Pablo Davalos

In America Latina si dibatte animatamente se siamo alla fine del “ciclo progressista” (Zibechi, Gudynas. Almeyra, frei Betto…), o se si tratti solo di una pausa o addirittura se il ciclo non sia affatto concluso e si tratti solo di analisi malevole (Sader, Cabrera…). Gli argomenti degli uni e degli altri sono interessanti da esaminare e lo faremo a breve, Ci preme però sottolineare che esistono molti elementi “interni” che facevano presagire da tempo ciò che oggi sta accadendo. Così già nel 2009 Pablo Dávalos, un intellettuale scomodo e in questo caso preveggente, aveva indicato chiaramente le contraddizioni che si andavano configurando nella sinistra latinoamericana e nei governi detti “progressisti”. Perché riesumare ora un articolo di 6 anni or sono? Perché allora il coro di lodi a questi governi era quasi unanime, sia nella sinistra latinoamericana che in quella nostrana, e la crisi odierna di questo ciclo viene da molti addebitata a ragioni “esterne” alla regione (la solito perfidia yankee, coi suoi “golpes suaves”, pur se è fuor di dubbio che la favorisca e ne approfitti) evitando così quella necessaria e salutare autocritica, i cui elementi erano, volendo, già chiari. Ma c’è un secondo motivo: Dávalos indica con chiarezza i nuovi meccanismi del potere capitalista, apparsi chiari nel “lulismo”. Si tratta di quella “egemonia ás avessas” (egemonia a rovescio) analizzata così bene dal sociologo brasiliano Chico de Olivera (https://blognooficial.wordpress.com/?s=hegemonia ) e qui evocata anche da Dávalos. Il capitale è disposto anche a rinunciare a parte dei suoi simboli pur di garantire il meccanismo di accumulazione. Se oggi per continuare l’accumulazione è necessario cedere simbolicamente il potere alla sinistra, che lo si faccia. Ricorda in niente casa nostra? (A.Z)

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