camminare insieme

Si spezzano poco a poco, le sbarre della prigione in cui viviamo. Non si spezzano da sole. Le scardiniamo quotidianamente ogni volta che affrontiamo l’orrore con coraggio e immaginazione.

Stanno accadendo cose che non accadevano. O succedevano in scala minore o condizioni diverse.

Domenica 22 di marzo ha avuto luogo a Berea, in Kentucky, negli Stati Uniti, in una piccola università dove nessuno paga la retta, uno spettacolo di danza molto particolare. Era dedicato a Ayotzinapa. Nel programma dello spettacolo, la troupe aveva messo nero su bianco il suo impegno: Dobbiamo unirci a loro (quelli di Ayotzinapa) e dedicarci a combattere per tutto ciò che danneggia la gente in un mondo in cui c’è troppa paura, oppressione, violenza.

Dopo tre balletti molto interessanti, quello principale si chiamava I più forti hanno speranza. Questo balletto splendido è stato seguito da altri che hanno chiuso l’evento: Un luogo che chiami tuo e Camminare il cammino, parlare il discorso!

A qualche chilometro da lì, in un altro genere di concerto, in mezzo a conversazioni intense, un cantante locale ha interpretato Todavia cantamos, di Visctor Heredia, la canzone attribuita a Mercedes Sosa che tanto la cantava. Tutti i presenti hanno cantato in spagnolo il ritornello dopo ogni strofa: Ancora cantiamo / ancora chiediamo / ancora suoniamo / ancora speriamo.

Ascoltiamo attentamente le strofe, che sembrano dedicate proprio ai nostri 43. “Nonostante i colpi / che assestò alle nostre vite / l’ingegno dell’odio / confinando all’oblio / i nostri amati figli. Che ci dicano dove / hanno nascosto i fiori / che profumano le strade / inseguendo un destino / dove, dove sono andati? Che ci diano la speranza / di sapere che è possibile / che il giardino s’illumini / con risate e canzoni / di coloro che amiamo tanto. Per un mondo diverso / senza fretta né digiuno / senza paura e senza pianto / perché tornino al nido / i nostri amati figli…”

Nel centro degli Stati Uniti ho anche rivisto la maglietta che qualche settimana fa mi hanno regalato a San Diego, quella con la scritta: Ayotzinapa, Ferguson, Palestina. Ci hanno tolto così tanto, che ci hanno tolto persino la paura.

E i parenti di Ayotzinapa si sorprendono dell’accoglienza che hanno avuto a New York…o a Ginevra…o in ogni punto del loro lungo peregrinare.

Ha ragione Angeles Eraña: non riusciranno a far sparire i desaparecidos.

Questa è una lotta in cui si manifesta chiaramente ciò che abbiamo appreso per via. Come segno identificativo basta un bottone. La Commissione Temporanea organizzatrice della Condivisione della Sexta nella Valle del Mexico sta invitando ai seminari che si terranno il 10, 11 e 12 aprile presso la Scuola Nazionale di Antropologia e Storia. Il loro proposito è chiaro e semplice: “Questa condivisione è concepita come uno spazio nel quale possiamo cominciare a rispondere alla domanda “e dopo?” Per questo e per far crescere la nostra lotta pensiamo che sia fondamentale conoscerci, riconoscerci, sapere come stiamo combattendo e resistendo le quattro ruote del capitalismo. A partire da questa condivisione possiamo cominciare a vedere come fare per lavorare insieme come compagni/e noi che aderiamo alla Sexta e alla Scuola Zapatista”.

Quali sono e da dove arrivano questi venti freschi che percorrono il pianeta? Con il cuore in alto, la coscienza lucida, tutte le forme camminano. Questa la riflessione che include una serena autocritica, senza colpi di testa. C’è l’esplorazione ragionevole delle strade (possibili?). C’è creatività giovanile e senso artistico. Le lotte in cui siamo impegnati circolano e a ogni momento d’incontro c’è rinnovamento e nuovo slancio.

In queste condizioni, ben equipaggiati, arriveremo al primo maggio. Dovremo andare, prima di tutto, al doppio omaggio in cui festeggeremo il subcomandante Galeano e Don Luis Villoro. Ricorderemo come hanno resuscitato la clinica e la scuola de La Realidad, con la forza solidale risvegliata da un uomo straordinario che molti di noi avevano potuto solo iniziare ad apprezzare a causa della sua morte fisica. Ricorderemo sia la persona che le idee di Don Luis, la sua immensa allegria vitale che rendeva le sue risate un evento collettivo, la sua serena apertura filosofica per imparare a ospitare l’alterità dell’altro, dell’altra…Lo ricorderemo seduto, con grande concentrazione, al tavolo principale delle negoziazioni di San Andrés. Ricordarli entrambi, insieme, sarà un ricordar-ci, tornare a scoprire chi siamo e perché lo siamo.

E poi ripasseremo a San Cristòbal. Il pensiero critico di fronte all’idra capitalista. Si tratta di apprendere tra tutte e tutti a che punto è la resistenza, contro cosa resistiamo, quali nuovi modi e maniere sta adottando quello che ci tormenta. Si tratta di modellare l’intelligenza collettiva di un momento complesso, quando si adottano metodi antichi di privazione per rinnovarla in modo aggressivo, che esigono nuove forme di resistenza, immaginazione e coraggio.