La Costituzione del 1917 è stata distrutta nella sua essenza, ha scritto Adolfo Gilly due mesi fa. Oggi il Messico è un paese senza legge. Ha ragione. Dobbiamo prendere sul serio la sua diagnosi e ponderarne le conseguenze.

La recente batosta ha permesso di rilevare in che misura viviamo privi di garanzie costituzionali. Il nostro patto sociale era arrivato malconcio al 1982, ma era ancora lì. Da quell’anno è iniziato uno smantellamento sistematico del regime giuridico e istituzionale ereditato della rivoluzione. Di esso non rimane quasi niente, e non ce n’è un altro al suo posto.

L’importanza reale e simbolica di Petróleos Mexicanos (Pemex, azienda pubblica in procinto di essere privatizzata con la recente riforma energetica, ndt) spiega la reazione attuale, ma non la giustifica. Il patto del 1917 era stato costruito attorno alla terra, per il carattere stesso della rivoluzione. Quel patto è stato distrutto nel 1992, non ora, a forza di dare concessioni (minerarie a società straniere ndt) per 50 anni su un terzo del territorio e di mettere sotto il controllo privato buona parte del resto. Annullare le riforme recenti non risolverebbe il problema e potrebbe persino essere controproducente: creerebbe l’illusione che la nostra democrazia funzioni, che il popolo possa far sentire la propria voce e non siano necessari maggiori cambiamenti. Sarebbe un devastante passo indietro.

Non basterebbe neppure restituire coerenza alla Costituzione, fatta a pezzi dalle oltre 500 modifiche che i successivi presidenti vi hanno apportato. Il patto sociale del 1917 non coglie più le nostre realtà e aspirazioni. Basta prendere in considerazione la questione indigena per riconoscere che abbiamo bisogno di un patto nuovo.

Per dargli forma non possiamo restare attaccati alle consuetudini che hanno prevalso sin da quando siamo nati come nazione indipendente, quasi 200 anni fa. Patti e costituzioni sono stati opera di assemblee di esperti che mai hanno rispecchiato lo spirito popolare, nonostante alcune ci abbiano provato seriamente. Attraverso la prima, nel 1824, i cosiddetti “padri della patria” hanno reso nota la loro creatura con una frase insopportabile: “In tutti i nostri passi ci siamo ispirati come modello alla repubblica felice degli Stati Uniti del Nord. Le élites non hanno mai abbandonato quella ossessione.

Ciò è tipico, in particolare, di quelle che  Luis González y González ha chiamato minoranze dirigenti. “Ogni quindici anni”, diceva don Luis, “si insedia nella dirigenza del Messico un gruppo di persone (politici, intellettuali, imprenditori e sacerdoti) che si spartiscono la maggior parte della torta e pianificano e predispongono i passi successivi. Sono quelli che Monsiváis chiamava “i primi nordamericani nati in Messico”, quelli che sono nati tra noi ma hanno la testa, il cuore e gli interessi da un’altra parte, sono “ i notabili” di oggi, quelli che fanno e disfano i patti e le costituzioni…

Né assemblee di notabili né minoranze dirigenti. Non ne possiamo più. Dobbiamo riconoscere che è lo stesso regime della rappresentanza ad essere in crisi, qui e ovunque. Che è infine arrivato il momento di cittadini e cittadine comuni, di uomini e donne qualsiasi che resistono in basso e difendono ciò che resta del paese. Soltanto loro possono dar forma a un patto che accolga le nostre realtà e aspirazioni. Perché possano farlo, abbiamo bisogno di un’organizzazione molto diversa, della quale non potrebbe occuparsi nessuna unità delle “sinistre”,  qualunque cosa si intenda ciò che chiamiamo ancora con quel nome.

Il nuovo patto ha bisogno di aria fresca. Come ha detto don Pablo González Casanova un paio di anni fa, “un cambiamento sociale e politico è inevitabile in Messico e nel mondo”. Manca, ha sottolineato, lapprofondimento di una politica rivoluzionaria che assicuri il successo di modi altri di produzione e accumulazione, che si vincolino in una nuova relazione con la natura e la vita. Niente di più, niente di meno.

Questa sfida, che dà un carattere chiaramente anticapitalista alla lotta attuale, non può attendere. Si prepara in maniera affrettata una toppa al vuoto costituzionale e legale nel quale siamo incappati. L’accordo promosso dalle imprese transnazionali, che il governo messicano è ansioso di firmare, sottopone gli ambiti nazionali a norme che permettono legalmente il regime dispotico di  imprese private. Invece delle nostre specifiche norme, di un nostro patto sociale, verremmo governati da coloro che appoggiano l’occupazione e lo sfruttamento del nostro territorio da parte di quelle imprese.

Mi rifarò ancora a Lassalle. Le questioni costituzionali non sono questioni di diritto ma di potere. E il potere non è una cosa che si possa trovare da qualche parte, che alcuni possiedano e altri no. É una relazione. Dipende da noi di che tipo stabilirla: una relazione che ci tenga legati alle illusioni della rappresentanza e ai sogni elettorali, oppure una relazione che ci possa collegare agli altri e alle altre che compongono con noi il paese reale e che con noi hanno deciso di riprendere il controllo delle nostre stesse vite e dei nostri stessi territori.

 

Fonte: la Jornada Titolo originale: Poder o no poder

(Traduzione a cura di camminar domandando)