cammino

di Gustavo Esteva

L’anno inizia con una luce di speranza. E’ venuta da San Cristóbal de Las Casas in uno dei momenti più oscuri e strazianti della storia del paese, sotto una tormenta di violenza, spoliazione, impunità e morte. Avremo presto un Consiglio indigeno di Governo, che si esprimerà con la voce di una donna indigena che sarà candidata alle elezioni del 2018.

La decisione del Congresso Nazionale Indigeno, presa a seguito di ampie consultazioni e sostenuta dagli zapatisti, provocherà una nuova ondata razzista da parte di quelli che ancora si inchinano all’altare del regime dominante. Pronunceranno il loro anatema contro chi osa sfidarli dall’interno. Scomunicandoli, alcuni accuseranno i popoli indigeni di dividere quella che continuano a chiamare sinistra, invece di arrendersi al leader o al partito dal quale essi traggono ancora le proprie illusioni.

La decisione comporta immense sfide, la prima delle quali consiste nel raggiungere velocemente uno degli obiettivi principali: dare visibilità e far entrare nel pubblico dibattito la guerra portata attualmente contro i popoli originari. Loro sono in prima linea in difesa di terre e territori, mais nativi, la Madre Terra. Lo fanno di continuo, in isolamento e nell’oscurità. E’ urgente dirigere l’attenzione generale e la solidarietà attiva verso le loro lotte.

La sfida principale consiste nell’apprendere a organizzarsi per il compito immediato di sostenere le attività del Consiglio e per quello più complesso di costruire forme locali e regionali di governo autonomo. A partire da queste realtà sarà possibile propagare concezioni e pratiche che contraddicono pregiudizi molto diffusi sulla natura e sulle caratteristiche di un governo democratico.

La decisione riporta alla luce approcci che arrivano dal Forum Nazionale Indigeno, convocato dagli zapatisti per fare in modo che le negoziazioni di San Andrés fossero sostenute dalla volontà della gente, e realizzato dal 3 all’8 di gennaio del 1996 a San Cristóbal de Las Casas. Il primo punto del loro Piano d’Azione fu di dare al Forum un carattere permanente, il che portò, qualche mese dopo, alla creazione del Congresso Nazionale Indigeno (CNI) a Città del Messico, con un atto in cui la comandante Ramona assunse la rappresentanza dell’EZLN (Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale).

Il documento conclusivo del Forum espone criteri che sono ancora validi oggi. “Vogliamo – dissero all’epoca i popoli originari – che si stabilisca un regime autonomo che sia la base di una nuova società democratica, davvero inclusiva. (…) Nel sogno che vorremmo condividere con i messicani e le messicane di ogni colore di pelle e di spirito, avremo una società in cui rientrare tutti, senza esclusione o discriminazione alcuna; una società aperta a ogni speranza, a ogni spunto, a ogni immaginazione; una società che riconosca i popoli indigeni in un contesto di rispetto e eguaglianza, con la creatività infinita di una società intera e degna che ha saputo guardare senza paura nello specchio della sua storia”.

Nel documento si segnalava anche la necessità di rispettare e far rispettare il diritto inalienabile dei popoli indigeni di decidere le forme dell’autogoverno, come stabilisce l’articolo 39 della Costituzione messicana. Quello che inizia insieme all’anno nuovo è l’esercizio di tale diritto, nella convinzione che governare non significa amministrare apparati statali corrotti, inefficienti e controproducenti, concepiti e gestiti per la spoliazione e l’oppressione, apparati che dobbiamo smantellare per creare autentiche istituzioni di servizio. Invece di rinunciare alla propria capacità di governarsi, sacrificandola con i processi viziati che costituiscono la democrazia rappresentativa, governare democraticamente significa governarsi da sé. Consiste nel concertare la volontà generale mediante dispositivi quali il Consiglio Indigeno di Governo e meccanismi di coordinamento e servizio nei quali si pratichi il principio di comandare obbedendo.

Nel messaggio dell’EZLN che il defunto subcomandante Marcos ha portato al Forum, si ricordava come due anni prima la dignità indigena si fosse risvegliata quando bombe e soldati cercavano di spegnere l’Adesso basta! di colore che era sorto come un’aurora sul mondo. Marcos ha raccontato una storia del Vecchio Antonio e ha sottolineato: Benvenuto l’arcobaleno, benvenuto il ponte, benvenuto l’andare e il venire che lo attraversano, benvenuta sempre la parola che cammina, la vostra, la nostra, quella di tutti noi.

La Carta fondativa del CNI, Mai più un Messico senza di noi, dichiarava che i popoli erano in rivolta, sul piede di guerra e decisi a tutto, fino alla morte, ma che non portavano tamburi di guerra, ma bandiere di pace: “Vogliamo affratellarci con tutti gli uomini e le donne che, nel riconoscerci, riconoscono le proprie radici”. Presentò le varie esigenze dei popoli e propose, tra l’altro, di partecipare alla costruzione di un nuovo patto sociale che fosse basato sul riconoscimento della nostra pluralità, sulla diversità delle nostre culture e sulla ricchezza delle nostre differenze.

Si sono compiuti, in certa misura, gli accordi del Piano d’Azione del Forum Indigeno. Ma ancora manca ciò che manca, come continuano a dirci gli zapatisti; lo stesso CNI risente delle conseguenze della guerra condotta contro i popoli.

Quello che abbiamo cominciato a percorrere oggi è un grande ponte arcobaleno che ci tocca percorrere avanti e indietro per costruire il primo governo democratico del paese, un governo che inizi a smantellare il regime dispotico che si sta disintegrando in modo particolarmente distruttivo. Perciò, anche in mezzo a caos e incertezza possiamo albergare speranze: le alberghiamo perché non si raffreddino, coltivandole con coraggio e organizzazione.

traduzione a cura di camminar domandando”

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