Gustavo Esteva

Fantasia, una barzelletta, ha detto il Presidente quando La Jornada gli ha fatto una domanda riguardo a voli a bassa quota su territori zapatisti (si veda l’intervista ad AMLO pubblicata da La Jornada il primo di luglio, ndt). Stanno mentendo, ha reagito quando gli hanno detto che i voli erano stati documentati dal Centro Fray Bartolomé de Las Casas. Quando gli hanno fatto notare che il Centro non usa mentire, ha ribattuto che a volte l’ideologia offusca la mente.

Sembrava che il Presidente non avesse ordinato quei voli, il che era una buona notizia. Ma ci sono altre due possibilità, entrambe gravi: o mentiva, o era all’oscuro della cosa.

Alcuni giorni dopo, il Presidente ha inviato da Guadalupe Tepeyac uno dei suoi abituali messaggi di amore e di pace. Ha espresso il suo rispetto per lo zapatismo e la necessità di unirsi nonostante le differenze. Ha sottolineato di aver scelto la via pacifica delle elezioni e ha aggiunto di non essere come quelli che l’hanno preceduto; non reprimerà le comunità indigene.

Avrà inviato questo messaggio alle sue stesse squadre, a coloro che hanno ordinato di sorvolare quei territori e aggrediscono gli zapatisti pensando di entrare così nelle sue grazie? Se era per gli zapatisti, è una cosa fuori luogo.

L’EZLN ha optato per l’insurrezione armata quando tutte le vie pacifiche erano chiuse. Tuttavia, dal 12 gennaio 1994, ascoltando la società civile, ha rinunciato ad usare le proprie armi, anche di fronte ad attacchi di paramilitari e di organizzazioni collegate con il governo. E non ha ripreso le armi quando il governo ha abbandonato il tavolo dei negoziati a San Andrés e non ha rispettato gli accordi sottoscritti da entrambe le parti e avallati dalla commissione multipartitica del Congresso.

La distanza che AMLO non riconosce è di altra natura. Gli zapatisti, come il Congresso Nazionale Indigeno (CNI), sono apertamente anticapitalisti. Per i popoli indigeni, il problema non è la mancanza di investimenti, come suppone AMLO, ma il sopruso, lo sfruttamento e l’espropriazione che questo investimento, pubblico o privato, esercita sulla gente.

Gli zapatisti e il CNI non scelgono la via elettorale, neppure con il CIG (Consiglio Indigeno di Governo, ndt) e con Marichuy (portavoce degli indigeni, candidata alle elezioni del 2018, ndt), che hanno avuto e hanno un’altra funzione. Sanno che il governo e gli apparati statali sono al servizio del capitale privato.

Gli zapatisti imparano dall’esperienza degli altri. Hanno visto i risultati dei governi progressisti dell’America del Sud, che hanno percorso cammini molto simili a quelli di AMLO. Accanto a una certa ridistribuzione del reddito a favore dei più poveri e a qualche compito gestionale assunto dallo Stato, questi governi stipulano accordi con il grande capitale e realizzano megaprogetti catastrofici per la gente e per la natura, come nel caso del TIPNIS in Bolivia, che ha suscitato molto clamore. (Il TIPNIS è una riserva indigena che rischia di essere distrutta in seguito alla costruzione di una grande arteria finalizzata al trasporto di materie prime verso i porti del Pacifico, ndt).

In Messico, la questione dell’Istmo è un esempio di questo modo di procedere. Il Ministero del Tesoro prepara un quadro programmatico per facilitare l’investimento privato. Come ha dichiarato il responsabile del progetto, i complessi industriali si faranno nei terreni ejidali (proprietà rurali di uso collettivo, ndt), in modo che i loro proprietari non debbano più stare a guardare l’avanzata del progresso e dello sviluppo senza esservi inclusi. Si creeranno posti di lavoro (La Jornada, 24/4/19).

Sappiamo bene di che tipo di posti di lavoro e di che genere di investimenti si tratta. Le maquiladoras (fabbriche che, soprattutto nel nord del Messico, assemblano in prodotti finiti i pezzi costruiti altrove, negli Usa, in Giappone o in Europa, ndt) hanno già fatto fallimento in altre parti dello Stato di Oaxaca. La gente non sacrifica i propri modi di vita, in cui può avere dignità e autonomia, sostentandosi con i frutti della terra, in cambio di salari infami e di condizioni di lavoro obbrobriose.

AMLO e i funzionari hanno avuto il coraggio di dire che il governo ha già avuto il sostegno della gente per i suoi progetti. Con lo slogan: l’Istmo è nostro, 50 organizzazioni li hanno rifiutati. Hanno rifiutato il progetto e le consultazioni, ampiamente squalificate.

AMLO non otterrà l’unione che cerca se si rifiuta di ascoltare quelli che si oppongono alla sua particolare idea di progresso, che in realtà è un ritorno a modelli e pratiche che già sono falliti, qui e dovunque, tranne alcuni pochi. E costoro, fra l’altro, oggi si oppongono al Presidente da una posizione tanto miope quanto reazionaria.

Chi è contro di lui? Si ribellano accademici, funzionari, dirigenti o poliziotti che perdono i loro privilegi. Si lamentano quelli che sono colpiti dal disordine e dall’inefficienza delle campagne per l’austerità e contro la corruzione, o dei nuovi programmi. I resti di alcuni partiti gridano per dare qualche segno di vita. Ma l’attacco sempre più violento, concertato e aggressivo viene dai grandi capitali, che non vogliono essere toccati neanche con il petalo di una rosa ed esigono una subordinazione abietta come quelle di Fox, di Calderón o di Peña. Non perdonano la questione dell’aeroporto (la cancellazione parziale del nuovo aereoporto di Città del Messico, ndt) o la fine dei condoni fiscali. Non è chiaro fin dove si spingeranno per assoggettare completamente AMLO… o per sostituirlo, anche ricorrendo alle armi.

Non sembra avere una grande risonanza la posizione di quelli come noi che pensano sia indispensabile combatterli a fondo. Dobbiamo disfarci di loro, per poter ricostruire la società dalle rovine che hanno lasciato e che continuano a produrre; non è una questione di persone, ma di relazioni sociali. Dobbiamo essere consapevoli delle conseguenze di questa azione nelle attuali condizioni del mondo. Ma sappiamo che non è possibile agire in questo senso a partire dalle strutture di governo. È un cammino che si può percorrere soltanto raso terra, con la piena coscienza dei rischi e del fatto che non esiste un’altra opzione.

gustavoesteva@gmail.com

Traduzione a cura di Camminardomandando

Fonte: “Desencuentros”, in La Jornada, 15/7/2019