di Raúl Zibechi
4 dicembre 2020
Una delle caratteristiche principali del pensiero critico è stata la sua scomodità, la sua capacità di disturbare i luoghi comuni, mettere in discussione conoscenze consolidate e scuotere la sonnolenza dell’inerzia. È sempre stato un pensiero controcorrente, ribelle e insubordinato.
Marx si è dedicato a mettere a gambe all’aria, o a testa in giù, l’eredità teorica di Hegel. Lenin ha deciso di disobbedire a Marx, che sosteneva che la rivoluzione avrebbe vinto in primo luogo nei paesi più industrialmente avanzati. Mao e i vietnamiti hanno scartato le insurrezioni urbane puntando sulla guerra contadina di lunga durata. Fidel e il Che erano eretici rispetto ai partiti comunisti che dominavano lo scenario delle sinistre.
Il tanto elogiato Walter Benjamin era implacabile nei confronti dell’idea del progresso e, più recentemente, gli ambientalisti mettono in discussione lo sviluppo, mentre le femministe rifiutano le organizzazioni verticali e i signori della guerra patriarcali.
L’EZLN [Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale], da parte sua, raccoglie le positività ed evita gli errori di rivoluzioni precedenti, per cui mette di lato la guerra per continuare a trasformare il mondo e a difendere (con tutti i mezzi) i territori dove il popolo comanda esercitando la propria autonomia.
Qual è la situazione del pensiero critico nel bel mezzo della pandemia? Quali dovrebbero essere i punti centrali della sua analisi? Chi lo formula in questo periodo?
Cercherò di rispondere in poche righe.
La prima cosa da dire è che il pensiero consolidato, elaborato da accademie, partiti e autorità intellettuali, è in pieno declino – un processo legato alle crisi di civiltà e sistemiche in corso. Forse perché appartiene ad una civiltà moderna, urbana, occidentale, coloniale e patriarcale. Cioè, perché si è arreso al capitalismo.
La maggior parte dei cosiddetti intellettuali si dedica a giustificare gli errori e gli orrori dei partiti della sinistra elettorale più che a criticarli, con la misera motivazione di non voler favorire la destra. Se criticare la sinistra fosse questo, Marx e Lenin dovrebbero essere liquidati come persone di destra, poiché hanno dedicato alcune delle loro opere migliori a mettere in discussione i loro compagni di strada.
La seconda cosa è che il pensiero critico deve rendere chiare le cause strutturali e di lunga durata della situazione che stiamo vivendo. Non deve intrattenere la gente con argomentazioni fallaci. Deve essere capace, ad esempio, di collegare la pandemia al modello estrattivo neoliberista, alla brutale speculazione finanziaria e alla quarta guerra mondiale contro i popoli, anziché attribuire a questo o a quel governo i fallimenti e i successi nella lotta contro il virus. Questo è ciò che io chiamo intrattenere invece che analizzare.
Inoltre, il pensiero critico non deve limitarsi a fare diagnosi. Siamo sommersi da analisi di ogni genere, molte delle quali contraddittorie. Anni fa si parlava del picco del petrolio (peak oil) come della chiave di volta della fine della civiltà capitalistica. Molto prima, si garantiva che il sistema sarebbe stato vittima di inesorabili leggi economiche.
Ogni giorno ci sono diagnosi che collocano i limiti del sistema nell’ambiente, nell’esaurimento delle risorse e in una lunga serie di presunte cause oggettive che non fanno che eludere il conflitto sociale come unico modo per fermare e sconfiggere il capitalismo. Già Benjamin lo diceva: se il sistema cadesse per ragioni oggettive, la lotta non avrebbe il minimo senso.
La terza cosa mi sembra la più importante. Fino ad oggi, coloro che si occupavano di elaborare il pensiero critico erano maschi, bianchi, accademici e appartenenti alla classe medio-alta. Naturalmente le idee che hanno divulgato erano di tipo eurocentrico, patriarcale e coloniale, anche se bisogna riconoscere che non per questo erano tutte sbagliate. Dobbiamo solo passarle attraverso il setaccio dei popoli, delle donne e dei giovani.
Oggi coloro che elaborano il pensiero critico non sono più personaggi autorevoli, ma popoli, collettivi, comunità, organizzazioni e movimenti. Chi sono i rappresentanti cattedratici del popolo Mapuche o delle popolazioni indigene del Cauca colombiano? Chi incarna le idee dei movimenti femministi e delle donne che si oppongono al patriarcato?
C’è ancora chi crede che il pensiero zapatista sia stato opera del subcomandante Marcos e ora del subcomandante Galeano. Non accetteranno mai che si tratta di pensieri nati da esperienze collettive, che vengono comunicati da portavoce scelti dal basso. Non accetteranno mai che l’attuale portavoce sia il subcomandante Moisés.
Questa è la realtà del pensiero critico di oggi. Farneticazioni in alto, creatività in basso. Come accade nella vita stessa. Non c’è niente di essenzialista in questo. La conoscenza viva sorge tra coloro che combattono. Solo coloro che stanno trasformando il mondo possono conoscerlo a fondo, tra le altre cose perché ne va della loro la vita, perché non possono farsi la minima illusione su quelli che stanno in alto, ben oltre il colore politico e il discorso che fanno.
Benjamin l’ha detto con assoluta chiarezza: il soggetto della conoscenza storica è la classe oppressa stessa, quando combatte.
Fonte: “Pensamiento crítico y pandemia”, in La Jornada, 04/12/2020.
Traduzione a cura di Camminardomandando.