di Gustavo Esteva

María de Jesús Patricio, detta Marichuy

Risvegliarsi da una condizione insopportabile può essere fonte di depressione e malessere, però è anche un’opportunità di liberazione e un modo per guarire.
Due giudici federali hanno appena confutato una mappa elettorale ingannevole nella Carolina del Nord, negli Stati Uniti, grazie alla quale i repubblicani, con la metà dei voti, hanno ottenuto 10 dei 13 delegati. Hanno fissato un termine perentorio per regolare il pasticcio. Si moltiplicano già iniziative per continuare a porre rimedio a questo e ad altri mali del sistema elettorale statunitense, ma non sarà possibile realizzare tutto ciò prima delle elezioni di medio termine di novembre, che si svolgeranno con grandi inconvenienti. Sebbene questo fosse noto da tempo, per molta gente è stato un risveglio brusco.
Se i giudici messicani potessero e volessero fare qualcosa di simile qui da noi, squalificherebbero il processo a un punto tale che non potrebbe avere luogo. Ma non lo faranno. Le elezioni si svolgeranno in condizioni truccate, ingannevoli, fraudolente. Malgrado interminabili riforme, il nostro sistema elettorale continua ad essere un dispositivo dispotico e ingannevole. La lunga lotta dell’opposizione politica per smantellarlo ha ottenuto solo di renderla complice del meccanismo.
Il caso delle candidature indipendenti alla Presidenza della Repubblica ha reso evidente la situazione. L’esperienza di questi mesi è stata una dolorosa doccia fredda per coloro che hanno lottato per queste candidature come opzione di fronte alla corrotta e antidemocratica partitocrazia.
Oggi sappiamo, senza alcun dubbio, che coloro che hanno formulato le norme per la registrazione delle candidature indipendenti e che devono organizzarla sono persone con una profonda mancanza di conoscenza del paese a servizio del quale in teoria si trovano. Dimostrano incompetenza, mala fede o le due cose assieme e sono, inoltre, chiaramente razzisti.
Negli Stati Uniti vi sono decine di milioni di cittadini esclusi dal processo elettorale. L’esclusione ha chiari orientamenti di colore e di genere. Sulla stessa linea si colloca l’esclusione di milioni di elettori messicani dalle procedure stabilite per registrare candidature indipendenti: mancano delle condizioni materiali e tecniche necessarie per soddisfare i requisiti stabiliti. I correttivi applicati, a seguito di ricorsi legali e pressioni politiche, mostrano sia il distacco dalla realtà che l’incompetenza e la mala fede dei funzionari elettorali. Se qualche persona onesta e di buon senso vi fosse ancora fra loro, è difficile immaginare come riesca a dormire in questi giorni.
Invece di facilitare la partecipazione dei cittadini, come è loro obbligo legale, l’hanno trasformata in una difficile corsa ad ostacoli, alla quale non tutte e tutti coloro che lo desiderano possono partecipare, per cui vengono violati i loro diritti.
In un senso molto preciso, questo significa già un primo trionfo per la proposta del Congresso Nazionale Indigeno e degli zapatisti. Come chiaramente annunziarono al momento della costituzione del Consiglio Indigeno di Governo e della nomina della sua portavoce, María de Jesús Patricio, Marichuy, si trattava per prima cosa di entrare nella festa dei ricchi per buttarla all’aria. Lo stanno ottenendo. Rendono pubblico il carattere corrotto, dispotico e razzista di un meccanismo che dovrebbe dare alla gente la possibilità di eleggere liberamente e democraticamente i propri governanti.
Sarebbero necessarie molte pagine per descrivere nei dettagli ciò che è accaduto. Un dato del 12 gennaio può illustrarlo. Fino a quel momento erano state raccolte oltre 4 milioni di firme. Quasi tutte erano per i primi 10 aspiranti a candidature indipendenti; 38 aspiranti avevano raccolto solo lo 0,01% del totale. Dei 4 milioni 152 mila 124 firme ricevute dai primi 10, l’INE (l’Istituto Elettorale Nazionale, ndt) ne ha accettate solo 2 milioni 258 mila 63. Ne ha respinte il 45%.
Questo è da attribuire, in misura importante, alla complessità tecnica della procedura stabilita, che molti gruppi di sostegno non sono riusciti a sbrogliare. Però è interessante osservare contrasti che suggeriscono anche altri fattori. L’INE ha accettato il 95% delle firme raccolte da María de Jesús Patricio, molte delle quali erano state raccolte con forti limitazioni materiali e tecniche in comunità indigene. Però ha accettato meno del 10% delle firme per alcuni degli aspiranti più quotati e appena il 55% di quelle per gli aspiranti che si collocavano ai primi posti. I due aspiranti più avanzati hanno ottenuto più del 60% delle firme raccolte da tutti gli aspiranti, però l’INE ne ha respinte il 40%, sebbene la maggior parte fosse stata raccolta in grandi centri urbani come Monterrey e Guadalajara, con grande dispiegamento di risorse economiche e organizzative.
C’è un aspetto dell’attuale processo che quasi non è stato notato. Molti gruppi di appoggio creati per sostenere Marichuy ormai non vogliono definirsi così. Non desiderano vedersi come collettivi che esistono soltanto per appoggiare qualcosa o qualcuno. Dopo aver sperimentato la propria autonomia e capacità di autogoverno, vogliono continuare ad esistere in questa condizione al di là del 12 febbraio e del compito di raccogliere firme. Continueranno unite ed uniti nei propri contesti, per le proprie finalità. Continueranno a dare visibilità pubblica e importanza politica ai conflitti che vivono direttamente o a quelli degli altri gruppi della propria regione, e saranno l’espressione della spinta organizzativa dal basso che si va ampliando.
Questo era lo scopo della loro proposta. Lo stanno raggiungendo, passo dopo passo, ad appena due mesi dall’inizio. Come dice Marichuy: la nostra proposta siete voi.
gustavoesteva@gmail.com

Traduzione a cura di Camminardomandando
testo originale: “Caminos de sanación”, in La Jornada, 15/01/2018