Il Rapporto dell’IPCC e la geoingegneria

di Silvia Ribeiro* – 20 novembre 2018

“Limitare il riscaldamento globale a 1.5°C al di sopra del livello pre-industriale è possibile. E la nostra più grande speranza è raggiungere la giustizia ambientale e sociale, e contenere gli impatti di una crisi globale che nasce da un’ingiustizia storica e da una responsabilità altamente diseguale” (Dossier Radical Realism for Climate Justice, 2018).

Un recente Rapporto Speciale del Gruppo intergovernativo delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico (IPCC) mette in evidenza l’urgente necessità di drastiche riduzioni delle emissioni di gas a effetto serra per impedire un riscaldamento globale di più di 1,5ºC al di sopra dei livelli pre-industriali, una soglia considerata fondamentale per evitare impatti catastrofici più ampi. Il Rapporto lancia un importante e allarmante avvertimento sulla gravità del cambiamento climatico e sulle necessarie riduzioni delle emissioni. Con l’aumento di 1ºC stiamo già sperimentando condizioni climatiche estreme e devastanti in molte regioni del mondo. Ogni decimo di grado in più comporta nuovi rischi, minacciando l’estinzione di interi ecosistemi, come le barriere coralline, che non sono soltanto paesaggi meravigliosi, ma sono anche un elemento cruciale per la catena alimentare marina.

L’IPCC indica chiaramente le cause del cambiamento climatico globale: le emissioni di gas a effetto serra, dovute principalmente al fatto che la produzione di energia, l’agricoltura industriale ed altre attività industriali fanno assegnamento sui combustibili fossili: petrolio, gas e carbone.

Fra i messaggi chiave del Rapporto speciale dell’IPCC, è degna di nota l’affermazione che, con tagli radicali delle emissioni, percorsi di trasformazione e interventi di protezione e ripristino degli ecosistemi, è ancora possibile mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 1,5º C (o a un livello molto vicino) senza utilizzare tecniche di geoingegneria.

Il Rapporto tuttavia delude quando prende in considerazione altri scenari che vengono proposti per combattere il cambiamento climatico, soprattutto perché non vuole mettere apertamente in discussione lo status quo economico o non vuole affrontare la questione della disuguaglianza globale per quanto riguarda chi ha causato la crisi del clima e chi deve ora ridurre drasticamente le emissioni. Per evitare questi argomenti fondamentali, il Rapporto prende in considerazione percorsi che utilizzano tecnologie ad alto rischio come la geoingegneria, che non sono soluzioni e possono anche peggiorare gli squilibri climatici. L’IPCC tuttavia considera soltanto l’impiego di alcune tecnologie di rimozione dell’anidride carbonica e prende chiaramente le distanze dall’uso delle tecniche di gestione della radiazione solare. Il Rapporto afferma che l’efficacia di queste tecniche è soltanto teorica, e che “sono esposte a grandi incertezze e lacune nella conoscenza, così come a rischi sostanziali ed a vincoli istituzionali e sociali al loro dispiegamento, connessi alla governance, all’etica e agli impatti sullo sviluppo sostenibile” (IPCC SR15, Box 4.3.8).

E’ dunque evidente la relazione fra la geoingegneria e il mantenimento del capitalismo: per andare avanti con il modello di sviluppo e di produzione industriale che ha causato il disastro climatico, vengono proposti rimedi tecnologici ad alto rischio, in modo che alcuni possano sopravvivere conservando i propri privilegi, anche se ciò implica tutta una serie di nuove minacce ambientali e sociali per milioni di altre persone.

In concomitanza con la pubblicazione del Rapporto dell’IPCC, 110 organizzazioni internazionali e nazionali e 6 assegnatari del “premio Nobel alternativo” hanno reso pubblico un Manifesto contro la geoingegneria [vedi pdf: Manifesto-contro-geoing]. In esso, grandi reti come Friends of the Earth International, La Via Campesina, l’Indigenous Environmental Network, la Climate Justice Alliance, la Marcia Mondiale delle Donne, Oil Change International, la rete femminista DAWN, e altre, chiedono la cessazione degli esperimenti di geoingegneria, molti dei quali riguardano territori indigeni, a causa dell’impatto che la geoingegneria avrebbe sulla biodiversità, le comunità e le popolazioni, e perché la geoingegneria distoglierebbe l’attenzione dalle soluzioni reali.

Le tecnologie geoingegneristiche (in particolare quelle che vengono proposte per la rimozione dell’anidride carbonica) sono alla base di tre dei quattro schemi di percorso formulati dall’IPCC. Tuttavia, come abbiamo ricordato sopra, lo stesso IPCC riconosce, nel primo dei quattro percorsi, che è possibile limitare gli aumenti della temperatura senza utilizzare quelle tecnologie. In uno degli scenari che presenta, prende atto che esistono altre vie, fra cui la protezione e il ripristino degli ecosistemi naturali e l’introduzione di cambiamenti nel settore agroindustriale e in altri settori industriali per evitare le emissioni ed assorbire e trattenere i gas a effetto serra. In questo scenario però l’IPCC suggerisce di utilizzare il cosiddetto ‘afforestamento’. Si tratta di grandi monocolture di alberi, che non sono certamente una via per il “ripristino degli ecosistemi”, ma comportano esattamente l’opposto. L’IPCC mette inoltre in evidenza la necessità di ridurre del 45% le emissioni di CO2 entro il 2030 e di raggiungere la quota zero entro il 2050.

Questa percentuale può sembrare alta, ma storicamente 10 paesi soltanto sono stati responsabili dei due terzi delle emissioni, primo fra tutti gli Stati Uniti. Oggi, 10 nazioni (fra cui la Cina, gli Stati Uniti e paesi dell’Unione Europea) sono responsabili di più del 70% delle emissioni. Le emissioni di questi 10 paesi sono il doppio delle emissioni degli altri 175 paesi messi insieme.

Questo ci dà una chiara immagine dell’ingiustizia climatica globale, ma per avere un’idea più completa dobbiamo anche aggiungere la disuguaglianza fra paesi. Secondo Kevin Anderson, un esperto di cambiamento climatico dell’Università di Manchester, il 50% delle emissioni proviene dalle attività del 10% più ricco della popolazione mondiale, e il 70% delle emissioni va attribuito soltanto al 20% della popolazione globale. Anderson spiega che se il 10% più ricco riducesse la propria ‘impronta di carbonio’ (carbon footprint) al livello di quella di un cittadino medio europeo (che è già notevolmente più alta dell’impronta della maggior parte della popolazione mondiale), le emissioni globali di carbonio si ridurrebbero di un terzo nel giro di uno o due anni.

Invece di prendere in considerazione e di analizzare questo genere di proposta, l’IPCC sceglie di utilizzare la nozione profondamente illogica di “emissioni negative”. Si tratta di un concetto che permette a coloro che inquinano di giustificare il mantenimento di alti livelli di emissioni se queste sono compensate dall’applicazione di tecnologie di geoingegneria come la produzione di bioenergia con la cattura e lo stoccaggio del carbonio (BECCS), la cattura diretta dell’aria (DAC) e l’ottimizzazione degli agenti atmosferici (enhanced weathering). Il Rapporto speciale dell’IPCC prende in considerazione queste tecnologie in alcuni dei percorsi proposti, sebbene riconosca che implicano “molteplici limiti di fattibilità e sostenibilità”, che “la maggior parte delle procedure di rimozione dell’anidride carbonica (CDR – Carbon Dioxide Removal), se sviluppate su larga scala, possono avere impatti significativi su terra, energia, acqua e sostanze nutritive”, e che “l’afforestamento e la produzione di bioenergia con la cattura e lo stoccaggio del carbonio entrerebbero in competizione per l’uso della terra e avrebbero impatti significativi sull’agricoltura e i sistemi alimentari, sulla biodiversità e su altre funzioni e servizi ecosistemici (IPCC SR15, SPM: C.3).

In tale contesto, il ruolo dei movimenti popolari e di base, unitamente a quello delle più di 110 organizzazioni internazionali e nazionali che hanno firmato il Manifesto contro la Geoingegneria [vedi pdf: Manifesto-contro-geoing], e hanno rilanciato la campagna “Giù le mani dalla Madre Terra” (Hands Off Mother Earth – HOME), è un ruolo essenziale, non solo per denunciare le false soluzioni come la geoingegneria, ma anche perché questi movimenti nel loro insieme possiedono la conoscenza e l’esperienza necessarie per attivare alternative reali e giuste al caos climatico, cosa che la campagna HOME vuole mettere in evidenza, insieme alla resistenza alla geoingegneria.

Un buon contributo per mandare avanti la discussione di queste alternative è il dossier Radical Realism for Climate Justice, elaborato dalla Fondazione Heinrich Boell. Il dossier è “una risposta della società civile alla sfida di limitare il riscaldamento globale a 1,5°C, aprendo nello stesso tempo la strada verso la giustizia climatica. Dal momento che non è né ‘ingenua’ né ‘politicamente irrealizzabile’, la proposta è radicalmente realistica. Include prospettive realistiche ed esperienze su come uscire dall’estrazione e dalla dipendenza dai combustibili fossili, percorsi di decrescita e di economia circolare, e indicazioni sul ruolo dei sistemi alimentari contadini ed agroecologici. Include inoltre un dettagliato articolo di Christian Holz, “Modelling 1.5°C-Compliant Mitigation Scenarios Without Carbon Dioxide Removal” [configurazione di scenari di mitigazione conformi a un aumento che non superi l’1,5°C senza rimozione di anidride carbonica], che è una risposta all’inclusione della geoingegneria negli scenari delineati dall’IPCC.

Un altro documento che mette in discussione il Rapporto speciale dell’IPCC e sostiene le posizioni del Manifesto contro la Geoingegneria (anche se non è questo il suo obiettivo specifico) è “Missing Pathways to 1.5”, pubblicato da CLARA (Climate, Land, Ambition and Rights Alliance), con l’adesione di 38 organizzazioni internazionali. Questo documento, i cui autori principali sono Kate Dooley e Doreen Stabinsky, recensisce una serie di articoli scientifici e analizza le soluzioni basate sugli ecosistemi nel settore delle attività legate al suolo, soluzioni che possono condurre a non superare un aumento di 1,5°C della temperatura globale.

La conclusione principale del documento è che è possibilissimo ridurre, evitare e riassorbire metà delle emissioni di gas a effetto serra entro il 2050 con soluzioni basate sugli ecosistemi e nel rispetto dei diritti umani. Invece di concentrarsi sulla pericolosa nozione di emissioni negative, che lascia il fardello del cambiamento alle future generazioni, che sarebbero colpite ancora più pesantemente dal caos climatico, possiamo concentrarci su come evitare le emissioni di gas a effetto serra in maniera immediata e permanente. Il documento elaborato da CLARA sottolinea la necessità di rispettare e far rispettare i diritti dei popoli indigeni e delle comunità locali, contadini compresi, come un pilastro fondamentale per la protezione e l’uso sostenibile delle foreste e degli ecosistemi; per proteggere, ripristinare e permettere la rigenerazione degli ecosistemi che si trovano in condizioni critiche, come foreste e zone umide; e per trasformare il sistema alimentare industriale nella direzione di un sistema agroecologico e di un modello di produzione e consumo più locale, con minor consumo di carne e modalità molto migliori di allevamento del bestiame.

Il documento di cui sopra opera una chiara distinzione tra la riforestazione e il ripristino attuati con le comunità e in armonia con la natura, da un lato, e dall’altro la nozione di ‘afforestamento’, che è un eufemismo per monocolture su larga scala che hanno impatti devastanti sulle comunità e sugli ecosistemi.

Gli autori valutano che con tutte le misure che vengono proposte dal documento si avrebbe una riduzione potenziale di circa 23 gigatonnellate all’anno di emissioni di anidride carbonica (o di gas CO2 equivalenti), che corrispondono a circa la metà del totale annuale delle emissioni. Questo eliminerebbe il presunto bisogno di rimozioni di anidride carbonica con tecniche di geoingegneria o con qualsiasi rimedio tecnologico. Inoltre, poiché non si tratta di misure provvisorie, gli ecosistemi ripristinati e le altre soluzioni proposte, come l’agrosilvicoltura, potrebbero anche gradualmente sequestrare la CO2 residua che rimarrebbe nell’atmosfera.

Bisogna realizzare ulteriori studi e recensioni delle esperienze della base, dei popoli indigeni e delle comunità locali. Ma in ogni caso questi percorsi rappresentano non solo delle risposte al cambiamento climatico, ma anche cambiamenti positivi per la biodiversità, per le comunità indigene e contadine e per la salute di tutti.

Fonte: IPCC, geoengineering and pathways out of climate chaos – Newsletter ETC Group

*  Silvia Ribeiro è direttrice per l’America Latina del Gruppo ETC