Ayotsinapadi Gustavo Esteva

Hanno perso il nostro rispetto. Hanno dato prova di incompetenza, irresponsabilità e immaturità. però sarebbe un errore credere che tutto nei loro atti sia cecità e torpore.

Il governo federale ha tentato di lavarsi le mani di Ayotzinapa dal primo momento. Per una intera settimana hanno sostenuto che si trattasse di un problema strettamente locale, e questo ora pesa sul presidente come un’omissione irresponsabile. Quando si è reso inevitabile l’intervento federale, hanno cercato di apparire come meri coadiuvanti e perfino come le forze capaci di trarre verità e giustizia da un caso che continuavano a considerare strettamente locale. Iguala non è lo Stato, insistevano. Volevano marcare il confine,

La manovra non ha funzionato in termini mediatici. Non sono riusciti a coprire il sole con un dito. Il risveglio cittadino è profondo. Abbiamo ormai aperto gli occhi e non siamo disposti a chiuderli di nuovo. C’è confusione e sconcerto nelle nostre file perché non è facile ammettere la condizione criminale dei governanti e accettare che gli apparati statali stessi siano corrotti, e non solo coloro che li guidano.

Abbiamo bisogno di esaminare con rigore il significato delle nuove minacce. Chi dirige il governo vuole approfittare del momento Ayotzinapa per rinforzare le sue risorse legali e istituzionali nella guerra che conduce contro di noi. Il suo dipartimento legale che occupa San Lazzaro come se fosse il Congresso, approverà, prima di andarsene in vacanza, leggi che fan parte del repertorio della contro-insorgenza. Spaventate, le classi politiche cercano armi ulteriori per affrontare l’insurrezione civile e vincere la resistenza popolare che si leva da tutte le parti. Potranno forse essere approvate disposizioni che cercano di proteggere le strade dall’ira popolare e dalla libera manifestazione delle idee. Però sicuramente saranno approvate quelle che fanno parte della guerra.

Il municipio non è mai stato libero come stabiliva la Costituzione e in buona parte del paese è strumento di potere e controllo o arena del conflitto. Però è anche spazio in cui la gente si esprime con vigore, afferma la sua resistenza e in molti casi governa la propria vita, con autorità che comandano obbedendo. La lotta per la difesa del territorio di dispiega soprattutto su scala municipale. Con il pretesto dei vari Iguala del paese, i casi in cui il governo municipale è in mani criminali, si vuole smantellare questa forza di resistenza.

Buona parte dei municipi più sicuri del Messico si trovano in aree in cui la gente li ha presi nelle loro mani. Gli Stati su cui oggi gravano le maggiori minacce sono quelli in cui è diffusa la resistenza a miniere, dighe e mega progetti, agli investimenti che ora si annunciano come soluzioni. Vogliono portare al Sud le condizioni che al Nord hanno creato alcuni dei municipi più insicuri del paese.

Per comprendere la natura dei dieci punti del Presidente dobbiamo metterli in prospettiva. L’orrore attuale, che in Messico arriva al suo estremo, è una condizione brutale e atroce delle quattro forme di violenza che hanno definito storicamente la costruzione del capitalismo: la violenza dell’espropriazione, della spoliazione, della separazione della gente dalla sua terra e dai possessi ancestrali; la violenza della trasformazione delle persone in manodopera; la violenza dello sfruttamento lavorativo stesso, e la violenza della repressione. Tutte e quattro sono oggi ferocemente combinate.

Come hanno esaminato brillantemente Peter Linnabaugh e Marcus Rediker, il terrore che accompagna queste violenze è indispensabile tanto per la spoliazione come per la criminalizzazione, perché i lavoratori rimangano separati dalla loro sussistenza. Il terrore si utilizza anche per provocare l’oblio, la negazione. È necessaria una immensa forza repressiva per smantellare la conoscenza delle alternative, perché la gente dimentichi ciò che una volta è stato e che può essere di nuovo.

Non siamo più in uno stato di diritto. Ma non sono irrilevanti leggi che danno a governanti e polizie la capacità legale di reprimere e, soprattutto, quella di cercare di smantellare le capacità autonome di resistenza e trasformazione che abbiamo creato dal basso. Nella lotta attuale, nei nostri impegni di organizzazione e resistenza, dinanzi alla crescente aggressività della spoliazione, abbiamo bisogno di avere chiare la natura e le condizioni della guerra che si combatte contro di noi. Dobbiamo anche sapere che siamo in un momento di estremo pericolo. E di opportunità. Sotto la tempesta perfetta, nessuno è al sicuro. Narrative e comportamenti sono sfuggiti al controllo di chi fino a qualche anno fa li governava. I potenti hanno ancora un immensa capacità distruttiva e la stanno esercitando, però adesso non possono imporre la loro volontà e fare quello che vogliono. Domina adesso la tendenza inerziale delle forze in gioco. È ora di agire.

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