votazioni

C’è un clima malato, patologico, nel nostro momento politico. Si cerca di nascondere il disastro sotto il tappeto elettorale. Tutti i media combattono contro la consapevolezza che le elezioni non avranno un grande impatto sulla situazione del paese e che l’agenda politica della gente non ha niente a che fare con esse.

Solo un elettore su tre vota alle elezioni di mezzo, una minoranza ristretta. Gran parte di coloro che votano lo fa sotto la spinta di compromessi imposti con programmi sociali o altri meccanismi più aggressivi. Bisogna essere molto distanti dalla realtà sociale del paese per sostenere che solo una minoranza respinge la via elettorale. Quello che la maggioranza vorrebbe oggi è dare un valore politico al proprio comportamento: vorrebbe che il boicottaggio, l’astensione o i voti nulli esprimessero una posizione politica diversa dall’astensione causata dall’apatia o dall’indifferenza.

Una buona cosa questa degli “usi e costumi”1 – dichiarava nel 1995 un presidente municipale della Mixteca di Oaxaca in uno dei convegni in cui si discuteva la nuova legge che voleva rispettarli. Nel mio villaggio, il costume era di votare il Pri2. Lo votavano i nostri padri e i nostri nonni. E noi continuiamo così. E’ diventato costume da quando nacque il Pri, con altri nomi della parola d’ordine. Ogni tanto ha preso posizioni ideologiche, per esempio per difendere la terra, alla cui distribuzione si era legato. In generale, alludeva a uno stato di cose ed era una routine periodica, che al limite poteva servire per negoziare qualche opera. Per la maggioranza della gente era difficile tracciare un confine tra il Pri e il governo. La relazione con il partito era un modo di mettersi in relazione con le istituzioni che intervenivano continuamente nella vita della gente e con le quali era indispensabile trattare.

Questa tradizione è ancora parte dello zoccolo duro di voti di quello che continua a chiamarsi Pri, che tuttavia non può più affidarsi ad essa. Fa sforzi smisurati per forzare il voto che gli sfugge, sia con un’inondazione di programmi sociali che pregiudicano apertamente i voti o con il ricorso ai mezzi più aggressivi dell’apparato, inclusi l’assassinio e il carcere. La coalizione instabile di mafie che adesso formano il partito non riesce a convogliare i suoi comportamenti in una direzione unica, ma ognuna si appella alle sue tradizioni di pressione e di controllo.

Questo marchingegno si integra adesso con le molteplici iniziative degli altri partiti, generalmente coinvolti nella truffa, la mancanza di senso e forme atroci di demagogia, e con l’utilizzo osceno dei media, che diedero inizio alla decadenza finale del regime rappresentativo.

Nel 1969 solo il 10% degli americani aveva la televisione. Dieci anni dopo, solo il 10% non l’aveva. McLuhan dimostrò come i media cambiano la struttura politica e sociale. Aldous Huxley previde già nel 1958 ciò che sarebbe accaduto: con metodi sempre più efficaci di manipolazione mentale, cambierà la natura delle democrazie. Rimarranno le vecchie formalità pittoresche: le elezioni, i parlamenti, le corti supreme e tutto il resto. Ma la sostanza sottostante sarà un nuovo tipo di totalitarismo non violento. Sembra che Huxley non abbia messo in conto che, di fronte alle reazioni della gente, quel totalitarismo avrebbe potuto ricorrere a forme estreme di violenza in una guerra aperta contro di essa.

Ivan Illich diceva che la democrazia degli Stati Uniti avrebbe potuto sopravvivere alla vittoria di Giap, che seppe utilizzare la macchina da guerra statunitense per vincere la sua guerra in Vietnam, ma che non sarebbe riuscita a sopravvivere al trionfo delle corporations. Pensava che queste avrebbero potuto servirsi del diritto e del sistema democratico per imporre il proprio potere. Dato che l’apparato statale si è convertito in semplice guardiano delle istituzioni dominanti, non può più espletare la sua funzione di gestione politica. Per questo è inutile sostituire gli operatori; il problema è nelle istituzioni stesse.

L’indignazione accumulata ovunque, con la rabbia, la ribellione e la resistenza che continuano a mostrare in modo esemplare i familiari dei nostri 43, stanno unendo in una causa comune milioni di persone che, nelle circostanze più diverse, si organizzano per esprimere le proprie iniziative. In quel brodo di coltura delle grandi trasformazioni. Come è sempre accaduto.

Man mano che il nostro non-radicale acquisisce ispirazione dalla causa comune, e questa non si lascia impressionare dalle illusioni dei partiti e dei candidati, l’energia delle persone comuni si concentra sul compito principale: resistere all’orrore che ci attacca e organizzare la sopravvivenza attorno alla ricostruzione della vita sociale mediante la creazione di un nuovo ordine. Niente di più, niente di meno.

1 Espressione che si riferisce alle leggi orali e alle tradizioni dei popoli indigeni.

2 PNR, Partido Nacional Revolucionario, trasformatosi successivamente in PRI, Partido Nacional Revolucionario.

Traduzione a cura di camminardomandando