di Gustavo Esteva

6 aprile 2020

È innanzitutto la notte dell’orrore, delle tragedie. Ma nelle sue viscere già pulsa un’altra alba.
Letteralmente, ci hanno tolto il terreno sotto i piedi. Il nostro mondo era prevedibile. Certe tendenze profonde permettevano di anticipare il corso generale degli avvenimenti. Sono scomparse. Persistono inerzie, impulsi e frenesie, ed è possibile anticipare ciò che i diversi attori cercheranno di fare, ma non ciò che otterranno. È l’incertezza radicale.
Quelli che sentono che il loro potere è a rischio, condividono un bisogno ossessivo di normalizzazione. La loro prima reazione è stata quella di negare: non succede niente. Sono state le prime settimane di Trump e la posizione di Bolsonaro. La seconda reazione ha limitato il fenomeno nel tempo: passerà presto. Constatando quanto fosse illusorio tale atteggiamento, adesso cercano di approfittare della tragedia per riproporre e se possibile incrementare il loro potere politico o economico nelle nuove condizioni.
La passione per la normalizzazione non si riscontra solo nelle
élites. La condividono ampie fasce sociali. Vogliono la normalità sia quelli che lottano disperatamente per sopravvivere, sia quelli che vedono minacciato ciò che possiedono (padroni di imprese, ad esempio) o quelli che non sopportano il confinamento.
Altre fasce di popolazione, invece, adottano lo slogan che era comparso a Città del Messico di fronte al grande terremoto del 1985: Non vogliamo tornare alla normalità. Inettitudini e favoritismi dei governi fanno vedere chiaramente che l’orrore viene da molto lontano. Era ‘normale’ una situazione insopportabile per molte persone. Il crollo più o meno apocalittico delle proprie condizioni di vita apre la speranza di lasciarsi l’incubo dietro le spalle. Per sempre.
Governi e grandi imprese cercano di concentrare poteri e facoltà con il pretesto dell’emergenza. Viene infine dichiarato lo stato di eccezione (o di emergenza) che esisteva di fatto. L’Ungheria è l’esempio estremo: la maggioranza parlamentare ha dato a Viktor Orbán la facoltà di prescindere dalla legge e di utilizzare le istituzioni a suo piacimento per un periodo di tempo indefinito, governando per decreto e come vuole lui. È quello che fanno a poco a poco tutti i governi. Si usa la legge per violarla e consolidare illegalità, autoritarismo e controllo.
Un’altra reazione di riflesso è quella di proteggere i ricchi per rilanciare l’economia. Si danno mucchi di denaro alle grandi imprese. Il favoritismo assume a volte forme strane. In Messico, si rinuncia per decreto ai tempi riservati allo Stato nei mezzi di comunicazione, che oggi potrebbero essere utilizzati per combattere quella disinformazione che le imprese che ricevono tanti benefici attuano di continuo.
Di fronte alla cecità, all’incapacità, al cinismo e all’immoralità che vengono dall’alto, emerge la sorprendente reazione che viene dal basso. Non c’è luogo in cui non sorgano espressioni di solidarietà. A Boston si moltiplicano le storie di chi porta cibo o compagnia a quelli che ne hanno bisogno. Nel Chaco, in Argentina, nella zona di General José de San Martín, gli agricoltori urbani con 20 anni di esperienza reagiscono con ingegnosità e capacità organizzativa alla chiusura dei loro sei mercati di interscambio. In Colombia si occupano i giardini pubblici e altri spazi dei quartieri periferici per coltivare il proprio cibo.
Un puma a Santiago del Cile, cinghiali a Barcellona, aeroporti vuoti o Pechino senza inquinamento sono simboli dell’impatto della pandemia sull’ambiente. Quelli che vogliono continuare a distruggere il pianeta esercitano pressioni, e quelli che si oppongono si raggruppano. Circola da oggi una denuncia internazionale contro il salvataggio immorale delle compagnie aeree e si moltiplicano le iniziative per la riduzione del turismo e dei viaggi aerei.
Per la maggioranza, l’emergenza sarà permanente. I loro posti di lavoro o le loro fonti di reddito non torneranno, né lo Stato potrà salvarli. Non rispondono con le lacrime, ma con la sollevazione. «Dicendo e facendo, cazzo!» (
Diciendo-haciendo, ¡carajo!). Con queste parole termina un appello ben ponderato che al primo di aprile era già stato sottoscritto dalla CONAIE dell’Ecuador, dal Congresso dei Popoli della Colombia, dal Movimento brasiliano dei Lavoratori senza tetto e da una cinquantina di organizzazioni latinoamericane. (per adesioni: fru@resistencia-urbana.org e comunicacion@conaie.org)
Hanno imparato da Eduardo Galeano: Che si trovi il coraggio di stare da soli e l’audacia di arrischiarsi a stare uniti, perché non serve a nulla un dente fuori dalla bocca o un dito fuori dalla mano. Si sta diffondendo il coraggio di stare uniti fra coloro che scelgono, come ha scritto molto bene Jerôme Baschet su
Le Monde, di prendersi cura dei luoghi abitati e delle interazioni del mondo vivente, della costruzione di realtà comunitarie, dell’aiuto reciproco e della solidarietà, così come della capacità collettiva di auto-organizzazione e di auto-governo.
In mezzo all’orrore, tragico per milioni di persone, si diffonde un movimento incontenibile. A volte assume la forma di una tradizione di solidarietà, che riunisce quelli che hanno qualcosa da dare a quelli che non hanno. È sempre più l’espressione di capacità e volontà di costruire un mondo diverso, al di là delle pandemie del patriarcato e del capitalismo. Invece dell’isolamento imposto, si intensifica responsabilmente l’interazione umana per dare un altro colore all’alba di un giorno nuovo.

gustavoesteva@gmail.com

Fonte: «El día después», in La Jornada, 06/04/2020

Traduzione a cura di Camminardomandando