di Silvia Ribeiro

ricercatrice del Gruppo ETC

30 gennaio 2021

Gli Stati Uniti sono il paese che ha investito più fondi e risorse nella ricerca sulle armi biologiche, sempre nel capitolo della biodifesa. Tale ricerca include la manipolazione genetica – o con altri mezzi – di virus e batteri per renderli più infettivi per gli esseri umani, presumibilmente alla ricerca di vaccini o antidoti contro di loro. Il laboratorio di Ralph Baric, uno dei ricercatori più attivi in ​​questo settore, per il quale riceve finanziamenti governativi da due decenni, è chiamato dai suoi colleghi il selvaggio West. Molti dei suoi esperimenti con i virus dell’influenza aviaria e della SARS sono stati rivolti ad aumentare la loro infettività negli esseri umani attraverso le vie respiratorie. È uno dei motivi che hanno motivato le proteste di centinaia di scienziati, il che nel 2014 ha portato alla sospensione dei fondi per questo tipo di ricerca (si veda l’articolo di N. Baker, The Lab-Leak Hypothesis, 4 gennaio 2021).

Baric si è poi concentrato sulla collaborazione con la dr. Shi Zhengli dell’Istituto di virologia di Wuhan, in Cina, per progetti cofinanziati dal National Institutes of Health e dall’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID), tra gli altri, per aumentare l’infettività di virus di pipistrelli nel tratto respiratorio umano. Fra questi, anche di un coronavirus (RaTG13 o BTCoV-4991) considerato l’antenato geneticamente noto più vicino al SARS-2 che ha causato la pandemia di Covid-19.

I fondi sono stati convogliati a Wuhan attraverso l’ONG EcoHealth Alliance, con sede negli Stati Uniti e presieduta da Peter Daszak, uno zoologo che ha trasformato quella che chiama la lotta contro i virus in una guerra quasi religiosa. Come Baric, si è associato alla ricerca del laboratorio di Wuhan rivolta ad ottimizzare l’infettività dei virus della SARS.

La dottoressa Shi Zhengli è un’esperta di virus di pipistrelli riconosciuta a livello internazionale. Il suo laboratorio è l’unico in Cina ad avere una classificazione di livello di biosicurezza 4, la più alta. Ecco perché questo tipo di esperimenti ad alto rischio vengono eseguiti lì. È dotato di questa classificazione dal 2018, ma il virus RaTG13 è stato raccolto nel 2012 e nel 2013, in una miniera nella provincia dello Yunnan e in un ospedale dove i minatori colpiti hanno sofferto – e alcuni sono morti – di una malattia che oggi potrebbe essere vista come Covid- 19 (si veda il mio articolo: “Covid-19 ¿escape de laboratorio?”, 21 luglio 2020).

Baker si domanda: quante probabilità ci sono che l’inizio della pandemia sia stato identificato nella città che ha l’unico laboratorio di biosicurezza 4 in Cina, dove Stati Uniti e Cina stavano conducendo esperimenti con il virus conosciuto più vicino al SARS-2, e che non ci sia un collegamento fra le due cose? (“The Lab-Leak Hypothesis).

Quando diversi scienziati, uomini e donne, hanno iniziato a fare domande su questa possibilità, hanno incontrato un muro di silenzio a più livelli. Uno del governo cinese, che ha interrotto e secretato qualsiasi indagine al riguardo. Un altro di una ventina di scienziati che già nel febbraio 2020, prima che iniziasse qualsiasi indagine, ha pubblicato una dichiarazione sulla rivista The Lancet, affermando che l’origine del virus era naturale e che la possibilità di una manipolazione di laboratorio doveva essere esclusa.

Successivamente, l’organizzazione statunitense Right To Know ha rivelato (analizzando le e-mail ottenute tramite l’accesso a informazioni pubbliche) che questa dichiarazione è stata scritta e orchestrata da Peter Daszak, attore chiave nel progetto di manipolazione del SARS-2 (“EcoHealth Alliance orchestrated key scientists’ statement on ‘natural origin’ of SARS-CoV-2”) .Quando, più tardi nel 2020, il finanziamento di questo progetto a Wuhan è stato sospeso per un breve periodo, Daszak ha presentato l’evento ai media come un attacco alla scienza, cosa facile da credere nel clima dell’amministrazione Trump. Daszak non ha mai chiarito che centinaia di scienziati seri e responsabili nel suo paese chiedevano già da molto tempo di porre fine a questo tipo di ricerca.

A partire da molte domande senza risposta, alla fine del 2020, l’OMS e The Lancet – separatamente – hanno costituito commissioni di inchiesta sull’origine del virus, cosa che appare come un’iniziativa sensata. Purtroppo, Peter Daszak è riuscito a far parte di entrambe le commissioni e anche a presiedere quella di The Lancet, il che è folle, dato che Daszak è uno degli attori principali che devono essere indagati.

Che si sia trattato o meno di una fuga da un laboratorio, è chiaro che i rischi di questo tipo di ricerca sono inaccettabili, non sono in nessun caso giustificati e devono essere banditi in tutto il mondo. Gli incidenti in laboratori ad alto livello di biosicurezza si verificano molto più spesso di quanto immaginiamo. Da un morso di topo alla puntura accidentale di una siringa o al numero di ricercatori che hanno accesso ma non hanno una formazione sufficiente, i rischi sono molteplici (si veda ad esempio l’articolo di J. Latham: “Engineered COVID-19-Infected Mouse Bites Researcher Amid ‘Explosion’ Of Risky Coronavirus Research”).

Altre ipotesi che ricollegano l’origine e la diffusione del SARS-2 (e di altre malattie zoonotiche e pandemiche, come l’influenza aviaria e suina) alle interazioni del sistema alimentare e agropecuario industriale, alla distruzione della biodiversità, all’aumento dei trasporti a causa dei trattati di libero scambio, ai sistemi sanitari carenti e alla mancanza di accesso all’acqua e al cibo sano, non sono in contrapposizione. Sono complementari e comunque amplificano gli impatti. Nonostante enormi investimenti pubblici in rischiose avventure delle multinazionali, come i vaccini geneticamente modificati, le cause della pandemia rimangono ignote, preparando l’insorgere delle prossime.

Fonte: “Los oscuros orígenes del virus – II

Traduzione a cura di Camminardomandando