Infine è cominciato il primo Festival Mondiale delle Resistenze e delle Ribellioni contro il Capitalismo. Vi sono innumerevoli resistenze, ribellioni e lotte anticapitaliste, ma esistono molte e buone ragioni per affermare che questo è il primo di questo genere.

È stato convocato nel dolore e per il dolore. La prima e più importante parola viene data a coloro che rappresentano il dolore di Ayotzinapa1, che ha raggiunto una dimensione mondiale. E riguarda l’agonia di un sistema. Però è una festa, un’espressione della militanza gioiosa, non un funerale.

In una lettera ad alcuni compagni argentini, più di 10 anni or sono, il defunto sup,2 osservò che la musica, il ballo, il cibo e il sentimento sono ingredienti fondamentali per la costruzione di quello che alcuni chiamano utopia. E ricordò che in Messico vi era gente decisa a smascherare i potenti con una festa che alcuni depistati chiamano sollevazione e che non è altra cosa se non la danza comune della dignità. La danza nella quale l’essere umano sta, ed è umano.

Celebrare, diceva Ivan Illich, è una convocazione ad affrontare i fatti anziché dibattersi con le illusioni. Significa vivere il cambiamento invece di dipendere dall’ingegneria sociale. Significa scoprire ciò che dobbiamo fare per usare il potere dell’umanità per creare l’umanità, la dignità e la gioia in ciascuno di noi.

Dobbiamo introdurre il desiderare nel pensare, nel parlare, nell’agire, come suggeriva Foucault, affinché esso dispieghi le sue forze nel campo della dominazione politica e diventi più intenso nel processo di ribaltare l’ordine costituito. Si tratta di intrecciare l’arte di amare, la teoria e la politica, per lottare contro il fascismo, in particolare il fascismo che è dentro tutti noi, nelle nostre teste e nel nostro comportamento quotidiano, il fascismo che è all’origine del nostro amore per il potere, del nostro desiderare proprio ciò che ci domina e ci sfrutta. Per essere militanti non è necessario essere tristi, diceva, anche se quello contro cui si sta lottando è abominevole.

Il nostro problema non è la disobbedienza civile, diceva Howard Zinn. Il nostro problema è l’obbedienza civile. Il fatto che la gente segua gli ordini dei suoi leader che la portano alla guerra. Che obbedisca di fronte alla miseria, alla fame, alla stupidità e alla crudeltà. Che noi continuiamo a essere obbedienti mentre le carceri sono piene di piccoli delinquenti, quando invece i grandi criminali sono liberi e continuano a derubare il paese. Questo è il nostro problema.

E sebbene queste note di fine anno siano diventate piene di citazioni, ne unisco un’altra, di Teodor Shanin: finché c’è scelta, c’è speranza. Fin quando c’è speranza, la gente cerca la verità, sogna un mondo migliore e lotta per costruirlo. Finché la gente cerca, sogna e lotta, c’è speranza.

Il festival oggi è costruito attorno ad Ayotzinapa perché questo è chiaramente il simbolo della rottura e della conmoción3, il momento in cui è stato tolto il velo che occulta. È certo che molti chiudono di nuovo gli occhi, si turano le orecchie, non vogliono sapere. Alcuni lo fanno per paura. Altri per convenienza, per interesse. Altri ancora per l’angoscia, per disperazione, perché non possono evadere dalle loro prigioni mentali o politiche.

Ma vi sono molti e molte altre, milioni, che rifiutano di chiudere gli occhi. Non vogliono, non possono né devono restare tranquilli e tranquille.

Sono venuti al festival coloro che della parola rivoluzione hanno fatto un verbo. Sanno che non si tratta di pensare la rivoluzione, di immaginarla, di sognarla. Neppure di prepararla, programmarla o anche di farla. Si tratta di viverla, di sperimentarla giorno per giorno.

Il verbo rivoluzionare esprime quella capacità amorosa e gioiosa che tutti e tutte abbiamo quando trasformiamo il dolore e la degna rabbia4 in ribellione e così facendo costruiamo il cammino dell’emancipazione. Rivoluzionare significa che ormai sappiamo che non c’è bisogno di leader, piattaforme, partiti, strategie o programmi rivoluzionari. E che non si tratta di occupare o di distruggere gli apparati putrefatti della dominazione, di conquistare il capitale come se fosse una cosa e non una relazione, di sostituire i suoi amministratori statali, perché questi apparati ballino con un’altra musica, la nostra, per esempio, di coloro che abbiamo issato su di essi per occupare il posto di coloro che abbiamo scacciato.

Si tratta di ballare con la nostra musica, certo, non quella che ci viene suonata da altri; ma bisogna farlo qui in basso, fra quanti abbiamo imparato che lottare è come respirare e che possiamo respirare o vivere solo lottando per costruire un mondo nuovo. Oggi. Qui. Ogni giorno. Ogni notte. Come ha detto il subcomandante Moisés, qui in basso, ogni giorno, siamo sempre più numerosi a impegnarci a lottare, senza chiedere scusa di essere ciò che siamo e senza chiedere il permesso di essere così.

La Jornada 22 dicembre 2014

Traduzione di Camminar domandando

1 Si riferisce ai 43 studenti fatti scomparire ad Ayotzinapa il 26 settembre scorso. (ndt)

2 Il sup era il subcomandante Marcos.

3 Con questo termine si allude a un vivace scambio reciproco di azioni e di idee, uno scambio realizzato non solo con la testa ma con tutto il proprio essere, senza una linea prestabilita e senza la direzione di un leader. (ndt)

4 Il Festival de la digna rabia fu organizzato, sempre dagli zapatisti, nel 2008 (ndt).

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