di Gustavo Esteva
7 ottobre 2019

Celebrare il mais nativo non è un esercizio folcloristico, come a volte lo si considera. Non è una forma di puro rispetto verso i nostri antenati. È un fatto di sopravvivenza.
È facile immaginare la gioia che provavano Elena Álvarez-Buylla e Natalia Toledo durante la celebrazione della Giornata Nazionale del Mais nello zocalo di Città del Messico [In Messico si chiama zocalo la piazza principale di una città. Quello di Città del Messico, enorme, può ospitare fino a un milione di persone – ndt]. Lo si vede nelle fotografie. La direttrice del Conacyt e la sottosegretaria per la Diversità Culturale del Ministero della Cultura furono per anni in prima linea nella lotta per la difesa dei mais nativi, di fronte alla minaccia dei transgenici. In questo giorno hanno partecipato all’annunzio che l’iniziativa della Legge federale per la Promozione e la Protezione del Mais Nativo era stata approvata dal Senato.
Poco dopo, nella tavola rotonda Il mais e la 4T [la “Quarta Trasformazione”, che AMLO ha promesso al paese con la sua presidenza – ndt], diversi funzionari hanno sottolineato l’impegno dell’ammini­strazione attuale per l’autosufficienza alimentare, particolarmente del mais, senza transgenici e aiutando i piccoli produttori.
Dobbiamo appoggiare queste posizioni senza riserve. Però non per questo dobbiamo suonare le campane a distesa. Nella legge approvata ci sono dei problemi. Il 2 ottobre, la Rete in Difesa del Mais si è dichiarata contraria, perché non proibisce la semina sperimentale, pilota o commerciale del mais transgenico e può favorire la privatizzazione del mais nativo. Molte persone temono che alla Camera dei deputati, molto esposta agli agenti delle imprese private, l’iniziativa si deteriori ancora di più. I produttori commerciali di Sinaloa e Jalisco hanno contestato apertamente la legge e hanno chiesto con forza che, per raggiungere la sovranità alimentare, si proteggano piuttosto i mais ibridi.
La lotta per proteggere i mais nativi perciò deve essere intensificata per migliorare la legge e impedire che tradisca i suoi obiettivi. Nello stesso tempo, deve affrontare un’altra minaccia.
Il Gruppo di Studi Ambientali (GEA) ha messo in circolazione un volantino sulla Privatizzazione delle sementi in Messico. In esso ricorda che la firma dei trattati di libero commercio (TTP e TMEC) obbliga il Messico a entrare nella Convenzione Internazionale per la Protezione delle Varietà Vegetali, nella sua versione del 1991 (UPOV91, secondo la sua sigla in francese). Con essa, le corporation transnazionali potranno appropriarsi delle sementi native o criollas, che diventerebbero merci brevettate e da loro commercializzate. Insieme ai privilegi per le corporation, verranno imposte restrizioni alle attività tradizionali. La convenzione costituisce un enorme pericolo per il paese, le sue sementi e la sua gente.
Con riferimento al volantino del GEA, Antonio Turrent ha messo in evidenza che il mais nativo è alla base dell’alimentazione pluriculturale messicana, che esclude totalmente i mais moderni: per esempio non si può fare un pozole [piatto tradizionale a base di mais cotto e fermentato – ndt] decente con nessuno dei mais moderni. Ha sottolineato che i mais nativi possiedono proprietà che mancano a quelli moderni. La loro capacità di adattamento è fondamentale di fronte alla diversità delle nicchie agricole del paese e alla prospettiva di un cambiamento climatico. Farla finita con questi mais o contaminarli e standardizzarli metterebbe a rischio la nostra sopravvivenza.
na Wegier, da parte sua, ha reso noti i risultati della ricerca di Idalia Rojas e altri. Lo studio, basato sull’esame rigoroso delle mutazioni nelle sementi durante gli ultimi 70 anni, dimostra che l’adozione generalizzata delle varietà moderne ha influito sulla composizione genetica delle razze native del mais, delle sue varietà selvatiche e perfino del mais originario, lo Zea mays messicano, riducendone la diversità.
Il TLC è stato un evidente disastro. Ha costretto 20 milioni di contadini ad abbandonare le campagne, e buona parte di loro si sono trasformati in emigranti. Senza un maggior dibattito pubblico, tuttavia, l’attuale Senato si è precipitato a approvare il suo sostituto, il TMEC, che potrebbe essere peggiore. Solo 4 senatori si sono opposti: Jesusa Rodríguez, Ana Lilia Rivera, Nestora Salgado e Emilio Álvarez Icaza. Una componente vigorosa dell’amministrazione attuale lo sostiene con forza. Secondo Gabriel Yorio, sottosegretario all’Industria, il ritardo nell’approvazione del TMEC al Congresso degli Stati Uniti rappresenta uno dei grandi rischi per l’economia del Messico.
La lotta odierna ha molti volti. Ad Oaxaca, il 27 e 28 settembre è stato organizzato l’incontro Mais comunitario di Oaxaca per il mondo. Nel corso dell’incontro sono state consegnate sementi di mais nativo delle comunità di Oaxaca a rappresentanti di Via Campesina, perché le condividessero con i contadini di altri paesi senza passare attraverso le corporation. L’idea è che le seminino, le facciano crescere e le adattino ai loro contesti.
In quello stesso incontro sono state denunziate le politiche dell’attuale governo. “In nome della lotta contro la povertà -è stato detto- si assegnano risorse minime ai contadini a livello individuale [pacchetti di sementi, fertilizzanti e insetticidi vengono donati ai contadini in forma di sostegno all’agricoltura, sostituendo di fatto sementi e metodi tradizionali – ndt], favorendo la disintegrazione del tessuto comunitario e violando i diritti dei popoli”. Inoltre hanno denunziato l’intenzione di firmare l’ UPOV91, e altri aspetti della politica ufficiale. Questa è la battaglia che prosegue, una battaglia in cui si gioca letteralmente la nostra vita.

 

gustavoesteva@gmail.com
Fonte: “¿Viva el maíz?”, in La Jornada, 7/10/2019
Traduzione a cura di Camminardomandando