governarci

Gli ultimi quindici giorni sono stati devastanti: per il governo e il Presidente, ma anche per tutti noi. Come abbiamo potuto permettere un tale degrado nella società e nel governo?

Si diffonde ancora una volta, nel mormorio di quelli che cercano di capire, l’interrogativo del cosa fare dopo.

Abbiamo discusso ampiamente l’idea dell’autodifesa. Non mettiamo in dubbio l’idea, ma sappiamo che in molti casi le autodifese sono ambigue o confuse, soprattutto se si mischiano con strutture dall’alto o con bande criminali. Quelle che funzionano, chiaramente, sono espressione di forme diverse di autogoverno comunale, cosa su cui dovremmo porre l’accento. Il punto è che ogni gruppo possa costruire o ricostruire i mezzi per governarsi, assumendo le funzioni abitualmente attribuite al governo, tra cui quella della sicurezza.

Non si può parlare seriamente di autogoverno senza fare riferimento a un’assemblea come strumento che permetta alla gente stessa di esercitare le funzioni di governo e prendere tutte le decisioni importanti. Questa è la sfida. L’assemblea è viva e vegeta in larghe aree del paese, tra i popoli indigeni e i contadini. Esiste anche in molti quartieri popolari, particolarmente in quelli formatisi con le lotte per l’insediamento, le battaglie per i servizi, nella difesa del territorio da accaparratori e governi…

Ma l’assemblea è sparita dalla maggioranza degli spazi urbani. L’hanno sostituita con organismi spuri che hanno poi creato partiti e governi che servono solo a controllare, comandare, imporre le decisioni prese in alto. Qui e là, ovunque, ci sono persone che sono riuscite a conquistare questi organismi e trasformarli in autentica assemblea. Ma in linea generale, l’assemblea non c’è più. Come riportarla in vita? Il mormorio dice che a volte si comincia con due o tre persone che si incarnano come assemblea e sembrano un po’ stupidi, ma lì c’è il seme che cresce nel condominio e poi nell’isolato e poi nel quartiere e molto dopo si estende a tutta la città….

Il mormorio perde il suo tempo anche discutendo di autonomia. Suona bene e tutti l’accettano subito, ma quando viene il momento di costruirla realmente, di far vita autonoma, senza dipendere dal mercato o dallo Stato per vivere, cominciano le difficoltà. Molte e molti non sanno più come organizzare la propria vita e bisogna imparare, a volte, da zero…

Niente di tutto questo può andare molto lontano se non ci sono alleanze, se non si mettono in relazione i collettivi e le assemblee tra loro, se non ci si mette d’accordo sul mutuo sostegno, che inizia prima di tutto nel proprio ambito, appoggiandosi uno all’altro per costruire una casa, o per mangiare, o per qualsiasi altra cosa, ma che deve essere costruito insieme ad altri e altre, anche se fossero lontani, per imparare uno dall’altro, per offrire solidarietà quando manca, per mettersi di mezzo se serve….

Giungiamo allora agli strumenti da usare per la resistenza e la lotta. Si parla di mezzi. Uno tra i più importanti è lo strumento dell’umiltà: imparare ad ascoltare, a lasciarsi guidare dalla gente, a sapere di non essere l’avanguardia o il leader illuminato o niente di simile, ma essere disposti a lasciarsi trasformare da quello che si ascolta. Non si tratta di mobilitare la gente o il paese, come se fossero pacchi e si trattasse solo di trasportarla da un posto all’altro; lo strumento permette di con-muoversi, fare insieme all’altro, all’altra. Come nell’amore.

Uno strumento dal mese di maggio circola ovunque: il semenzaio. Quello che hanno organizzato gli zapatisti si moltiplica. Da un paio di mesi in tutto il paese si fanno presentazioni del libro Il pensiero critico di fronte all’idra capitalista I, che contiene gli interventi della Comisiòn Sexta dell’EZLN al semenzaio di maggio. Gli stessi interventi sono semenzai e allo stesso tempo espressione di altri semenzai e fonte d’ispirazione per altri ancora, per tutti quelli che stanno cercando, in ogni luogo, di generare i concetti che ci mancano, quegli strumenti indispensabili per capire ciò che succede e, in particolare, immaginare il seguito. Abbiamo concetti antichi, molto maneggiati, che sono stati molto utili ma che adesso ci impediscono di vedere il nuovo. Ne abbiamo altri che sono nati morti. Ce ne sono che ci possono servire come occhiali, per vederci meglio, e altri che ci permettono di vedere solo gli occhiali stessi, e non attraverso di essi. E così via. Ci mancano nuovi concetti, nuovi modi di vedere e sperimentare il mondo, che ci permettano di analizzare a fondo la tempesta e concepire un rifugio, o persino un’arca, se occorre. Soprattutto, ci mancano quelli che ci permettano di trasformare la nostra resistenza in modo da fare i passi successivi nella lotta per la libertà.

traduzione a cura di camminar domandando”

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