Gustavo Esteva
26 agosto 2019

Non è stata una marcia come tante altre. Ha segnato uno spartiacque.
Le marce delle donne, compiute la settimana scorsa contro la violenza di genere, hanno suscitato una serie di reazioni diverse, molte negative e alcune ambigue. Dobbiamo metterle in prospettiva e cercare di immaginare il loro orizzonte.

Da tempo si va diffondendo la convinzione che è necessario modificare le forme della lotta sociale. Dobbiamo, ad esempio, verificare il valore attuale delle proteste di massa.
Da un lato, i governi hanno imparato a ignorare le espressioni popolari di malcontento e di rivendicazione. Hanno creato inoltre una serie di dispositivi per contrastarle. Utilizzano la repressione diretta, ampliando e modificando le risorse della polizia antisommossa, e ricorrono anche a provocatori e infiltrati, e a una grande varietà di metodi, ben noti nel nostro paese, per minare dall’interno le iniziative e per screditarle. L’intero repertorio è stato sistematicamente applicato contro i Gilet gialli in Francia dal novembre 2018… e continua ad essere utilizzato in Messico.
Da un altro lato, è stato messo in discussione il valore di questa forma di lotta nelle circostanze attuali. Rispondendo a chi domandava quali fossero le sue richieste, Occupy Wall Street ha espresso con chiarezza i termini della questione. Si presentano delle richieste quando si pensa che il governo possa soddisfarle. Noi non crediamo che lo potrà fare. Di conseguenza non abbiamo richieste.
In molte occasioni, tuttavia, le marce non cercano interlocutori in alto, ma in basso. Sono concepite in senso orizzontale, e con esse si cerca innanzi tutto la propria affermazione, si vuole contarsi e verificare la forza e la dignità dei partecipanti. E l’obiettivo è anche quello di fare in modo che tutti sappiano che loro ci sono… e continueranno ad esserci.

In questo secolo, non siamo di fronte a crisi congiunturali o a problemi di alcuni funzionari o di alcuni governi. Stiamo vivendo il collasso di un’era, il collasso climatico e quello socio-politico, il collasso di tutte le istituzioni. Sono ormai pienamente evidenti le radici patriarcali, capitaliste, razziste, sessiste e antropocentriche del regime dominante. È chiaramente auto-distruttivo, ma spazza via tutto quello che trova sul suo cammino, distrugge tutto ciò che è vivo. Questa epoca si conclude in un clima di immensa violenza, in cui si usano tutti i mezzi legali e illegali nel quadro della quarta guerra mondiale, la prima guerra totale della storia, in cui ampi settori della popolazione sono identificati come il nemico. È stata generata una classe di persone considerate ‘di scarto’. E le si sta eliminando.
Come sempre, la violenza colpisce maggiormente le donne, insieme ai bambini e alle bambine e alle persone anziane. Non ha le stesse dimensioni della violenza che subiscono gli uomini; si moltiplica, si allarga e raggiunge forme di degradazione umana intollerabili. La violenza domestica si intensifica fino ai livelli più abietti, e i femminicidi aumentano ogni giorno. La metà di questi ultimi sono commessi da mariti, compagni, familiari…
Da anni, un numero crescente di donne ha deciso di dire: Basta! Con immensa dignità e coraggio si sono alzate in piedi e insieme hanno deciso non solo di affrontare questa situazione atroce, ma di ricreare il mondo. Ancora una volta, si occupano di prendersi cura della vita. Vanno oltre le vecchie rivendicazioni femministe, associate solo all’uguaglianza. Non vogliono ricevere lo stesso trattamento degli uomini, in un mondo di sfruttamento e di oppressione, anche se denunciano la discriminazione imperante. Vogliono cambiare i termini della vita sociale, per fondarla su altre relazioni. La lotta ricorre a procedure legali, pur nella consapevolezza che lo Stato di diritto è andato a rotoli. Si presentano anche rivendicazioni specifiche, pur riconoscendo l’incompetenza e la corruzione delle autorità. Non si rinuncia a nessun diritto né al valore della pressione popolare.
Ma la lotta va oltre, e sta prendendo forma nella vita quotidiana, nelle relazioni di tutti i giorni, nella continua reazione delle donne ai ripetuti abusi e a comportamenti che hanno reso normali degli atteggiamenti inaccettabili.
Non sempre lo fanno con delicatezza. A volte la rabbia esplode e diventa incontrollabile. Compiono atti violenti simili a quelli che combattono. E li difendono: Non ci fermeremo né ci scuseremo per i vetri rotti e i muri dipinti, hanno detto a Oaxaca. C’è chi vuol perdonare o giustificare questi eccessi, mentre altri li condannano come crimini. Entrambe le reazioni sembrano inadeguate, da parte di un’autorità morale almeno discutibile.

È ora di comprendere e di accompagnare. Si tratta di abituarsi all’idea che le donne stanno prendendo la leadership di un cambiamento lungamente atteso di fronte ad una situazione infame. Non è sufficiente esprimere solidarietà. È necessario anche riconoscere le dimensioni e la profondità della sfida attuale… e ammettere il nostro fallimento e la nostra responsabilità come maschi, autori o complici di qualcosa di intollerabile. Dobbiamo imparare a lasciarci guidare dalla rabbia colma di dignità e di tenerezza che oggi si sta esprimendo e che può essere l’unica, ultima opzione di fronte al disastro.

Traduzione a cura di Camminardomandando

Fonte: “Digna rabia tierna”, in La Jornada, 26/08/2019