L’assassinio di Javier Valdez non ci ha trovati immobili, nascosti,  assenti, come lui temeva. Ha scosso un’immensa varietà di persone. Insieme all’indignazione, è emersa la decisione di continuare la lotta contro tutto ciò che Javier combatteva e che gli costò la vita. Ma questa ispirazione non porterà molto lontano se non avremo l’acume che lui aveva per andare al fondo della questione.

Il Ministero degli esteri statunitense ha messo in luce, con la categoria di Stato fallito, che il Messico soffre dello stesso grado di decomposizione sociale del Congo e del Pakistan. Ora siamo inseriti in un’altra classificazione. Insieme alla Siria, siamo in cima alla lista dei paesi con il maggior grado di violenza. Nella violenza che caratterizza la Siria, un’annosa guerra civile si combina con la guerra che una dozzina di paesi potenti conducono in quel territorio. Le cifre che ci collocano in questa categoria estrema della violenza sono intollerabili, ma è ancora peggiore la qualità della violenza che noi subiamo, la profonda degradazione umana che essa rivela. Ci troviamo di fronte a crimini che tolgono il fiato per la loro barbarie.

Javier si opponeva alla manovra complice che esibisce per nascondere: la contabilità dei corpi. Scriveva soltanto di persone; si rifiutava di aggiungere un numero alla statistica quotidiana. La divulgazione puntuale e costante dei crimini di ogni giorno produce assuefazione: presenta come normalità uno stato di cose che finisce per non sorprendere più nessuno.

Un modo per nascondere ciò che avviene consiste nel fare riferimento al narcostato, per imputare i crimini a un qualche cartello, e al massimo ai suoi complici in ambito governativo. Si crea così l’impressione che i criminali abbiano preso d’assalto le pubbliche istituzioni e abbiano corrotto i funzionari. La soluzione sarebbe il recupero delle istituzioni attraverso una buona pulizia, in modo che a partire da esse si proceda a ripulire il paese dai criminali, dopo di che si dovrebbe rivolgersi ad esse per esigere giustizia.

C’è distorsione e miopia in questo modo di vedere. Per più di un secolo, produttori e trafficanti di droga hanno agito in Messico mediante intese con autorità di vari livelli che mantenevano un certo controllo dell’operazione. I criminali avevano autonomia e iniziativa. Negli ultimi decenni, il tipo di intesa si è modificato. Non è stato il narco ad impadronirsi dello Stato, ma lo Stato ad occupare il narco. Statalizzando l’operazione, la si è diversificata includendo altre linee criminali. Nel disastro che in tal modo si è prodotto, indubbiamente è stato perso il controllo dell’insieme e si sono moltiplicati gli attori indipendenti, che agiscono per conto proprio e contribuiscono al caos generale. Ma stanno ai margini; non partecipano all’affare principale e non sono responsabili del grande disordine.

Le istituzioni che in tal modo sono diventate narco, già in precedenza avevano smesso di essere quello che erano. Dai tempi di Salinas, la sfera pubblica ha cessato di essere uno spazio politico e amministrativo in cui si potevano trattare gli interessi dei diversi settori sociali e quelli della nazione, sotto l’egemonia del capitale. I governi hanno costruito meccanismi per resistere alla pressione pubblica, per quanto vigorosa fosse, arrendendosi al capitale nazionale e transnazionale, che si dedicava in maniera crescente alla rapina. Sia le leggi che le istituzioni si sono subordinate a questo compito, che inevitabilmente ha richiesto il ricorso all’uso della forza.

Per raggiungere i suoi obiettivi, in queste circostanze, il capitale utilizza sia gli apparati statali che le organizzazioni criminali. Da tempo sappiamo che in Messico è impossibile distinguere con chiarezza il mondo del crimine dal mondo delle istituzioni: sono la stessa cosa. Questo pantano politico e sociale risponde a un solo interesse, quello del capitale, le cui personificazioni sono molteplici: si tratta di amministratori di imprese transnazionali o di banchieri, come di funzionari o di narcotrafficanti. In questo mondo criminale e capitalistico sono inseriti i partiti, i processi elettorali e il gioco cinicamente chiamato democratico. È ridicolo chiedere giustizia a questo mondo, soprattutto se è chiaro che la giustizia non può essere ridotta alla punizione. Non sarebbe giustizia catturare e incarcerare gli assassini di Javier. Anche se ciò deve essere fatto, non è il passo più importante da compiere nel cammino di un’autentica giustizia, come Javier sapeva bene.

Lo sfruttamento minerario è un buon esempio delle forme attuali della spoliazione capitalistica in uno Stato divenuto narco. Per ottenere concessioni, il capitale trasforma alcuni funzionari del governo in complici, dipendenti o soci. Bande criminali si occupano dell’operazione, con la partecipazione di funzionari locali, banchieri e altri personaggi, per escludere, schiavizzare o sottomettere la popolazione locale. Un modello analogo viene utilizzato in altri settori del mondo capitalistico attuale, che si dedica sempre più al riciclaggio di denaro, alla tratta di persone, al traffico di organi o di migranti, a tangenti in cambio di protezione, a speculazione urbana o finanziaria selvaggia… E in tutto questo, per incrementare ulteriormente la nostra disgrazia, viene coinvolta sempre più la popolazione, in particolare i giovani, costretti a vendere la loro primogenitura per poche briciole.

Piuttosto che di impotenza o disperazione di fronte a questo spaventoso panorama, abbiamo bisogno di lucidità e di perspicacia, abbiamo bisogno di organizzarci per fare ciò che è necessario. Dal momento che si tratta proprio di questo, diventa indispensabile, in questi giorni funesti, volgere lo sguardo a ciò che accadrà a fine settimana a San Cristóbal: là si staranno facendo i primi passi del cammino verso la libertà, la giustizia e la democrazia.

Traduzione a cura di camminardomandando

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