È saggio discutere in tutto il paese il problema delle elezioni. Sono minoranze coloro che si apprestano a partecipare o meno al voto senza una ulteriore riflessione. Aumenta, invece, il numero di coloro che si interrogano seriamente, forse come mai prima, se abbia senso votare.

Siamo in una condizione disastrosa. La metà delle famiglie messicane non possono passeggiare attorno alla propria casa di notte né lasciare i bambini giocare per la strada; viviamo nella paura.

Aumenta il numero dei morti, dei sequestrati, degli scomparsi, degli aggrediti o assaltati, come anche quello dei disoccupati e delle persone il cui reddito si trova al di sotto del livello di povertà.

I servizi di educazione, sanità e trasporto si trovano in pieno deterioramento. Le libertà vengono quotidianamente conculcate e i diritti normalmente violati. Un villaggio dopo l’altro si vede obbligato a una dura resistenza perché le terre che furono conquistate con una rivoluzione sono minacciate: la metà del territorio messicano è stata consegnata a imprese private e il governo cospira con queste per allontanare i legittimi proprietari. La distruzione ambientale si aggrava e produce danni irreversibili.

La lista dei mali è interminabile ed è ogni giorno più grave. Non possiamo continuare così. È possibile promuovere il cambiamento di cui c’è bisogno attraverso il voto o l’astensione? Apparentemente, sia una radicale squalificazione del gruppo al potere mediante il voto contrario o il boicottaggio, come il suo trionfo elettorale massiccio e schiacciante possono risultare inefficaci davanti al disastro. Cambiare la composizione partitica di alcuni organismi di governo o togliere legittimità ai governanti non avrebbe un maggior impatto sulla situazione. In realtà nessun risultato elettorale sarebbe rilevante… eccetto per coloro che cercano di impadronirsi di un pezzetto della torta politica.

Il livello di incompetenza e corruzione dei governanti attuali è quasi insuperabile. Ma non basterebbe rimuoverli e sostituirli con altri, quasi che i nuovi fossero angeli di bontà, reputazione e competenza, cosa che proprio non vediamo fra i candidati. Non è sufficiente effettuare cambiamenti di persone né di politiche. È necessario sostituire le istituzioni stesse e il regime economico e politico al quale questi fanno riferimento, cosa che non può essere fatta dall’alto con operazioni di ingegneria sociale. Non serve né votarli né cacciarli.

Si elude il discorso di fondo adducendo che non votare rafforza il Partito Rivoluzionario Istituzionale (quello ora al potere, ndt), che non si deve sguarnire questa trincea strategica della lotta politica, che ci sono candidati o partiti affidabili, che votare è diritto e obbligo irrinunciabile, che nuovi meccanismi preverranno la frode… Sono argomenti fragili. Il fatto che un partito stia aumentando il proprio livello di consenso con trucchi sporchi che violano le regole del gioco illustra bene il carattere di una giornata elettorale che avrà i vizi di sempre. Votare non sarà un rimedio per i mali di cui soffriamo. Ma neppure lo sarà non votare, come dimostra l’esperienza di sei anni or sono, quando cessarono di farlo due terzi dei messicani.

Non siamo colpevoli di ciò che è accaduto e continua ad accadere. Ma dobbiamo accettare la nostra responsabilità: poniamo termine a questo degrado. Non possiamo continuare a delegare ad altri il rimedio, che passa necessariamente attraverso ciascuno di noi. Si tratta, né più né meno, di ricostruire la nostra società lacerata e semidistrutta, di recuperare ciò che resta del paese, di creare un nuovo ordine sociale realmente democratico, nel quale la democrazia non sia ridotta ad un periodico circo mercatotecnico, organizzato dalla minoranza al potere per la propria riproduzione, affinché l’uno per cento continui a rimanere al potere.

Non vi sono ricette universali per quello che dobbiamo fare. Nell’ambito in cui ciascuno di noi si trova, con l’organizzazione a cui fa riferimento nella propria situazione, dobbiamo mettere mano a quest’opera. Vi sono luoghi in cui sembra possibile farsi carico delle nostre vite e organizzare una resistenza efficace. In altri dovremo farlo in misura ridotta. In tutti i casi sarà necessaria la nostra immaginazione, il nostro coraggio.

Piuttosto che irrilevanti,le nostre azioni dovrebbero rendere irrilevanti loro e il loro sistema di dominio, smantellando la necessità di tutti gli apparati statali e delle corporation private.

È un segno di follia sperare che si produca un risultato diverso continuando a ripetere la stessa azione. Abbiamo votato o deciso di non votare con risultati sempre insoddisfacenti. Perché sperare che questa volta sia diverso?

Non votare può esprimere un rifiuto efficace alle caste politiche e riflettere una consapevolezza lucida della situazione. Ma non dobbiamo permettere che venga confuso con apatia o indifferenza. Questo atteggiamento avrà significato se verrà assunto da organizzazioni capaci di affrontare responsabilmente la tempesta perfetta nella quale ci troviamo. Non è cosa da individui isolati, che votano o no a seconda dello stato d’animo del momento. È cosa da gruppi, collettivi, comunità e organizzazioni, grandi o piccole, che hanno deciso di lottare, perché solo così possono vivere e rendere visibile in modo organizzato la propria posizione.

Traduzione a cura di camminardomandando