Si è fatta molto evidente, in questi giorni, un’altra delle nudità dell’imperatore. Lo spettacolo è molto sgradevole, però questa non è una ragione per rifiutarsi di vederlo.

Giungendo a Parigi il Giorno dei Defunti, per assistere alla 39a conferenza generale dell’Unesco, il ministro dell’educazione pubblica Aurelio Nuño anticipò che avrebbe presentato i progressi realizzati dal paese con la sua rivoluzione educativa. Il giorno seguente annunziò che l’anno prossimo comincerà a funzionare a Monterrey una nuova università bilingue franco-messicana. Farà parte di un programma che comprende già 20 università e le loro controparti statunitensi e canadesi, che insegnano in inglese e in spagnolo per formare ingegneri e tecnici universitari di alto livello.

Nuño sottolineò che la principale priorità per il Messico è l’educazione, perché con essa il paese aspira ad essere una grande potenza del XXI secolo. Il Messico ha costruito uno dei sistemi educativi più grandi del mondo, ma ciò non è sufficiente, perché il grande obbiettivo di oggi è la qualità.

Di che qualità si tratta? Qual è il senso della rivoluzione educativa di cui parla Nuño?

La riforma educativa non è nata nell’UNESCO, l’istituzione delle Nazioni Unite che si occupa dell’educazione e della cultura. E’ nata nell’Organizzazione Mondiale del Commercio. In nome della liberalizzazione dell’educazione superiore si esercita una pressione sulle università del paese affinché adottino il curriculum dettato dal capitale e svolgano le ricerche che esso chiede. Se per disperazione finanziaria le università pubbliche cadono in questa trappola, come sta accadendo a molte di esse, subordinandosi alla mercantilizzazione globale delle università, si condanneranno all’irrilevanza: presto apparirà evidente che non sono adatte allo scopo. Verranno sostituite da meccanismi che possano meglio adattarsi al fascismo finanziario che serve come criterio funzionale per le nuove istituzioni di regolamentazione globale.

Questo fascismo si accompagna a quello che sta creando una forma di apartheid. Non solo separa i civilizzati dai selvaggi nelle città, dando origine a una nuova cartografia urbana con zone evidenti di segregazione. E’ un dispositivo che cerca di identificare quelli che devono essere eliminati, ovvero le persone che non sono più di alcuna utilità, attuale o potenziale, per il capitale. Nella guerra attuale li si sta eliminando, con i mezzi più diversi; è uno degli obbiettivi centrali.

La riforma educativa è chiaramente al servizio di questo obiettivo e, pertanto, va contro le attività universitarie che mirano a rendere la società più razionale ed umana. Se esistesse qualche dubbio, fu dissipato alcuni giorni prima che Nuño iniziasse la sua escursione parigina, con un documento del sottosegretario all’Educazione Superiore Universitaria che entrò immediatamente nel museo degli orrori della cultura burocratica messicana. Indirizzato ai rettori di sette università pubbliche che praticamente sono in stato di fallimento tecnico, li ringraziava per il loro impegno nell’elaborazione di piani di risanamento finanziario e li informava che “gli importi e i tempi che avevamo programmato per il lavoro di risanamento e appoggio finanziario non potranno essere rispettati e che, nel migliore dei casi, verranno prorogati fino a quando non si conoscerà la decisione della Camera dei Deputati sul bilancio federale per l’esercizio fiscale 2018. Vi informo di ciò affinché possiate prendere le misure e gli aggiustamenti che riterrete necessari per rispondere alle urgenze di spesa che per motivi diversi l’istituzione si trova a dover affrontare”.

La segreteria mette così con le spalle al muro sette università, alcune delle quali hanno già smesso di pagare gli stipendi perché non hanno le risorse per farlo. Collegando all’approvazione del bilancio federale del 2018 l’unico spiraglio di speranza per tirarle fuori dalla situazione in cui le aveva poste il governo stesso, la SEP prende un doppio granchio: riconosce che l’impegno finanziario è del governo, non delle università, e al medesimo tempo inquina il risanamento scaricando sull’esercizio del 2018 le spese del 2017.

Le università messe in difficoltà dal governo si trovano negli Stati di México, Michoacán, Morelos, Nayarit, Oaxaca, Tabasco y Zacatecas, parecchi dei quali sono fra i più poveri del paese. Si negano loro risorse indispensabili per sopravvivere, mentre si appoggiano quelle che accettano docilmente la mercantilizzazione globale delle università, come la nuova università bilingue di Monterrey.

La CNTE (Coordinamento Nazionale dei Lavoratori dell’Educazione, ndt), a fianco di genitori e insegnanti, si è opposta in mille modi alla riforma educativa nella scuola di base. La sua applicazione all’educazione superiore mostra ora uno dei suoi aspetti più nefasti in sette università pubbliche che accolgono circa 200 mila studenti. Tutte le altre dovrebbero drizzare le orecchie. E deve essere motivo di preoccupazione, perché questo avviene quasi in segreto… e sono ben pochi quelli che scendono in strada per fermare i barbari. Non dobbiamo attendere le elezioni del 2018, come suggerisce Nuño, per affrontare questo sopruso.

Il silenzio che ha circondato questa misura inizia a incrinarsi con il grido di quelli che si organizzano di fronte ai disastri naturali e sociali. Non si tratta di ricostruire il Messico, ma di costruire il paese in cui vogliamo vivere, ha detto l’attore Diego Luna dando il benvenuto alle 25 mila persone convenute a un grande concerto a favore dei terremotati. Ha detto bene Rubén Albarrán, cantante del Café Tacvba: Il futuro siamo noi, organizzandoci e creando un Messico nuovo. In questo, non ci saranno imperatori, né nudi né vestiti.

Gustavo Esteva

traduzione a cura di camminardomandando