Nochixtlan

Non trattiamo sui nostri morti…Come risarcire la perdita di un figlio? …Ciò che facciamo invece, è di chiedere al governo federale che se ne vada e allo stato che si faccia da parte, perchè non sono capaci di governare il popolo di Oaxaca”. Con voce ferma, Adriana Linares, madre mixteca che fa parte della commissione per il dialogo con il governo su Nochixtlàn, aggiunge tagliente che le autorità devono sapere che la resistenza che era dei maestri, adesso è di tutti Per questa e altre dichiarazioni, Adriana e la sua famiglia sono vessati e minacciati.

Le voci di Nochixtlan non tacciono. Prima di tutto, chiedono rispetto e esprimono la determinazione di non permettere più impunità. Non fanno più affidamento sul sistema giudiziario. Dieci anni di lotta, ricorrendo a tutti i procedimenti giudiziari e a una commissione che stabilisse la verità, non sono riusciti ad ottenere giustizia alcuna rispetto ai crimini del 2006. Come avere ancora fiducia in quegli apparati che sono nelle mani dei criminali stessi?

Da queste voci popolari, piene di coraggio e integrità, si levano anche le ragioni che portano al fondo della questione. E’ inaccettabile imporre la stessa educazione, con norme omogenee dettate dall’alto, a comunità e popoli con culture, lingue, valori profondamente diversi che non possono essere ridotti a uno standard che non è neppure nazionale.

(Vedi il documentario di Avispa Midia Nochixtlán, tierra de gente valiente).

La rivendicazione storica che le risorse pubbliche assicurino a tutti opportunità di apprendimento deve smarcarsi con chiarezza dalla sua interpretazione burocratica e autoritaria che è di concentrare tutta l’autorità relativa all’educazione, inclusi contenuti, metodi e modi di apprendimento, nelle mani di un piccolo gruppo di tecnocrati che può rivelarsi arbitrario e incompetente quanto l’attuale. Separare la Chiesa dallo Stato fu la precondizione delle società democratiche; separare lo Stato dall’educazione è oggi precondizione dell’emancipazione.

Viviamo in un’atmosfera di guerra, osserva Francisco Toledo con preoccupazione. E’ inaccettabile che le negoziazioni siano condotte alle spalle della gente, che non partecipino testimoni cittadini. Quello di cui abbiamo bisogno, insiste, è un dialogo senza spade di damocle, per cambiare quello che c’è da cambiare.

Senza dubbio, per dialogare, come diceva Machado, prima ascoltare; poi, ascoltare. Più e più volte i funzionari si impegnano a dimostrare di non essere disposti ad ascoltare. Più e più volte ripetono che non discuteranno la riforma educativa, che non torneranno indietro. Accettano di negoziare alcuni aspetti strumentali, come quelli che hanno portato ad un accordo con il SNTE nel quale alla fine si riconoscono gli argomenti denunciati da anni dalla CNTE. Ma insistono che la riforma stessa non è in discussione, perchè loro si limitano a rispettare la legge, che ordina loro di portarla a compimento.

Sarebbe un bene che il governo rispettasse la legge e ristabilisse lo stato di diritto che ha smantellato. Restano impuniti innumerevoli crimini, e le costanti violazioni dei diritti e delle garanzie, come di tutte le norme, sono state riconosciute dai più diversi enti nazionali e internazionali. Come possono avere il coraggio di appellarsi al rispetto della legge?

Il ragionamento riflette la loro vocazione autoritaria. Come stabiliscono la Costituzione e le leggi internazionali, ogni disposizione legale è soggetta a critica e riforma e infatti sia l’una che le altre sono state modificate più volte. Il movimento attuale, che il governo rifiuta di ascoltare, sostiene prima di tutto che le recenti riforme non sono state sufficientemente discusse e sottoposte a consultazione. Bisogna farlo, incominciando da una deroga al contesto legale della riforma educativa per poter realizzare un dibattito aperto sull’educazione. Ed è necessario smantellare le leggi che sono state lo sfondo di politiche insensate e dannose e hanno creato uno stato d’eccezione, in cui si utilizza la legge a favore dell’illegalità, per garantire l’impunità a quelli che stanno in alto e oppressione a quelli che stanno in basso.

Prima di tutto, diceva Brecht, bisogna imparare a essere daccordo. Molti dicono di esserlo, ma in fondo non lo sono. Ad altri non si chiede la loro opinione, e molti sono daccordo con ciò che non necessita lo siano. Questa è la ragione per cui è importante, prima di tutto, imparare a essere daccordo.

E’ ora di ascoltare. E’ ora di concertare accordi. Dato che è evidente che le autorità non vogliono ascoltare e non vogliono imparare ad essere daccordo, dobbiamo ascoltarci tra di noi. Che i dirigenti della CNTE ascoltino la base. Che la gente ascolti i suoi maestri, e che questi ascoltino il clamore popolare. Che tutte e tutti poi ascoltiamo quelli che lottano in difesa del territorio, contro le miniere, per il rispetto della loro autonomia e della loro cultura e tradizioni. Che tutte e tutti, come ha segnalato un mese fa lo Espacio Civil di Oaxaca, progrediamo nella costruzione di un’agenda comune che unisca i maestri e le maestre, le colonie, i villaggi, i giovani, le donne, gli adulti responsabili e tutte e tutti quelli che sono disposti a lottare. Ascoltandoci, potremo concertare gli accordi che si articoleranno nell’impegno di trasformazione in cui siamo ora.

“traduzione a cura di camminar domandando”

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