di Gustavo Esteva

Si conclude in questi giorni la prima fase del grande spettacolo che è stato allestito sul tema dei diritti dei popoli originari. Ma non è chiaro per chi è stato organizzato.

Si informerà il Presidente e l’intero paese che i popoli indigeni sono stati preventivamente consultati, in modo libero e informato, secondo le norme nazionali e internazionali, e che finalmente sarà possibile legiferare per riconoscere pienamente i diritti dei popoli indigeni e in tal modo onorare gli accordi di San Andrés [ndt – Gli accordi firmati nel 1995 fra il governo e l’EZLN (Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale), assistito da rappresentanti degli altri popoli indigeni messicani] e i debiti che il paese ha contratto nei confronti di questi popoli fin dal momento della sua nascita.

Le critiche su come tutto ciò è stato condotto si sono moltiplicate. Ha ragione, ad esempio, il noto avvocato mixteco Francisco López Bárcenas quando sostiene che il diritto alla consultazione è stato ridotto ai minimi termini. A suo avviso, ciò che è stato fatto non è una consultazione, ma un modo per raccogliere opinioni che legittimassero ciò che era già stato deciso in precedenza.

Più che analizzare la qualità dello spettacolo, contestandolo con molte buone argomentazioni, è importante chiedersi a che scopo sarebbe stato organizzato e che cosa si vorrebbe nascondere con esso. È stato denunciato che, lungi dal proteggere i popoli indigeni, le riforme proposte aprono nuove possibilità di espropriazione. Come segnala Franci­sco, una questione centrale è quella delle risorse, per il modo in cui la si affronta, in particolare quando vengono considerate strategiche.

La parola ‘risorsa’ significava, in origine, ‘vita’. La sua radice evocava l’immagine di una fonte che scaturiva continuamente dal suolo. Alludeva al potere di auto-rigenerazione della natura e alla sua prodigiosa creatività. Come ha spiegato Vandana Shiva [ndt: si veda la voce Risorse nel Dizionario dello sviluppo curato da W. Sachs, scaricabile in spagnolo a questo link], alludeva anche a un’antica relazione tra gli esseri umani e la natura, che suggeriva reciprocità. Con l’industrialismo e il colonialismo si è prodotta una spaccatura concettuale. Verso la fine del XIX secolo, la natura era già stata spogliata del suo potere di generazione, e si era passati a vederla soltanto come un deposito di materiali che devono essere trasformati in materie prime per la produzione di merci. Già negli anni 1960, le Nazioni Unite utilizzavano il termine ‘risorsa’ per qualsiasi materiale o condizione esistente in natura che potesse essere oggetto di sfruttamento economico. Gli esseri umani venivano posti nella stessa condizione della natura. Già si parlava normalmente di risorse naturali e risorse umane. Siamo definiti dal modo in cui possiamo essere sfruttati.

Vandana ha descritto anche il processo patriarcale di desacralizzazione della natura, a partire da Bacone, e ha messo in luce come, parallelamente, è stata smantellata l’idea della realtà naturale come ambito comunitario, come un bene comune a cui tutti e tutte devono avere accesso e di cui tutti e tutte sono responsabili.

Fra i nostri popoli persiste l’antico modo di percepire la Madre Terra e di avere con essa una relazione di rispetto e di reciprocità. Ridurre alla sfera economica le sue terre e i suoi territori e le relazioni che si hanno con essi, trattandoli come pure e semplici risorse, significa negare ai popoli indigeni il diritto di essere quello che sono, e pone le basi per la rapina.

Moltissimi popoli, nell’intero paese, esprimono oggi la loro resistenza alle concessioni minerarie che vengono rilasciate senza il loro consenso e che minacciano i loro territori o li hanno già occupati. Il nuovo governo non intende dare altre concessioni… ma afferma che dovrà rispettare quelle già esistenti, che sono proprio quelle che sono motivo di conflitto e occupano un’enorme porzione del paese.

I limiti e il significato di quello che fa il governo si manifestano ancora più chiaramente in un’altra questione. In tutta la propaganda sull’argomento si richiamano continuamente i diritti dei popoli indigeni e si proclama in tono entusiastico che le riforme daranno finalmente attuazione agli accordi di San Andrés, riconoscendo i popoli indigeni come soggetti di diritto.

Non è così. Sotto l’ombrello celebratorio dei diritti alla libera determinazione e all’autonomia si riduce di nuovo lo spazio di manovra delle comunità indigene, dei municipi indigeni e delle associazioni fra di essi. Ancora una volta, unitamente al gergo economico che predomina nelle riforme, troviamo il preconcetto individualizzante, la riduzione di tutti i diritti al loro esercizio individuale. Si rinuncia alla primogenitura per un piatto di lenticchie che può essere avvelenato: quello dell’accesso diretto alle risorse pubbliche da parte delle comunità.

Senza alcun dubbio, il riconoscimento effettivo di coloro che mantengono ancora oggi il loro status comunitario, che è ammesso fin dalla Costituzione del 1917 ma che non si vuole accettare, esigerebbe una trasformazione profonda dello Stato messicano, concepito fin dalla sua nascita come un patto sociale fra individui. È questa trasformazione che è stata concordata a San Andrés..

Per quanto si può vedere, quindi, non è esagerato affermare che il reale interlocutore di tutto lo spettacolo è il capitale, sono le grandi imprese private. Si tratta di far loro sapere che il nuovo governo continua ad essere propenso a mettere a loro disposizione le terre e i territori che i popoli indigeni sono decisi a difendere. Ora questi popoli incontreranno nuovi ostacoli legali nella loro lotta.

gustavoesteva@gmail.com

Traduzione a cura di Camminar domandando

Fonte: “Maniobra de distracción”, in La Jornada, 12 agosto 2019.