Un anno fa moriva novantenne il sociologo peruviano Aníbal Quijano, la cui opera è stata ricordata in questi giorni in un Encuentro a Lima. Poco conosciuto in Italia se non da pochi studiosi, Quijano è certamente uno dei massimi intellettuali latinoamericani ma possiamo senz’altro dire anche mondiali. Grande studioso del pensiero del suo famoso connazionale José Mariategui, dirigeva a Lima l’Anuario Mariateguiano ed era professore presso il dipartimento di sociologia della Binghmanton University degli Stati Uniti, dove insegnava anche il noto sociologo Immanuel Wallerstein, col quale collaborò nell’elaborazione della sua nota teoria sul “sistema-mondo”. Il fulcro degli studi di Aníbal Quijano è stato il lato oscuro della modernità, quello della colonialità del potere e del sapere.

Lo ricordiamo con le parole di alcuni intellettuali latinoamericani che in occasione della sua scomparsa ne onorarono il ricordo, ringraziando i figli Danilo e Piero che hanno autorizzato la pubblicazione di questa traduzione di un suo testo della quale ci assumiamo la responsabilità.

Il filosofo messicano Enrique Dussel ricorda che «il marxista Quijano seppe mostrare che la classificazione sociale nella modernità eurocentrica non fu la classe sociale, ma la razza. La razializzazione del marxismo che Quijano effettuò ispirandosi ai marxisti dei Caraibi*, applicata in America Latina a indigeni e meticci, ha conseguenze teoriche e pratiche molto originali, che aprono domande che le scienze sociali oggi si pongono in tutto il mondo (come la decolonizzazione epistemologica elaborata da Aníbal)».

In un dibattito a più voci con i sociologi argentini Maristella Svampa e Horacio Machado, il giornalista e ricercatore uruguaiano Raúl Zibechi ha affermato: «Aníbal ci pone una serie di questioni molto importanti sulla teoria rivoluzionaria, che dobbiamo inventare; non possiamo trasferire meccanicamente progetti rivoluzionari di taglio eurocentrico in altre realtà. Si deve ricordare che Aníbal ha formulato alcune idee molto importanti per comprendere i movimenti sociali e per potenziare l’azione sociale, idee sulla eterogeneità dei nostri popoli, della nostra storia rispetto all’eurocentrismo, e questo ci porta a pensare con la nostra testa, senza trasferire idee dal marxismo, l’anarchismo, la socialdemocrazia o il conservatorismo, pur tenendole in conto perché alcune sono interessanti, però costruendo il nuovo in base alle nostre realtà».

Maristella Svampa ha ricordato che «Quijano non era un intellettuale lontano dalle lotte sociali; egli accompagnò i settori subalterni e, partendo dalla categoria della decolonizzazione, che corre il rischio di essere svuotata della sua potenzialità critica, cercò di fare luce sulle dimensioni nella configurazione del potere, che da una prospettiva eurocentrica, ma anche dall’America Latina, si stavano invisibilizzando».

L’argentino Horacio Machado ha ricordato che «Il pensiero di Aníbal Quijano dovrebbe stimolarci a decolonizzare la nostra sensibilità vitale per poter recuperare la sapienza ancestrale dei popoli che stanno lottando per l’acqua, i loro territori e la vita».

Nel testo che proponiamo, tratto dalla antologia Cuestiones y horizontes (CLACSO, Buenos Aires, 2014), il suo impegno per la decolonizzazione del pensiero sia culturale che militante latinoamericano appare con chiarezza.

*Quali i martinicani Frantz Fanon e Aimé Césaire (nds)

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