disobbedienze

Eh sì, amen. Dobbiamo ingoiare quello che ci è successo. Abbiamo perso il paese che avevamo e che amavamo. (Cioè. Non possiamo amare quel fulgore astratto e incomprensibile, come diceva José Emilio Pacheco. Ma amavamo quello che amavamo….e lo abbiamo perduto).

Il peggio è che non sappiamo neanche quando, come o perché. (Cioè. Forse lo sappiamo, ma non osiamo riconoscere quello che abbiamo fatto).

La categoria “Stato fallito” è una categoria fallita, infestata di fantasmi. Certamente, quando il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ci ha classificati come “Stato fallito”, insieme al Pakistan e al Congo, in qualcosa ci ha preso: la decomposizione delle tre società è simile. Abbiamo molto in comune. Soffriamo di un degrado che è simile.

Neppure l’espressione narcostato funziona. Dà l’impressione che i cartelli (bande di narcotrafficanti, ndt) abbiano preso il potere e siano la causa dei nostri mali, il cancro che ci sta corrodendo. Non è così. Il fango in cui siamo, dove è impossibile distinguere tra il mondo dei criminali e quello delle istituzioni, non è cominciato con il traffico di droga, che anzi ne fu una conseguenza. Inoltre, i reati si sono diversificati considerevolmente e ce ne sono molti che sono totalmente estranei ai cartelli. I crimini associati al commercio di droga o alla guerra contro di essa, iniziata da Nixon, sono solo un capitolo della tragedia. Inoltre, una volta dimostrata la loro relazione con banche, poliziotti, e funzionari messicani e americani, tra gli altri paesi, che trattengono la maggior parte dei proventi di questo commercio, si rivela il loro carattere. In fin dei conti, si tratta soltanto delle forme attuali dell’idra capitalista, il cui nome, per le classi politiche, è impronunciabile. Nessun adepto al processo elettorale ha il coraggio di introdurre la lotta contro di lei nel suo programma.

Non c’è ancora un nome chiaro che ci definisca. Non sarebbe esagerato descrivere la nostra situazione come quella di un paese sotto occupazione straniera, con l’eccezione che gli occupanti non sono solo o principalmente governi di altri paesi. Persone, grandi aziende e modelli di comportamento occupano territori, spazi governativi, e le menti e i corpi di molti messicani e messicane. Dobbiamo anche tener in conto di quelli che sono ancora messicani per affiliazione, sentimento e obblighi familiari, nazionali e persino di linguaggio, che siano o meno nati nel paese, ma che vivono comunque all’estero. Si tratta di oltre un terzo della popolazione…

Non sarà né facile né veloce il recupero di questo paese indefinito, recuperare noi stessi. Nelle condizioni attuali, non si può essere ottimisti. Sarebbe cieco e sterile cercare di nascondere la profondità e la portata del disastro che subiamo, come fanno di continuo le autorità e i media, nascondendo tutto dietro risultati che vedono solo loro. Tuttavia, possiamo ancora essere pieni di speranza.

Non si tratta solo del risveglio, anzi, della catena di risvegli, che iniziarono con il Ya basta! del 19941. Adesso, con le notizie diffuse dall’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), possiamo recuperare la categoria formulata da Harry Cleaver 30 anni fa: la circolazione delle lotte popolari. Possiamo imparare dai progetti realizzati nei 20 anni passati, quando, per varie ragioni e fattori diversi si interruppe la circolazione o ci fu un ingorgo nel traffico. E’ utile ripassare quello che ci è successo con le varie iniziative zapatiste o le carovane del Movimento per la Pace. Così forse possiamo capire meglio perché Ayotzinapa2 svolge la funzione che sta svolgendo.

Da un lato, come dice abilmente Angeles Eraña, non sono riusciti e non riusciranno a far sparire i desaparecidos. Ayotzinapa è e sarà una ferita aperta. Non si potrà rimarginare fino a che non ricompaiano, tra molto tempo, la verità e la giustizia.

Dall’altro lato, siamo altri, altre e altrie. Siamo già cotti al primo bollore. E viviamo di colpi di genio quotidiano, per contagio della dignità dal basso. Merita una riflessione speciale, per esempio, la sottigliezza teorica e politica della Sexta di Tijuana e della Sexta di San Diego che hanno messo in circolazione in California delle magliette con la scritta: Ayotzinapa. Ferguson. Palestina. Ci hanno tolto così tanto che ci hanno tolto anche la paura. Questa è la circolazione delle lotte popolari, che ora si allaccia naturalmente con il tessuto elettronico della lotta, un altro contributo di Cleaver che lo ha coniato presentando il primo libro in inglese sugli zapatisti nel 1994, Documenti della nuova rivoluzione messicana.

Ci saranno altre occasioni per riflettere su occupazioni e prigioni. Per adesso, bisogna fare le valige per andare in Chiapas il primo maggio ad aspettare la lista di quelli che hanno passato il primo livello dell’Escuelita3. Ci sono stati voti, qualificazioni e bocciature. Hanno passato, pare, solo quelli che hanno osato guardarsi allo specchio e che si sono lanciati a mettere in atto quello che avevano imparato. Così dicono.

E’ tempo di circolare.

1 In Chiapas, il 1°Gennaio del 1994, il giorno di entrata in vigore in Messico del NAFTA gli indigeni maya campesinos dell’EZLN, si sollevavano chiedendo giustizia, democrazia e libertà, recuperavano le terre ancestrali che dalla conquista erano state loro strappate, e dopo 12 giorni di conflitto armato, rinunciavano all’uso della violenza e si ritiravano nei territori liberati.

2Si riferisce ai 43 studenti fatti scomparire ad Ayotzinapa, in Messico, il 26 settembre 2014. (ndt)

3 Nel Dicembre 2013 e Gennaio 2014, migliaia di donne e bambini, giovani e anziani zapatisti hanno accolto in Chiapas altrettante migliaia di “studenti” venuti da tutti gli angoli del mondo per condividere il loro percorso di autonomia.