Alejandro Vera
Alejandro Vera

Alejandro Vera stentava a crederci. L’informazione atroce arrivò da una fonte affidabile. Un gruppo di sicari stava preparando il sequestro e l’assassinio di una delle sue figlie. Non aveva margini di manovra. Non poteva fare speculazioni. Loro sono al sicuro.

Non era un’informazione nel vuoto. Gli erano pervenute minacce di morte, per lui e per la sua famiglia. Sua moglie e sua figlia erano state oggetto di intimidazioni. E il colmo era che le minacce erano uscite dalla Procura generale dello Stato di Morelos.

Il fatto è inaccettabile, non importa chi lo subisca. Ma si tratta del rettore dell’Università autonoma dello Stato di Morelos. Molte vittime perdono prima la vita, e poi prestigio, storia, realtà. Si disseminano attorno a loro armi, droghe, vizi o cattive compagnie. Non si potrebbe fare la stessa cosa con il rettore Vera. Chi lo molesta non è un cartello della droga, ma cartelli politici che non sopportano un rettore che vuole un impegno dell’università con le comunità e i villaggi di Morelos; che ha marciato con la comunità universitaria per protestare contro l’assassinio dell’insegnante Chao e di sua moglie; che ha assunto pienamente il dolore e la rabbia di Ayotzinapa…

Ancora una volta è necessario chiedersi come è stato possibile arrivare al livello di degradazione morale e politica in cui un funzionario pubblico può impartire questo ordine criminale, come è stato possibile cadere in questo pantano sociale e politico. Nel pantano non si può distinguere la terra dall’acqua; in Messico ormai non si può distinguere il mondo del crimine da quello delle istituzioni.

Sabato scorso è stato ricordato in tutto il mondo il crimine di Ayotzinapa. La mancanza dei 43 non è sentita solo dai loro familiari. È sentita in molte città del Messico e di altri paesi. Coloro che continuano ad esigere verità e giustizia, coloro che hanno protestato sono scesi in strada ovunque fossero e hanno realizzato ogni genere di attività.

Tutti sanno che non si tratta solo di 43. Che nemmeno aggiungendo tre zeri a questi cifra avremo un’immagine più precisa della tragedia che subiamo. Ma i 43 sono un simbolo di tutte le vittime. Continuiamo a ripetere il numero, perché il loro caso è stato la prima evidenza pubblica e incontestabile del pantano, della duplice condizione dei funzionari…

Anche Oaxaca ha fatto l’appello. C’erano le immagini dei 43 – insieme a quelle di Bety Cariño e Jyri Jaakkola, assassinati cinque anni or sono -, al centro del lungo rituale che diede inizio al secondo Incontro dei Popoli, delle Comunità e delle Organizzazioni di Oaxaca: Orizzonti del Movimento Sociale di Oaxaca. L’incontro venne programmato per il 25 e 26 settembre 2015 perché coincidesse con quell’anniversario sempre più scomodo, doloroso, insopportabile.

Quasi un centinaio di organizzazioni e dozzine di comunità si riunirono per riflettere sul contesto di Oaxaca e del mondo, consapevoli della profondità e della portata della tormenta, del momento di pericolo, del fatto che nelle comunità si colloca la fonte di ispirazione e di forza, e che con esse si potrà costruire l’agenda politica attuale del movimento sociale di Oaxaca per reagire alle urgenze di oggi. La prima è liberarsi dell’occupazione poliziesca e militare che lo Stato subisce. Decine di migliaia di gendarmi militarizzati sono venuti a minacciare, ad aggredire, a vincere la resistenza di popolazioni che continuano a difendere il loro territorio e si dimostrano disposti a perdere la vita prima di arrendersi. Tutte e tutti i presenti sono scesi in strada con nuovo vigore, rianimati, investiti dei compiti che si sono impegnati a svolgere.

Al sabato è circolato un nuovo comunicato dei subcomandanti Moisés e Galeano. Verità e giustizia! Questo 26 settembre, noi zapatisti… manifesteremo in migliaia nei nostri territori per abbracciare in questo modo tutte le persone che provano dolore e rabbia per le detenzioni, le scomparse e le morti imposte da quelli che stanno in alto… Invitiamo tutte le persone oneste e integre del pianeta a fare lo stesso, con i loro calendari e con le loro geografie, secondo i loro tempi e le loro modalità… I nostri dolori e le nostre rabbie cercano la verità e la giustizia. Prima o poi, scopriamo che non si trovano da nessuna parte, che non c’è libro, né discorso, né sistema giuridico, né istituzione, né promessa, né tempo, né luogo per loro. Scopriamo che bisogna costruirle. Come se il mondo non fosse ancora integro, come se avesse una ferita aperta nel ventre, come se ci fosse una lacerazione nel nostro cuore color della terra Così scopriamo che senza verità e senza giustizia non c’è né giorno né notte che siano integri. Il calendario non ha mai riposo, e neppure la geografia.

I crimini atroci, le continue minacce, la notizia quotidiana di un nuovo orrore, di un’altra impunità, non ci intimidiscono. L’unica cosa di cui ho paura, ha dichiarato il rettore Vera, è che uccidano la mia coscienza. E questo non riescono a farlo. Si va diffondendo sempre più lo slogan che definisce lo spirito attuale della gente: «Ci hanno tolto tanto, che ci hanno tolto anche la paura».

gustavoesteva@gmail.com

 

traduzione a cura di camminardomandando