La rapina finale che tenterà l’attuale amministrazione è ormai annunciata: cambiare il regime di proprietà della terra del paese, quella che è ancora comunale ed “ejidale”[1], per renderla privata.

Questa pretesa non è nuova. Discende dalla stessa Costituzione, che fu la formula di un compromesso. Si trattava, infatti, di far credere di essere ascoltati agli eserciti di contadini e indigeni che circondavano i costituenti. Non si tentava di dare al paese la forma che la maggioranza dei suoi abitanti aveva chiesto con la rivoluzione ma di fare concessioni che potessero essere poi revocate più avanti, quando risultasse possibile porle al servizio di un altro progetto, di un altro tipo di paese.

L’afflato rivoluzionario di contadini e indigeni, incarnato in Zapata e Villa, era rivolto in una direzione indigeribile per coloro che stavano prendendo in mano la direzione del paese dopo la fine della dittatura di Diaz. Sapevano che era indispensabile fare concessioni al popolo, ma non tante da fargli ottenere quel che voleva. Dal 1912 Luis Cabrera indicava il problema: non avendo ejidos, la popolazione rurale “è obbligata a vivere per sei mesi del lavoro a giornata, e per gli altri sei mesi prende il fucile e diventa zapatista”. Bisognava darle ejidos, perchè cambiasse il fucile con l’aratro. Con questa mentalità, lo stesso Cabrera formulò la legge agraria di Carranza, promulgata il 6 gennaio del 1915, che però non raggiunse i suoi propositi: togliere a Zapata la bandiera agraria. Era necessario fare più concessioni. Sapendo che non potevano governare senza zapatisti, né contro di essi, (Carranza e i suoi, ndt) cercarono un compromesso più accettabile per contadini e indigeni, che prese forma nella Costituzione del 1917.

Negli anni a venire si ritardò quanto più possibile la distribuzione delle terre, e si tentò in mille modi di frenare l’impulso alla riforma agraria. Alla fine degli anni Trenta, sembrava che le condizioni fossero cambiate. Le diverse fazioni rivoluzionarie si erano agglutinate nel Partito Nazionale Rivoluzionario, prima incarnazione del Pri (Partito Rivoluzionario Istituzionale), che poteva gestire dall’alto le sue tensioni e contraddizioni. Sembrava possibile considerare finita l’illusione comunitaria di contadini e indigeni, così come la loro idea di nazione, per lanciarsi apertamente nella strutturazione della produzione capitalista in campo agricolo. Calles ebbe il coraggio di dirlo esplicitamente:

“Se vogliamo essere sinceri con noi stessi, abbiamo l’obbligo di confessare, figli della Rivoluzione, che l’”agrarismo”, come l’abbiamo inteso e praticato fino ad ora, è un disastro. La felicità degli uomini di campagna non consiste nel dar loro un pezzo di terra… Prima, per questa strada li abbiamo portati alla rovina, creando in loro pretese e fomentando il loro ozio… Finora abbiamo dato terre a destra e sinistra, senza che producessero nulla, se non uno spaventoso impegno per la nazione… È necessario mettere un limite ai nostri insuccessi. È necessario che i governi di tutti gli stati fissino un termine più o meno breve all’interno del quale i popoli che per legge ne hanno ancora diritto possano chiedere le loro terre; però che, oltre questo termine, non si parli più di questo argomento. E quindi dar garanzia a tutti, piccoli e grandi agricoltori, perchè sorga l’iniziativa e il credito pubblico”.

La distribuzione “a destra e a manca” non aveva mai avuto luogo. In maggioranza, contadini e indigeni continuavano a non avere terra. Per quanto si fossero mostrati pazienti, la loro inquietudine latente si svegliò bruscamente davanti alle definizioni di Calles e si misero di nuovo in movimento. Alla fine del decennio successivo la metà della terra arabile del paese era nelle loro mani.

La coalizione di mafie in cui si è trasformato il Pri, quella che crede di governare il paese, sembra convinta che la congiunzione attuale di forze, con i contadini che rappresentano solo un terzo della popolazione e con le loro organizzazioni indebolite, possa permettere non solo la materializzazione del sogno di Calles, ma anche il rovesciamento completo delle espressioni della Rivoluzione del 1910 che ancora persistono, e rappresentano un ostacolo al pieno dominio del capitale. Vogliono infine realizzare quello che i loro predecessori hanno tentato in mille modi senza riuscirci: ripulire il paese da ogni tipo di zapatismo, da ogni possibilità di scelta propria, autonoma, con radici nella terra e nel territorio. Presto si disilluderanno.

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[1]            L’ejido in  Messico è un regime di usufrutto collettivo di terreni mantenuti a disposizione delle intere comunità, e non privatizzabili. Così fino al 1994, quando entrò in vigore il N.A.F.T.A., il trattato di libero commercio fra Stati uniti, Canada e Messico. Per rispettare il trattato fu necessario modificare l’art.27 della Costituzione messicana e rendere vendibili e ipotecabili le terre dell’ejido assegnate individualmente (ndt).

Fonte: la Jornada. Titolo originale: Viaje al pasado

Traduzione a cura di camminardomandando

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