gustavo-esteva-questions-government-power-good-life.1.large_

Ci sono tematiche che improvvisamente irrompono nel dibattito pubblico occupando un grande spazio e che vengono dipanate tout  court con molta approssimazione terminologica e concettuale. Quella dei “beni comuni” (commons) ne è un esempio lampante, per cui da un lato si rischia di confondere beni  comuni con beni pubblici (il dibattito in corso sull’acqua rischia spesso di cadere di fatto in questa ambiguità), dall’altro si rischia di declinare i beni comuni come “risorse” economiche. Un terzo rischio poi è quello di estendere oltre misura l’attributo di “bene comune” a una innumerevole categoria di cose o di “bisogni”, un po’ come è accaduto per i “diritti”. Un quarto rischio infine è quello di farne l’oggetto di dibattito fra specialisti.

Esiste infine il rischio di confondere la realtà concreta dei “beni comuni” con il cosiddetto “bene comune”, un concetto astratto che ha differenti significati in termini etici, sociologici o giuridici che poco hanno a che vedere con i “beni comuni” specificatamente intesi come spazi reali di convivialità.

Il problema di una chiara concettualizzazione e semantica non è di poco conto. Per alcuni pensatori il recupero o l’elaborazione di nuovi “beni comuni”(commons) costituisce infatti la base stessa del processo di costruzione  di un mondo nuovo, plurale e libertario.

Il problema di definire e delimitare correttamente il concetto di “beni comuni” è quindi un problema reale, al quale questo breve testo di Gustavo Esteva apporta un contributo denso e chiarificante.

Esteva-Gustavo Esteva- Per una riflessione sui commons: tre punti nevralgici 

Annunci