È da tempo che non ne possiamo più. A milioni ci siamo messi in fila con Javier Sicilia: “Non ne possiamo di voi, politici…perché nelle vostre battaglie per il potere avete disfatto il tessuto della nazione”. Non ne possiamo più di voi criminali, della violenza, dell’infamia, della crudeltà, delle vostre insensatezze.

Il 6 di aprile del 2011 il bisturi di Javier ha dato precisione al grido per mostrare i cancri che ci affliggono: i poteri costituiti; le polizie; i partiti politici; il capitale; i media; le chiese; i sindacati…Ha messo bene a fuoco le loro omissioni e complicità nella distruzione dei nostri spazi di convivenza, del nostro suolo, delle relazioni di mutuo sostegno, quelle omissioni e complicità che ci hanno fatto sprofondare “nell’orrore della violenza, nella miseria e nella paura”. E Javier non ha dimenticato neanche i nostri di tradimenti e la nostra stessa irresponsabilità.

In questi tre anni, il Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità ha percorso il paese, ha bussato a tutte le porte, s’è aperto a ogni forma di dialogo. Nonostante i risultati conseguiti, oggi stiamo peggio di allora. Sono svanite opportunità che tre anni fa sembravano a portata di mano. Si sono estinte speranze che allora sembravano attuabili.

L’omicidio dei coniugi Chao, avvenuto nella stessa città in cui hanno ammazzato il figlio di Javier Sicilia, e con una ferocia simile, illustra nel peggior modo immaginabile la situazione. Una situazione ben descritta dal segretario di Governo l’8 maggio, quando ha promesso che lo Stato si sarebbe assunto la propria responsabilità in materia di sicurezza. Il che equivale a riconoscere che finora non se l’è assunta.

Lo Stato-nazione si sostiene sul protego ergo obligo (proteggo, pertanto obbligo). I cittadini delegano al governo il monopolio della violenza legittima in cambio di protezione. Nel farlo diventano subordinati al loro protettore. Come sottolineava Hobbes, l’intento del suo Leviatano è di inculcare nel cittadino “la relazione reciproca tra protezione e obbedienza”. L’obbedienza è il prezzo da pagare per essere protetto. Il cittadino accetta di essere suddito in cambio di protezione.

Quando il governo ha perso il monopolio della violenza, in larga parte del paese la gente è rimasta esposta a un potere criminale. Allo stesso tempo, il governo si è trasformato in imprenditore della violenza, in suo promotore. Ormai non solo è impossibile distinguere con chiarezza il mondo delle istituzioni da quello del crimine, si sovrappongono e si confondono. Di fatto, il governo sta organizzando il crimine, lo stimola e lo spalleggia. Dobbiamo leggere così quanto è accaduto la settimana scorsa a La Realidad, nel Chiapas.

Dietro la maschera di una delle tante organizzazioni che agiscono come rappresentanti del potere che sta in alto e come paramilitari per ottenere briciole, i governi (quello federale e quello dello stato del Chiapas, ndt) hanno realizzato un’aggressione di estrema gravità contro una comunità zapatista impegnata nel dialogo e nella soluzione pacifica dei conflitti. Non è stato, come riportato dai media, uno scontro tra comunità. Si è trattato piuttosto di un crimine di Stato, commesso con premeditazione nel momento in cui sembrava possibile raggiungere un accordo.

Per denunciare l’omicidio, un gruppo di prestigiosi intellettuali ha scritto una lettera aperta nella quale si dice: “Esigiamo che cessino subito, e in modo definitivo, queste aggressioni contro il progetto di civilizzazione maggiormente consolidato che esiste nel nostro paese, straziato dalla violenza e dal crimine promossi dal potere del denaro. Ai nostri “Votanes” (tutor@ della Escuelita Zapatista) mandiamo un messaggio: tutt@ i/le vostr@ alliev@ sono con voi, al vostro fianco, e non rimarranno in silenzio di fronte a queste aggressioni”.

È atroce, in queste circostanze, rimanere irretiti nelle dispute per l’egemonia, con l’illusione di poter sostituire il gruppo al governo. È vile e ottuso continuare a essere sottomessi a coloro che hanno disertato dalle proprie funzioni. È ridicolo continuare a chiedere pere all’olmo.

Ciò che i governi stanno facendo è sotto gli occhi di tutti…tanto quanto ciò che non possono fare. Non sono in grado di offrirci protezione e tanto meno di fare giustizia. La relazione tra protezione e obbedienza è reale. Non si deve obbedienza a un governo che manca allo stesso tempo di legittimità e di capacità di protezione nei confronti dei suoi cittadini. Finiremmo per esserne complici.

La pazienza è finita. È il momento di agire, è il tempo di un nuovo modo di fare politica. In questo caos, l’ordine non arriverà dall’alto. Solo noi, organizzati ognuno a modo suo, possiamo trasformare il dolore e la rabbia nella ricostruzione del paese…lo stiamo già facendo. Con la luce che nasce in tutte e tutti, dobbiamo essere il riflettore che non illumina verso l’alto ma verso il domani. E rendiamo giustizia ai nostri morti, la nostra giustizia: più che chiedere il carcere o la morte per gli assassini, più che costruire musei alla memoria, quei morti facciamoli vivere in noi, incarnati nelle nostre lotte. L’11 di maggio è già diventata una data comune per le iniziative. Ovunque. Facciamola valere.

 

Fonte: la Jornada Titolo originale: Qué hacer

Traduzione a cura di Camminar domandando

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