre per la presidenza nel 2002.

Di fronte a tanta ricchezza e tanto potere, il Seminario Carajas 30 Años ha compilato un elenco di tredici richieste, che sarebbe semplicissimo soddisfare, il che dimostra la mancanza di volontà del­l’impresa e del governo dello Stato. Fra le altre cose, chiede alla Vale che «costruisca attraversamenti sicuri lungo la ferrovia», che realizzi studi adeguati per il raddoppio della ferrovia, che «si astenga dallo spiare e infiltrare agenti dei servizi segreti nei movimenti sociali», che prenda misure per ridurre la rumorosità dei treni.[15]

I legami tra la Vale e il gruppo Sarney sono stati documentati finanche dal Tribunale Elettorale Supremo che ha messo in discussione donazioni poco chiare da parte di compagnie minerarie, imprese di costruzione e banche (Cabral da Costa, 2009). L’oligarchia locale è stata rafforzata dall’ar­ri­vo al governo di Luiz Inácio Lula da Silva nel 2003, dal momento che quest’ultimo ha scelto come alleato il fondatore della dinastia, José Sarney, che sostiene il progetto lulista in Parlamento.

Eduardo Viveiros de Castro, il più noto antropologo brasiliano, prova a spiegare queste continuità con riferimento alle manifestazioni del giugno 2013, che hanno aperto una nuova fase nel paese. Egli sostiene che il Brasile è diverso da altri paesi della regione, in quanto è caratterizzato da una scarsa partecipazione politica e da una bassa mobilitazione popolare. Egli ritiene che il suo paese sia più razzista degli Stati Uniti. «Il Brasile continua ad essere un paese schiavista, perché l’immaginario profondo è schiavista».[16]

De Castro dice anche un’altra cosa, sicuramente molto scomoda. Il PT (Partido dos Trabalha­dores) ha scelto di «migliorare il reddito dei poveri senza toccare il reddito dei ricchi. Per questo occorre ricavare il denaro da qualche altra parte. Da dove? Dal suolo, letteralmente». Conclude quindi che il modello estrattivista è la via del progressismo attuale, che consiste nel «distruggere il Brasile, devastando l’Amaz­zo­nia, per non toccare il portafoglio dei ricchi».

Capitolo III

Autodifese comunitarie contro le mega-miniere

Quando gli Stati si limitano a facilitare gli affari delle grandi aziende multinazionali, come succede nel caso delle miniere, e lasciano le popolazioni senza protezione, queste non hanno altra via che difendersi con i propri mezzi, mediante le proprie organizzazioni di autodifesa, la mobilitazione delle comunità coinvolte e la creazione di spazi dedicati a impedire la spoliazione.

Il Perù e la Colombia sono in questa situazione. La resistenza al­l’attività mineraria nella regione andina dà prova di una grande vitalità con la resistenza al progetto aurifero Conga, nel nord del Perù, come anche in alcune regioni del Cauca colombiano.

In entrambi i casi si è riusciti a frenare o far arretrare l’at­ti­vità mineraria, sempre grazie all’azione diretta delle comunità.

In Perù, il governo di Ollanta Humala ha approvato un pacchetto di misure per facilitare gli investimenti esteri, che persino le Nazioni Unite temono possa avere effetti sul­l’am­biente. Una lettera del rappresentante peruviano al cancelliere segnala «la legittima preoccupazione, da parte del sistema delle Nazioni Unite, per l’im­patto che le nuove misure economiche potrebbero avere» (RPP Noticias, 30 giugno 2014).[17]

Il pacchetto di misure approvato il 12 luglio è stato messo in discussione a causa dei «tagli di alcune funzioni del­l’Or­ga­ni­smo de Evaluación y Fiscalización Ambiental,[18] organismo tecnico specializzato del Ministero dell’Ambiente (Minam) (Ser­vindi, 16 luglio 2014).

L’ammorbidimento delle norme di controllo ambientale prevede che l’OEFA potrà soltanto imporre sanzioni in modo eccezionale per tre anni e, nel caso lo faccia, dovrà ricorrere a misure correttive senza imporre multe. Nel caso in cui le misure non vengano adottate, l’OEFA potrà multare ma solo fino al 50% delle cifre attuali. Si ritiene che questa retromarcia nel controllo ambientale «apra le porte all’im­pu­ni­tà dell’industria irresponsabile» (Ibidem).

L’ultimo rapporto dell’Osservatorio sui conflitti minerari in Perù conclude: «Questo pacchetto di riforme legislative ci ricorda i Decreti legislativi che hanno provocato i tragici avvenimenti di Bagua» (OCM, 2014, p. 52). Il riferimento è al massacro perpetrato in Amazzonia il 5 giugno 2009, quando furono uccise oltre 100 persone (si veda Zibechi, 2009).

Il rapporto aggiunge che «il pacchetto “per migliorare e generare la fiducia degli investitori” toglie apertamente autorità al Ministero dell’Ambiente in materia di creazione di aree naturali protette, ordinamento territoriale, zone economiche ecologiche, limiti massimi consentiti e standard di qualità ambientale» (OCM, 2014, p. 53).

E conclude: «Un governo come questo, che distrugge il poco che c’era in materia di legislazione ambientale, non ha alcuna autorità morale per proporsi come anfitrione del­l’e­ven­to COP20».

In effetti, la riduzione della legislazione ambientale per attrarre investimenti è stata attuata nello stesso anno in cui il Perù ha ospitato la Conferenza delle Parti della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (COP20), che ha avuto luogo a Lima dall’1 al 23 dicembre 2014. Più di cento organizzazioni della società civile internazionale coinvolte nel processo della COP20 hanno inviato una lettera al governo sottolineando che le misure per promuovere gli investimenti «costituiscono una grave retromarcia in campo ambientale per il Perù».[19]

Di fronte all’avanzata continua dei mega-progetti minerari, la gente sa di non avere altro modo di difendersi se non quello di attivare vecchie forme di autodifesa, cosa che sta succedendo in buona parte della regione latinoamericana. In Perù la resistenza all’attività mineraria ha un nome: Ronde contadine.

Da Ronde contadine a Guardiani delle lagune

Le Ronde contadine sorsero alla fine degli anni Settanta nel Nord del Perù, in risposta all’incapacità o mancanza di volontà da parte dello Stato peruviano di frenare l’aumento dei furti di bestiame. Erano gruppi di contadini che sorvegliavano il territorio delle comunità rurali facendo vigilanza collettiva notturna.

Le Ronde contadine reinventano pratiche collettive ancestrali. «All’inizio, le Ronde consegnavano alla polizia i ladri che venivano catturati, ma vedendo che ciò non portava a reali condanne, hanno cominciato ad organizzare un proprio sistema, in cui la giustizia è amministrata collettivamente dal­l’assemblea» (Hoetmer, 2014, p. 83). Per le Ronde, la giustizia consiste nel carattere educativo del castigo (che può arrivare fino alle frustate) e nella riconciliazione con la comunità.

In pochi anni, le Ronde si diffusero in tutto il Nord conquistando un enorme prestigio, perché riuscirono a tenere sotto controllo l’abi­geato e in seguito rallentarono l’ingresso di Sendero Luminoso nei loro territori. Le Ronde contadine si trasformarono in una sorta di potere popolare, con una relativa autonomia nei confronti dello Stato. Oltre alla vigilanza e alla giustizia, i comuneros assunsero progetti di sviluppo locale, il che ispirò pratiche politiche.

Con l’avanzata del neoliberismo e il possente irrompere dell’attività mineraria nei territori rurali, le Ronde contadine assunsero la responsabilità della difesa del territorio e della cura dei beni comuni, specialmente a Piura e Cajamarca, di fronte a progetti come quello di Conga.[20] Le Ronde non solo riescono a rallentare i progetti, ma stanno anche dando impulso a nuove forme di lotta.

Raphael Hoetmer sottolinea che nelle «consulte vicinali sull’at­tività mineraria ad Ayabaca e Huancabamba, nella pro­vincia di Piura, le Ronde non si sono incaricate soltanto della sicurezza e dell’ordine durante il referendum, ma hanno partecipato anche all’organizzazione e all’opera di informazione preventiva» (Hoetmer, 2014, p. 84).

Le Ronde non solo hanno realizzato proteste, ma hanno installato transenne per regolare l’accesso al territorio comunale e hanno organizzato accampamenti per sorvegliare le lagune (da cui l’ap­pellativo di «Guardiani delle lagune»), dandosi il turno per mantenere una presenza permanente sulle alture andine dall’ottobre del 2012.

«La Ronda contadina – continua Hoetmer – è un’istitu­zione di regolamentazione della vita quotidiana che ha assunto un grandissimo rilievo nel Nord del paese, ed è stata criticata per il suo carattere patriarcale e conservatore» (Ibidem, p. 86). Con la creazione di Ronde femminili sta crescendo la partecipazione delle donne, che hanno finito per diventare le protagoniste principali della difesa del territorio.

Magdiel Carrión, membro delle Ronde contadine di Ayabaca, spiega i diversi ruoli: «Nella comunità, sia gli uomini che le donne partecipano alle Ronde. Per le donne non è obbligatorio, scelgono loro se vogliono partecipare o meno, ma in ogni caso è obbligatorio che ci siano comitati di Ronde contadine composti da donne. L’uni­ca cosa che non fanno è il servizio notturno» (Carrión Pintado, 2014, p. 91). In ogni fattoria si forma una Ronda i cui membri prestano servizio a rotazione. L’organizzazione territoriale locale si coordina a livello di distretto e di provincia, e anche su scala nazionale.

In gennaio si è tenuto l’XI Congresso delle Ronde contadine della regione di Cajamarca, con 2045 delegati provenienti da 13 province. Tra gli accordi approvati: uno sciopero nazionale contro il mega-progetto Conga, la ricusazione dell’utilizzo della lotta dei comuneros da parte delle ONG e l’affermazione che «la lotta contro il mega-progetto Conga è del popolo e non dei partiti» (CUNARC, 2014).

Carrión spiega che la lotta contro l’attività mineraria richiede articolazioni con altri attori politici, ma avverte che «non possiamo permettere che le lotte siano sfruttate per interessi partitici. Questo è un grave problema, secondo me addirittura più grande dei problemi più interni alla comunità» (Carrión Pintado, 2014, p. 93).

Con il passare degli anni, le Ronde contadine hanno guadagnato in maturità e non si dividono più in gruppi politici come succedeva nei primi anni. La comunità è il loro punto di riferimento principale. Il territorio, l’obiettivo da difendere. Divenute Guardiani delle Lagune, lavorano per essere punti di riferimento, a livello nazionale, come difensori della vita, della salute e della sicurezza economica, sulla base della giustizia comunitaria.

Guardia Indigena per la difesa del territorio

In alcune zone del Nord del Cauca, in Colombia, sono riusciti a espellere le attività minerarie, a sequestrare i macchinari e a riempire gli scavi grazie a una decisione comunitaria messa in atto avvalendosi della protezione della Guardia Indigena. È quanto è successo nel resguardo[21] Munchique Los Tigres, vicino alla città di Santander de Quilichao.

Il 14 marzo 2013 si tenne una minga[22] di «controllo territoriale» per combattere gli scavi minerari artigianali in quella zona. Centinaia di comuneros e comuneras dei resguardos di Munchique e Canoas, sui pendii delle Ande, diedero attuazione a una decisione comunitaria che era stata sintetizzata nella parola d’ordine: «No al­l’at­tività mineraria» (ACIN, 2013).

Il problema è che sulle orme dell’attività mineraria artigianale arrivano le multinazionali e i grandi macchinari, ha inizio la contaminazione di fiumi e torrenti con mercurio e cianuro, e le comunità si disgregano e si ammalano.

L’azione realizzata in marzo fu decisa il 7 gennaio in u­na af­follata riunione della comunità, dopo lunghi dibattiti perché alcune persone della comunità avevano cominciato a scavare e si erano procurate macchinari per estrarre l’oro. La comunità accertò il danno che avrebbero subìto e concesse loro un periodo di due mesi per riempire gli scavi e vendere i macchinari.

La cronaca fornita dalla pagina web del Tejido de Comunicación dell’ACIN (Associazione dei Consigli Indigeni del Nord del Cauca) parla da sola: «Più di 1.200 persone, suddivise in due gruppi, hanno risalito i pendii, cercando le buche nella terra rossastra a est e ad ovest». Hanno trovato 22 scavi, fino a 300 metri di profondità. «La comunità si è assunta il compito di richiudere con la terra gli scavi che non erano ancora stati chiusi. Per il Consiglio indigeno, il bilancio della minga è stato positivo, in quanto non si trattava soltanto di controllare che le decisioni dell’assemblea fossero eseguite dai minatori, ma si tentava anche di far prendere coscienza alla comunità dei problemi ambientali e sociali che lo sfruttamento minerario porta con sé sul territorio» (ACIN, 2013a).

Un anno dopo, nell’aprile del 2014, ci fu un’azione simile contro l’attività mineraria nel territorio dei Consigli indigeni di Huellas, Toez e López Adentro, sempre nel Nord del Cauca. Un comunicato congiunto segnala che «prima di essere colombiani, siamo popoli indigeni originari e abbiamo sempre mantenuto varie forme di controllo sociale sul territorio secondo i nostri usi e costumi, in difesa dell’autonomia, del­l’ar­monia e dell’equilibrio della nostra Uma Kiwe (Madre Terra)» (ACIN, 2014).

Su questa base, hanno deciso di «armonizzare il territorio mediante lo sgombero dei macchinari per l’estrazione mineraria che colpisce il territorio e la comunità». Lo sfruttamento minerario è soltanto un avamposto della guerra: l’ACIN osserva che dalla fine del 2013 la presenza di macchinari per l’estrazione di minerali è aumentata nei territori della regione, con la conseguente presenza di uomini armati, sia paramilitari che narcotrafficanti e guerriglieri.

Il comunicato dei tre Consigli termina con un appello ai leader afro-discendenti perché si uniscano alla resistenza contro le miniere, con l’obiettivo di sgomberare i macchinari e il personale che porta avanti lo sfruttamento e la contaminazione. «Facciamo appello specialmente alla Guardia Indigena perché si unisca a noi con l’ordine che ci caratterizza e aiuti a guidare la comunità che accompagnerà» (Ibidem).

La difesa del territorio ha una lunga tradizione nel Nord del Cauca, e la Guardia Indigena ha il compito di dare attuazione alle decisioni collettive. La Guardia dipende dall’au­to­rità del Consiglio e della comunità, che stabiliscono le modalità di controllo e i requisiti di coloro che prestano servizio di vigilanza. Le autorità effettuano la selezione delle persone in base alle proposte di ogni vereda.[23] Il servizio dura uno o due anni e viene svolto a rotazione, dato che ogni comunero deve partecipare.

La struttura della Guardia Indigena è semplice: ogni vereda elegge in assemblea dieci guardie e un coordinatore; poi si elegge un coordinatore per ogni resguardo e uno per l’intera regione, sempre con l’accordo dei governatori dei Consigli.

Nella zona del Nord del Cauca ci sono circa 3.500 guardie che fanno capo ai 18 Consigli; si tratta prevalentemente di giovani e donne dai 12 ai 50 anni. Luis Alberto Mensa, coordinatore delle guardie della regione, spiega che «la formazione è l’aspetto più importante e si svolge attraverso seminari in cui si discute di diritti umani e della nostra legge, la legge originaria. Diamo priorità alla formazione politica rispetto all’esercizio fisico» (citato in Zibechi, 2008).

Tutti coloro che entrano a far parte della Guardia Indigena devono partecipare ai seminari di formazione sugli usi e costumi del popolo Nasa. Uno degli aspetti principali è il cosiddetto «diritto proprio», ovvero la giustizia comunitaria che orienta l’attività della Guardia Indigena. La partecipazione è volontaria e non remunerata; la maggior parte delle guardie sono giovani che ricevono l’aiuto dei vicini, che collaborano alla coltivazione dell’orto familiare per tutta la durata del servizio di guardia.

La Guardia Indigena si incarica di concentrare la popolazione in luoghi predeterminati quando ci sono scontri militari o aggressioni armate. Grazie a questo modo di resistere ai conflitti restando attaccati alla terra, le comunità Nasa sono riuscite a evitare il dislocamento massiccio della popolazione, così comune nelle zone di guerra.

Le loro strategie di resistenza consistono nel promuovere la sovranità alimentare, gli orti comunitari e processi di formazione come le assemblee permanenti di riflessione e decisione, e nel rafforzare il proprio diritto e le proprie autorità.

La resistenza pacifica è un’altra delle caratteristiche peculiari della Guardia Indigena. Ogni sei mesi le guardie, in sintonia con la cosmovisione cui appartengono, partecipano a riti di armonizzazione e di recupero condotti dai medici tradizion ali (i Thë Wala) come forma di purificazione durante la quale si affrontano i problemi collettivi e individuali.

Nel 2004 la Guardia Indigena ha ricevuto il Premio Nazionale per la Pace, conferito ogni anno da un insieme di istituzioni tra cui le Nazioni Unite e la Fondazione Friedrich Ebert. È diventata un punto di riferimento importante per altri popoli indigeni in Colombia e anche per settori popolari che vedono nell’autodifesa comunitaria un’alternativa alla carenza di protezione e all’aggres­sione statale e paramilitare.

Capitolo IV

Estrattivismo e nuovi scenari per il dopo-conflitto in Colombia

Un incontro a Popayán, capitale del dipartimento del Cau­ca, è stato l’occasione per conoscere una realtà complessa e violenta. La guerra tra militari, paramilitari, guerriglieri e narcotrafficanti si intreccia con un estrattivismo selvaggio, che ha nelle miniere illegali la sua peggiore espressione.

Pareti bianchissime su strade acciottolate. Marciapiedi stretti e porticati maestosi, cesellati con motivi differenti per distinguere famiglie e ascendenze. Ampi e soleggiati patii, con le loro fontane circondate da gerani, orchidee e felci. La città coloniale è costellata di santuari, cappelle e chiese, bianche e austere come a non voler ostentare l’eccessiva ricchezza.

Popayán fa la siesta. Il tempo sembra essersi fermato in questa città di 250mila abitanti, tradizionalista, oligarchica, orgogliosa del suo passato. Un tempo era circondata da latifondi che sparirono poco per volta, via via che gli indigeni li recuperavano. Nasa, Misak e Coconuco, organizzati nel Consejo Regional Indígena del Cauca (CRIC – Consiglio Regionale Indigeno del Cauca), smembrarono i latifondi che erano stati creati nelle terre rubate ai loro avi.

Dietro l’uniformità delle facciate, il Cauca è il dipartimento più diversificato del paese: la metà degli abitanti sono indigeni e neri, in parti uguali; un quarto, o poco più, sono meticci. La zona montuosa è indigena, mentre la costa del Pacifico è afro. Tuttavia, all’Università del Cauca c’erano solo studenti bianchi prima che le autorità stabilissero delle quote per le «minoranze»: 100 afro-discendenti e 400 indigeni su 14mila studenti fu tutto quello che si riuscì ad ottenere.

Tramas y Mingas

Dal 9 all’11 giugno 2015, l’Università del Cauca organizzò la seconda edizione dell’incontro Tramas y Mingas,[24] che proponeva quattro aree tematiche: vita e resistenza; economia e comunità; potere e autonomia; educazione e comunicazione.

Lo spazio si riempì di sabedores e sabedoras[25] delle comunità indigene, afro e contadine, che intrecciarono le loro esperienze, condividendo i loro modi di resistere e di creare nuove forme di vita.

A proposito della minga (che in quechua significa «lavoro collettivo») si fecero sentire le parole di donne come Concepción Matabanchoy, che vive da quasi quarant’anni un’espe­rien­za contadina a La Cocha, nel Sud della regione di Pasto, dove le donne sono le più attive. «Il primo passo è stato quello di valorizzare noi stesse», disse mentre spiegava come lavorano la terra in maniera sostenibile, mentre i bambini im­parano a conoscere gli ecosistemi giocando e gli uomini vengono sollecitati a superare il machismo.

Parlò di cinque bisogni, molto diversi dai «bisogni di base» definiti dalla Banca mondiale per le sue politiche di lotta alla povertà: bisogno di affetto, di formazione, di comprensione, di creatività e di trascendenza, con riferimento al passaggio generazionale che devono affrontare tutti i movimenti.

La Asociación para el Desarrollo Campesino (Associazione per lo Sviluppo Contadino) si è dedicata a recuperare la foresta da quando ha deciso che gli alberi non sono una merce ma la protezione del suolo, e sono state recuperate 49 varietà di patate.

Melba Patricia Arias, del Comité de Mujeres de Inzá (Comitato delle Donne di Inzá), spiegò che le donne contadine hanno creato 35 gruppi di auto-aiuto economico, ciascuno composto da 20 persone, che funzionano come casse di risparmio locali. Il fondo sociale messo insieme dalle 700 donne permette di concedere alle socie prestiti a un basso tasso di interesse, e questo è il loro modo di «aprire una piccola crepa nel capitalismo».

Ever Castro e Socorro Andrade non dovettero spiegare quello che fa la scuola Vueltas del Patico, in località Puracé, perché furono i bambini stessi a mostrarci come il progetto scolastico è organizzato attorno a un orto biologico, alla cui coltivazione partecipano maestri, genitori e alunni. Oltre alla coltivazione dell’orto biologico, hanno eliminato il cibo scadente e realizzato una «scuola materna biotica» basata sul principio dell’«imparare in movimento».

Come fanno gli indigeni, i bambini periodicamente eleggono un Cabildo Escolar (Consiglio scolastico), e all’incontro parteciparono con i loro bastoni del comando.

Ever Castro spiegò che «questo libera la leadership che ognuno di noi ha dentro e permette ai bambini di prendersi le proprie responsabilità e di imparare convivendo». Sostenne inoltre l’idea che «chi non pratica la sovranità alimentare non può parlare di sovranità alimentare». Un’affermazione che apparve subito come un buon modo per contestare i tecnici che a livello pratico non sono coerenti con i bei discorsi che fanno.

Nell’incontro ci fu molto altro, è impossibile riassumere tutto. Il taita[26] Javier Calambás, indigeno misak di Guambia, uno dei fondatori del CRIC, dall’alto dei suoi ottant’anni rifletteva sulle differenze tra i modi di organizzarsi dei sindacati e dei popoli indigeni. «I cabildos (le autorità indigene) non trovano posto nel movimento contadino. Noi non lottiamo per la terra ma per i fiumi, per l’ac­qua, per la vita».

Mario López, di Cononuco, anche lui fondatore del CRIC, fece una profonda riflessione sul baratto tra comunità. «Quelli delle zone più fredde scambiano i loro prodotti con coloro che vivono nelle zone più calde, ma per far questo non hanno bisogno di denaro. Questo è ciò che noi chiamiamo mercato». Uno scambio che rimane al fuori della logica capitalista. «I soldi che invia il governo producono divisioni se non si ha perché si ricevono», aggiunse.

Hugo Blanco, indigeno quechua del Perù, indicò nell’«etica indigena originaria dell’umanità» la via per superare la crisi di civiltà che stiamo attraversando.

Oscar Olivera, dirigente della Guerra dell’Acqua a Cocha­bam­ba (Bolivia) sottolineò che i cambiamenti vengono dal basso e che «si tratta di costruire alternative al di fuori dello Stato». Grazie agli indigeni, aggiunse, gli operai manifatturie­ri hanno imparato «la costruzione collettiva delle decisioni e la riappropriazione sociale della cosa pubblica».

Si è trattato di un incontro nel quale si è dato rilievo a ciò che si sta costruendo in un dipartimento saturo di violenza e di estrattivismo selvaggio. Si è parlato dell’«economia propria», dei modi di produrre e riprodurre la vita messi in atto da ogni popolazione, in base a criteri propri. Ancora una volta abbiamo costatato che esiste un’infinità di modi per produrre alimenti, quasi tutti promossi dalle donne, che non distinguono tra produzione e riproduzione perché si tratta di due aspetti inseparabili della vita.

Il terrore delle ruspe

Il 1° maggio c’è stata una frana in una miniera illegale del Cauca. «Un cumulo di terra ha seppellito almeno 23 persone nella miniera d’oro nei pressi del municipio di Santander de Quilichao, nel Cauca, nel sudovest del paese», provocando la morte di tre minatori (BBC Mundo, 1 maggio 2014).

Secondo la Defensoría del Pueblo,[27] nella zona non si possono realizzare controlli a causa delle minacce da parte dei gruppi armati. Secondo l’organismo colombiano, «alcuni membri del sesto fronte delle FARC,[28] presente nella zona, fanno pagare il pizzo per l’in­gresso e il funzionamento delle ruspe» (Noticias Caracol, 1 maggio 2014). Il ministro del Lavoro, Rafael Pardo, ha dichiarato che nelle miniere lavorano 5.000 bambini e che molti di loro sono usati per esplorare gli stretti tunnel in cui gli adulti non riescono a entrare.

Appena una settimana prima, un altro incidente in una miniera d’oro nel municipio di Buriticà, Antioquia, «ha provocato almeno quattro morti e 81 feriti» (Prensa Libre, 24 aprile 2014). In Colombia ci sono 14mila unità di produzione mineraria, il 56% delle quali non possiede una licenza di esercizio.

A febbraio, un altro incidente minerario ha fatto registrare cinque morti e dieci feriti in una miniera d’oro nel dipartimento di Nariño, al confine con l’Ecuador (AFP, 14 febbraio 2014). Il boom minerario e l’illegalità facilitano la proliferazione di attività realizzate in pessime condizioni di sicurezza.

Nel 2010, erano 26 milioni gli ettari di terra dedicati allo sfruttamento minerario: il 23% del territorio colombiano. Dei tre milioni di ettari del dipartimento del Cauca, due milioni sono destinati allo sviluppo minerario-energetico, e gli impatti sulla popolazione rurale saranno inevitabili.

Nel dipartimento ci sono due tipi di attività mineraria. Da una parte quella artigianale, da sempre praticata da indigeni, afro e contadini come forma di sopravvivenza, con tecnologie manuali. Dall’altra quella di media grandezza, che è informale e illegale, utilizza ruspe e draghe ed estrae soprattutto oro, argento e platino.

Le ruspe iniziarono ad arrivare negli anni ‘90 e stanno causando una diminuzione dell’attività mineraria artigianale, sia per l’intervento di attori armati, sia perché le ruspe «hanno distrutto gran parte dei pendii attorno ai fiumi» (Indepaz, 2013, p. 12).

Nel Centro de Interacción del Macizo Colombiano[29] (CIMA: Centro di Interazione del Massiccio Colombiano) fu organizzata una riunione per discutere del problema minerario e convocare un’Au­diencia[30] minerario-energetica regionale nel mese di ottobre. Un grande cerchio di trenta persone analizza i problemi zona per zona. «Ci sono richieste di concessione mineraria per circa 40 dei 114 milioni di ettari di territorio della Colombia», segnala un esponente del movimento denominato Proceso Campesino y Popular del Municipio de La Vega.

Una donna afro del collettivo Cococauca, del municipio di Timbiquí, sulla costa del Pacifico, descrive il modus operandi delle miniere: «Le ruspe lavorano 22 ore al giorno e nelle due ore di riposo i minatori artigianali entrano nella miniera. Inquinano tutte le fonti d’acqua che sono alla base della vita nella regione. Adesso un minatore artigianale guadagna sei milioni di pesos (circa tremila dollari) alla settimana, e questo cambia i valori e i consumi della gente».

I proprietari delle ruspe assumono la gente del luogo affinché li aiutino ad attraversare i fiumi e a superare i passaggi più difficili, a forza di braccia e servendosi di corde. Pagano molto bene. «La prostituzione e l’abbandono scolastico sono aumentati vertiginosamente», spiega la donna con tristezza.

Nel Nord del Cauca, la popolazione è divisa e le comunità indigene hanno atteggiamenti opposti. In alcuni territori, come i resguardos di Caldono e Canoa, si sono pronunciate contro l’attività mineraria, mentre in altri, come Tacueyó e Las Delicias, da tempo vengono svolte attività di questo tipo. «Dipende dalla forza del cabildo», spiega un giovane indigeno nasa della Asociación de Cabildos Indígenas del Norte del Cauca (ACIN).

«Alcune comunità si sono dedicate a riempire di terra le buche, mentre in altre i giovani sono quelli che più lavorano nelle miniere». Con l’attività mineraria non solo si creano divisioni, ma inizia lo sfruttamento all’interno del mondo indigeno stesso.

Nel municipio di Buenos Aires, nel Nord del dipartimento, la relazione della comunità con l’attività mineraria illegale è molto complessa. La maggior parte della popolazione è nera, una parte è indigena, ma hanno perso il controllo del­l’e­strazione, dominata dai paramilitari del Bloque Calima. «La gente vende la terra o viene scacciata con la forza», spiega il giovane. «Scavano pozzi giganti dove si infilano centinaia di persone».

Più di 10mila ettari del Municipio sono dati in concessione a privati o a multinazionali. «Quando siamo andati a rimuovere le ruspe quasi finiva a colpi di machete tra gli stessi comuneros», segnala un nasa, evidenziando i problemi di alcolismo che si registrano attorno alle miniere.

Dalla coca all’oro

L’attività mineraria avviene di solito in territori indigeni. Si impone con la forza, subordinando o spostando forzatamente le popolazioni che vi risiedono da secoli. La modalità è simile a quella delle monocolture. Il bollettino informativo di Cococauca[31] segnala che nella regione del Pacifico «il territorio collettivo delle comunità nere è stato duramente colpito dal flagello della coca, dal saccheggio irrazionale delle risorse naturali (forestali) e dal­l’attività mineraria illegale, con una crescente crisi umanitaria dovuta alla bassa produzione alimentare e al conflitto armato, le cui conseguenze si traducono nella migrazione e negli spostamenti forzati» (Cococauca, s.d., p. 2).

Aggiunge inoltre che il ministero delle Miniere e del­l’E­ner­gia ha emesso, a favore di aziende multinazionali e di agenti locali, diritti di sfruttamento su territori indigeni sui quali esiste una proprietà collettiva. Nei tre Municipi della costa del Cauca (Guapi, Timbiquí e Micay) ci sono quasi 200 ruspe in una regione di appena 70mila abitanti.

«I macchinari entrano con il beneplacito delle autorità, violando i diritti delle comunità. Le miniere sono accompagnate dalla rottura delle dinamiche organizzative e da minacce, assassinii, spostamenti forzati, scontri e cambiamenti sociali (liti familiari, mendicità, prostituzione, alcolismo, ecc.) (Ibidem).

La Legge mineraria approvata nel 2001 ha un effetto negativo per i minatori artigianali, che potrebbero invece frenare l’avanzata dell’estrazione mineraria meccanizzata. Questa Legge «ha eliminato le categorie di piccola, media e grande minería, che sono state unificate nelle cosiddette Unità Produttive Minerarie in cui rientrano a parità di condizioni il piccolo minatore e il grande investitore» (López Fernández, s.d., p. 28).

In Colombia il comparto minerario segue una logica e un modus operandi molto simile al business della coca e della cocaina. Un rapporto di Indepaz (Instituto de Estudios para el Desarrollo y la Paz) sostiene che «l’attività mineraria illegale non ha scacciato il narcotraffico che, al contrario, se ne serve per il riciclaggio e, in alcuni casi, per sostenere economicamente questi gruppi» (Indepaz, 2013, p. 62).

Il rapporto di Indepaz afferma che nei dipartimenti di Cauca e Nariño sono le FARC e i gruppi paramilitari come «Los Urabeños» e «Los Rastrojos» a «controllare attualmente lo sfruttamento minerario illegale nella regione della costa del Pacifico» (Ibidem, p. 61). Le conclusioni del rapporto sono tremende e pongono grandi interrogativi sul futuro.

«In zone come Timbiquí, nel Cauca, e Istmia, nel Chocó, l’at­tività mineraria illegale alimenta i gruppi armati ai margini della legge, che proteggono i corridoi del trasporto degli stupefacenti attraverso la foresta. I minatori considerano la presenza di attori armati uno strumento che offre loro la sicurezza necessaria per evitare rapine ed estorsioni» (Ibidem, p. 62).

I mezzi pesanti devono passare da posti di blocco dove si deve pagare un pedaggio ai gruppi armati. I modi di agire sono identici a quelli che si conoscono per la coca. Si paga una «quota mineraria» per l’autorizzazione allo sfruttamento; i gruppi armati negoziano con i proprietari delle ruspe l’ingresso dei mezzi pesanti e controllano la quantità di oro che viene estratta, per riscuotere la loro percentuale.

Secondo il rapporto citato sopra, ci sono variazioni tra una regione e l’altra e tra un gruppo armato e l’altro per quanto riguarda le percentuali percepite dai vari attori. In ogni caso, rimane identica l’opera di corruzione svolta dall’attività mineraria illegale, che genera una vasta rete di complicità molto difficili da smascherare (Ibidem, p. 63). Ad essere maggiormente danneggiate sono le popolazioni afro e indigene, i contadini, le donne e i bambini che vivono in territori ricchi di oro e altri minerali.

In apparenza i diversi attori si stanno preparando a una possibile fine del conflitto armato. Nei negoziati di pace, le FARC hanno riconosciuto che nei loro programmi, per quanto riguarda la coca, c’è la volontà di «porre fine a qualsiasi rapporto che, in funzione della ribellione, ci fosse stato con questo fenomeno» (El Tiempo, 17 maggio 2014). Alcuni osservatori, che preferiscono mantenere l’anonimato, credono che l’attività mineraria possa essere una strategia alternativa di finanziamento per i gruppi attualmente in armi.

Capitolo V

Attività mineraria in crisi:
un’opportunità per le popolazioni

Per la prima volta dopo molti anni, l’estrazione mineraria retrocede in America Latina. Alla caduta dei prezzi internazionali e al­l’aumento dei costi di produzione, con una conseguente diminuzione degli utili, si aggiunge la crescente resistenza della società agli impatti ambientali e sociali.

«Il modello estrattivo minerario è un problema di potere, e quindi politico», dice nel suo ultimo rapporto l’Observatorio de Conflictos Mineros de América Latina (OCMAL, 2015, p. 7).

Nonostante la caduta dei prezzi internazionali dei minerali, la regione continua a ricevere la maggior parte degli investimenti mondiali per la prospezione mineraria.

Il rapporto aggiunge: «L’estrattivismo minerario è un problema di diritti umani», dato che le grandi imprese multinazionali approfittano del mancato rispetto da parte dello Stato del suo dovere di «promuovere un’immagine di responsabilità sociale che soddisfi i bisogni della popolazione».

L’OCMAL giunge a questa conclusione dopo aver costatato che «non è vero che le imprese minerarie sviluppano l’in­frastruttura necessaria per le comunità, in quanto le opere che realizzano servono al transito dei macchinari e del personale delle imprese stesse; non è vero che garantiscono il diritto alla salute o all’edu­ca­zio­ne delle comunità, dal momento che le cose che fanno sono operazioni di marketing deducibili dalle tasse, mentre la loro attività inquina e peggiora nel breve, medio e lungo termine la salute e le condizioni di vita della gente» (Ibidem, p. 7).

Il 15 ottobre del 2015, la CEPAL (Commissione Economica per l’A­merica Latina) informava che la regione latinoamericana ha visto diminuire di un 21% gli investimenti esteri diretti nel primo trimestre dell’anno, a causa «della riduzione degli investimenti nell’estrazione di minerali e idrocarburi, dovuta a un calo dei prezzi internazionali, alla decelerazione della Cina e a una crescita economica negativa nella regione» (CEPAL, 2015a).

Gli investimenti esteri erano già calati nel 2014 di un 16%, il che dimostra che non si tratta di una diminuzione congiunturale ma di un deterioramento del tipo di investimenti incentrati sull’estra­zio­ne delle materie prime. Facendo un’ana­li­si per paese, la maggiore diminuzione si riscontra in Brasile, con un calo del 36%, in gran parte dovuto alla crisi che ha colpito il mercato interno. In Cile, Colombia e Perù il calo si è concentrato soprattutto nel settore minerario.

Tre sono le ragioni che spiegano questo calo: la consistente diminuzione dei prezzi internazionali dei minerali, l’au­mento dei costi di estrazione e la forte opposizione all’atti­vi­tà mineraria da parte delle comunità indigene e contadine, che sta portando i governi ad essere più esigenti nei confronti delle multinazionali del settore.

Un passo indietro?

Molti governanti e analisti lamentano la diminuzione degli investimenti minerari, ma in realtà si tratta di una nuova opportunità per raggiungere una crescita sostenibile. Il rapporto annuale della CEPAL sugli investimenti esteri segnala che la caduta dei prezzi dei minerali è iniziata nel 2012, due anni prima della caduta dei prezzi del petrolio, con conseguenti minori investimenti a partire dal 2014.

L’indice del prezzo delle commodities elaborato da Bloomberg, che include oro, petrolio e soia, è diminuito della metà dal suo massimo storico del primo semestre del 2011. La multinazionale Glencore-Xstrata, che controlla la maggior parte della produzione mondiale di minerali e cereali, ha registrato perdite nella Borsa di Londra superiori al 30% alla fine di settembre 2015, con una perdita totale pari al 74% nel corso dell’anno (El Economista, 28 settembre 2015).

Non è l’unico caso. «La stessa tendenza ha caratterizzato, tra le varie multinazionali, anche AngloAmerican, con perdite del 10% in settembre e del 60% nel corso dell’anno, BHP Billiton con perdite del 40% annuali e Antofagasta Minerals con perdite del 33%» (Walder, 2015). La crisi del settore minerario implica la chiusura di alcune miniere per ridurre la produzione, con l’obiettivo di far risalire i prezzi, e una massiccia perdita di posti di lavoro.

A ottobre, il gruppo Goldman Sachs ha segnalato che i prezzi dei minerali continueranno a scendere. Nel caso del rame, la principale produzione mineraria latinoamericana, ad agosto il prezzo di una tonnellata è sceso a 4.968 dollari, il minimo da vari anni, ma si stima che alla fine del 2016 possa arrivare a 4.200 dollari. A detta degli analisti specializzati, il prezzo di mercato si avvicina sempre più a quello di produzione (4.000 dollari per una tonnellata nel caso del rame) senza che le imprese siano in grado di frenarne la caduta (The Wall Street Journal, 15 ottobre 2015).

«Gli investimenti nella prospezione hanno subito una riduzione del 26% tra il 2013 e il 2014, e del 47% rispetto al 2012» (CEPAL, 2015b, p. 24). Altri dati forniti dal rapporto della CEPAL confermano la riduzione: nel 2010 si era arrivati a 389 «eventi minerari» mondiali, come l’apertura di nuove miniere, mentre nel 2014 ce ne furono soltanto 96.

Al tempo stesso, stanno aumentando nel mondo i costi di produzione. Il costo medio mondiale di estrazione di una libbra di rame è passato da 1,37 dollari nel 2009 a 2,11 dollari nel 2012 (CEPAL, 2013, p. 27). Si tratta di un aumento del 54% che, sommato alla caduta dei prezzi di mercato, provoca una situazione di crisi. Entrambi i dati confermano che non siamo di fronte a una diminuzione congiunturale, quanto piuttosto a una tendenza al ribasso di prezzi, investimenti e produzione.

In America Latina la quantità di investimenti minerari è quasi tre volte superiore alla media mondiale. La percentuale di investimenti esteri diretti che riguardano le risorse naturali del mondo non supera il 10%, mentre in America Latina è del 26%, e in paesi come Bolivia e Cile supera il 50%. Quanto più industrializzato è un paese, tanto più bassi sono gli investimenti in risorse naturali.

In Bolivia, secondo l’analista Héctor Córdova, della Fondazione Jubileo, soltanto tre delle 17 imprese minerarie private registrate hanno il bilancio in attivo, mentre il comparto minerario in generale ha avuto una caduta degli utili del 50% (Sputniknews.com, 7 ottobre 2015). In Cile la compagnia statale Codelco ha dato nel 2015 il minor apporto da decenni alle casse dello Stato, arrivando appena al 50% della cifra del 2014.

Un mare di conflitti

Ma la crisi del settore minerario non è dovuta soltanto alla caduta dei prezzi. Un fattore decisivo è costituito dalle resistenze popolari che molte volte hanno ottenuto la chiusura delle miniere o la riduzione della loro attività. Secondo la CEPAL, i conflitti minerari si verificano in tutto il mondo, «però in America Latina se ne concentra una quantità spropositata» (CEPAL, 2015b, p. 120).

Il modo di gestire i conflitti varia da un paese all’altro. In Uruguay e in Cile, per esempio, di solito si fa ricorso alla giustizia. Nel­l’aprile del 2013 la canadese Barrick Gold dovette sospendere definitivamente lo sfruttamento della miniera d’oro Pascua Lama, al confine tra Argentina e Cile, in seguito a una sentenza giudiziaria che accolse la denuncia delle comunità indigene che accusavano l’impresa di pregiudicare il loro accesso all’acqua. Fu il più grande progetto minerario del continente ad essere sospeso, con perdite per l’impresa pari a 5 miliardi di dollari.

In Colombia il governo bloccò le esportazioni di carbone da parte della statunitense Drummond per l’in­qui­na­mento marino che stava provocando, mentre altri progetti furono ritardati a causa delle proteste. Qualcosa di simile accadde in Uruguay per il progetto minerario di estrazione di ferro dell’indiana Zamin.

In Perú, le comunità dovettero fare ricorso all’azione diretta, riuscendo a fermare la miniera Yanacocha e altri progetti nel Nord e nel Sud del paese. Il Perù divenne l’epicen­tro della conflittualità mineraria. Regioni intere, con il coinvolgimento di decine di alcades [sindaci] e di migliaia di contadini, furono teatro di gravi scontri con una lunga serie di morti e feriti.

La forte crescita degli investimenti e la moltiplicazione dei progetti non bastano da sole a spiegare l’aumento vertiginoso della conflittualità. Ci sono infatti tre ulteriori ragioni.

La prima è che le comunità colpite hanno maggiore accesso all’informazione e mostrano una rinnovata capacità di far ascoltare la propria voce. Contadini e indigeni hanno costruito reti di solidarietà con ONG ambientaliste e organizzazioni sociali, sia rurali che urbane, e possono contare sul sostegno istituzionale di organismi per la difesa dei diritti umani, di alcades, di autorità statali di ogni livello e anche di alcuni mezzi di comunicazione.

La seconda è la Convenzione 169 dell’Organizzazione Inter­nazionale del Lavoro (ILO, in inglese), un importante stru­mento legale approvato da 15 paesi della regione, che obbliga i governi a consultare i popoli indigeni in caso di progetti che possano avere un impatto sulle comunità (CEPAL, 2013, p. 27). Quasi tutti i popoli indigeni fanno ricorso a questo strumento nel loro processo di rafforzamento nei confronti dei governi.

La terza ragione si ricollega alla costatazione di forti danni ambientali nei luoghi dove già sono in atto attività minerarie e alla certezza che le multinazionali del settore ricavano enormi profitti. Da un lato ci sono i rilevanti passivi ambientali e il grave inquinamento delle falde acquifere. Dall’altro, l’industria estrattiva consuma molta energia. C’è un «uso più intensivo dell’energia perché, col passare del tempo, dai giacimenti si ottengono quantità sempre minori di minerale per volume di materiale estratto» (CEPAL, 2015b, p. 119).

Las Bambas: l’ultimo grande conflitto

Quando ancora non si era spenta l’eco del conflitto tra la popolazione della regione meridionale di Arequipa e la miniera Tía María (Perù), con la sua serie di morti e feriti e con l’occupazione militare di villaggi e città, si è verificato un nuovo massacro nella regione di Apurimac, nel centro-sud dell’area andina, con l’uccisione di quattro persone durante uno sciopero di protesta contro la miniera Las Bambas.

I fatti risalgono al pomeriggio del 28 settembre [2015], quando la polizia ha represso a colpi di arma da fuoco una manifestazione degli abitanti della provincia di Cotabambas; oltre ai morti, ci sono stati in quell’occasione anche dodici feriti.

Las Bambas è il più grande progetto minerario del paese, con un investimento di 10 miliardi di dollari, che a partire da gennaio 2016 produrrà 400mila tonnellate di rame all’anno. La sola produzione di questa miniera farà crescere dell’1,5% il PIL annuale del paese. Il 60% delle esportazioni peruviane proviene dal comparto minerario che rappresenta la principale fonte di introiti dello Stato. Le numerose attività minerarie sono localizzate nelle zone più povere del paese, in particolare nell’area andina. Nella regione di Apurímac, i poveri sono più del 40% della popolazione.

La miniera Las Bambas è stata comprata nell’aprile del 2014 dal consorzio cinese-australiano MMG, che l’ha rilevata da Glencore-Xstrata per 6,5 miliardi di euro, una delle transazioni più rilevanti della storia del Perù. La costruzione del complesso minerario iniziò dieci anni fa, con la promessa di migliorare le condizioni di vita della popolazione locale. Nel corso della costruzione di questo colossale impianto si fece ricorso a 10mila operai che adesso rimarranno disoccupati, in quanto il funzionamento della miniera necessita soltanto di duemila lavoratori altamente qualificati.

Nonostante le promesse, la vita della popolazione locale non è migliorata. Nella sua pagina Facebook, Lamula.pe sottolinea che a distanza di dieci anni «la metà della popolazione locale non è in grado di far fronte alle necessità di base, il tasso di analfabetismo è del 24%, il 40% dei bambini minori di 5 anni è anemico e il 27% è denutrito, secondo dati ufficiali» (Lamula.pe, 30 settembre 2015).

Però la rabbia della popolazione è esplosa in seguito a una grave inadempienza dell’impresa. La valutazione di impatto ambientale, realizzata consultando la popolazione, e da questa approvata, prevedeva la costruzione di un condotto sotterraneo di 206 chilometri, che doveva servire a trasportare il rame fino alla vicina provincia di Cusco, dove Xstrata possiede un impianto di trasformazione. In seguito alla vendita a MMG, quest’ultima ha deciso di cancellare il condotto sotterraneo e di sostituirlo con un impianto di trasformazione nelle vicinanze della miniera Las Bambas.

Questa decisione è stata presa senza una previa consultazione delle comunità locali. Il problema sarà il transito dei camion che dovranno trasportare migliaia di tonnellate di rame per strade che attraversano decine di comunità contadine, generando un impatto che non era previsto nello studio originale. Inoltre, la miniera consumerà 800 litri di acqua al secondo, che saranno prelevati dal fiume Chalhuahuacho. Di fronte a tutto questo, le comunità si sono sentite prese in giro e hanno iniziato la protesta.

Il governo ha risposto dichiarando lo stato d’emergenza, come aveva già fatto decine di volte in passato, con la conseguente militarizzazione di intere provincie. La Coordinadora Nacional de Derechos Humanos (Coordinamento Nazionale dei Diritti Umani) ricorda che nei quattro anni di governo di Ollanta Humala ci sono stati 49 morti nella repressione di conflitti sociali. Dal 2006 ad oggi, si contano già 125 civili morti, la stragrande maggioranza dei quali nel corso di conflitti minerari.

Il rapporto annuale 2014-2015 della Coordinadora Nacional de Derechos Humanos, pubblicato lo scorso agosto, segnala che «il 95% delle vittime è morto in seguito a colpi d’arma da fuoco», il che permette di affermare che «ci troviamo di fronte a una prassi sistematica che implica responsabilità al più alto livello dello Stato» (Coord. Nacional de Derechos Humanos, 2015, p. 41).

Alcune conclusioni del capitolo dedicato alla criminalizzazione della protesta sociale mettono in luce un elemento comune: «Di fronte alla conflittualità sociale, il governo di Ollanta Humala ha attuato una strategia che combina la criminalizzazione della protesta sociale con un’altra strategia, definita di “dialogo”, che in realtà è orientata a diminuire il livello di mobilitazione dei cittadini, senza dare una soluzione di fondo ai problemi strutturali, cioè alla vio­lazione dei diritti» (Ibidem, p. 39). Nel corso della presentazione del rapporto, l’allora segretaria esecutiva della Coordinadora, Rocío Santisteban Manrique, affermò che in tutto il continente «si continua a utilizzare il diritto penale per smobilitare i settori d’avan­guardia, arrestando i dirigenti e vessando i difensori dei diritti umani e dell’ambiente».

È possibile che la crisi mineraria sia un’opportunità per la gente, se si riescono a gettare le basi per un modello economico diverso: meno votato all’esportazione di commodities e più rivolto al mercato interno e regionale; meno aggressivo nei confronti della natura e delle comunità; con più lavoro specializzato impiegato nell’elaborazione di prodotti di alta qualità.

Capitolo VI

Il pensiero critico
nell’ora del collasso sistemico
[32]

Ci sono casi in cui le parole non riescono a dire quello che vogliono dire. Suonano vuote, ripetitive, burocratiche. Dire crisi, per esempio, non spiega quello che stiamo cominciando a vivere e a soffrire come popoli. Le crisi sono l’interruzione dell’ordine esistente, in forma più o meno brusca, per un certo periodo di tempo più o meno delimitato, in modo più o meno prevedibile. Passata la crisi possiamo sperare che la situazione ritorni come prima.

Con l’avvento del nazismo e del fascismo avvenne qualcosa di simile: una buona parte della sinistra pensava che si trattasse al più di una dittatura, di un regime autoritario come ce n’erano stati in passato. Andavano avanti con le loro abitudini, le stesse che erano state utili in altri periodi di lotta, ma che a quel punto si rivelarono incapaci di far fronte alla nuova situazione. Tra le invenzioni più diaboliche del nazismo ci furono i campi di concentramento e lo stato di eccezione permanente. L’obiettivo era far sparire una parte della popolazione e trasformare la società nel suo insieme in un campo di concentramento.

Quello che stiamo cominciando a vivere non ha un nome conosciuto. Stiamo passando da un mondo a un altro. Da un mondo unipolare a uno multipolare. Dal mondo che ha il suo baricentro in Occidente a uno che ce l’ha in Oriente. Da un mondo capitalista a uno post-capitalista che ancora fatichiamo a visualizzare. Assistiamo inoltre all’insorgere di un caos climatico e di crisi ambientali, e corriamo il rischio di soffrire di malattie per le quali non ci sono medicine accessibili a quelli che stanno in basso. Stiamo entrando in un mondo caotico.

Una delle conseguenze delle strategie di quelli che stanno in alto è che ormai non esiste più UN mondo. Questa, credo, è una delle lezioni più importanti degli ultimi anni. Non siamo tutti sulla stessa barca. Voglio dire che in altri periodi della storia quelli che stavano in alto abitavano lo stesso mondo di quelli che stavano in basso. Oggi non più.

Quello che le popolazioni stanno affrontando non è una tormenta, un uragano, uno tsunami, ma qualcosa di più complesso, di diverso, che non sappiamo ancora nominare perché in larga misura è sconosciuto. Un’Idra dalle mille teste che ci attacca da diversi fronti, ma nel medesimo tempo e con modalità ugualmente assassine? Può essere. In ogni caso, dovremmo riconoscere che l’Idra cerca di annientarci, di distruggerci, di farci scomparire come popoli. Stiamo vivendo la prima fase di un genocidio di massa?

Riflettere sul collasso

Nel recente seminario «Il pensiero critico di fronte all’Idra capitalista», gli zapatisti ci hanno proposto di riflettere su qualcosa di diverso dalla crisi: il collasso del sistema. Si tratta di riuscire a pensare il cambiamento qualitativo che stiamo vivendo, un cambiamento che è in relazione con la crisi del capitalismo ma non si riduce ad essa. In che cosa consiste questo collasso? Nell’opzione analitica che abbiamo adottato, il concetto di collasso si ricollega ai sistemi complessi (si veda Fernández Durán e González Reyes, 2014).

Per gli autori che abbiamo scelto come riferimento, in quanto partono dalle scienze della natura ma adattano il concetto di collasso alla struttura delle nostre società, il collasso avviene quando un sistema complesso non può più regolarsi attraverso le crisi. In questo senso, essi distinguono il collasso dalle crisi perché nel collasso si produce una diminuzione drastica della complessità, «un calo nella stratificazione e differenziazione sociale, nella specializ­zazione lavorativa (tanto di classe come territoriale), nella centralizzazione del potere, nel controllo, negli investimenti dedicati all’ar­chi­tettura monumentale e all’arte, nello scambio di informazioni, nel commercio e nel coordinamento sociale».[33]

Per questi motivi il collasso riduce i costi di funzionamento del sistema. Sebbene nel passato si siano verificati collassi come la caduta dell’impero romano (al quale, in America Latina, dovremmo aggiungere il collasso delle civiltà atzeca e inca), nelle società attuali ci sono elementi di novità rispetto al passato: le società industriali oggi non dipendono più da fonti energetiche rinnovabili, il grado di complessità (specializzazione e interrelazione delle loro componenti) è molto maggiore, la concentrazione del potere è enorme e oggi non c’è un «fuori», come c’è sempre stato nelle società precedenti, per cui «non ci saranno zone di rifugio».

Una società complessa possiede inoltre una maggiore vulnerabilità e una minore resilienza. Un esempio si impone. Le comunità indigene e gli accampamenti dei Sem Terra[34] sono organismi relativamente semplici rispetto alla società urbana. Sono più orizzontali, meno specializzati, consumano meno energia (materiale e sociale), e i loro tempi sono molto meno accelerati. Una famiglia che vive in queste comunità coltiva il proprio cibo e ha la possibilità di essere autosufficiente, anche se nella situazione attuale non sempre ci riesce. Una famiglia urbana deve comprare il proprio cibo nei supermercati che sono un anello di una lunga catena, dalla produzione alimentare fino alla distribuzione al dettaglio.

Questo esempio elementare ci permette di osservare la differenza fra questi due mondi per quanto riguarda il grado di complessità, la quantità di energia impiegata per ottenere il cibo, la maggiore autonomia degli uni rispetto all’etero­no­mia degli altri, i diversi livelli di concentrazione del potere e delle gerarchie, i differenti gradi di dipendenza nell’uno e nell’altro caso. Inoltre l’op­pres­sione, quando è presente, è più visibile: il potere si mostra più chiaramente e quindi è possibile distribuirlo con maggiore facilità (o con un minor investimento di energia sociale).[35]

Senza pretendere di esaurire il concetto di collasso[36] (si tratta appena di aprire un dibattito), è interessante constatare le differenze tra questa modalità e quella della crisi. Nel capitalismo attuale, dominato dal settore finanziario, i livelli di complessità e di opacità sono molto maggiori rispetto ai periodi ‘normali’ di funzionamento del sistema. Basta ricordare le enormi difficoltà a cui vanno incontro gli economisti quando devono spiegare il funzionamento dei nuovi strumenti finanziari.

Un collasso reale e prevedibile:
la crisi dell’acqua a San Paolo del Brasile

L’area metropolitana di San Paolo conta 22 milioni di abitanti distribuiti in 39 municipi. È la più grande città dell’A­me­rica Latina e una delle più popolose del mondo. L’estate scorsa i serbatoi di acqua che la riforniscono sono scesi al minimo storico del 5% della loro capacità. Di conseguenza ci sono stati tagli alla distribuzione di acqua in alcune zone e razionamenti in altre. La regione sta affrontando quello che gli esperti chiamano «un ciclo di scarsità idrica che può durare per venti o trent’anni», qualcosa di molto diverso da una siccità periodica come quella che si verificava abitualmente in altri periodi storici, quando non esisteva quello che oggi conosciamo come cambiamento climatico (Opera Mundi, 6 maggio 2015).

Questi dati ci dicono che quasi sicuramente nei prossimi anni ci sarà una drastica riduzione dell’acqua in una delle megalopoli del mondo, nonostante le opere che il governo sta realizzando in tutta fretta prima che arrivi un’altra estate.

Di fronte ad una situazione così grave, il Comando Militare del Sudest[37] si sta mobilitando, organizza dibattiti e operazioni militari. Non per fornire l’acqua alla popolazione, ma per prevenire il caos sociale derivante da un possibile taglio delle forniture idriche, in quanto considera la siccità come una questione di sicurezza pubblica.

Il 27 maggio [2015] un commando di 70-100 militari armati di mitragliatrici ha occupato i locali dell’azienda idrica SABESP (Saneamento Básico de São Paulo), in previsione di «un’eventuale necessità di occupazione in caso di crisi», secondo quanto afferma il comunicato dell’Esercito (El País, 27 maggio 2015). Tutta l’area del complesso dell’azienda «è con­si­derata strategica, e l’azione fa parte delle attività militari preventive per il mantenimento dell’ordine pubblico e la pro­tezione delle persone e del patrimonio», aggiunge il comunicato.

Un mese prima, il 28 aprile, il Comando Militare aveva organizzato un dibattito convocando ufficiali, soldati e «professori universitari simpatizzanti dei militari». Al tavolo erano seduti il direttore della SABESP, una delegata della Federazione degli industriali di San Paolo, un professore di ingegneria e il capo militare del Sudest. L’obiettivo era tracciare una panoramica tecnica, politica e sociale della crisi idrica. La cronaca riporta che la possibilità di un taglio nella fornitura dell’acqua «fa venire i brividi lungo la schiena all’es­tablish­ment dello Stato», che i militari ritengono che il numero ideale di abitanti della città dovrebbe essere di soli 4 milioni e che l’in­tero agglomerato urbano può rimanere senza ac­­qua già a partire dal luglio di quest’anno.

Il direttore della SABESP, Paulo Massato, è stato molto chiaro nel considerare le conseguenze sociali: «Sarà il terrore. Non ci sarà cibo, né energia elettrica. Sarà uno scenario da fine del mondo. Parliamo di milioni di persone, si scatenerà il caos sociale. Non si tratterà solamente di un problema di scarsità idrica. Sarà qualcosa di molto più serio» (Opera Mundi, 6 maggio 2015).

Il campanello di allarme tuttavia è stato suonato dal generale João Camilo Pires de Campos, il comandante militare del Sudest, che ha citato l’ex presidente della dittatura militare Ernesto Geisel (1974-1979): «In epoca di vacche magre è necessario legare il vitello». Per loro, il vitello sono evidentemente i settori popolari.

Anche le riviste militari hanno affrontato il tema. Una delle più importanti sottolinea che nel novembre scorso la tensione era così elevata che «la polizia militare doveva scortare le autocisterne dirette in alcuni punti della città, soprattutto in periferia, in quanto settori popolari, appoggiati da milizie, attaccavano le autocisterne per impadronirsi dell’acqua» (Defesanet, 30 novembre 2014).

Citando alcuni esperti di scienze sociali, Defesanet afferma che «i grandi cambiamenti sono stati preceduti da alterazioni climatiche, come la storia insegna a proposito della rivo­luzione francese», e asserisce che San Paolo «dimostra che le convulsioni sociali sono una costante nelle grandi città».

Tuttavia, uno dei fatti più sintomatici segnalati da Difesanet è che a partire dall’ottobre dello scorso anno, quando la siccità ha cominciato a far temere tagli nella fornitura di acqua, il governo stava inviando militari a frequentare alcuni corsi della SWAT (Special Weapons and Tactics), la polizia militare degli Stati Uniti specializzata in azioni anti-sommossa. Defesanet aggiunge inoltre che esiste la possibilità «di grandi flussi migratori verso regioni dove c’è ancora disponibilità di acqua (…), il che porterebbe all’esaurimento delle risorse naturali, con gravissimi conflitti per l’acqua e la terra, che coinvolgerebbero anche la proprietà privata» (Defesanet, 27 maggio 2015).

In conclusione, Defesanet avverte che la crisi idrica può provocare insurrezioni, «gravi sollevazioni sociali» e persino rivoluzioni armate che potrebbero estendersi a tutto lo Stato di San Paolo e agli Stati vicini, come Rio de Janeiro e Minas Gerais, dove vivono cento milioni di persone.

Fin qui il resoconto giornalistico del pensiero dei militari e della burocrazia statale. Bisogna solo aggiungere che, in piena crisi, la SABESP ha diffuso una lista di 537 clienti privilegiati che quanta più acqua consumano, tanto meno pagano (industrie, negozi, catene come Mc Donald’s), e che insieme consumano il 3% dell’acqua della città e fruiscono di sconti del 75%. Consumano «l’equivalente dell’acqua utilizzata da 155mila famiglie e sono stati i principali responsabili dell’aumento del 5,4% del consumo annuo di acqua» (El País, 10 marzo 2015).

Tutto ciò mette in luce due questioni. La prima è che ‘loro’ sono pronti a fronteggiare una situazione molto grave, con un piano di azioni politiche e militari per uscire rapidamente da un caos tremendo come quello provocato dalla mancanza di acqua. La seconda è che l’accesso all’acqua è vergo­gnosamente disuguale: dal 2005 ad oggi, a San Paolo, l’acqua disponibile per i «grandi clienti» è aumentata di 92 volte.

Una cosa molto preoccupante è che i nostri movimenti non stanno discutendo questi temi, e ciò vuol dire che, a differenza di ‘loro’, noi non ci stiamo preparando a un possibile collasso.

Le molte forme del capitalismo

L’immagine del capitalismo come un’Idra, proposta dal­l’EZLN (Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale), mi sembra interessante per comprendere come funziona il sistema, come la nostra lotta si trovi a dover affrontare molte ‘teste’ e come queste si riproducano nonostante la nostra lotta. Da un lato, questo ci permette di comprendere la difficoltà del compito di porre fine a un sistema tanto complesso; dall’altro, apre le porte a una riflessione sull’at­tività rivoluzionaria, dal momento che quest’ultima può essere fagocitata dal capitalismo in modi molto diversi.

In particolare ci permette di riflettere su un aspetto centrale del capitalismo:

– non lo si sconfigge con un solo colpo, per quanto ben assestato, perché si riproduce esattamente NEGLI stessi luoghi dove i colpi vengono inferti;

– non lo si sconfigge in un tempo breve: per la sua stessa capacità di rigenerarsi, la sua distruzione richiede tempo e costanza; non lo si distrugge colpendo in un luogo soltanto, decapitando una sola testa, perché, oltre a rigenerarla, possiede molte teste;

– infine (ed è forse un aspetto fondamentale), l’Idra è uno specchio nel quale possiamo vedere noi stessi. Voglio dire che combattere l’Idra significa, a mio avviso, combattere anche una parte di noi stessi. Non possiamo vincere l’Idra senza cambiare, senza muoverci dal luogo in cui siamo, senza trasformarci nel corso della lotta.

Desidero identificare alcune delle teste dell’Idra che si rigenerano e, soprattutto, il modo in cui si rigenerano, il modo in cui il sistema si rigenera quando le lotte dei popoli riescono a metterlo sulla difensiva e anche a fargli subire sconfitte importanti. Gli ultimi anni ci offrono alcuni insegnamenti di cui dobbiamo fare tesoro.

Credo che l’America Latina, e in particolare il Sud America, sia un interessante scenario per comprendere come l’Idra capitalista si ricompone, come possiamo tagliarle una testa, uno o più tentacoli, e lei rimane lì, rinasce, torna a crescere… e anche si rafforza perché le teste che rinascono hanno ancora più forza, sono più robuste… più capitaliste.

Nelle ultime due decadi ci sono stati tre momenti:

Primo atto: in Sud America, dall’inizio degli anni Novanta, abbiamo vissuto cicli di lotte importanti che hanno abbattuto governi (almeno dodici governi sono caduti per l’azione popolare diretta) in Venezuela, Ecuador, Perú, Paraguay, Bolivia, Argentina e Brasile. Ci troviamo di fronte a lotte così potenti da far cadere governi, in alcuni casi con la gente nelle strade. E, in diversi paesi, quelli che stanno in basso hanno fatto cadere vari governi nel giro di pochi anni.

Si è trattato di una lotta contro il neoliberismo nella fase delle privatizzazioni. In questa lotta sono confluiti due segmenti del mondo che sta in basso: i lavoratori con impiego fisso e diritti riconosciuti (la cosiddetta classe media) e gli esclusi. Per un tempo breve, sono confluiti entrambi nella lotta contro il modello capitalistico di quel momento.

Secondo atto: dopo la caduta dei governi neoliberisti impegnati nelle privatizzazioni, sia per l’azione diretta nelle strade, sia per una combinazione di mobilitazioni ed elezioni, sono saliti al governo nuovi governanti. Alcuni di loro provenivano da organizzazioni popolari; pochi erano stati nelle strade, però conoscevano le strade e il modo in cui le persone protestano, si organizzano e lottano. I nuovi gruppi dirigenti non vengono dalla vecchia e anchilosata classe politica, ma dai movimenti che avevano resistito al neoliberismo o che erano loro vicini.

Questo è un punto chiave che ci permette di capire quello che è accaduto dopo, vale a dire come l’Idra-capitalismo ha ricostruito la testa che i popoli le avevano tagliato scendendo nelle strade.

Terzo atto: i nuovi governi si mettono una maschera (anti-neoliberista, per i diritti umani, contro la povertà, per un mondo multipolare, ecc.), però portano avanti lo stesso modello sotto nuove forme (monocolture, attività mineraria, speculazione immobiliare, ossia estrattivismo). Si è chiusa la tappa delle privatizzazioni e si è aperta quella delle commodities. Continua ad essere neoliberista perché gira intorno alla speculazione finanziaria, però adotta un altro discorso, il nostro, un discorso appreso nelle strade.

Affermare che con i governi progressisti non è cambiato niente può sembrare una cosa esagerata, un non voler vedere i cambiamenti, gli «aspetti positivi» di questi governi. Ma quello che in realtà è cambiato è che con questi governi il capitalismo si è rafforzato, c’è più capitalismo.

Per avere un quadro completo è necessario capire come il progressismo abbia distrutto movimenti sociali e comunità, il che include la repressione, che non è un’anomalia ma una parte essenziale del modello. Desidero affrontare tre aspetti: l’appropriazione del discorso dei movimenti, il tentativo di mettere un movimento contro l’altro e l’aumento della repres­sione formale e informale, concentrata però sui poveri:

1) Appropriazione del discorso dei movimenti = Confusione: l’Idra si veste con abiti di sinistra, canta i nostri inni, alza il pugno, sventola le nostre bandiere; Evo Morales dice «comandare obbedendo». L’ha detto nel gennaio del 2006 quando ha assunto la presidenza. L’ha ripetuto il 31 dicembre 2010 quando il popolo si era sollevato contro il Gasolinazo.[38] Lo dice anche quando il suo governo organizza colpi di Stato contro le organizzazioni sociali che si oppongono alla sua politica. Lo ripete quando organizza false consultazioni per costruire autostrade violando le decisioni delle comunità.

In Uruguay, José Mujica afferma di voler difendere gli stessi valori dei movimenti popolari, ma poi favorisce le miniere a cielo aperto, sostenendo di fatto il modello che critica a parole.

Perché il progressismo e la sinistra elettorale si appropriano del discorso e delle bandiere dei popoli in lotta? In parte, lo fanno per una questione di legittimità. Sono governi e presidenti che necessitano dell’approvazione di quelli che stanno in basso perché sono arrivati al potere grazie a loro. E sanno che in qualsiasi momento, se quelli che stanno in basso li abbandonano, loro cadono. Semplicemente cadono.

Inoltre, utilizzano i nostri discorsi e i nostri simboli perché hanno bisogno di creare confusione per rimanere al governo. Dal momento che quelli che stanno in basso, ben organizzati, sono diventati forti, la repressione è la soluzione peggiore. Quindi creano confusione. E la confusione va di pari passo con la repressione, che mai viene abbandonata. La duplice dinamica, confusione più repressione, è una delle principali caratteristiche del modello progressista. Per un motivo fondamentale: non c’è altro modo di sostenere il modello estrattivista se non con la repressione.

L’esempio più recente di questa politica è rappresentato dal Brasile. Le grandi mobilitazioni del giugno 2013 furono un colpo mortale per il governo del Partido dos Trabalha­dores (PT).[39] Le mobilitazioni non furono spontanee, ma il frutto di dieci anni di lavoro del Movimento Passe Livre[40] e di altri movimenti urbani. Realizzarono centinaia di azioni tra manifestazioni, marce, distruzione di tornelli, teatro di strada… e quando la polizia militare li colpì brutalmente, migliaia di persone scesero in strada contro la repressione.

Propongo di guardare a questo più da vicino. Con la lente d’in­grandimento se possibile.

Che cosa fece il PT di fronte alle manifestazioni? Lanciò l’idea che le manifestazioni facevano il gioco della destra, per il solo fatto che erano scesi in strada anche piccoli gruppi di destra. Si tratta di instillare l’idea che ogni manifestazione contro un governo ‘di sinistra’ è necessariamente di destra. E questa è una duplice menzogna.

In un recente articolo di un giornalista statunitense si legge:

«Prima della visita di Biden[41] nel maggio del 2013, Dilma Rousseff aveva un tasso di popolarità del 70%. Meno di due settimane dopo la visita di Biden in Brasile, una serie di proteste su scala nazionale, promosse da un gruppo ben organizzato denominato “Movimento Passe Livre”, relative ad un aumento del 10% del costo del biglietto degli autobus, paralizzarono il paese e diventarono molto violente. Le proteste avevano tutte le caratteristiche di una tipica “rivoluzione colorata”, o destabilizzazione via Twitter, che sembra seguire Biden in tutti i luoghi dove si reca in visita. In poche settimane, la popolarità della Rous­seff ebbe un calo del 30%».[42]

Secondo questa ‘analisi’, il MPL fa il gioco degli yankee. Con ciò vogliono affermare che qualsiasi mobilitazione sotto un governo progressista o di sinistra sarà trattata come se fosse il nemico.

2) La seconda modalità operativa consiste nel sostenere gruppi di militanti per contrapporli ad altri gruppi di militanti; non si tratta però di un confronto alla pari, fra due gruppi uguali, perché uno può contare su un ampio sostegno, anche finanziario, da parte del governo. In questo caso le dinamiche sono molto sottili. C’è un’ap­pro­priazione del discorso e c’è confusione, ma convogliata nei territori dei movimenti sociali attraverso le politiche sociali. Per questo io dico che le politiche sociali sono una forma di ‘contro­-insur­rezione’ (si veda Zibechi, 2011), perché nascono con l’o­biet­tivo di disorganizzare e cooptare i movimenti di base, neutralizzare i militanti e, se è il caso, criminalizzarli.

Si tratta di due dispositivi: lavorare con i ‘movimenti’ filo-governativi, istituzionalizzati, cooptati, e nello stesso tempo distribuire abbondanti sussidi tra la gente, unitamente al­l’as­se­gnazione di incarichi ai dirigenti di quei ‘movimenti’.[43] Possiamo affermare che esiste una politica macro nei territori, rappresentata dai sussidi, e una politica micro, più minuziosa, finalizzata a cooptare dirigenti popolari.

L’obiettivo è disgregare il tessuto comunitario e militante, distruggere le comunità, demolire la loro capacità di organizzazione e di lotta. Molte persone che sono state nei movimenti trovano ora nello Stato/governo una soluzione per i loro problemi di vita, o perlomeno per le principali urgenze. Per i quadri e i dirigenti, la politica istituzionale è un cammino di ascesa sociale individuale.

3) Aumento della repressione. Mi è chiaro quanto questo possa suonare strano, perché alcuni (incluso il sottoscritto) credevano che, nonostante tutti i problemi, il progressismo implicasse minore repressione. Ho poi capito che era un modo di vedere superficiale e razzista.

  • Nel decennio della Kirchner in Argentina ci sono stati quattro volte più morti per ‘grilletto facile’ rispetto a quelli che ci sono stati nel decennio di Menem: in media 60 morti all’anno per mano della polizia negli anni Novanta (dal luglio del 1989 al dicembre del 1999) rispetto ai 240 del periodo che va dal maggio del 2003 al novembre del 2013 (CORREPI, 2013a e 2013b).
  • In Brasile, dal 2002 al 2012 (l’ultimo anno ‘neoliberista’) il numero di bianchi assassinati è diminuito del 25%, però nello stesso periodo le vittime di colore sono aumentate del 38% (Secretaría da Presidência da República, 2014). Ogni due ore, sette giovani neri vengono assassinati. Nella regione del Nordest, i giovani neri hanno cinque volte più probabilità di essere assassinati rispetto ai coetanei bianchi. Le organizzazioni dei neri parlano di genocidio di poveri, neri e indigeni in Brasile.
  • Tra il 1983 e il novembre del 2013, i morti per grilletto facile in Argentina sono stati 4011: il 47% aveva un’età compresa tra i 15 e i 25 anni, il 27% tra i 26 e i 35 anni.
  • In Brasile, l’organizzazione «Madri di Maggio» (costituita dalle madri delle 500 persone assassinate a San Paolo nel mag­gio del 2006 per mano degli apparati repressivi) segnala che tra il 1990 e il 2012 sono stati compiuti 25 massacri di abitanti delle favelas, vale a dire giovani/neri/poveri. Uno al­l’an­no. In democrazia.
  • Come in Brasile, anche in Argentina si sta realizzando un genocidio silenzioso, che conosciamo solamente grazie alla lotta popolare e all’azione coraggiosa dei medici dei villaggi esposti alle fumigazioni (effettuate sulle coltivazioni di soia). In queste aree il tasso di ammalati di cancro è tra le 4,5 e le 7 vol­­te superiore alla media nazionale. Come possiamo definire questa situazione? Mujica ha affermato che la soia «merita un monumento in quanto pianta sacra che ci ha dato redditività».[44]

Come possiamo interpretare questi dati nel quadro di governi progressisti e di sinistra, di governi che si sono preoccupati dei poveri? Ciò che è avvenuto, in realtà, è l’inte­gra­zione attraverso il consumo, ossia attraverso il mercato. Questo significa più capitalismo.

I poveri non hanno diritti ma assistenza da parte del governo, e continuano ad essere cittadini di seconda classe per quanto riguarda l’educazione, la salute e i trasporti. Possono acquistare prodotti, però continuano ad occupare lo stesso livello nella struttura sociale, perché non sono avvenuti cambiamenti di fondo. In questo consiste la rigenerazione della testa dell’Idra che era stata tagliata dalla gente che era scesa per le strade. Con il progressismo c’è più capitalismo, più consumo, ma non più diritti, e la stessa disuguaglianza di sempre.

Conseguenze della rinascita dell’Idra

Supponiamo di accettare il compito che l’EZLN[45] assegna ai pensatori critici, vale a dire la posizione della sentinella che scruta l’orizzonte per cercare di comprendere che cosa sta arrivando, quali pericoli dobbiamo prepararci ad af­frontare.

È un ruolo importante, soprattutto perché lo suggerisce chi sta lottando, ed è un punto di riferimento necessario per i combattenti. Voglio dire che si tratta di un ruolo subordinato alla lotta collettiva, cosa che molti intellettuali fanno fatica ad accettare.

Collocandomi in questa posizione di sentinella, la prima cosa che direi è: attenzione alla via istituzionale. Attenzione alla via elettorale. Il progressismo è riuscito a creare una cultura politica che sostiene che si può cambiare il mondo senza conflitti, partecipando alle elezioni, eleggendo responsabili municipali e nazionali, e che dall’interno delle istituzioni statali si possono operare i cambiamenti sistemici. E più ancora, che i conflitti sono pericolosi perché fanno il gioco della destra e possono anche essere qualificati come destabilizzazione e in alcuni casi persino come terrorismo.

Un secondo avvertimento riguarda il fatto che ciò che viene chiamato democrazia-elettorale rappresentativa non esiste più. Esiste indubbiamente una liturgia che si svolge periodicamente e che consiste nell’andare a votare e deporre nel­l’ur­na un foglio con una lista di persone, dal cui conteggio usciranno i nomi di quelli che assumeranno alcuni incarichi. Tuttavia, questa liturgia non ha niente a che vedere con la democrazia reale, nella quale si prendono decisioni importanti per la vita delle persone.

Le comunità zapatiste presero la decisione di entrare in guerra dopo numerose assemblee e consultazioni. Ya Basta! [Ora basta!]. Si trattò di una decisione importante, presa democraticamente, che cambiò la vita di centinaia di migliaia di persone. I membri del MST [Movimento Sem Terra] si riuniscono per prendere la decisione di occupare una determinata terra, nel quadro della loro lotta per la riforma agraria. Questa decisione, che deve essere presa con grande serietà e pertanto deve essere democratica, cambierà la vita delle persone che parteciperanno all’occupazione.

La democrazia elettorale invece è un circo, perché non cambia niente nella vita delle persone né della popolazione in generale. Sono elezioni nelle quali non è in gioco niente di importante. È evidente che non possiamo votare per la fine del regime che ci opprime, che è una forma di totalitarismo, perché viviamo in uno stato di eccezione permanente per quelli che stanno in basso. E neppure possiamo votare affinché la Polizia Militare se ne vada dalle favelas.

«Il totalitarismo moderno è definibile (…) come l’instau­ra­zione, attraverso lo stato di eccezione, di una guerra civile legale, che permette l’eliminazione fisica non solo degli avversari politici, ma di intere categorie di cittadini che per qualche ragione risultino non integrabili nel sistema politico» (Agamben, 2003, p. 11).

Questo stato di eccezione è mascherato dietro alla facciata della liturgia delle elezioni. Per questo motivo confidare nelle istituzioni è pericoloso, perché, con la scusa della sicurezza e del narcotraffico, ci impongono lo stato di eccezione, ossia la guerra. E ciò non dipende da chi sono quelli che stanno al governo. La democrazia elettorale è oggi la copertura legale dello stato di eccezione, nasconde e giustifica il genocidio messo in atto contro quelli che stanno in basso.

La terza cosa che direi da questo posto di vedetta, è che la via istituzionale contribuisce a rigenerare le teste dell’Idra. Si tratta di una delle conclusioni che possiamo trarre da questi dieci/quindici anni di governi progressisti, durante i quali uno degli obiettivi è stato quello di spostare in ambito istituzionale il conflitto sociale. L’isti­tuzionalizzazione dei conflitti va sempre di pari passo con la frantumazione dei nostri spazi di autonomia. In questa fase genocida del capitalismo dobbiamo essere autonomi, nel modo più completo possibile. Sconfiggere l’Idra significa lottare in due modi: difenderci, recarle danno, tagliarle teste e tentacoli; e costruire autonomie integrali. Si tratta di un’unica lotta con due dinamiche complementari. Però una senza l’altra non serve.

È molto interessante constatare, nel caso del Brasile, che finché c’è stata ‘pace sociale’, i governi del PT sono andati avanti abbastanza bene. Tuttavia le manifestazioni del giugno del 2013 hanno infranto questa pace, facendo entrare in crisi tutta la governabilità petista[46]/progressista. Questo ci suggerisce che il progressismo è stato un modo per disciplinare il conflitto sociale. Per tale motivo quelli che stanno in alto non contestavano quei governi. Tuttavia, quando quelli che stanno in basso si liberano della tutela progressista, quelli che stanno in alto non accettano più i governi progressisti, che stavano lì proprio per pacificare il conflitto. Erano le ‘guardie amichevoli’ del campo di con­centramento.

L’ultima cosa che direi è che, per affrontare l’Idra, dobbiamo cambiare luogo, dobbiamo uscire dal nostro spazio materiale e simbolico.

Dobbiamo crescere verso fuori e verso dentro, dobbiamo apprendere, dobbiamo smettere di essere quello che siamo per essere in grado di affrontare l’Idra e creare un mondo nuovo, diverso.

La mia impressione è che siamo ancora poco umili, poco semplici, che ancora ci sentiamo bravi, superiori, e che dobbiamo per questo continuare ad imparare dalle popolazioni, dalla gente comune, dalle basi di appoggio.[47]

Dobbiamo affrontare compiti immensi, in vista dei quali abbiamo bisogno di modellare noi stessi, non per essere più grandi, non per essere più importanti, ma per essere meno, per essere uno dei tanti e delle tante che combattono l’Idra capitalista.

Postfazione

La militarizzazione per tenere al loro posto

quelli che stanno in basso

In Francia vige lo stato d‘emergenza dal novembre 2015 e ne è stata decisa una proroga sino al gennaio del 2017. A pattugliare le strade della Ville Lumiére sono quasi diecimila militari, che possono, in autonomia, limitare la circolazione di veicoli e persone, ordinare perquisizioni domiciliari e decretare gli arresti domiciliari senza bisogno del mandato del giudice. Questo accade sotto un governo socialista.

Un anno di stato d’emergenza e con l’intenzione di includere la legislazione d’emergenza nella Costituzione dev’essere inteso come una trasformazione dello Stato in un potere discrezionale, che agisce contro il proprio popolo, sottomesso agli interessi geopolitici degli Stati Uniti. La riforma costituzionale che è in discussione in Francia si differenzia dallo stato d’assedio in quanto non interrompe il normale funzionamento delle istituzioni né concede pieni poteri all’Esecutivo, ma introduce lo schema della «gestione civile delle crisi», che implica una mutazione politica.

In questo regime non ci sono poteri eccezionali, che per definizione hanno un’applicazione occasionale, ma poteri che saranno d’uso quotidiano (Paye, 2016). Dagli attentati del 2001 negli Stati Uniti, assistiamo a una tendenza a fondere il diritto penale e lo stato di guerra, compiendo un’«operazione che tende a creare confusione tra quello che è un attentato terroristico e quello che invece è un atto di guerra». Di conseguenza, il presidente François Hollande introduce il concetto di «terrorismo di guerra».

Se lo stato d’emergenza riesce a essere introdotto nella Costituzione, saremo davanti a un processo di «smantellamento dello Stato di diritto che fa dell’apparato di polizia il nucleo dello Stato nazionale», con l’aggravante che le polizie europee si troverebbero «ad essere organizzate direttamente dal FBI» statunitense. Questo succede in Francia e in alcuni paesi europei oltre che negli Stati Uniti, dove la polizia uccide con totale impunità tra le tre e le quattro persone al giorno, per lo più neri e latinos.

Veniamo ora alla nostra regione.

Rio de Janeiro è stata militarizzata in occasione dei giochi olimpici, ma alcune favelas sono da anni sotto un controllo militare-poliziesco che è stato reso istituzionale con la creazione delle Unità di Polizia Pacificatrice (UPP). Nessuno controlla le UPP, che agiscono in modo discrezionale, come anche l’insieme degli apparati di polizia nelle favelas, dove possono fare – letteralmente – quello che vogliono.

La militarizzazione non è la causa, quanto il sintomo di ciò che succede nel mondo e in ogni paese. Secondo me, ci sono tre motivi per il controllo poliziesco-militare delle nostre società. Certamente un occhio più attento arriva a capire che il tessuto sociale è colpito in modo molto differenziato da questo tipo di controllo, che si installa in modo molto particolare nei quartieri popolari per rinsaldare la subordinazione dei poveri. Di conseguenza possiamo vedere che la militarizzazione assume aspetti molto diversi all’interno della trama urbana e sociale.

Ispirandomi al ‘metodo’ proposto dal subcomandante insorto Galeano, vedo la necessità di combinare tre visioni o utilizzare in modo complementare tre strumenti.

Il telescopio, o la crisi del sistema-mondo

È l’argomento di Wallerstein. Il sociologo americano sostiene che stiamo attraversando la crisi strutturale del sistema-mondo e che questa crisi durerà per 20 o 30 anni, periodo in cui andrà prendendo forma un nuovo sistema o un gruppo di sistemi, che non possiamo immaginare in anticipo. La crisi in corso è molto più di una crisi economica, è la disintegrazione di un sistema che ci porta verso un periodo di caos sistemico. Gli zapatisti chiamano questa situazione tormenta, altri la chiamano collasso.

Per avere un’idea di quello che c’è in gioco dobbiamo sommare diversi fenomeni: la fine dell’egemonia degli Stati Uniti; la fine del dominio dell’Occidente, mentre l’Asia-Cina diventa il centro del mondo; la fine del sistema capitalista, che non è solo un sistema economico ma «un’economia-mondo che ha funzionato nella cornice di un sistema inter-statale”» (Wallerstein); la tendenza del cambiamento climatico a trasformarsi in caos climatico; la fine del­l’«era degli antibiotici» sui quali si è basata la salute per due secoli. Che nesso c’è tra tutto questo e la militarizzazione? Un’isti­tuzione che sta collassando per la perdita della sua legittimità è lo Stato-nazione che, ricordiamolo, era l’istituzione che rivendicava a sé il monopolio legittimo della violenza (Weber). La crisi dello Stato ha varie conseguenze. La prima è che i settori popolari restano senza protezione perché i loro diritti non vengono più garantiti. La seconda è che i più abbienti si ritrovano senza protezione di fronte al riapparire di quelli che stanno in basso come classi pericolose. La terza è che sia gli uni che gli altri si appellano a forme non statali di violenza per difendersi.

La militarizzazione, ovviamente, è la mossa dei ricchi per mantenere i loro privilegi di fronte a una massa sempre più aggressiva. Dal 1945, in Argentina, l’irruzione di quelli che stanno in basso è il dato fondamentale nell’evoluzione dell’economia, della società, della cultura e dello Stato, perché da quando furono in grado di rompere la testa all’oligarchia sono indomabili, e lo sanno. Possono ritornare a mettere in scena un 17 ottobre, e l’hanno già fatto una dozzine di volte a scala locale e in un paio di occasioni a scala nazionale (giugno-luglio 1975 e dicembre 2001). Questo è il contesto della militarizzazione: i sistemi per dominare legittimamente i settori popolari sono in crisi strutturale, in particolare quelli che tenevano a bada i giovani e le donne. Ma la cosa più importante è che quelli che stanno in basso hanno ideato mille modi per prescindere da quelli che stanno in alto, da modi di assicurarsi la sopravvivenza nella vita quotidiana a meccanismi per impedire il controllo o neutralizzarlo, nella semi-illegalità o nell’illegalità piena. Dalla cosiddetta economia solidale fino allo scambio di merci al dettaglio, legali o illegali; dal rifiuto di pagare le tasse alla costruzione di città intere sotto il naso del potere (la Villa di Retiro,[48] per esempio).

Questa molteplicità di forme del poter-fare di quelli che stanno in basso è la causa di fondo della crisi del sistema-mondo; ma queste pratiche possono anche trasformarsi nei primi passi verso la costruzione di nuovi sistemi. Per questa ragione i poteri cercano di neutralizzarle: con le buone, mediante le politiche sociali; con le cattive, mediante la militarizzazione. Il risultato è che la dominazione non è più legittima, non c’è consenso, ma solo coercizione. E questo potrà durare per un po’, fino a quando perderemo la paura.

Il microscopio, o la «società estrattivista»

Quello che chiamiamo estrattivismo è molto più di un modello economico, è un modello di società («società estrattivista») nel periodo di crisi del sistema-mondo e di evaporazione delle istituzioni legittime. Per molto tempo ci siamo focalizzati sulle conseguenze ambientali e sanitarie del modello, ma quando le nostre resistenze e il ribasso dei prezzi internazionali hanno provocato la crisi delle istituzioni, l’abbiamo capito anche meglio.

A differenza della società industriale che l’ha preceduta, la società estrattivista esclude una parte della popolazione, dato che non offre un posto per vivere, e neanche un lavoro degno di questo nome, a una porzione che oscilla intorno alla metà dell’umanità, quella metà che lavora in nero o precariamente, che guadagna appena un salario minimo o a volte due, che non può trovare lavori che le permettano di raggiungere una qualificazione professionale, eccetera. Lavori spazzatura per persone di scarto.

Mentre la società industriale, con tutti i suoi problemi, ha promosso l’ascesa sociale di almeno tre generazioni, la società estrattivista propone storie di vita in caduta libera: i figli ottengono risultati peggiori dei padri e dei nonni, e i loro orizzonti di vita si sono ristretti. L’unico modo conosciuto per strappare la vita a metà della società (dall’aspettativa di anni di vita, a una qualità della vita misurabile in stabilità e qualità delle relazioni) è la violenza applicata in tutti gli angoli della società. Soffocare con la violenza qualsiasi ribellione; convincere che non resta altra via che chinare la testa.

Gli zapatisti hanno chiamato questa società estrattivista la «quar­ta guerra mondiale». È una guerra contro i popoli, che si sono trasformati in ostacoli all’accumulazione/rapina dei beni comuni, principalmente acqua e oro. Su grande scala, questa guerra è l’oc­cu­pazione verticale di territori da parte delle multinazionali, lo spostamento di intere popolazioni, l’imposizione di relazioni asimmetriche tra aziende e popolazione, insomma, la ri-colo­niz­za­zio­ne della vita.

Su piccola scala, invece, la guerra si chiama cancro, linfoma, bambini malformati e tutte le malattie prodotte dalle coltivazioni intensive e dalle miniere a cielo aperto. Le cifre di queste malattie superano, in quantità e qualità, quelle di tutte le malattie professionali possibili e immaginabili nella società industriale. E soprattutto, si tratta di malattie molto più letali e distruttive. Perché, a differenza del­l’o­peraio industriale – quello che andava sfruttato per tutta la vita mentre la sua famiglia si trasformava in consumatrice febbrile di merci – la metà che sta in basso è oggi in esubero.

La televisione evita di far percepire loro che sono in un campo di concentramento sulla via della camera a gas. Quelli che se ne rendono conto, vengono giustiziati.

Non abbiamo ancora scoperto tutti i meccanismi sottili di dominio, forse perché continuano a funzionare/addome­sticare, e le crepe sono troppo piccole per poter vedere di cosa si tratta.

Il periscopio invertito, o ciò che succede in basso

Secondo l’analisi di Foucault e di Deleuze, la crisi della società disciplinare ha imposto la società del controllo nella quale viviamo. La crisi degli spazi di reclusione (carcere, ospedale, fabbrica, scuola, famiglia) ha creato la necessità del controllo negli spazi aperti, attraverso il marketing, l’inde­bitamento, il consumo e gli psicofarmaci, l’azienda al posto della fabbrica, i sistemi computerizzati al posto delle macchine semplici.

Queste modalità funzionano bene nella zona dell’essere, ma non sono sufficienti nella zona del non-essere, dove non raggiungono gli stessi risultati, perché, tra l’altro, in questa zona predominano relazioni eterogenee rispetto a quelle egemoniche e i valori d’uso hanno maggior peso dei valori di scambio. Come controllare quella metà del mondo che ormai non ci sta più negli spazi di reclusione e non può essere costretta a indebitarsi? Deleuze lo dice molto chiaramente. Dopo aver affermato che «l’uomo non è più rinchiuso, ma indebitato», sottolinea subito che il meccanismo non è efficace per i due terzi dell’umanità, «troppo poveri per indebitarsi, troppo numerosi per essere rinchiusi». Il controllo, dice, ha bisogno di creare meccanismi per affrontare «i disordini nei sobborghi e nei ghetti» (Deleuze, 1990).

È qui che emerge il narcotrafficante: quando il grilletto facile non è più sufficiente per contenere i ragazzi poveri, i neri, gli scarti. Il narco è il controllo a cielo aperto nelle zone del non-essere; ha un ruolo simile all’indebitamento nella zona dell’essere. Nella zona del non-essere né i debiti né gli psicofarmaci né il consumismo possono tenere la popolazione sotto controllo. Ma il narco riesce a neutralizzare i ragazzi: o si integrano o vengono distrutti dal consumo di droga o semplicemente a revolverate. Il narco è funzionale alla società del controllo, soprattutto su piccola scala, in ogni quartiere, in ogni isolato. Per questo la polizia lo protegge: per controllare tutta quella porzione di popolazione (oggi maggioritaria) che non è passata per la fabbrica né per la caserma, non ha avuto una famiglia nucleare e non ha contatti con l’ospedale.

Quando i narcotrafficanti scatenano la guerra a Monterrey (Mes­sico) nel 2006, arrivano nei quartieri sotto la protezione dei militari e decidono fino ai più piccoli dettagli, controllando persino i mercati ambulanti, dove può vendere chiunque – pagando, s’in­tende – e chi non accetta viene fatto fuori.

Il femminicidio può essere considerato un altro metodo di controllo negli spazi aperti, quando il padre e il prete non riescono a imporre la disciplina voluta. Varie generazioni di donne dei settori popolari non solo non possono indebitarsi con le banche, ma hanno creato modi di sopravvivenza e di vita basati sullo scambio di valori d’uso (alimenti, vestiti, servizi): un’economia in contrasto con il mercato capitalista. Contro queste donne inquiete, ribelli, disobbedienti, c’è il femminicidio, che può contare sullo stesso genere di protezione su cui contano i narco. Si tratta di sostenere il patriarcato negli spazi aperti.

La borghesia non ha creato il narcotraffico, come non ha creato il panopticon,[49] nel senso che non è stato qualcosa di pianificato dall’alto. Ma quando hanno scoperto che era efficace per il controllo negli spazi aperti, ne hanno incoraggiato la diffusione. La classe dominante ha capito presto, già 50 anni fa, che per combattere le Pantere Nere e il popolo vietnamita potevano usare le droghe per debilitare e distruggere le comunità e indebolire la resistenza popolare.

La guerra alla droga funziona nello stesso modo. Deborah Small, avvocata statunitense e creatrice dell’organizzazione Break the chains («Rompi le catene»), sostiene che «la guerra contro la droga è uno strumento per mantenere i neri e i poveri oppressi e marginalizzati» (Carta Capital, 27 luglio 2016). Questo funziona solo militarizzando i quartieri/favelas.

Lo sguardo interiore, o noialtri e noialtre

Siamo scarti. Saremo scartati o, per lo meno, ci proveranno. Ciò che più preme (a questo punto procedo brevemente, perché si aprirebbe un’altra lunga riflessione) è capire come tutto ciò che è stato appreso (strategie e tattiche, metodi di lotta e forme di organizzazione, e un lungo eccetera) sia di poca utilità in questa nuova situazione. Da un punto molto lontano dallo zapatismo, Giorgio Agamben vede il totalitarismo attuale come «l’instaurazione, mediante lo stato d’emergenza, di una guerra civile legale, che permette l’elimina­zio­ne fisica non solo degli avversari politici ma anche di categorie intere di cittadini che per qualsiasi ragione non risultino integrabili nel sistema politico» (Agamben, 2003). È con queste premesse che hanno reso obsoleta buona parte delle nostre conoscenze.

Dal momento che non ci arrenderemo, perché ne va della vita, non resta che inventare nuovi modi di resistere e di fare; reinventarci collettivamente sapendo che ci hanno dichiarato guerra. Fino alla morte.

Appendice

Estrattivismo in Italia

Aldo Zanchetta

Introduzione

Il fenomeno dell’estrattivismo in Italia, come altrove, è un feno­me­no multiforme ancora poco familiare al grande pubblico con questo nome, come in molte delle sue forme. La parola fa tutt’al più pensare all’estrazione delle materie prime dalla terra e, certamente, l’estrazione mineraria ne è parte. Negli ultimi vent’anni, però, il suo significato è andato a estendersi all’estrazione di valore da molte attività industriali, produzioni agricole, funzioni biologiche, speculazioni edilizie che rubano suolo. Infatti, oltre che dal suolo, si sottrae ricchezza (fertilità) ai terreni con le colture intensive; o alle comunità con la privatizzazione di beni comuni (p.e. l’acqua); o alla società in generale con la costruzione di grandi opere inutili che sottraggono risorse sia naturali che monetarie alla cittadinanza tutta, con effetti diretti e indiretti spesso gravi sulla qualità della vita (p.e. l’inquinamento del suolo, dell’aria o delle falde acquifere).

Particolarmente serio in Italia il fenomeno del ‘consumo’ di territorio sottratto con continuità alla natura: ben 4 metri quadri ogni secondo, come informa l’ultimo rapporto ISPRA del 2016. Le ragioni: l’aumento del numero delle infrastrutture o grandi opere, la cementificazione, l’erosione idrica dei suoli e la loro salinizzazione, ecc.

Fra i fenomeni più preoccupanti, per i gravi rischi a cui è stata sottoposta la popolazione, sono proprio gli inquinamenti del suolo e delle acque di falda dovuti alle attività industriali. Se negli anni Settanta destò enorme impressione l’inquinamento da diossina della ICMESA di Seveso, è tornato di attualità negli ultimi mesi l’in­quinamento causato nel territorio bresciano dalla società Caffaro, dichiarata fallita nel 2011 e che ha lasciato nel terreno una quantità di diossina circa 20 volte maggiore di quella dell’ICMESA. Sempre ultimamente ha animato le aule giudiziarie il caso della Solvay di Spinetta Marengo. Elencare in poche righe i vari casi esplosi negli anni è impossibile, ma abbiamo voluto almeno indicar­li. Senza dimenticare che anche l’inquinamento da agrochimici fa la sua parte.

L’estrattivismo, sottraendo qualità importanti per la vita umana e per l’ambiente, inquina l’aria e l’acqua, entrambe in peggioramento qualitativo. Pur essendo l’Italia uno dei paesi europei con maggiore disponibilità di acqua, la sua quantità e soprattutto la sua qualità sono in diminuzione. È di questi giorni l’allarme della regione Emilia Romagna per l’aumento della concentrazione nelle acque del diserbante glifosato, utilizzato principalmente nelle colture intensive e oggi messo in discussione per la sua temuta azione cancerogena.

La reazione delle popolazioni a questa situazione sta crescendo, ma non è ancora sufficiente per imporre un cambiamento profondo delle politiche economiche e sociali. Abbiamo qui voluto riportare solo alcuni esempi di resistenza civile augurandoci una loro moltiplicazione. Scriveva Ivan Illich, uno dei maggiori critici della società industriale, nella prefazione all’edizione italiana di Disoccupazione Creativa:

«Oggi, simbolo di competenza tecnica avanzata e illuminata è la comunità, il quartiere, il gruppo di cittadini che, fiduciosi nelle proprie forze, si dedicano ad analizzare sistematicamente e di conseguenza a ridicolizzare i bisogni, i problemi e le soluzioni definiti sulle loro teste dagli agenti delle istituzioni professionali. Negli anni sessanta l’opposizione dei profani ai provvedimenti pubblici basati sulle opinioni degli esperti pareva ancora fanatismo antiscientifico. Oggi la fiducia dei profani nelle scelte politiche basate su tali opinioni è ridotta al minimo. Sono migliaia ormai coloro che fanno le proprie valutazioni e s’impegnano, con molti sacrifici, in un’azione civica sottratta a qualunque tutela professionale, procurandosi le informazioni scientifiche di cui hanno bisogno con sforzi personali e autonomi. Rischiando a volte la pelle, la libertà e la rispettabilità, esprimono un nuovo e più maturo atteggiamento scientifico» (Illich, 2005, p. 16).

Pietro Dommarco[50]

NO-TRIV: una resistenza che continua

Nell’immaginario collettivo lo sfruttamento nazionale di idrocarburi è paragonabile ad un «assalto alla diligenza». Da una parte la rapina delle risorse del sottosuolo, dall’altra l’impoverimento delle ricchezze ambientali e delle economie locali. Una visione non del tutto sbagliata, che trova riscontro in alcune norme statali che favoriscono un continuo processo di colonizzazione. Queste leggi, una dietro l’altra, fanno parte di un disegno molto più ampio che fonda le sue parziali ragioni sull’incentivazione di un interesse -quello delle multinazionali del petrolio e del gas – che risulta assolutamente privato e non collettivo.

È con il decreto-legge «Sblocca Italia» – varato dal governo Renzi nel 2014, sulla falsariga della Strategia energetica nazionale (Sen) del 2012 – che l’attenzione mediatica sui giacimenti fossili italiani è cresciuta esponenzialmente, generando veri e propri conflitti sociali ed ambientali. Il conseguente referendum abrogativo del 17 aprile 2016 sulla durata delle concessioni per l’estra­zione di idrocarburi in mare – caratterizzato più dall’asten­sio­nismo che da una presa di coscienza – e la recente inchiesta della Procura di Potenza sul petrolio della Basilicata hanno chiuso il cerchio intorno ad affari e profitti.

Lo «Sblocca Italia», considerato necessario per far crescere il Paese, ha ribaltato il potere decisionale degli enti locali e delle comunità soprattutto in quel Sud Italia al centro delle principali rotte energetiche che conducono all’Europa. Infatti, nella definizione di «carattere di interesse strategico e pubblica utilità» data ai progetti per la produzione ed il trasporto di fonti fossili è racchiuso il tentativo di consentire alle società del settore upstream di fare il più presto possibile, di accelerare. Per questo motivo «lo Stato deve sostituirsi alle Regioni» ed il referendum costituzionale potrebbe blindare un assunto che ha i connotati della militarizzazione dei territori.

I numeri sono impietosi

In Italia si estrae solo l’8 percento di idrocarburi necessari al nostro fabbisogno. Il resto è frutto di importazioni. Secondo i dati forniti il 31 agosto 2016, i più aggiornati, dal ministero dello Sviluppo economico, in terraferma sono 87 i permessi di ricerca idrocarburi autorizzati e 133 le concessioni di coltivazione, 22 i permessi in mare e 69 le concessioni marine. Sessantadue le nuove richieste avanzate per la terraferma, 36 per il mare. Numeri che possono essere sintetizzati in 26 mila chilometri quadrati di terraferma (4 mila in più della superficie urbanizzata italiana) e oltre 7 mila chilometri quadrati di aree marine, in cui operano 51 aziende. Molte sono piccole società a responsabilità limitata, con capitali sociali irrisori. A favorirle, royalties particolarmente favorevoli.

Le royalties sono le aliquote di prodotto che le compagnie petrolifere versano a Stato, Regioni e Comuni interessati da attività. C’è chi le equipara ad una tassazione stringente ed iniqua. Chi, invece, le considera una forma di compensazione per lo sfruttamento del territorio e per il disequilibrio causato all’ambiente. E di fatto lo sono. Le company versano una percentuale variabile dal 7 al 10 percento del valore di mercato per l’estrazione di greggio e gas in terraferma e in mare. L’attuale ripartizione prevede che per le produzioni di idrocarburi in terraferma solo il 15 percento finisca nelle casse dei Comuni, i più colpiti dagli impatti ambientali. Il resto a Stato e Regioni. Per le estrazioni in mare, invece, la ripartizione lascia fuori le amministrazioni comunali. Così come restano fuori dal versamento delle tasse molte società: solo 8 le pagano. Le restanti 43 o non estraggono idrocarburi o beneficiano del regime della franchigia. Un particolare vantaggio normativo che esenta dal pagamento entro una soglia di gas e greggio estratto. Il risparmio annuo stimato può variare dai 7 ai 20 milioni di euro. Sottratti a quello Stato che, oggi, invece antepone l’aumento delle entrate fiscali alla salvaguardia delle economie locali, del turismo e della valorizzazione paesaggistica.

La Basilicata e il «reciproco interesse»

Mentre le associazioni e i cittadini protestavano contro lo «Sblocca-Italia» chiedendone l’impugnazione, il 3 settembre 2014 la Regione Basilicata approvava – su indicazioni del Comitato paritetico composto da enti locali e compagnie – una delibera (la n. 1038) che ha assegnato al petrolio lucano il titolo di «interesse strategico nazionale», con l’obiettivo di completare in un «reciproco interesse» il programma di sviluppo petrolifero della Val d’Agri, dove l’Eni estrae greggio dal più grande giacimento in terraferma d’Europa. Al centro di una nuova inchiesta della magistratura con 60 indagati ed accuse pesanti di smaltimento illecito di rifiuti e favori per gli appalti legati alla realizzazione del Centro olio di Corleto Perticara, nella Valle del Sauro. Il secondo dopo quello di Viggiano, sequestrato a fine marzo 2016.

Commentando l’inchiesta della Procura di Potenza, il Procuratore nazionale antimafia Franco Roberti ha parlato di «una organizzazione criminale di stampo mafioso, organizzata su base imprenditoriale». Oggi, mentre il centro olio di Viggiano riparte dopo 5 mesi di blocco della produzione, Eni e Total con in tasca tutte le autorizzazioni necessarie pensano a raddoppiare la produzione: da 83 mila barili di greggio giornalieri (6 percento del fabbisogno nazionale) a 154 mila. Sullo sfondo la mancanza di monitoraggi ambientali e di enti di controllo super partes. Le attività di Eni e Total continueranno a prendere il posto – come avvenuto nell’ultimo ventennio – di piccole e diffuse aziende, molte a conduzione familiare, nel settore dell’agricoltura e dell’al­le­vamento. Solo dal 2006 – secondo l’Istat – quasi 24 mila aziende lucane (il 32 percento del totale) hanno chiuso e 26 mila ettari non vengono più coltivati. Non c’è più terreno e sviluppo in una terraferma ricca di oro nero che ha fruttato alle casse regionali oltre un miliardo di euro. Sul quale nel 2009 la Corte dei conti ha aperto un’indagine: 800 milioni di euro sono serviti per le spese correnti. Quelle di una quotidianità segnata da disoccupazione ed emigrazione.

Per l’estrazione del greggio, i principali giacimenti sono in Basilicata, Sicilia onshore e Sicilia offshore (mare di fronte la costa sud-orientale). Per l’estrazione di gas, i principali giacimenti sono in Basilicata, Emilia Romagna, Puglia e Sicilia e nel mar Adriatico.

Alberto Grossi[51]

Apuane: sfregio al marmo di Michelangelo

Carrara vanta un’attività estrattiva plurisecolare che continua la tradizione lapidaria dell’antica Luni. La sua fortuna commerciale si può ascrivere all’agevole accessibilità dei bacini estrattivi situati a bassa quota e in prossimità del mare. La città è per autodefinizione la capitale mondiale del marmo, una prerogativa che, se vera, non può essere basata solo sulla provvidenziale posizione geografica. A questa bisogna sommare la dimensione culturale, cioè la conoscenza di cognizioni tecniche di estrazione e di lavorazione sviluppate nei secoli e, ancora di più, l’attrazione che scaturisce dalla proiezione nell’immaginario del potente rimando ai grandi maestri della scultura. A tutti gli effetti è proprio questo riflesso all’arte che costituisce il più acclamato riconoscimento ai marmi apuani e il miglior veicolo per diffonderne in tutto il pianeta la conoscenza e il primato.

Se con le opere d’arte il marmo acquisisce un valore che va al di là della sua sostanza, significa che per noi vale di più l’immateriale che il materiale, cioè quello che la sostanza rappresenta più di quello che effettivamente è. Per essere più espliciti, un blocco di due tonnellate può costare qualche migliaio di euro, mentre ha un prezzo incalcolabile se c’è scolpita non una pietà ma La Pietà di Michelangelo, dove è il mito dell’artista ad essere assolutamente significativo perché ci porta nel trascendente. Al di fuori delle occasioni di facciata, in cui ci si fregia orgogliosamente di essere il paese della bellezza, si bada ad altro per servilismo abitudinario al pensiero unico e dominante del mercatismo. E allora bisogna parlare di numeri per comprendere la follia degli uomini.

Negli anni Settanta del secolo scorso nel lapideo si è verificata una rivoluzione: l’avvento del filo diamantato ha portato la velocità di taglio da 0,5 a 18 metri quadrati l’ora, un aumento di 36 volte. Il cambiamento si comprende meglio con una metafora: provate a immaginare di correre in autostrada a 200 chilometri orari e vedervi superare da chi fa i 7.200 all’ora. Questo incremento non ha dato solo un taglio più veloce al marmo bensì un taglio drastico alla tecnica estrattiva portando il lavoro delle cave «dai carri nei campi agli aerei nel cielo», come diceva Luigi Tenco in una sua famosa canzone.

Nella nuova era del filo diamantato la produzione di marmo è aumentata a tal punto che si può affermare che negli ultimi 40 anni si è asportata più montagna che nei duemila precedenti. In questo, oltre alla tecnologia, c’entra anche l’economia, il nuovo dio che è così implementato nella cultura contemporanea da applicare ovunque le sue regole in modo cieco, anche quando si disintegrano le montagne, che sono un bene non riproducibile, per farne collanti o sbiancanti per la carta, come valesse di più il supporto su cui si scrive che ciò che si scrive.

Forse non tutti sanno che la legge regionale sulle cave della Toscana stabilisce che almeno il 25% del totale escavato deve essere marmo in blocchi, un’ipocrisia di fatto perché tale rapporto non è mai stato rispettato, e un’ipocrisia di concetto perché le cave di marmo dovrebbero essere chiamate cave di inerti. E così, mentre c’è chi brinda ai profitti che ogni anno consegue, c’è chi si preoccupa dei nuovi vandali il cui arrivo lo si può facilmente constatare nella distruzione di picchi, di crinali, di vette, di circhi glaciali, di doline, di corpi idrici superficiali e profondi, di sorgenti, degli ecosistemi e, dal punto di vista sociale, nella fine di un’epoca e di un popolo. Elia Pegollo, veterano dell’ambientalismo locale, ama ripetere che spariscono prima i luoghi dei ricordi, forse pensando al passo della Focolaccia letteralmente scomparso in una voragine di vuoto profonda oltre settanta metri. Sotto i nostri occhi è avvenuta, senza che ce ne accorgessimo, una metamorfosi che vede prevalere il provvisorio sull’eterno, il materiale sull’immateriale, un capovol­gimento di senso che si sostanzia nello stritolamento del bene comune.

A raccontare la perdita della ragione è involontariamente Antonino Criscuolo, geologo del Comune di Carrara. Nel 1998 annotava che nelle 90 cave del suo distretto erano operative 381 tagliatrici a filo diamantato, 112 lame diamantate, 195 pale gommate, 40 pale cingolate e 106 escavatori. Un arsenale di 834 mezzi per 815 addetti. È un esercito meccanizzato che con le sue corazzate va ogni giorno all’assalto di montagne sempre più indifese, considerate un nemico da abbattere fingendo di non sapere che si va ad annientare la propria vita.

Sempre Criscuolo scriveva che le innovazioni tecnologiche «hanno aumentato notevolmente le produzioni complessive, riducendo però i rendimenti dei giacimenti. Con le elevate meccanizzazioni odierne si è scelto – consapevolmente o meno – di accettare scarti maggiori, (…) compensato però da un incremento produttivo in assoluto». C’era già, quindi, la consapevolezza dell’irra­gio­ne­vo­le rapporto 25/75 tra marmo e detriti fissato dalla legge regionale.

Quello che succede nelle 71 cave oggi attive a Carrara, avviene anche nelle 70 cave che scandalosamente operano all’interno del Parco Regionale delle Alpi Apuane, alcune delle quali in aperta illegittimità grazie al salvacondotto del PIT (Piano di Indirizzo Territoriale) che le tollera per motivi socio-economici. Gli industriali sembrano ignorare che la produzione di cui si vantano è, in effetti, una distruzione eterna di ambienti di pregio, e rispondono alle critiche con l’arroganza dei numeri: l’occupazione è in calo meno che in altri settori, le esportazioni vanno a gonfie vele e sono un buon viatico per le finanze locali e per l’erario, le cave producono annualmente 1.400.000 tonnellate di blocchi, il marmo bianco è richiestissimo in ogni angolo del pianeta. A loro supporto si muove la politica locale e, caso unico al mondo, il Presidente del Parco. Per inciso, il distretto di Carrara ha visto passare dalle sue pese, dal 2001 al 2010, circa 50 milioni di tonnellate di materiali di cui quasi dieci milioni di marmo in blocchi (il 20%, quindi fuorilegge), di cui 500.000 tonnellate (l’1% del totale) sono di marmo statuario. Se ne ricava l’idea che per fare una scultura si abbatte una montagna. Assurdo.

Nel computo non si tiene ovviamente conto che per cavare dieci tonnellate di marmo si distruggono cento tonnellate di montagna, o si tace delle indagini della magistratura che parla convintamente di un sistema ad illegalità diffusa del quale fanno le spese l’am­biente, le sorgenti, la salute dei cittadini, le casse comunali, la sicurezza della circolazione, il dissesto totale di un territorio dai monti al mare, un disastro che, seppure in modo superficiale, si può comodamente vedere su Google Earth o, se si preferisce avere qualche informazione in più, su https://www.google.com/maps, che permette di valutare la capillarità dello sfruttamento minerario nelle Alpi Apuane nel 2006: 799 siti estrattivi censiti, di cui 165 ancora attivi, 630 discariche di detriti (ravaneti) distribuite su un’area di 10 chilometri quadrati e un volume superiore ai 100 milioni di metri cubi.

E di fronte allo sfacelo si continua a chiamare produzione la distruzione.

Elena Gerebizza e Simone Franchino[52]

Val di Susa: vent’anni di resistenza diffusa

Il treno ad alta velocità Torino-Lione è una delle manifestazioni più esplicite dell’estrattivismo in terra nostrana. Si tratta del famoso Tav, una nuova linea ferroviaria per il trasporto misto merci-passeggeri, ideata negli anni Novanta nell’ambito dei corridoi di trasporto europei, che dovrebbe affiancare quella già esistente, ammodernata e sottoutilizzata, tra Italia e Francia. 270 chilometri di nuova linea con al centro un tunnel sotto le montagne delle Alpi lungo 57 km a doppia canna. Costo previsto aggiornato al 2012 per l’intero progetto: 26 miliardi di euro! Un progetto obsoleto e inutile, ancora di più in un contesto in cui le previsioni dei traffici merci sono state falsate dai dati reali, e i costi del progetto sono interamente a carico della collettività, a discapito di altri investimenti pubblici fondamentali, come ad esempio il miglioramento e il ripristino di linee di trasporto ferroviario locale a diretto beneficio di chi ogni giorno deve spostarsi per raggiungere scuole e posti di lavoro. Il Tav risponde alla logica estrattivista, in un senso più ampio, perché è pensato non tanto per rispondere a esigenze reali di un territorio o addirittura di una collettività più ampia, come potrebbe essere l’Italia o l’Europa intera, ma per estrarre da quello stesso territorio ricchezza, secondo una logica che prevede che gli investimenti pubblici debbano facilitare l’accumulazione di ricchezza da parte di una manciata di grandi attori privati.

Così il Tav è estrattivista nell’impostazione pubblico-privata del suo schema, dove lo Stato svolge la funzione di assicurare che il progetto venga costruito, non di vigilare su come la costruzione avvenga, o di assicurarsi che i danni ambientali siano minimizzati e venga scelta l’opzione più favorevole al territorio, e nemmeno di ascoltare le ragioni di chi quel territorio lo vive e casomai crede che «l’opzione zero» sia l’unica via, perché la dannosità e l’inutilità del progetto ne annullano qualsiasi valenza economica e sociale.[53] Il Tav è estrattivista anche per la forte repressione che porta con sé, con uno Stato incapace di ascoltare le ragioni di un movimento popolare che da oltre venticinque anni contesta, dati alla mano, un progetto economicamente e socialmente insostenibile. Non è un caso che solo in Val Susa l’opposizione al Tav sia divenuta una questione di ordine pubblico, con polizia, esercito e mezzi militari mobilitati come in un contesto di guerra. A presidiare il cantiere di Chiomonte, l’unico finora aperto per realizzare un tunnel esplorativo e non per l’opera vera e propria, ci sono ogni giorno 380 uomini delle forze armate e oltre 200 fra polizia e carabinieri. Il livello di repressione messo in atto in Val Susa non ha precedenti in Italia: sono oltre mille le persone con procedimenti aperti, con accuse di tutti i tipi, dal sequestro di persona allo stalking (!), fino all’accusa di terrorismo portata avanti pervicacemente dalla Procura nonostante le molteplici bocciature dei giudici.

È estrattivista perché usa la forza militare per affermarsi su un territorio dove si è dimostrato incapace di fare un passo indietro, e ora andare avanti è divenuto una questione di principio.

Lo è anche per gli interessi che difende, che vanno ben al di là dei soliti grandi nomi di società costruttrici (a guidare lo scavo a Chiomonte è la nota cooperativa CMC),[54] ma comprendono addirittura interessi di organizzazioni criminali come dimostra il processo in corso a Torino, legato all’indagine San Michele sulla pre­senza della ‘ndrangheta in Piemonte. A più riprese i lavori di Chiomonte vengono citati nelle indagini e alcuni degli indagati hanno avuto appalti e subappalti per lavori nel cantiere Tav.[55]

Camminardomandando

Cibi e acque ‘al gusto di glifosato’

Erbicidi e pesticidi, anche questo è estrattivismo: ricavare dalla terra la massima resa economica, ignorando qualsiasi altra conseguenza, nel presente e nel futuro.

«L’erbicida più controverso del momento, il più utilizzato nei campi agricoli del mondo, quello che è stato rinvenuto in alte concentrazioni in 14 marche di birra tedesche e nelle urine stesse dei cittadini, così come, dall’altra parte del mondo, nel latte materno delle donne statunitensi, sta contaminando anche i cibi italiani. Il Test-Salvagente ha effettuato le prime analisi nel nostro Paese su 100 alimenti a base di cereali (e sull’acqua potabile), scoprendo che tracce di glifosato sono presenti nella pasta e in altri prodotti come fette biscottate e corn flakes. La rivista ne parla come di “una roulette russa che difficilmente può assicurare aziende e consumatori”. Perché i lotti di una stessa marca non sono tutti uguali, ce ne sono alcuni in cui l’erbicida è stato rilevato e altri in cui non è presente. Idem per l’acqua di rubinetto: prelievi effettuati a poca distanza tra loro possono contenerne o esserne privi.».[56]

Glifosato nelle acque: in Italia è allarme

«Chi è stato bambino qualche decennio fa ricorderà i tempi in cui, lungo i corsi d’acqua di campagna, era possibile pescare granchi di terra, trote e piccoli pesci. Specie animali ormai quasi scomparse. Non è solo un’impressione: il Rapporto Nazionale Pesticidi nelle Acque, appena pubblicato dall’Ispra, fotografa un quadro allarmante. Il 64% dei punti monitorati è contaminato da pesticidi, rilevati anche nel 32% delle falde profonde. E que­st’ul­timo è un dato più preoccupante del primo. Tra il 2003 e il 2014 c’è stato un peggioramento, pari al 20% nelle acque superficiali e al 10% in quelle sotterranee. Fra i principali responsabili dell’inquina­mento ci sono il glifosato e i suoi derivati, presenti rispettivamente nel 40% e nel 71% dei campioni analizzati».[57] I pesticidi sono solo uno dei vari inquinanti, e l’acqua è una risorsa sempre più scarsa, anche nel nostro paese. Contaminarla equivale a ridurne i possibili utilizzi, ad esempio escludendone l’impiego negli allevamenti. Ma significa anche colpire la biodiversità, dal momento che tante specie animali e vegetali scompaiono per questo motivo.

Nemmeno in città si può stare tranquilli

«In città, esattamente come nel comparto agricolo, c’è una lista così lunga di diserbanti e fitofarmaci e anche di sostanze nocive messe al bando da anni. (…) A lanciare l’allarme è Legambiente Emilia-Romagna che nel Dossier Pesticidi in Emilia Romagna denuncia l’utilizzo di un autentico “cocktail micidiale” di 65 sostanze diverse, con l’80% dei punti monitorati che evidenziano la presenza di pesticidi e il 60% con sostanze fitosanitarie: sostanze usate non solo nelle aree coltivate dai produttori agricoli ma anche nelle zone urbane, nei piccoli orti privati o nei parchi pubblici o per la manutenzione del verde ai bordi delle strade. (…) Molte di queste sostanze, inoltre, permangono nell’ambiente per anni e ne è dimostrazione la rilevazione di sostanze, tra cui Atrazina e Duron, messe al bando ormai da tempo».[58]

Vigneti e pesticidi

«Gli erbicidi disegnano righe spettrali (e mortifere) sulle colline del prosecco (che l’Unesco dovrebbe tutelare come patrimonio del­l’U­manità). (…) Qual è la causa di questo spettacolo innaturale? L’an­naffiamento abbondante di “erbicidi” lungo le righe disegnate dai filari delle viti di prosecco. Il colore rossastro dei ciuffi d’erba letteralmente essiccati dalle sostanze chimiche che li hanno soffocati disegnano righe con effetto “giallo-rosso-secco” che contrastano in modo stridente con il colore verde intenso dell’erba rimasta incolume fra i filari. (…) Quali sono questi “erbicidi” ? Dai dati ARPAV rileviamo che nel 2007, nella provincia di Treviso, sono stati impiegate 55 tonnellate di “Glyphosate” ed 8 tonnellate di “Glufosinate ammonium”». Messo al bando dalla Comunità europea come cancerogeno e mutageno, «secondo i dati in letteratura rilevati dal Prof. Gianni Tamino, il Glufosinate-ammonio è correlato a disturbi neurologici, respiratori, gastrointestinali, ematologici e a difetti di sviluppo dei neonati nell’uomo. […] Il Glifosate è la più frequente causa di problemi e avvelenamenti in Italia (Sistema Nazionale di Sorveglianza delle Intossicazioni Acute da Fitosanitari [SIAF] – rapporto 2005). Disturbi di molte funzioni del corpo sono stati riportati dopo l’esposizione a normali livelli d’uso. È quasi raddoppiato il rischio di aborto spontaneo ritardato e i bambini nati dai lavoratori esposti hanno evidenziato un livello elevato di deficit neurologici».[59]

Aldo Zanchetta

Toscana (in)felix

Il territorio toscano, uno dei più rinomati per bellezza paesaggistica e artistica, è sottoposto ad attività industriali deturpanti e a coltivazioni ad alto impiego di pesticidi. La piana di Firenze è ormai devastata da uno sviluppo industriale caotico e dalla presenza di attività inquinanti come l’aeroporto di Peretola, che è in progetto di ampliamento per diventare un aeroporto di livello internazionale per grossi aerei. Poco più a nord la linea ferroviaria del TAV ha alterato, in modo irreversibile, il sistema idrogeologico del territorio. E in una zona densamente popolata come quella del comune di Sesto Fiorentino, vicinissimo all’aeroporto, dovrebbe entrare in esercizio nel prossimo futuro un nuovo inceneritore della potenzialità di circa 200.000 tonnellate annue di rifiuti, proprio quando nella non lontana zona di Montale Agliana l’inceneritore esistente (pardon, il termovalorizzatore) sta provocando un aumento dei tumori portandolo a un livello pari a quello della «terra dei fuochi» o della città di Taranto, che detengono due poco invidiabili primati. Ad Agliana si ammalano di tumore 4,5 persone ogni mille abitanti, a Montale invece ben 5,3.

Troppi pesticidi… e Aboca se ne va

Aboca è un’ impresa biologica operante fin dal 1978 nel settore dei farmaci naturali, integratori alimentari, dispositivi medici e cosmetici. Con sede centrale a Sansepolcro, in Valtiberina, l’azienda coltiva su 700 ettari 70 specie diverse di piante officinali rispettando il Regolamento europeo sull’agricoltura biologica che «comporta preservare la struttura e gli equilibri micro organici del terreno, l’utilizzo di varietà vegetali adatte all’ambiente specifico, l’esclusione di fertilizzanti e antiparassitari chimici e il divieto di utilizzo di Ogm».

Altri 300 ettari sono coltivati nella vicina Val di Chiana. 830 dipendenti con età media di poco superiore ai 40 anni. «Lo schiaffo di Aboca», titola La repubblica del 29 novembre 2015. La Valtiberina è una terra di coltivazione di tabacco con alto impiego di pesticidi e prodotti chimici, e questo è incompatibile con le produzioni biologiche di Aboca. E così la società ha deciso di trasferire la produzione.

Pistoia: alberi, fiori e… pesticidi

Nel sito della Regione Toscana si legge: «La Toscana è leader indiscussa in Italia per la quantità e qualità dei prodotti ornamentali (…). Il florovivaismo toscano può soddisfare una domanda estremamente diversificata del consumatore, dalle grandi alberature agli arbusti alle piante in vaso, fiorite e non, alle specie da fiore e da fronda recisa, accompagnata da una grande maestrìa nell’utilizzare queste specie nella creazione di paesaggio, di giardini, di terrazzi, di interni e di addobbi floreali. Tutto questo valorizzando al massimo gli aspetti estetici delle essenze senza dimenticare i molteplici benefici aggiuntivi dei fiori e delle piante utilizzate: dalla mitigazione climatica alla conservazione della biodiversità, dagli effetti terapeutici a quelli socio-culturali, da quelli paesaggistici a quelli anti-erosione».

Un documento tutto ‘rose e fiori’. Nessun accenno al risvolto della medaglia: i pesticidi. Eppure il territorio pistoiese è ad alta incidenza di tumori e altre malattie professionali degenerative, mentre l’uso incontrollato di pesticidi compromette anche il sistema idrogeologico della zona. È molto difficile riuscire ad avere dati e anche i giornali tacciono, salvo i piccoli fogli locali come L’altracittà – Giornale della Periferia che il 4 agosto scriveva: «Aumento dei pistoiesi ammalati di tumore e altre malattie degenerative; elevato rischio idrogeologico; inquinamento di acqua, suolo e aria; case a stretto contatto con prodotti chimici, diserbanti e pesticidi, sparizione della cintura verde intorno alla città con conseguenze negative su flora e fauna selvatica, perdita di valore per le civili abitazioni».[60]

Camminardomandando

Inceneritori e dolori

Il decreto «Sblocca Italia» dovrebbe forse cambiare nome in quello di «Inquina Italia». Varato dal governo Renzi nel 2014, prevede l’autorizzazione di 12 nuovi inceneritori in dieci regioni: due in Toscana e Sicilia, uno a testa in Piemonte, Liguria, Veneto, Umbria, Marche, Campania, Abruzzo e Puglia. Impianti che vanno ad aggiungersi ai 42 già in funzione e ai 6 già autorizzati ma ancora in via di costruzione. Per bypassare i regolamenti regionali, il governo ha dichiarato che questi inceneritori «costituiscono infrastrutture e insediamenti strategici di interesse nazionale». Questo significa autorizzazioni più veloci e militarizzazione, se necessario, dei siti destinati ad accoglierli al fine di vanificare le proteste dei cittadini, come già avvenuto per il Tav in Val di Susa e per le trivellazioni petrolifere di cui parliamo in altre schede.

Così ai 6 milioni di tonnellate di rifiuti andati in fumo in Italia nel 2014, e alle 730 mila dei 6 impianti già autorizzati e in fase di realizzazione (uno in Toscana, uno in Puglia, uno in Calabria e ben tre nel Lazio), se ne aggiungeranno altri 2,5 dei 12 futuri impianti.

Gli inceneritori o termodistruttori, oggi pomposamente trasformati in termovalorizzatori, sono uno dei principali punti di scontro fra istituzioni e abitanti per la loro potenziale e troppo spesso reale pericolosità per gli inquinanti emessi in forma gassosa nei fumi, oltre che nei residui solidi della combustione. Le sostanze chimiche emesse sono numerose e tutte pericolose, dai metalli in traccia come piombo, cadmio e mercurio ai composti organici del cloro, e fra questi le temutissime diossine. I sistemi di filtrazione, utili per le polveri, poco possono con i gas, e molti dei prodotti emessi sono resistenti ai processi di degradazione naturale oltre ad essere bioaccumulabili inserendosi nella catena alimentare attraverso vegetali e animali per giungere fino al cibo dell’uomo. L’au­mento dei rifiuti destinati all’incenerimento va di pari passo con la diminuzione delle raccolte differenziate, che in Italia costituiscono secondo Greenpeace solo il 13% del totale rifiuti e che non vengono appunto incentivate dall’incremento dei termovalorizzatori.

Secondo l’oncologa Patrizia Gentilini, gli effetti sulla salute coprono una vasta gamma di malattie: «incremento dei nati femmine e parti gemellari, incremento di malformazioni congenite, ipofunzione tiroidea, diabete, ischemie, problemi comportamentali, patologie polmonari croniche aspecifiche, bronchiti, allergie, disturbi nell’infanzia. Ancor più numerose e statisticamente significative sono le evidenze per quanto riguarda il cancro: segnalati aumenti di: cancro al fegato, laringe, stomaco, colon-retto, vescica, rene, mammella. Particolarmente significativa risulta l’associazione per cancro al polmone, linfomi non Hodgkin, neoplasie infantili e soprattutto sarcomi, patologia “sentinella” dell’ inquinamento da inceneritori. Studi condotti in Francia ed in Italia hanno evidenziato inoltre conseguenze particolarmente rilevanti nel sesso femminile».

La sua conclusione è che «i rischi per la salute sopra riportati sono assolutamente ingiustificati in quanto esistono tecniche di gestione dei rifiuti, alternative all’incenerimento, già ampiamente sperimentate e prive di effetti nocivi».[61]

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 Raúl Zibechi

Raúl Zibechi, scrittore e giornalista uruguayano, è redattore del settimanale Brecha.

I suoi articoli vengono pubblicati su diversi giornali cartacei e siti web di vari paesi del mondo, a cominciare dal Messico, dove scrive regolarmente per La Jornada.

È autore di molti libri. Gli ultimi pubblicati sono:

Política&Miseria. Una propuesta de debate sobre la relación entre el modelo extractivo, los planes sociales y los gobiernos progresistas (2011);

Brasil Potencia. Entre la integración regional y un nuevo im­pe­ria­lismo (2013).

In Italia ha collaborato per oltre dieci anni con Carta e ha pubblicato diversi libri:

Il paradosso zapatista. La guerriglia antimilitarista nel Chiapas, Eleuthera;

Genealogia della rivolta. Argentina. La società in movimento, Luca Sossella Editore;

Zapatisti e Sem Terra, Zero in condotta;

Disperdere il potere. Le comunità aymara oltre lo Stato boliviano, Carta;

Territori in resistenza. Periferia urbana in America latina, Nova Delphi;

Alba di mondi altri. I nuovi movimenti dal basso in America Latina, Mutus Liber.

[1] Espressione in lingua spagnola di una concezione della vita propria del mondo indigeno latinoamericano, declinata diversamente a seconda delle varie culture (ad esempio, sumak kawsay nella cultura kichwa, sumak qamaña nella cultura aymara), che sta venendo recuperata come alternativa ai disastri dello ‘sviluppo’. È un termine che è difficile tradurre, senza snaturarne il significato, in lingue diverse da quelle in cui questa concezione è stata elaborata; in italiano si usa in genere, seppure in maniera poco soddisfacente, la traduzione spagnola. Talora è tradotto come «vita in armonia» o «vita in pienezza», nel tentativo di appros­simarsi al significato originario.

[2] N.d.t. – Qui l’autore utilizza il termine despojo (rapina).

[3] Una parte dei dipendenti delle imprese statali furono espropriati dei loro posti di lavoro stabili e violentemente gettati nella povertà e nel lavoro informale, mentre un’altra parte poté ricollocarsi in vari modi nelle classi medie.

[4] Le «fabbriche del diavolo», dove furono costretti a lavorare i con­tadini le cui terre comuni erano state recintate/espropriate (Polanyi, 1944).

[5] N.d.t. – L’aggettivo roto (letteralmente ‘lacero’) è stato utilizzato in Cile con una connotazione classista per indicare una persona di origine urbana e povera.

[6] La sua lista di massacri comprende: 1903 Valparaiso, 1905 Santiago, 1906 Antofagasta, 1907 Iquique, 1919 Patagonia, 1924 La Coruña, 1931 Copiapó, 1934 Ranquil, 1939 Santiago, 1946, 1957 e 1962 Santiago, 1967 Salvador, 1969 Puerto Montt e 1973 tutto il paese.

[7] Si tratta della repressione che seguì alle azioni dell’organizzazione criminale Primo Comando della Capitale.

[8] N.d.t. – Consigli indigeni: organismi collegiali di governo.

[9] N.d.t. – Lavori collettivi.

[10] N.d.t. – Sollevazione popolare contro il governo di Carlos Andrés Pérez, repressa con migliaia di morti il cui numero esatto è tuttora incerto.

[11] N.d.t. – Banco Nacional do Desenvolvimento Econômico e Social (Banca Nazionale di Sviluppo Economico e Sociale).

[12] Intervista con Dario Bossi, IhuOnline (rivista dell’Instituto Humanitas Unisinos), 24 aprile 2014.

[13] Dichiarazione pubblicata il 12 maggio 2014 in http://global.org.br/.

[14] Dalla Lettera pastorale pubblicata da Não Vale, rivista della rete Justiça nos Trilhos, II edição: «Duplicação do lucro privado e dos impactos coletivos».

[15] Seminario Internacional Carajás 30 Años, «Ato em defesa das co­mu­nidades impactadas pelo Programa Grande Carajás», 8 maggio 2014.

[16] «A escravidão venceu no Brasil. Nunca foi abolida», intervista con Eduardo Viveiros de Castro.

[17] http://rpp.pe/2014-06-30-onu-preocupada-por-paque%20te-de-medidas-economicas-en-el-peru-noticia_704367.html.

[18] OEFA: Organismo di Valutazione e Controllo Ambientale.

[19] Lettera al governo peruviano, 8 giugno, in http://www.servindi.org/actualidad/108572.

[20] N.d.t. – Un giacimento di oro e rame, 75 km a nord di Cajamarca, dato in concessione alla Newmont Mining Corporation, Usa.

[21] N.d.t. – Territorio indigeno autonomo.

[22] N.d.t. – Lavoro collettivo, e oggi per estensione anche incontro po­li­ti­co fra comunità visto come lavoro intellettuale e concreto impegno all’a­zio­ne.

[23] N.d.t. – Suddivisione territoriale.

[24] N.d.t. – Reti e lavori collettivi.

[25] N.d.t. – «Coloro che sanno», portatori dei saperi ancestrali.

[26] N.d.t. – «Padre», in quechua.

[27] N.d.t. – Organismo dello Stato colombiano per la promozione e la difesa dei diritti umani.

[28] N.d.t. – Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia).

[29] Il Macizo Colombiano è una catena montuosa andina situata nei dipartimenti di Cauca, Huila e Nariño, dove nascono i grandi fiumi colombiani: il Magdalena e il Cauca (che sfociano nel Mar dei Caraibi), il Putumayo e il Caquetá (della conca amazzonica), e il Patía (conca del Pacifico). Le sue vette raggiungono i 4.600 metri di altezza, e ospita più di 300 lagune, tredici altipiani e una grande diversità biologica. È una regione popolata da contadini meticci, afro e indigeni.

[30] N.d.t. – L’Audiencia era un organo di giustizia all’epoca della con­qui­sta, mutuato dalla Spagna.

[31] Coordinación de Consejos Comunitarios y Organizaciones de Base del Pueblo negro de la Costa Pacífica de Cauca (Coordinamento di Consigli Comunitari e Organizzazioni di base della Popolazione Nera della Costa Pacifica del Cauca).

[32]Versione ampliata del discorso al seminario «Il pensiero critico di fronte all’Idra capitalista», Chiapas, maggio 2015.

[33] Enric Llopis, intervista a Luis González Reyes in Rebelión, 18 giu­gno 2015.

[34] N.d.t.: Movimento contadino nato nel 1984 in Brasile con le prime occupazioni di terre. Oggi coinvolge circa un milione e mezzo di persone. Molte famiglie hanno già conquistato la terra, mentre altre stanno por­tan­do avanti la loro lotta accampandosi nei latifondi incolti.

[35] N.d.t. – Si veda Zibechi, 2007.

[36] N.d.t. – Il concetto di collasso è stato approfondito, fra altri, nel libro di Mauro Bonaiuti: La grande transizione. Dal declino alla società della decrescita (2013). Si veda anche, sul web, il testo di Pier Luigi Fagan: Dall’era moderna a quella complessa. Transizione dalla logica del dominio a quella del condominio.

[37] N.d.t. – Una delle 5 regioni in cui è suddiviso il Brasile.

[38] N.d.t. – Il decreto che aumentava in maniera spropositata il prezzo dei combustibili.

[39] N.d.t. – Il Partito dei Lavoratori, del presidente Lula.

[40] N.d.t. – MPL, movimento che lotta per la riduzione delle tariffe dei mezzi pubblici, mirando a un sistema pubblico di trasporto urbano gra­tui­to.

[41] N.d.t. – Vice Presidente degli Stati Uniti.

[42] http://www.portalmetropole.com/2015/03/jornalista-americano-alerta-que-governo.html#ixzz3YMld3WAr.

[43] Si veda il testo di M. Modonesi e M. Svampa: Post-progressismo e Oriz­zonti Emancipatori, all’interno di questo sito.

[44] Si veda la pagina web della Presidenza dell’Uruguay, 3 novembre 2013.

[45] N.d.t. – L’autore allude all’invito lanciato dall’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale nel corso del seminario «Il pensiero critico di fronte all’Idra capitalista», Chiapas, maggio 2015.

[46] N.d.t. – Il termine rimanda al Partito dei Lavoratori (PT).

[47] N.d.t. – Riferimento alle ‘basi di appoggio’ zapatiste.

[48] N.d.t. – Insediamento illegale nel quartiere di Retiro (Buenos Ai­res).

[49] N.d.t. – «Panopticon o panottico è un carcere ideale progettato nel 1791 dal filosofo e giurista Jeremy Bentham. Il concetto della progettazione è di permettere ad un sorvegliante di osservare (opticon) tutti (pan) i soggetti di una istituzione carceraria senza permettere a questi di capire se sono in quel momento controllati o no» (Wikipedia).

[50] Giornalista, direttore del mensile Terre di frontiera. Autore del libro «Trivelle d’Italia» (2012, Altreconomia edizioni), co-autore di «Rottama Italia» (2015, Altreconomia edizioni) e «La democrazia alla prova dei conflitti ambientali» (2016, Asud-CDCA). Vincitore del premio internazionale all’impegno sociale 2015 (Memorial Livatino-Saetta).

[51] Ambientalista dell’anno (Premio Luisa Minazzi) e attuale referente apuano del Gruppo di Intervento Giuridico (GrIG). Autore del cortometraggio AUT OUT sulla situazione delle Alpi apuane, presentato al 58° Trento Film Festival, di cui con­siglia­mo vivamente la visione (https://www.youtube.com/watch?v=WQHgmerJC1U).

[52] Elena Gerebizza è membro dell’associazione Re:Common; Simone Franchino è membro del Comitato No Tav Spinta dal Bass.

[53] La bibliografia sul movimento No Tav conta ormai decine e decine di libri oltre a una montagna di materiali reperibili in rete; un buon punto di partenza sono i 4 quaderni finora pubblicati dal Controsservatorio Valsusa: Come si reprime un movimento: il caso Tav, a cura di Livio Pepino, Tav e Valsusa, diritti alla ricerca di tutela, a cura di Paolo Mattone, Il Tav Torino-Lione, le bugie e la realtà, a cura di Guido Rizzi e Angelo Tartaglia, Il tribunale permanente dei popoli. Le grandi opere e la Valsusa, a cura di Livio Pepino.

[54] https://siamostatiinvaldisusa.wordpress.com/

[55] http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/07/02/ndrangheta-a-torino-asse-boss-imprenditori-ci-mangiamo-la-torta-tav/1046581/; http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/03/30/ndrangheta-tav-chiuse-indagini-31-indagati-2-marescialli-dei-carabinieri/1550222/; http://www.autistici.org/spintadalbass/?p=7998.

[56] Paola Magni in http://www.lifegate.it/persone/stile-di-vita/glifosato-nel-cibo-dove-si-trovano-residui-del-diserbante-italia.

[57] Gaetano Pascale in http://www.slowfood.it/glifosato-nelle-acque-italiane/.

[58] Germana Carillo, in http://www.greenme.it/informarsi/agricoltura /19759-pesticidi-in-citta.

[59] Gianluigi Salvador e Luciano De Biasi, in www. ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=25963.

[60] http://altracitta.org/2014/08/04/pesticidi-malattie-e-consumo-di-suolo-la-lotta-dei-pistoiesi-contro-i-vivai-senza-fine/.

[61] Patrizia Gentilini, Effetti sulla salute umana degli impianti di incenerimento di rifiuti.

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