di Raùl Zibechi

26 ottobre 2019

Venerdì 25 ottobre a Quito, convocato dalla Confederazione delle Nazionalità Indigene dell’Ecuador (CONAIE), si è istallato il Parlamento Popolare dei Popoli e delle Organizzazioni Sociali. L’obbiettivo è “elaborare un progetto di nuovo modello economico”, per evitare l’applicazione del paquetazo del Fondo Monetario Internazionale.

Da Quito

L’edificio austero della CONAIE è in fermento con centinaia di delegati e delegate di comunità e villaggi, di quartieri popolari e sindacati, per dibattere sugli orientamenti del movimento popolare dopo dodici giorni di una sollevazione che marca a fuoco la storia e la vita politica del paese andino.

Il luogo mostra le impronte della battaglia appena conclusa. Decine di materassi impilati, centinaia di bottiglioni di acqua e una infinità di fiaschi di aceto, indispensabili per combattere gli effetti dei gas lacrimogeni, testimoniano il fragore degli scontri con i reparti della polizia. All’entrata dell’edificio di tre piani una lunga fila di “parlamentari” attendono il turno per accreditarsi, con una disciplina che mostra l’ordine comunitario dei popoli originari.

Il parlamento è stato convocato da una riunione allargata della CONAIE realizzatasi due giorni or sono, con una folta presenza di rappresentanti della sierra centrale e dei popoli amazzonici, distinguibili per il volto con pitture di combattimento.

L’ottavo punto della dichiarazione emessa quel giorno dice: “Convocare le diverse organizzazioni sociali e popolari della società ecuadoriana alla costituzione immediata del Parlamento dei popoli che costruirà, attraverso una minga (lavoro collettivo) plurinazionale, una proposta di un nuovo modello economico che assicuri il sumak kawsay (vivere bene)”.

Sollecita inoltre la realizzazione di assemblee popolari sui territori, per alimentare i dibattiti del parlamento.

 

Una sollevazione diversa

Jorge Herrera, ex presidente della CONAIE negli ultimi anni del governo di Rafael Correa, mette in luce le differenze rispetto alla sollevazione del 1990, conosciuta come Inti Raymi (festa del sole) perché si era svolta durante il solstizio di giugno. “Quella del 1990 fu una sollevazione indigena diretta dalla CONAIE, alla quale presero parte in forma precipua le comunità. Quella di quest’ anno è stata una mobilitazione e una sollevazione popolare, di tutti quelli che sono penalizzati dal capitalismo”.

Herrera sottolinea la solidarietà dei giovani dei quartieri popolari di Quito. “La gioventù è stata spinta a manifestare a Quito da un accumulo di indignazione”. Allude a una nuova generazione condannata dal sistema  alla sottoccupazione con bassi salari e senza la prospettiva di un futuro.

Altri parlano della “Comuna” di Quito, quella realtà che per quasi due settimane ebbe il suo epicentro nella Casa della Cultura, un enorme edificio circolare di due piani circondato da un ampio spazio verde, adiacente al parco dell’Arbolito, che separa la zona antica da quella moderna del centro e che è stato uno dei luoghi in cui si sono verificati gli scontri corpo a corpo con la polizia.

“Se la sollevazione fosse durata uno o due giorni ancora, il governo di Lenin Moreno sarebbe caduto”, commenta Herrera, di fronte ad un gruppo di giovani della città, che approvano che la CONAIE abbia frenato questo processo. Di fronte all’interrogativo del perché non è stata incentivata la caduta, la risposta è quasi unanime: il movimento indigeno e popolare fece cadere tre governi e i risultati non furono quelli sperati [delle tre precedenti sollevazioni, due furono specificamente indigene, nel 1997 e nel 2000; quella del 2005, detta dei Farajidos, ebbe come protagonista la società civile. In tutti e tre i casi esse culminarono con le dimissioni del presidente ma non un cambiamento durevole del sistema – ndt].

In questa circostanza la caduta di Moreno avrebbe comportato l’insediamento del suo vice, Otto Sonnenholzner, “un fidato rappresentante degli interessi dell’oligarchia”, spiega Juan Carlos Guerra del collettivo Desde el Margen (Dal margine). Il vice (di Moreno) è un economista e imprenditore radiofonico di origine tedesca, legato all’imprenditoria di Guayaquil, dove risiede il fiore e la crema del potere finanziario.

“Siamo di fronte a un cumulo di insegnamenti di quasi tre decadi”, prosegue Guerra, che va al di là dei dirigenti ed è già patrimonio di ampie nidiate di militanti indigeni e di organizzazioni urbane.

“La logica del movimento è consistita nel cancellare il pacchetto del FMI, ma non necessariamente il governo”, afferma di fronte allo sconcerto di intellettuali che desideravano che i poveri fornissero i morti affinché si compissero le loro profezie.

Parlamento di quelli che stanno in basso

La fila all’entrata è lunga e si muove con lentezza. Il primo controllo consiste nel depositare i telefoni  in una stanza dove annotano il tuo nome e lo attaccano al dispositivo. Poi ci si deve iscrivere e ti consegnano un salvacondotto che viene applicato al documento di identità o al passaporto. Con questa carta in mano, si deve varcare una soglia protetta da uno shuar (una delle nazionalità indigene più combattive, ndt) che, con la lancia in pugno, controlla l’entrata. Salendo le scale si incontrano altri due controlli.

Circa quattrocento persone sono sedute in un grande semicerchio. Una tavola coi dirigenti, in maggioranza amazzonici, e una enorme pietra su cui ardono incensi, completano lo scenario.

“Siamo deputati seri. Non come quei fannulloni del Parlamento”, dice con una certa solennità Javier Vargas, presidente della CONAIE, aprendo l’evento. Le appartenenze geografiche sono rese evidenti dagli abbigliamenti. Piume multicolori per gli amazzonici, poncho scuri per gli andini. Blanca Changoso, la dirigente veterana che durante la sollevazione ha guidato la marcia delle donne, chiede che negli interventi nessuno superi il minuto.

Impossibile. Tutte e tutti vogliono parlare, dire chi sono e ricordare i torti subiti. Studenti dalle capigliature verdi, contadini, agricoltori, sindacalisti, artigiani, femministe, collettivi LGTB, oltre a pescatori e floricultori e anche giornalisti organizzati, compongono una diversità impossibile da omogeneizzare.

Le richieste più vigorose sono contro l’attività mineraria e il FMI, il paquetazo e le imposte. Viene letto l’Atto Costitutivo del Parlamento Popolare e si votano quattro tavoli di lavoro che dovranno consegnare le loro proposte il prossimo lunedì, entro solo tre giorni: economia, lavoro, imposte e ambiente.

L’intervento più applaudito è quello di Leonidas Iza, giovane dirigente che è stata in prima linea negli scontri per le strade. “Che la direzione di questo movimento non resti nelle mani della CONAIE”, dice uno dei suoi massimi dirigenti. Il parlamento è una minga che delibera. Esprime la convergenza di quelle e di quelli che stanno in basso, nata sulle barricate e nelle lunghe giornate della dignità collettiva.

Traduzione a cura di Camminar domandando

Fonte: https://www.jornada.com.mx/ultimas/mundo/2019/10/26/parlamento-de-los-pueblos-una-minga-para-cambiar-el-pais-raul-zibechi-9956.html