di Gustavo Esteva,no estan solos

Vogliamo che il nostro paese cambi. Perciò siamo alla ricerca instancabile di un modo. Chi lo sappia già, per favore, si avvicini e ci suggerisca… Nelle lotte serie non è questione di alzare la mano o darsi delle arie, nelle lotte serie non si danno voti di fiducia a certi rappresentanti perchè facciano le cose per conto nostro… La cosa è così difficile che dobbiamo attivare tutti e tutte, e non pochi, per quanto siano molto illuminati”.

Questo ha scritto Omar Garcìa, uno degli allievi della Normale di Ayotzinapa, in un documento che ha cominciato a circolare il 3 giugno. Poco sappiamo, ha detto. Poco scriviamo. Quello che dev’essere chiaro è che ci mancano in migliaia, e tra loro i nostri 43. E fintanto che non ce li restituiscano, continueremo a camminare e ad aprire il cammino camminando.

Per quanto poco sia quello che scrivono, dice ciò che dev’essere detto, ciò che esprime il sentimento e la posizione di un numero crescente di messicane e messicani. “Il problema non è partecipare o meno alla giornata elettorale…come se un solo atto politico potesse essere definitivo o determinante. Al di là di ciò che i partiti o quelli che stanno sopra stanno facendo, noi vogliamo parlare di quello che accade in basso. Quello che facciano o o non facciano in alto ci costa troppo prenderlo in considerazione…Noi che lottiamo, perdiamo troppo tempo ed energia per questo. L’importante è ciò che sta succedendo tra noi che lottiamo. Questo è, più che lo sgambetto al governo, ciò che determina che un certo cambiamento accada o no.

Due o tre cose abbiamo appreso in più di otto mesi di lotta perché si ripresentino in vita i nostri 43 compagni, in decadi e decadi di tradizione di lotta della nostra scuola. Abbiamo visto tante cose buone, e tante cose cattive. Errori, mancanza di coerenza, molte chiacchiere e pochi fatti. Come in quasi tutti i movimenti sociali in Messico, sopravvivono i protagonismi, gli ego….Sia i movimenti intrasistemici che quelli antisitemici peccano di volersi sempre presentare come l’opzione migliore. Pochi…hanno la capacità di ascoltare l’altro e aprirsi o flessibilizzarsi al livello che esige la realtà sociale attuale: l’incorporazione dei più ampi settori che oggi come oggi accettano che la lotta per il cambiamento vada presa seriamente, non come un gioco o una carriera per raggiungere certi obbiettivi personali, di settori o gruppi.

Per noi, le lotte serie e con prospettive sono quelle che non solo combattono il dominio del sistema, ma quelle che combattono se stesse. Cioè, che non riproducono il dominio, che non si trasformano in ciò che combattono. Il problema dei partiti politici istituzionali e di alcune organizzazioni sociali di sinistra è precisamente questo: riproducono il dominio.

Noi vogliamo che di tutto questo movimento rimanga il punto di riferimento di aver costruito un’alternativa, di aver ampliato l’orizzonte delle possibilità reali e potenziali di cambiare la società, di rompere con l’attuale logica di relazioni sociali, non solo di aver chiesto o essersi negato al sistema attuale del nostro paese.

Vogliamo riconoscere e tendere la mano a quanti …con il cuore seguono un progetto di profonda trasformazione del nostro paese.

Nel nostro movimento esistono i progetti più ampi. La maggioranza di essi vorrebbe cambiare il mondo prima di cambiare casa sua. Noi abbiamo la volontà di fare le cose andando dal piccolo al grande. Siamo avidi di imparare perché non sappiamo esattamente come si arriva a qualcosa del genere. Alcuni movimenti che conosciamo lo stanno già facendo, e ci riescono al di fuori del contesto istituzionale. Noi non ci presenteremmo come l’opzione migliore, umilmente e con semplicità vorremmo solo contribuire alla lotta per il cambiamento.

Se il processo di cambiamento dovrà essere prolungato, almeno cominciamo fin d’ora a prefigurare il futuro, mettendo in pratica quello che vogliamo sia il nostro paese. Combattendo implacabilmente l’abitudine di trarre vantaggio per sé o di avvantaggiare un gruppo a costo del lavoro o delle disgrazie di altri.

Questo, tra le altre cose, ha scritto Omar Garcia.

Qualche giorno prima, il 25 di maggio, l’equipe d’appoggio e solidarietà con la comunità indigena di Santa Maria Ostula aveva informato dell’aggressione che ha fatto dispiegare 2 mila poliziotti comunitari per organizzare la difesa delle loro vite e delle terre. Facendolo, hanno segnalato che, a differenza di quanto è successo nel 2010, 2011 e 2012, la comunità è più forte, e la prova è la risposta organizzata di oggi. Hanno invitato a stare attenti a questi fatti, al loro possibile esito. “E’ necessario alzare la voce in ogni modo… e mobilitarsi in caso sia necessario”.

E sì, questo è ciò che è stato bene scegliere in questi giorni.

gustavoesteva@gmail.com

tratto da la Jornada 8 Giugno 2015

Traduzione a cura di camminardomandando.wordpress.com